La comunicazione artistica è emotiva e istintiva. Per questo in genere l’arte non è mai indifferente: si ama o si detesta. 

La fotografia, forse più di altre arti figurative, necessita di grande competenza tecnica. Lo vediamo ai matrimoni, quando tutti scattiamo la stessa foto, ma quella del professionista incaricato del servizio è enormemente migliore. 

Tuttavia la forza più travolgente della fotografia non è nell’aspetto tecnico, né nell’intento comunicativo, (quando esso è facilmente accessibile) ma in quella componente ‘perturbante’, o inquietante, che talvolta ha. 

A volte infatti una fotografia ci piace, ma non sappiamo bene il perché. C’è un qualcosa, un ‘non so che’ che attira noi e non altri. In questa inquietante attrazione sta l’enorme capacità della fotografia di associarsi ai traumi e alla loro elaborazione. Pensiamo alla guerra, ma anche alle tragedie individuali: un’inquadratura, un taglio di luce, un’esposizione più o meno corretta, sono in grado di scatenare emozioni profonde. Queste emozioni profonde sono proprio quelle che consentono al fotografo di percepire sintonia intorno a sé, e così di cominciare a elaborare lentamente il suo trauma.