Smart working: il lavoro ha una ‘natura sociale’ perché fatto da esseri umani.

Nel 1998 Sergio Capranico preconizzava una rivoluzione epocale nel mondo del lavoro: la work station domestica. E’ la stessa cosa che oggi definiamo smart working

L’idea di questo grande studioso, e di tutti noi all’epoca, era che slegando il lavoratore dal luogo di lavoro lo si potesse accordare maggiormente con la sua umanità. Comodità, ritmi naturali, passioni individuali, come per esempio – erano le sue parole – la vestaglia, la musica in sottofondo, il caffè. 

Nell’epoca industriale che si andava esaurendo, (che si andasse esaurendo, però, non lo capivamo fino in fondo) sembrava incredibile che un individuo potesse produrre slegato dal contesto fabbrica. Ovvero fuori dal quell’edificio al cui interno si erano dispiegati per decenni sistemi, logiche produttive e innovazioni tecniche. Persino la rappresentanza sindacale si muoveva per lo più all’interno della fabbrica, o nelle sue immediate vicinanze, e l’unica vera dinamica collettiva che avveniva lontano era il corteo, la manifestazione. 

Ognuna di queste componenti del lavoro in fabbrica, come oggi vediamo meglio di allora, aveva una natura sociale. L’uomo non è un animale solitario, in tutto quello che fa sono presenti dinamiche relazionali, ed è così anche nel mondo del lavoro, in cui trascorre una parte considerevole della sua vita. 

Amori, amicizie, hobbies, tifo sportivo, ecc… queste e altre dinamiche tipiche del mondo del lavoro hanno un connotato umano, relazionale. L’uomo al lavoro è un essere sociale che si nutre anche di esperienze affettive. Non solo quelle positive, sia chiaro, anche le esperienze affettive negative sono vitali per la sopravvivenza psichica di un individuo. 

Lo smart working cancella la natura sociale del lavoro. Estremizzando un po’ potremmo dire che lo smart working è la realizzazione ultima del taylorismo, ovvero dell’organizzazione scientifica del lavoro. Il lavoratore è un mero esecutore di compiti, e il lavoro è stato talmente ben scomposto in micro elementi separati che non c’è neppure bisogno che egli si rechi in fabbrica per compierlo. 

La natura sociale del lavoro, però, non può essere negata: le dinamiche relazionali sono presenti in tutti gli ambiti umani, persino nelle carceri o negli eserciti. E bisogna tenerne conto. 

Anche per l’imprenditore, del resto, come ho già detto altre volte, il lavoro in presenza ha una ricaduta tutt’altro che trascurabile: lo spirito di gruppo, o di squadra se preferite. 

Di questo Taylor non teneva conto, ma erano altri tempi. Sono sicuro che se potesse rivedere oggi le sue posizioni sarebbe certamente d’accordo.