“Adesso ve lo buco, sto pallone”. Gli italiani e la fine del calcio come cultura popolare.

In Italia c’è stato il tempo del ciclismo, (Bartali, Coppi, Moser) , c’è stato il tempo del calcio, (Gigi Riva, Boninsegna, Paolo Rossi), e oggi c’è un tempo completamente nuovo: del tennis, dello sci, e di altri sport dapprima meno popolari. La mancata qualificazione a tre consecutivi mondiali di calcio, ci autorizza a fare riflessioni sul nostro modo di vivere l’impegno e lo spirito di gruppo. Dobbiamo rassegnarci ad estati senza nazionale italiana? Forse sì, ma proviamo a capire perché. 

Un uomo solo è al comando

Le passioni cambiano, lo sappiamo bene. Da bambini amavamo quel cartone animato, che a quattordici anni avremmo persino rinnegato, se ce ne fosse stato bisogno, davanti agli amici di scuola. Da adolescenti avevamo dei cantanti preferiti, che, però, abbiamo dimenticato abbastanza in fretta, davanti alle traversie della prima età adulta. E poi abbiamo collezionato film, libri, autografi, di artisti che oggi stenteremmo a riconoscere, se li incontrassimo per strada. Per le passioni collettive, vale lo stesso principio. Ci sono tendenze che si accordano ad alcune fasi storiche, ma che risultano fuori tempo in epoche successive. 

Come italiani, abbiamo avuto gli anni della bicicletta. Il dopoguerra, i film neorealisti, la gioia di muoversi in libertà. A Torino, negli anni Cinquanta, c’era chi faceva chilometri in bici, per raggiungere il posto di lavoro. Il rapporto con la bicicletta ha pervaso la nostra cultura profonda, e in effetti, per decenni, il ciclismo è stato sport seguitissimo, fucina di miti popolari, come Gino Bartali e Fausto Coppi.

Campioni del mondo

Poi c’è stata l’ascesa del calcio. Se il ciclismo era fatica, pericolo, anonimato, il calcio, sin da subito, è stato per molti il sogno del benessere, oltreché della notorietà. Dapprima, era un fatto di stadio alla domenica. Il tram nella nebbia per San Siro, i mignon di liquori nel borsello, la Gazzetta e il catenaccio di Gianni Brera. Ma poi la nazionale ha cominciato a vincere, di pari passo con le squadre di club, e il calcio si è fatto sempre più fenomeno di costume. Si è spostato sui banchi di scuola, nelle discussioni in ufficio, e soprattutto nelle strade, al parco, in spiaggia. Tutti giocavano a calcio, in qualunque momento della giornata, persino aspettando l’autobus. La frase più sentita, dalla mia generazione, era una velata minaccia che riguardava il pallone. La pronunciava un anziano, o la mamma di un neonato, che restituivano la palla finita sul loro balcone, sull’auto, o sulla stuoia. Ringhiavano che quella sarebbe stata l’ultima volta: “Adesso ve lo buco, sto pallone!” E aggiungevano: “Andate a giocare da un’altra parte.” Ecco, non siamo andati da un’altra parte, abbiamo cambiato gioco. Altri sport hanno superato il calcio, hanno più appeal, come a suo tempo il calcio affascinava più del ciclismo.   

La nazionale non si è più qualificata alla fase finale di un mondiale, probabilmente anche perché il calcio non rispecchia più le esigenze profonde del popolo italiano. Una linea di tendenza che vedo chiaramente, nel mio lavoro quotidiano, è lo spostamento della fatica, da un piano di gruppo, ad un piano individuale. Alcuni sostengono che la retorica del sacrificio sia superata, e che gli italiani non vogliano più faticare per raggiungere degli obiettivi, specie se vaghi o troppo lontani nel tempo. Non credo, ho l’impressione che l’abnegazione, l’impegno, la rinuncia, ci siano ancora, ma siano declinati soprattutto al presente singolare. Fare un video su Instagram richiede ore di lavoro, talvolta giorni, ma la gratificazione è tutta personale, non va condivisa con altri. 

Cinque sostituzioni 

Il calcio di oggi prevede tanta preparazione fisica (fatica), alta velocità di azione (stare poco al centro della scena), e, soprattutto, di essere buttati via appena non si è abbastanza utili (cinque sostituzioni). Solo a me pare uno sport invecchiato, superato, fuori dal tempo? In molti casi, inoltre, la vera star di una squadra di calcio è l’allenatore, che guadagna cifre spropositate, e che prende su di sé i meriti dei successi, scaricando sugli altri la colpa delle sconfitte. Tutto questo in un’epoca in cui le esigenze del mercato, e della pubblicità, ci hanno trasformati in individualisti egocentrici. Risultato finale? Il calcio non è più un’urgenza delle attuali generazioni. 

Molto probabilmente ci sono altri sport, in grado di esprimere meglio le inclinazioni e le esigenze di oggi. Ad esempio il tennis, (ma anche lo sci, e via dicendo). Il tennis prevede la partecipazione ad una gara per intero, non si viene sostituiti. Richiede una buona preparazione fisica, ma non è solo sudore e velocità. E poi consente di usare la propria componete fantasiosa e creativa, cosa ormai totalmente sradicata dal calcio. Inoltre, e credetemi, non è cosa da poco, quando un tennista vince, è sempre per merito suo, mai del Mister che ha dato i numeri in conferenza stampa. E quando perde, non è mai per colpa dell’arbitro. 

L’Italia fuori dai mondiali di calcio decreta il declino di uno sport, ma anche il cambiamento di una collettività. Che rifiuta di adeguarsi all’individualismo soltanto per motivi commerciali, ma che sogna di esprimersi liberamente, senza censure, almeno nella pratica sportiva, e nello svago. Alla fine ce l’hanno bucato, quel pallone. L’avevano detto.