Internet: il destino della verità. Dal pensiero debole alla coesione del sé.

I mezzi di comunicazione di massa destrutturano la verità dei fenomeni, su questo siamo tutti abbastanza d’accordo. Ma siamo anche d’accordo sul fatto che sia l’uso che facciamo dei mass media a dare loro tale potere. Così da tempo ci chiediamo: esiste un punto di sintesi?  

Vorrei aggiungere alcuni elementi a questa discussione, per arrivare a dire che i mass media, e soprattutto Internet, non destrutturano la realtà in sé, ma favoriscono la disgregazione (interpretativa, ma anche del sé) dell’utente che li utilizza. Di conseguenza non è la verità ad essere molteplice, ma i punti di vista che la generano. E se punti di vista diversi coabitano nella stessa persona, allora il disagio può essere maggiore.

La verità sul web

Negli anni Novanta si diceva che i mass media avevano portato ad una ‘franosità’ del concetto di verità. Ovvero che la verità era stata ‘indebolita’, o ‘relativizzata’ se volete, dalla pluralità di posizioni rappresentate sui mezzi d’informazione di massa.

Era il tempo del pensiero debole di Vattimo: essere possibilisti piuttosto che assolutisti era cool, l’intellettuale postmoderno leggeva Umberto Eco e commentava (spesso a sproposito) Heidegger e Nietzsche. Nel romanzo più famoso di quegli anni una nonna insegnava alla nipote a scegliere seguendo il cuore, perché usare la testa poteva essere fuorviante. ‘Chi l’ha detto?’ ‘Dove sta scritto?’ ‘In fondo, chi può dirlo?’ ti rispondevano quando parlavi di matrimonio, famiglia, contratti a tempo indeterminato, ecc… ovvero in maniera molto distante da oggi, in cui sugli stessi argomenti molti sono pronti a sventolare slogan e certezze incrollabili. 

In quegli anni la ‘cattiva maestra televisione’ era sul banco degli imputati, (e con lei tutti i mass media) accusata di aver condotto all’indebolimento della soggettualità, e in ultima analisi, di riflesso, al trionfo del nichilismo.  

La Verità era stata scomposta in milioni di piccole verità, diciamo in miliardi di micro verità, una per ogni abitante della terra. E la frammentazione aveva dato origine a tutto il pluralismo interpretativo, gnoseologico e persino metafisico che possiamo ricordare. A me personalmente colpì molto la velocità con cui si diffusero varie forme di spiritualità New Age: perché anche la religione doveva essere a misura di utente, ad personam, per usare un termine diffuso all’epoca.  

Un brutto giorno però, arrivò l’11 settembre. Immediatamente le posizioni cominciarono a polarizzarsi,  il pensiero debole, il possibilismo, la critica a prometeo tornarono a richiudersi nelle università, e (lentamente) gli individui cominciarono ad avere posizioni più nette, anche più rigide, fino alla nascita e al diffondersi degli attuali populismi. 

Negli stessi anni nacque e si diffuse anche internet, e la composita serie di opportunità comunicative che da esso derivano. Oggi così siamo giunti a questo scenario: la frammentazione dei contenuti determinata dai mass media è diventata una iper frammentazione, ma la ‘franosità’ della verità, il pensiero debole, il pluralismo interpretativo sono diventati sovranismo, populismo, oppositività aprioristica. 

Quindi dobbiamo concludere che avere una mente aperta alle alternative, favorevole al confronto, lenta allo scontro e alla presa di posizione non è indotto dai mass media, perché altrimenti in questi venticinque anni queste caratteristiche sarebbero soltanto aumentate. 

Globalizzazione, iper frammentazione, disagio

Il problema non è filosofico, quindi, non riguarda l’indebolimento della verità, ma è psichico: la frammentazione del sé. La globalizzazione selvaggia si è tradotta, per i più, in vantaggi ipotetici e lontani, ma in svantaggi concreti e vicini. In questo crollo delle poche certezze che gli individui avevano, si è incastonato l’universo internet. La sostanziale disperazione di molti, la perdita di prospettive di altri, la paura di non farcela di altri ancora, (una novità assoluta, perché nei decenni scorsi nessuno aveva la paura di non farcela) ha condotto ad una sorta di nichilismo comunicativo, anzi direi di narcisismo nichilista.  

In questo quadro la moltiplicazione delle opportunità comunicative (pensiamo per esempio alle relazioni a distanza) in assenza di vere possibilità di spostamento fisico, favorisce la frammentazione psichica, non certo la coesione

Internet inoltre consente l’elevamento a potenza di quanto valeva negli anni Ottanta e Novanta per la comunicazione di massa, ovvero la mistificazione di qualunque verità in cambio di verità precotte e ideate a fini commerciali. Basti dire che allora un articolo di giornale doveva essere scritto da un dipendente (a tempo indeterminato) di una testata, e prima di essere pubblicato veniva approvato da una catena di direzione.  La libertà espressiva del giornalista era garantita, ma all’interno di una cornice editoriale che non era certo determinata da lui. Oggi invece è possibile fare un collegamento Skype con il salotto di un ospite, che può dire esattamente quello che crede senza subire censura (o verifica) alcuna. 

Così il problema si sposta dalla verità alla frammentazione psichica, perché, come detto, nelle condizioni attuali il soggetto appare fortemente minato nella sua coesione interna

La prova di quello che dico è l’aumento a vista d’occhio delle problematiche psichiche a qualunque età. Sono in aumento i tentati suicidi, i gesti anti conservativi e le patologie psichiatriche. Sono in aumento i disturbi dell’umore, l’abuso di antidepressivi e purtroppo anche l’abuso di sostanze stupefacenti. Sono in aumento, è sotto gli occhi di tutti, l’ansia, i disturbi del sonno, le caratteropatie, e persino, panacea di ogni male, la psicosomatica. 

La coesione interna 

Perciò è importante chiederci quanto le conseguenze dell’interazione tra esseri umani e web possano essere smorzate, stemperate, orientate.

Parlo di interazione perché è considerazione condivisa che lo sviluppo di un individuo sia la risultante dell’interazione tra le sue dotazioni di base e l’ambiente in cui vive. L’utente della rete è immerso nel web praticamente 24 ore su 24, ed esso diventa per lui un secondo ambiente di vita. In questa condizione che come detto è altamente destrutturata, se non paranoica o schizofrenica, pertanto, l’interazione della sua dotazione di base con questo ambiente determina quello che sarà lo sviluppo dell’utente come individuo con l’andare degli anni. 

A questo punto appare chiaro come una delle strategie per restare a lungo in questo secondo ambiente naturale subendone l’iper frammentazione il meno possibile, sia quello di rafforzare la coesione interna

La coesione del sé di un individuo è la capacità di non disunirsi, di non perdersi, di non destrutturarsi. E’ la capacità di non andare in frantumi davanti ad un evento traumatico o alla perdita di certezze. E’, in definitiva, la competenza che l’io adulto ha di saper stare al mondo senza perdersi per strada. Non si tratta di resilienza, è bene sottolinearlo, ma di coesione. La resilienza è la capacità, in ultima analisi, di superare un ostacolo, la coesione è la capacità di non andare in mille pezzi per superarlo. Di non essere in frantumi dopo averlo superato. 

Rafforzare la propria coesione interna è un progetto, che non necessariamente si realizza nella vita una volta per tutte: è sempre in costante via di ridefinizione e miglioramento. 

Ora, la coesione interna può essere insegnata a scuola? Si può inserire in un percorso di formazione continua in un luogo di lavoro? Può entrare in un progetto di sviluppo nell’età della pensione? Rafforzarsi è come fare palestra, mangiare sano o imparare a dormire bene: non c’è un’età in cui sia inutile. 

Non c’è dubbio, però, che prima lo si apprende e prima si è in grado di affrontare l’universo web con una dotazione di base strutturata e matura. 

E’ come scaricare l’aggiornamento di un’ App o di un sistema operativo: solo dopo averlo fatto capisci veramente quanto fosse importante.