Riduzionismo artistico fotografico: applicazioni in psicoterapia.

Tutti abbiamo presente quel senso di spaesamento (o di entusiasmo) che ci prende quando vediamo o sentiamo qualcosa di vagamente famigliare. 

Il riduzionismo artistico funziona un po’ in questo modo: presenta linee essenziali, a volte molto essenziali, e lascia che l’osservatore colto di sorpresa costruisca, o meglio proietti, la propria opera d’arte sulla tela che ha davanti. 

‘Ridurre’ l’esperienza visiva a contrasti luce/colore, tuttavia, non può essere solo appannaggio della pittura. Direi, anzi, che la fotografia contemporanea, quella dopo la nascita di Instagram, ci si presta molto bene.

Le infinite possibilità creative fornite dai programmi di elaborazione, infatti, consentono di ‘ridurre’ le immagini a protosensazioni, con la conseguenza di scatenare le reazioni inconsce profonde, sia nell’autore, sia nel pubblico. 

La differenza è sostanziale rispetto all’arte classica, che aveva ben chiaro a priori quali emozioni o sensazioni suscitare nell’osservatore. 

Ritengo che il riduzionismo in fotografia debba essere esplorato di più e meglio, soprattutto nei suoi legami con l’inconscio. Il riduzionismo fotografico potrebbe essere una grande opportunità durante una psicoterapia. 

La psicoterapia si caratterizza come la ricerca di cosa nel nostro passato non abbia funzionato a dovere, cosa sia stato doloroso, quali conti siano rimasti aperti o non del tutto chiusi. A volte queste cose non ci sono direttamente accessibili, ne abbiamo una consapevolezza confusa. Non intendo dire che siamo confusi su cosa ci abbia fatto soffrire, quello purtroppo ciascuno di noi lo sa benissimo: intendo che in quelle esperienza alcuni aspetti, e non altri, si caratterizzano come patogeni, portatori di disagio e sofferenza. Raggiungere questi non è sempre agevole. 

Il riduzionismo artistico, e in modo particolare il riduzionismo fotografico, può essere particolarmente atto a esprimere quali zone siano più in ombra di altre. Proprio come ciò che è perturbante per uno, non è detto che lo sia per un altro.