Autore: Fabio Convertino

  • Siamo solo amici: paura del rifiuto e dipendenza affettiva di chi si “accontenta”

    Siamo solo amici: paura del rifiuto e dipendenza affettiva di chi si “accontenta”

    L’amicizia come ripiego è una tragedia travestita da generosità. Se friendzonare qualcuno è un modo per salvare le apparenze con un innamorato indesiderato, accontentarsi di un’amicizia, quando si vorrebbe altro, è una disfatta, su tutti i fronti.

    Friendzone erotizzate 

    Non è raro imbattersi in innamorati delusi che trasformano i loro sentimenti in una forte e leale amicizia. L’altra faccia della medaglia friendzone, ossia quella riguardante la persona respinta, però, è soprattutto un atto di resa, e dobbiamo dirlo chiaramente. Per andare con ordine, occorre anzitutto distinguere la posizione di chi attraversa un periodo negativo, da chi può nascondere una tendenza alla dipendenza affettiva

    Nel primo caso, possiamo osservare il comportamento di persone che normalmente sono forti e decise, che hanno una buona personalità e soprattutto una stabile autostima. Quando individui simili subiscono un lutto, un trauma, o un forte stress (cambiare scuola, lavoro, città, oppure peggio, ad esempio sopravvivere a calamità naturali e simili) possono scoprirsi fragili o vulnerabili, e attaccarsi emotivamente a qualcuno che reputano forte e stabile, come lo erano loro fino a poco tempo fa. 

    Idealizzare chi ci respinge, però, aumenta inevitabilmente il potere che ha su di noi, con la conseguenza che, se questa persona ci mette nella cosiddetta fiendzone, arriviamo a considerare la sua amicizia persino un privilegio. Fare parte della vita di un individuo così speciale, è segno che in fondo tiene a noi, che ha capito il nostro valore, che ci rispetta. Se poi ci introduce anche nella sua cerchia di amici, o nella sua famiglia, la gratificazione aumenta, ma lì davvero il danno è veramente fatto. 

    Una spia molto importante, che ci può aiutare a capire se stiamo perdendo il controllo della situazione, se siamo fagocitati da una friendzone, o se riusciamo a gestirla, è la sua eccessiva erotizzazione. Un rapporto tra amici può avere un livello di complicità anche molto profondo, ma in genere non sfocia mai nell’erotico. Erotizzare situazioni amicali, in una friendzone, come svestirsi davanti all’altro, raccontare esperienza intime, o chiedere consigli in merito, è segno che qualcuno ne sta davvero un po’ approfittando.   

    Dipendenza affettiva 

    Il discorso è diverso quando “accontentarsi” nasconde la tendenza alla dipendenza affettiva. Questa modalità relazionale, sovente alla base anche di altre condotte di dipendenza patologica, può essere devastante per l’autostima e l’autonomia di un individuo.

    Esperienze di grave deprivazione affettiva possono incistarsi nel profondo, sotto forma di convinzioni erronee, come, per esempio, quella di non essere in grado di farcela da soli. Chi sviluppa una dipendenza affettiva, sovente vede il futuro come uno schermo nero, su cui non è possibile scrivere nulla, a meno che qualcun altro non lo aiuti.  

    La traiettoria di sviluppo di ciascun individuo, a partire dalla sua nascita, è sempre quella di una progressiva indipendenza. Questi soggetti, invece, non hanno avuto la fiducia di chi li ha accuditi, che anzi spesso li ha messi a repentaglio, e non hanno mai imparato a esplorare l’ambiente in maniera indipendente. 

    In questo secondo caso, restare risucchiati dalla friendzone è estremamente deleterio, ancora più che nel primo caso. Credo sia molto importante che questi individui trovino la forza di svincolarsi dal tranello, perché accontentarsi di un’amicizia, soprattutto per loro, non è mai davvero una buona idea.  

  • Io scrollo, e tu? Un nuovo soggetto davanti allo smartphone: l’Io-algoritmo.

    Io scrollo, e tu? Un nuovo soggetto davanti allo smartphone: l’Io-algoritmo.

    Negli anni della Tv venivamo indotti a identificarci con un soggetto: il testimonial della pubblicità. Facevamo zapping, ossia cambiavamo canale con il telecomando, schivando gli spot più noiosi, e fermandoci su quelli più interessanti. L’obiettivo della réclame era convincerci di essere anche noi degni dell’oggetto pubblicizzato: “Questa merendina, me la merito, merito, io”; “Uso il seguente shampoo, perché io valgo”; “Bevo un drink vigoroso, fate come me”. Da quando abbiamo in mano gli smartphone, invece, e da quando, per funzionare, i social network utilizzano il meccanismo dell’algoritmo, la ricerca di mercato si è affinata, e noi corriamo il rischio di ignorare l’esistenza del diverso.  

    Dall’Io-pubblicità, all’Io-algoritmo

    Scrollare le pagine dei un social network, per alcuni, è diventata una vera e propria dipendenza. In pochi secondi di utilizzo, l’algoritmo capisce cosa ci interessa, e ci propone certi contenuti. Noi confermiamo la sua inferenza, guardando più alcune cose che altre, e quindi lui ci offre ulteriori rinforzi. Il pattern si ripete, se necessario, all’infinito. Risultato: passiamo intere sessioni a scorrere i post, ma senza mai  incontrare cose nuove, (come invece succedeva con lo zapping) perché sono tutti affini ai nostri interessi. È come se restassimo persi nei nostri pensieri, per questo passano minuti, o anche ore, e non ce ne accorgiamo.

    La sovrapposizione tra il nostro pensiero e i contenuti di un social network può farci pensare al sorgere di una nuova soggettualità, che potremmo definire l’Io-algoritmo. Diverso dall’Io-pubblicità, il cui rinforzo si fondava sull’identificazione con il testimonial, l’Io-algoritmo si basa sul rispecchiamento. Apriamo un social network ed è come se aprissimo la nostra mente, come se guardassimo dentro ai nostri pensieri. L’algoritmo rispecchia ciò in cui crediamo, non ci contraddice (come l’IA, che prima chiede cosa pensiamo, e poi si dice concorde), va sul sicuro. 

    Rintracciare in un flusso di video, post e contenuti, ciò che più ci rispecchia, ha la conseguenza di gettarci in una dimensione alternativa. Una specie di floatation tank experience, quelle vasche in cui ci si immerge in un liquido simil amniotico, e ci si perde nei propri ragionamenti. Con la differenza che, dopo mezz’ora, il titolare della palestra fa suonare un campanello, mentre sul divano di casa ci si può passare le serate. L’Io-algoritmo è quel soggetto che, una volta rispecchiati i suoi pensieri nel flusso dei post, non è più interessato ad averne il controllo. 

    L’algoritmo ci isola

    Seconda conseguenza, se vogliamo, ancora più paradossale, (o patogena, decidete voi). L’Io-algoritmo si abitua a riconoscere soltanto la propria verità. Entrare in un universo di content creator che sostengono le cose in cui crediamo, e ignorano tutte le altre, plasma uno spazio che nella realtà non esiste. Il soggetto che definiamo Io-algoritmo impara ad avere paura del diverso, perché non lo incontra neppure facendo zapping. Chi seguiva Quark, di Piero Angela, ad esempio, cambiando i canali poteva imbattersi nel Grande Fratello, o in Amici, o in Non è la Rai. Programmi rispettabili, ma lontani dai suoi interessi, e dal suo modo di vedere il mondo. Oppure, al contrario, l’appassionato di calcio che guardava il Processo di Biscardi, poteva, malgrado lui, incrociare La notte della Repubblica di Sergio Zavoli, o Il Fatto di Enzo Biagi. Conoscere il diverso, aiuta a crescere, o almeno a non averne paura. 

    Se un soggetto Io-algoritmo, oggi, segue dei contenuti affini, poniamo, a Umberto Galimberti, invece, molto probabilmente resterà nel recinto di quelle riflessioni, e difficilmente entrerà in contatto con Massimo Recalcati, Carlo Bonomi oGiorgio Girard. L’algoritmo limita, separa, isola. Il contrario della ragione per cui sono nate le reti sociali. 

    Scrollare è un passatempo piacevole, da fare nei momenti più impensabili, o vuoti, della nostra giornata. Ma perderne il controllo può essere davvero controproducente, soprattuto per chi, di quel tempo, ne ha sempre troppo poco a disposizione.  

  • Il tradimento agli occhi dei bambini

    Il tradimento agli occhi dei bambini

    Il tradimento, e più in generale la crisi di coppia, non vengono comunicati ai bambini con parole semplici e concetti chiari, ma sovente attraverso espressione fosche, fatte di allusioni incomprensibili, e cariche di emozioni negative. Di conseguenza, invece di farsi una loro idea dell’accaduto, i bambini imparano più che altro ad evitare la rabbia degli adulti

    Maschere

    Il bambino si forma un’idea di quello che succede intorno a lui, anche grazie all’aiuto degli educatori che lo circondano. La maestra gli mostra come immedesimarsi con l’altro durante un litigio, e quindi, ad esempio, ad essere più paziente; l’allenatore di calcio, come vedere nel bene della squadra un valore superiore al suo tornaconto personale; un familiare, come interpretare con speranza la morte di un parente, una calamità naturale, e via dicendo. Espressioni come: “Tuo padre è un grandissimo …”; Oppure: “Tua madre è una …”, invece, pronunciate, per di più, con delusione, cattiveria o disperazione, forzano il minore a prendere una posizione di comodo, ma non a costruirsi una verità, sulla fine della relazione dei genitori.  

    Se l’adulto lancia espressioni dal significato oscuro, il bambino non ne coglie il senso reale, e si ferma all’aspetto emotivo. Registrando il dispiacere del genitore, è a questo dispiacere che impara a reagire, piuttosto che all’evento che lo ha scatenato.  

    Una delle conseguenze per la traiettoria di crescita del bambino, in questi casi, è la formazione delle cosiddette maschere, o, se si preferisce, del falso sé

    Ricordiamo che un bambino, specie nei primi anni di vita, è in una condizione di dipendenza pressoché totale dalle cure genitoriali, non solo riguardo il contenimento emotivo, ma anche per l’accudimento fisico. Quando un genitore pone ad un figlio domande quali: “Vuoi più bene alla mamma, o al papà?”, oppure: “È più brava la mamma, o il papà?”, e via dicendo, abusa un po’ di posizione dominante, per usare una terminologia di origine economica. Nessun ricercatore ha mai censito la percentuale di risposte relative al genitore assente, ossia, per lo più, la risposta è “la mamma”, se è la mamma che pone la domanda, e così via. Questa astuzia, che poi è soltanto una forma di intelligenza pratica, però, è già parzialmente un “falso sé”. 

    Tale modalità relazionale (qualcuno parla anche di “maschere”), è l’espediente con cui ci conformiamo alle volontà dell’altro, alle sue aspettative,  dopo avere tristemente constatato la sua incapacità di conformarsi alle nostre. Il mondo della tossicodipendenza è pieno di maschere o di falsi sé, ma anche il mondo della psicopatologia grave, lo è. La modalità con cui solitamente viene costruito, ripete all’incirca questo percorso. Il bambino mostra all’adulto di riferimento una sua difficoltà, che può essere un’angoscia, una paura, e così via. L’adulto risponde in maniera non adeguata, minimizzando, o, peggio, ribaltando la responsabilità del malessere sul bambino stesso. Questi percepisce che l’amore dell’adulto dipende dalla reazione che egli mostrerà, e decide di assecondarlo. Così si assume l’onere di mostrare ciò che non è, e tiene per sé tutto ciò che non funziona. Il falso sé è la divisione netta tra un fuori a prova di aspettative dell’altro, e un dentro autentico, che però non viene mostrato a nessuno. Mettere spalle al muro un bambino in seguito alla crisi di coppia, chiedere se preferisce l’uno o l’altro genitore, oppure se preferisce i giochi che ha in questa casa o nell’altra, ecc … , è forzarlo a dare una risposta di comodo, a creare e mostrare un falso sé

    Una volta che il falso sé è stato attivato, sperimentato e ha dato i suoi frutti a livello sociale, tuttavia, sarà molto difficile smontarlo. 

    Identificazione inconsapevole 

    Un altro problema in cui incorre un bambino nella crisi di coppia, è l’identificazione inconsapevole. Alcune coppie sono meno irruenti nei confronti dei figli, e non chiedono espressamente di prendere una posizione. Tuttavia, il malessere di alcuni genitori è tale che sono i bambini, in autonomia, a fare dei passi nei loro confronti, e sovente senza rendersene realmente conto. 

    In questi casi, si nota come il minore acquisisca lentamente punti di vista, atteggiamenti, persino giudizi sull’altro genitore. Tutti noi compiamo identificazioni, (ad esempio verso la pubblicità, la politica), e tutti noi sviluppiamo continuamente identificazioni inconsapevoli con i nostri genitori, o con parti della loro personalità. Il meccanismo non è necessariamente patologico, per crescere abbiamo bisogno di aspirare ad “essere come qualcuno”. Qui si tratta di qualcosa di diverso, perché riguarda la crisi di coppia. Il bambino si appropria di un punto di vista, scartando l’altro. Tuttavia, come abbiamo già detto altrove, il tradimento non è sempre il peggiore dei mali, ed è meglio la fine di una coppia morta, che trascinare la finzione della felicità. 

    Al bambino identificato con uno dei due genitori, nessuno insegna il valore di questo aspetto. Poiché per uno dei due, almeno all’inizio, la crisi di coppia ha certamente rappresentato un trauma, il bambino si ferma a questo trauma, e incolpa l’altro genitore di averlo generato. Questa visione non è solo parziale, ma è anche la prima lettura, il primo significato, attribuito ad una separazione, in quanto sarà poi il tempo, a fornire una lettura più matura, più comprensiva. Che però mancherà al bambino, che nel frattempo asi sarà fermato alla prima. 

    Come si vede, il tradimento, la crisi di coppia, la separazione andrebbero gestiti nella maniera più asettica possibile, agli occhi dei bambini, senza imporre loro punti di vista, e soprattutto senza forzarli a prendere una posizione. Ma chi ne è davvero capace?

  • Formati a cosa? Apprendere nelle organizzazioni.

    Formati a cosa? Apprendere nelle organizzazioni.

    L’essere umano inserito in un contesto lavorativo ha delle esigenze specifiche, ed esse sono indipendenti dalla disponibilità del datore di lavoro di accettarle e riconoscerle. Aggiornare e attualizzare lo sguardo su concetti cardine della nostra quotidianità, vuol dire anche analizzare le problematiche del lavoro, consapevoli del fatto che, non guardarle, non significhi cancellarle. Se vogliamo, è lo stesso discorso che facevo alcuni anni fa, quando, in occasione della pandemia da Covid-19, mi scagliavo contro il dilagare, talora immotivato, dello smart working. All’epoca dicevo che i gruppi di lavoro mostrano dinamiche tipiche anche se interagiscono a distanza, (conflitti, antipatie, astio verso i superiori, ecc…) dinamiche che il buon imprenditore farebbe bene a consentire in presenza, se vuole gestirle e non restarne vittima. Il tempo è stato galante, e infatti lo smart working è andato  riducendosi sensibilmente. Ora parliamo di altre caratteristiche del rapporto tra l’uomo e il suo lavoro, ossia di aspetti che sarebbe bene tenere in conto, anzitutto per il bene dell’azione organizzativa. 

    Attribuire significati

    Ogni attività che noi compiamo ha delle implicazioni di vario tipo, che riguardano da un lato il rapporto più diretto con la cosa che facciamo, e dall’altro, il fatto che vi attribuiremo dei significati. Quando un tifoso di calcio, ad esempio, va allo stadio, a seguire la sua squadra del cuore, ha l’esigenza immediata di pagare un biglietto equo, di avere un posto assicurato, e guardare la partita concordata e non un’altra. E poi avrà una serie di esigenze, per così dire, secondarie, che vanno dalla disponibilità di una toilette, di un bar o di un venditore di panini, a quella di guardare uno spettacolo avvincente per creatività, intensità e lealtà, fino a quella di non essere aggredito all’uscita dello stadio, e tornare a casa sano e salvo. Questo secondo ordine di esigenze, come si vede, non è direttamente dipendente dall’organizzazione della partita, e la dirigenza della sua squadra del cuore potrebbe benissimo non tenerne conto. Tuttavia fa parte di quella caratteristica tipicamente umana, di attribuire senso e implicazioni alle nostre azioni. Così se la partita non è stata avvincente, o se il tifoso resterà imbrigliato in tafferugli tra gruppi di scalmanati, potrà decidere di non tornare più allo stadio una prossima volta. E questo anche se l’organizzazione della partita è stata impeccabile, ossia se sono stati rispettati gli accordi base del contratto di vendita del biglietto. 

    Allo stesso modo, nel mondo del lavoro, il lavoratore non ha solo la necessità che gli accordi base vengano rispettati. In quanto essere umano che si confronta con quello che fa, è portatore di esigenze più profonde, che strutturano e definiscono il rapporto tra sé e il suo lavoro. 

    Una di queste esigenze riguarda la formazione. Lavorare per altri, a condizioni sovente ritenute (a torto o ragione) inadeguate, interroga la coscienza. Sentire di avere appreso, o di stare apprendendo, delle competenze, aiuta un lavoratore a definire sé stesso nel rapporto con i suoi colleghi, nel rapporto con la sua mansione, nel rapporto con il settore produttivo in cui è inserito. 

    Gli sforzi riguardanti la formazione lavorativa, lo sappiamo, tendono invece a focalizzarsi sugli aspetti pratici, potremmo dire, manageriali. All’imprenditore serve che il dipendente sappia usare l’ultima versione di un software, non che conosca i linguaggi di programmazione. La formazione veniva differenziata in sapere, saper fare, saper essere. Dove il terzo grado corrispondeva ai livelli più alti della scala gerarchica, al lavoratore veniva chiesto, al massimo, di saper fare. Tuttavia, in ambito organizzativo, è proprio nella cura del dettaglio che si forma l’autocoscienza. Un lavoratore che si sente vecchio, perché conosce logiche superate, e che vede i suoi colleghi più giovani faticare poco e rendere molto, può diventare un problema. E anche un lavoratore che si sente giovane, inesperto, può diventare un problema, se ogni volta manda avanti gli altri, temendo di fare errori. Così oggi è necessario che tutti sappiano essere, ma, per raggiungere questo obiettivo, serve un impegno formativo specifico. 

    Ruoli, confini, aspettative dell’imprenditore 

    Il sogno di ogni imprenditore è che i dipendenti gestiscano l’azienda come se fosse la loro: come se lui fosse lì a guardarli anche quando non c’è, o che sappiano subordinare i propri interessi personali al bene complessivo dell’azione organizzativa. Per garantirsi questo, da sempre ci si appoggia alle disposizioni individuali. In un gruppo di lavoro c’è chi sa mettersi in mostra agli occhi dei superiori, chi fa straordinari non richiesti, chi riporta frasi o punti di vista, ecc… , e per un certo periodo all’imprenditore può anche bastare. 

    Tuttavia, le attuali necessità in continuo cambiamento, impongono di puntare su concetti come rifondare o aggiornare, piuttosto che sul semplice potenziare. La caratteristica più evidente di questa fase è lo sbriciolamento dei ruoli. Prendiamo gli sport di squadra. Gli atleti più ricercati sono quelli in grado di ricoprire diversi ruoli, o che si adattano ad entrare in campo solo in una certa fase della partita. I ruoli definiti dalle regole di quegli sport non esistono più, o, per lo meno, sono soltanto indicativi: sono punto di partenza per poi gestire al momento la situazione contingente. Anche nel mondo del lavoro si è diffusa questa condizione. I ruoli si sovrappongono e intersecano, e chi sa meglio adattarsi, avrà i risultati migliori.

    Esigenze secondarie nel mondo del lavoro: l’apprendimento

    Questo eclettismo va creato e allenato. Il senso di appartenenza di un lavoratore alla sua azienda, e al suo compito, sorgono anche dalla qualità complessiva percepita della sua vita lavorativa. E così torniamo all’inizio dell’articolo: le esigenze secondarie, non direttamente dipendenti dal contratto lavorativo. Guardando al rapporto tra sé e il lavoro che ciascuno di noi fa, è di notevole importanza l’aspetto dell’apprendimento. Quanto imparo tutti i giorni? Sto migliorando rispetto all’inizio? Ho delle competenze in più, che potrei utilizzare, eventualmente, nel mercato del lavoro? 

    È evidente che sia proprio l’imprenditore a non voler sviluppare questi discorsi. Al management interessa che i dipendenti sappiano, o al massimo sappiano fare, lo stretto necessario. Ma pretendere che un dipendente sappia cambiare ruolo, mansione, rapporti dialettici e via dicendo, in base alla situazione, presuppone che abbia una buona consapevolezza di sé come esperto di un certo settore. 

    Così dobbiamo aprire ad un nuovo tipo di prospettiva: il soggetto al lavoro deve essere soddisfatto anzitutto di quello che sta diventando, ogni giorno, nel compiere il suo lavoro. Questa è una delle esigenze di chi trascorre molto tempo in un contesto lavorativo. Presenti anche quando il datore di lavoro si sforza di non vedere o riconoscere. 

  • Don Bosco: quale lezione per il presente?

    Don Bosco: quale lezione per il presente?

    Don Bosco è fonte inesauribile di insegnamenti, per chi si occupa di disagio giovanile. La sua vicenda umana, spirituale, e potremmo dire anche professionale, si svolge in Piemonte nel corso dell’Ottocento, ma offre una lezione universale, ancora oggi incredibilmente attuale. Padre e Maestro della gioventù, Don Bosco si è occupato soprattutto di ragazzi emarginati, “difficili”, diremmo oggi, attirandosi, per questo, il dispetto di tanti potenti dell’epoca. Il sistema educativo da lui promosso, basato sull’amorevolezza, e oggi diffuso in tutto il mondo, ci consente di fare delle valutazioni molto interessanti sul malessere nell’adolescenza e sulla devianza. In larga parte Don Bosco aveva ragione, motivo per cui conviene guardare con interesse alla sua esperienza. Nelle righe che seguono, proveremo a capire perché. 

    Disagio di ieri, disagio di oggi

    In una celebre disputa con Michele Cavour, (il padre di Camillo, primo presidente del Consiglio italiano) che, come capo della polizia gli ordinava di mandare a casa quei ragazzi pericolosi, il santo di Castelnuovo faceva notare come, grazie a lui, essi avessero ridotto le loro condotte delinquenziali. Il disagio giovanile, in altre parole, secondo Don Bosco, ha origini multi fattoriali e multi dimensionali, e non è definibile in termini di buoni e cattivi, come potrebbero credere i più. 

    Nel celebre libro Cuore, ad esempio, uscito più o meno in quegli anni, Edmondo De Amicis disegna la figura di Franti, un ragazzo cattivo senza una precisa ragione. Don Bosco, al contrario, evidenzia che il disagio giovanile può avere un’origine legata all’istruzione, come nel caso della disoccupazione cronica; Può avere origine socio educativa, come certa devianza, legata a piccoli reati di strada; Oppure può anche avere un’origine psichica, o psicosociale, come la tossicodipendenza, (ma anche i disturbi alimentari, e così via.). Non raramente, poi, questi aspetti si legano e mescolano in vario modo. Per questo la sua azione è volta anzitutto ad attrarre, a fornire ai giovani un contesto accogliente, facilitante, talvolta confidenziale. Poi, solo successivamente, si vedrà di cosa ha bisogno ciascuno, ossia si valuterà quale vuoto deve essere colmato per primo. 

    Anche oggi, pensiamo alla generazione Z, ma non solo, il disagio è multi fattoriale. Gli analisti più esuberanti credono di sapere in cosa consista, e propongono ricette facili, dirette, semplicistiche. Tuttavia, come vediamo continuamente, sono ricette sbagliate, non in grado di cogliere l’essenza del problema, che invece peggiora di giorno in giorno. Lo scivolamento del mondo Occidentale verso la catastrofe, la fine del capitalismo come fonte di benessere diffuso, la dissoluzione della verità operata dai social network, l’Intelligenza Artificiale, solo per citare alcuni dei nodi problematici del nostro tempo. Don Bosco sembra dirci questo: attirate i giovani, ma non date subito risposte, perché dareste le vostre. Fatevi prima dire per quale motivo si sono persi. Come non essere d’accordo? 

    Per aiutare: non giudicare.

    L’altro caposaldo della lezione di Don Bosco, per chi fa una professione di aiuto, specie nell’ambito della psicopatologia legata alla devianza, è quello che Egli chiama lo sguardo amorevole. Non lontano, in questo, dall’opera dello psicoanalista ungherese Sandor Ferenczi, il santo dei giovani ci insegna ad avvicinare i ragazzi difficili con simpatia e lealtà, sospendendo il giudizio sul loro passato. 

    Se l’obiettivo più grande è raggiungere chi si sente abbandonato, l’atteggiamento non può essere giudicante. Ciascuno, secondo Don Bosco, ha delle peculiarità e delle capacità. Al suo tempo poteva essere fare il giocoliere al baraccone, suonare il tamburo nella banda, o cantare a squarciagola. Oggi può essere interpretare Massimo Troisi in una pièce teatrale, o fare una mostra di disegni, e così via. Sta di fatto che tutti hanno un lato positivo, un talento, su questo possiamo concordare con il salesiano. Si tratta di individuarlo, e andando incontro a questi ragazzi con entusiasmo e simpatia, e aiutarli così a rafforzare la loro immagine di sé.  

    Per l’epoca, non c’è dubbio, la posizione di Don Bosco era altamente innovativa. Proviamo a rileggerla secondo le nostre esigenze attuali. Ci stupirà, per quanto potrà esserci d’aiuto.  

  • “Adesso ve lo buco, sto pallone”. Gli italiani e la fine del calcio come cultura popolare.

    “Adesso ve lo buco, sto pallone”. Gli italiani e la fine del calcio come cultura popolare.

    In Italia c’è stato il tempo del ciclismo, (Bartali, Coppi, Moser) , c’è stato il tempo del calcio, (Gigi Riva, Boninsegna, Paolo Rossi), e oggi c’è un tempo completamente nuovo: del tennis, dello sci, e di altri sport dapprima meno popolari. La mancata qualificazione a tre consecutivi mondiali di calcio, ci autorizza a fare riflessioni sul nostro modo di vivere l’impegno e lo spirito di gruppo. Dobbiamo rassegnarci ad estati senza nazionale italiana? Forse sì, ma proviamo a capire perché. 

    Un uomo solo è al comando

    Le passioni cambiano, lo sappiamo bene. Da bambini amavamo quel cartone animato, che a quattordici anni avremmo persino rinnegato, se ce ne fosse stato bisogno, davanti agli amici di scuola. Da adolescenti avevamo dei cantanti preferiti, che, però, abbiamo dimenticato abbastanza in fretta, davanti alle traversie della prima età adulta. E poi abbiamo collezionato film, libri, autografi, di artisti che oggi stenteremmo a riconoscere, se li incontrassimo per strada. Per le passioni collettive, vale lo stesso principio. Ci sono tendenze che si accordano ad alcune fasi storiche, ma che risultano fuori tempo in epoche successive. 

    Come italiani, abbiamo avuto gli anni della bicicletta. Il dopoguerra, i film neorealisti, la gioia di muoversi in libertà. A Torino, negli anni Cinquanta, c’era chi faceva chilometri in bici, per raggiungere il posto di lavoro. Il rapporto con la bicicletta ha pervaso la nostra cultura profonda, e in effetti, per decenni, il ciclismo è stato sport seguitissimo, fucina di miti popolari, come Gino Bartali e Fausto Coppi.

    Campioni del mondo

    Poi c’è stata l’ascesa del calcio. Se il ciclismo era fatica, pericolo, anonimato, il calcio, sin da subito, è stato per molti il sogno del benessere, oltreché della notorietà. Dapprima, era un fatto di stadio alla domenica. Il tram nella nebbia per San Siro, i mignon di liquori nel borsello, la Gazzetta e il catenaccio di Gianni Brera. Ma poi la nazionale ha cominciato a vincere, di pari passo con le squadre di club, e il calcio si è fatto sempre più fenomeno di costume. Si è spostato sui banchi di scuola, nelle discussioni in ufficio, e soprattutto nelle strade, al parco, in spiaggia. Tutti giocavano a calcio, in qualunque momento della giornata, persino aspettando l’autobus. La frase più sentita, dalla mia generazione, era una velata minaccia che riguardava il pallone. La pronunciava un anziano, o la mamma di un neonato, che restituivano la palla finita sul loro balcone, sull’auto, o sulla stuoia. Ringhiavano che quella sarebbe stata l’ultima volta: “Adesso ve lo buco, sto pallone!” E aggiungevano: “Andate a giocare da un’altra parte.” Ecco, non siamo andati da un’altra parte, abbiamo cambiato gioco. Altri sport hanno superato il calcio, hanno più appeal, come a suo tempo il calcio affascinava più del ciclismo.   

    La nazionale non si è più qualificata alla fase finale di un mondiale, probabilmente anche perché il calcio non rispecchia più le esigenze profonde del popolo italiano. Una linea di tendenza che vedo chiaramente, nel mio lavoro quotidiano, è lo spostamento della fatica, da un piano di gruppo, ad un piano individuale. Alcuni sostengono che la retorica del sacrificio sia superata, e che gli italiani non vogliano più faticare per raggiungere degli obiettivi, specie se vaghi o troppo lontani nel tempo. Non credo, ho l’impressione che l’abnegazione, l’impegno, la rinuncia, ci siano ancora, ma siano declinati soprattutto al presente singolare. Fare un video su Instagram richiede ore di lavoro, talvolta giorni, ma la gratificazione è tutta personale, non va condivisa con altri. 

    Cinque sostituzioni 

    Il calcio di oggi prevede tanta preparazione fisica (fatica), alta velocità di azione (stare poco al centro della scena), e, soprattutto, di essere buttati via appena non si è abbastanza utili (cinque sostituzioni). Solo a me pare uno sport invecchiato, superato, fuori dal tempo? In molti casi, inoltre, la vera star di una squadra di calcio è l’allenatore, che guadagna cifre spropositate, e che prende su di sé i meriti dei successi, scaricando sugli altri la colpa delle sconfitte. Tutto questo in un’epoca in cui le esigenze del mercato, e della pubblicità, ci hanno trasformati in individualisti egocentrici. Risultato finale? Il calcio non è più un’urgenza delle attuali generazioni. 

    Molto probabilmente ci sono altri sport, in grado di esprimere meglio le inclinazioni e le esigenze di oggi. Ad esempio il tennis, (ma anche lo sci, e via dicendo). Il tennis prevede la partecipazione ad una gara per intero, non si viene sostituiti. Richiede una buona preparazione fisica, ma non è solo sudore e velocità. E poi consente di usare la propria componete fantasiosa e creativa, cosa ormai totalmente sradicata dal calcio. Inoltre, e credetemi, non è cosa da poco, quando un tennista vince, è sempre per merito suo, mai del Mister che ha dato i numeri in conferenza stampa. E quando perde, non è mai per colpa dell’arbitro. 

    L’Italia fuori dai mondiali di calcio decreta il declino di uno sport, ma anche il cambiamento di una collettività. Che rifiuta di adeguarsi all’individualismo soltanto per motivi commerciali, ma che sogna di esprimersi liberamente, senza censure, almeno nella pratica sportiva, e nello svago. Alla fine ce l’hanno bucato, quel pallone. L’avevano detto. 

  • Sognare pazienti nelle professioni sanitarie: burnout o compassione?

    Sognare pazienti nelle professioni sanitarie: burnout o compassione?

    Sognare i pazienti, per chi fa una professione d’aiuto, è fenomeno decisamente comune. Questo tipo di attività onirica non è necessariamente sintomo di malessere, o sovraccarico di lavoro, ma va analizzata, soprattutto se ricorrente, o se le sensazioni al risveglio sono molto negative.

    Terapia e pallottole 

    In un film del 1999, Terapia e pallottole, un boss mafioso, interpretato da Robert De Niro, va in terapia dallo psicoterapeuta Billy Crystal. La pellicola resta sul piano della commedia leggera, fino a quando il professionista non ha un sogno, molto interessante dal punto di vista cinematografico, ma ancora di più da quello psicoanalitico. Il sogno, infatti, riguarda la famosa scena di un altro capolavoro del cinema, Il Padrino, ma in cui i ruoli vengono spostati e invertiti. La scena è quella dell’attentato a Marlon Brando, quando esce dall’auto per comprare della frutta ad una bancarella sulla strada. Nel sogno, però, lo psicologo è Don Vito, e Robert De Niro è suo figlio, il quale, per goffaggine, non riesce a difendere il padre nella sparatoria. Nello svolgimento del film, questo sogno è molto importante, perché aiuta lo psicologo a capire che il paziente ha un trauma infantile irrisolto, legato proprio all’omicidio di suo padre, quando era bambino. 

    Anche nella vita vera, per tornare a noi, i sanitari hanno sogni riguardanti i loro pazienti. Talvolta sono dirette costruzioni della psiche degli assistiti, come nel film di cui abbiamo detto, talvolta originano dal passato del curante, ed è il motivo per cui non riguardano tutti i pazienti, indiscriminatamente, ma soggetti specifici, con un passato particolare, o con un determinato stile di personalità. 

    Partecipazione emotiva

    Nel lavoro di aiuto, la reazione emotiva è una componente centrale della dinamica clinica. Non tutte le persone che incontriamo nella nostra vita quotidiana possono esserci ugualmente simpatiche, e non a tutti possiamo andare a genio allo stesso modo. Tuttavia, si suppone che, se abbiamo scelto una professione di aiuto, sia perché amiamo stare a contatto con i pazienti, con le loro difficoltà, e farci carico del loro malessere.

    In alcuni casi, tuttavia, la simpatia o l’antipatia sono troppo forti, e rischiano di sfuggirci di mano. Sono i casi in cui qualcuno si innamora, o stringe amicizia con un paziente, o in cui, al contrario, ci entra in simmetria, e litiga furiosamente. Come nel film di Robert De Niro, però, dobbiamo ricordare che la partecipazione affettiva del paziente non è mai rivolta a noi come persona, ma come figura di riferimento. Così, anche una reazione spropositata da parte del sanitario, non è mai diretta a quell’individuo in sé (del resto lo conosciamo anche poco), ma riguarda suoi tratti di personalità, o modalità relazionali, che evidentemente scatenano in noi vissuti profondi. 

    Il sogno è un’attività involontaria che non possiamo controllare, ma che possiamo, al più, analizzare. Soprattutto, possiamo indagare, e interpretare, lo specifico quadro emotivo che abbiamo al risveglio da un sogno. In effetti, quando abbiamo sogni che riguardano, anche in senso lato, un paziente e la sua storia, non si tratta mai di esperienze generalizzate, ma di casi che definiscono sempre qualcosa di chiaro. La pratica clinica ci mostra che, ad esempio, se siamo particolarmente infastiditi da pazienti con tratti narcisistici (oggi vanno di gran moda), difficilmente lo siamo anche da pazienti con tratti depressivi, o con tratti psicotici, e così via. Questo significherà ben qualcosa. Quando questi aspetti entrano nei nostri sogni, al punto da farci svegliare con ansia, irritazione o disgusto, probabilmente dobbiamo fermarci a riflettere. 

    Colpa

    Da una mini ricerca su un campione di clinici, ho osservato che uno dei vissuti più diffusi, al risveglio da sogni che riguardino pazienti, è quello della colpa. Alcuni individui riescono a entrare nella nostra psiche talmente in profondità, da scatenare la colpa per non averli aiutati a sufficienza. Ora, va detto che, nella nostra cultura cristiana/platonico-cartesiana, la colpa è legata direttamente al concetto di responsabilità, infatti è sempre bene separare la colpa reattiva dalla colpa persecutoria. Tuttavia andrebbe analizzato il rapporto tra la nostra tendenza a sentirci in colpa (oggi siamo più sensibili, e abbiamo sensazioni di colpa per aver trascurato l’ambiente, per non aver aiutato le minoranze, e così via…), e la tendenza a esperire altri tipi di reazioni emotive, ad esempio a sentirci svalutati, o adulati. 

    Laddove il paziente svalutante, o quello adulante, non riesce a metterci in crisi, quanto quello che ci suscita colpa, potremmo essere di fronte ad un corto circuito mentale. La sua accusa, in altre parole, per quanto velata, potrebbe riecheggiare una qualche altra forma di accusa, che la nostra mente avanza a noi stessi.  

  • Adozione: colpa e distruttività

    Adozione: colpa e distruttività

    Molti ragazzi adottati sono un enigma per le loro famiglie. Le difficoltà comunicative dipendono in larga parte da un malinteso di base, ossia che l’adozione sia – a priori – una grande fortuna, per la quale gli adottati dovrebbero essere grati. La cosa é certamente vera, ma questi individui sono spesso troppo sofferenti per poterlo ammettere (anzitutto a sé stessi), e soprattutto troppo in colpa verso la famiglia naturale, per poter amare senza riserve i genitori adottivi

    Mi Tierra

    Il senso di colpa, nel bambino adottato, è quanto di più indicibile, e, al contempo, divisivo, possa esserci, all’interno dei nuovi equilibri familiari. La psicoanalisi ci ha mostrato come gran parte della nostra crescita come individui avvenga attraverso un’identificazione inconsapevole con i genitori (o i care giver), ossia con i loro sogni, desideri, passioni ecc… . Ed è così, per esempio, che ciascuno di noi tifa per una squadra di calcio, o ama un certo artista, forse proprio perché ne ha sentito parlare in casa da bambino. Questa dinamica è presente un po’ in tutti noi, non c’è da stupirsi, e in genere dura fino a quando, con l’adolescenza, non diventino più importanti i gusti, e le opinioni, del gruppo di pari. Anche il bambino adottato è pervaso dei sogni, delle ambizioni, dei desideri della sua famiglia naturale, (o che suppone siano), per questo fatica ad acquisire quelli della nuova famiglia. Ma c’è di più. Dal momento in cui viene accolto in un contesto, che, per esempio, è più ricco, o ha un’istruzione più alta, non raramente nel suo profondo comincia a covare un certo senso di colpa. Il bambino si ripete domande del tipo: “Ma davvero me lo merito?”, “Non avrei dovuto restare, e aiutare i miei familiari?”. Oppure può cominciare a intraprendere condotte fortemente in contrasto con i valori della famiglia adottiva, ma comunque consonanti con quelli dei genitori naturali. 

    Un esempio concreto è quello dei tanti bambini provenienti dall’Europa dell’est, dal sud America o dall’estremo oriente. In Italia sono stati accolti da famiglie amorevoli, animate da valori positivi, ma, verosimilmente, valori in contrasto con quelli delle famiglie di provenienza. E infatti non è raro sentire storie di ragazzi che mantengono un legame viscerale con il loro passato, un legame nutrito proprio dal senso di colpa per avere accettato le lusinghe di una vita più agevole, e di aver abbandonato chi stava peggio. Per questo senso di colpa, come dicevamo, la famiglia adottante non è minimamente preparata. È semplicemente inimmaginabile – anzi – che un bambino possa avere delle remore a lasciare una situazione di svantaggio per una migliore. Ed è per questo, invece, che tutta la sofferenza causata da questo cortocircuito resta solitamente inespressa, non accolta. 

    Laddove i bambini non sanno nulla dei loro genitori naturali, poi, in realtà sentono, percepiscono, dal clima che li circonda, un certo pregiudizio, una specie di pretesa superiorità. Ecco, quindi, che alcuni possano covare nel profondo una specie di identificazione con quella cultura, quei valori, a scapito di quelli proposti dai nuovi genitori. 

    Distruggere: una missione 

    Una reazione al senso di colpa può essere il rigetto. La polemica aperta, le condotte in contrasto con i valori degli adottanti, la strenua difesa del diritto a “farmi una mia vita, perché voi non mi capite”, sfociano, talvolta, in una tendenza a fagocitare e distruggere. Autolesionismo, tossicodipendenza, aggressività verbale e fisica, sono alcune delle modalità in cui si può declinare una tendenza a sminuire, denigrare, danneggiare, rompere. Se il bambino adottato sente colpa per aver lasciato i Suoi, il nuovo papà non sarà mai abbastanza bravo, la nuova mamma non sarà mai sufficientemente buona, la nuova casa mai realmente accogliente. 

    E così nascono piccoli/grandi sabotaggi. Polemiche, dispetti, furti in casa: tutto quello che, in qualche modo, può svilire, allontanare, desacralizzare. Distruggere, potremmo dire, diventa quasi una missione, il cui scopo è condurre l’adozione al punto più basso possibile. Ossia a quel punto in cui le due parti, esauste, arriveranno, prima o poi, a dire: “ma chi ce l’ha fatto fare?”. 

  • Hikikomori

    Hikikomori

    Hikikomori è una modalità comportamentale prolungata di ritiro dalla vita sociale, dalle attività lavorative o scolastiche, dalle relazioni. Il termine indica tanto il comportamento, quanto gli individui che lo compiono. Inizialmente osservato in Giappone, come una forma di opposizione alla cultura nipponica tradizionale, estremamente competitiva, Hikikomori non definisce necessariamente una patologia psichiatrica: per questo è utile conoscerne le basi psichiche, al fine di porre delle contromisure più che al suo insorgere, al suo cronicizzarsi. 

    Giappone anni Ottanta  

    Verso la fine degli anni Ottanta, in Giappone, gli esperti di comportamenti giovanili hanno cominciato a osservare una forma di rifiuto della cultura classica basata sulla competizione (scuola, tecnologia, arti marziali). I giovani si chiudevano volontariamente in casa per lunghi periodi di tempo, e si dedicavano a passatempi di varia natura, quali i videogame, i fumetti manga, la meditazione. In alcuni casi il ritiro appariva particolarmente problematico: includeva, infatti, abbandono scolastico, uscita da relazioni affettive o amicali, e persino di rifiuto di intrattenere rapporti con i familiari. A questa modalità comportamentale, i giapponesi diedero nome Hikikomori, da “hiku” (tirare), e “komoru” (chiudersi, ritirarsi).

    Approfondendo, con gli anni, l’indagine del fenomeno, si è poi notato che Hikikomori non era un comportamento unicamente giapponese, ma se ne trovavano varianti anche negli Stati Uniti e in Europa occidentale. Di conseguenza, possiamo fare una prima distinzione, e dire che se la polemica contro la tradizione, (tipica di molti adolescenti), è trasversale rispetto ai Paesi d’origine, allora dobbiamo separare i comportamenti patologici da quelli più tipicamente culturali/adolescenziali. Ossia, non tutte le condotte Hikikomori sono patologiche. 

    Gli adolescenti hanno le stesse emozioni e le stesse reazioni di tutti gli altri individui, ma amplificate per elevazione a potenza. Il rifiuto della “legge dei padri” è un passaggio tipico, e a volte molto duro, dell’adolescenza. Per individuarsi, un giovane deve anzitutto abbandonare le indicazioni che riceve dagli altri, se  vuole trovare da sé la propria strada. Così, trascorrere del tempo in casa negandosi agli amici e giocando ai videogame, è cosa talmente diffusa che non basta a definire un periodo di disagio. Quando, invece, il ritiro diventa sostanziale, riguarda tutte le sfere della vita sociale e affettiva, e intacca persino il rapporto con la famiglia, possiamo cominciare a parlare di comportamento Hikikomori patologico. 

    Adolescenti: dal conflitto al disaccordo

    Certa filosofia elegge il conflitto a origine di ogni cosa. Alcuni arrivano persino a incoraggiare il conflitto, in nome di una insopprimibile spinta a trovare il proprio posto nel mondo. Tuttavia, l’attuale situazione internazionale ci mostra i limiti di tale approccio all’esistenza. Continuando ad aprire conflitti dialettici con gli altri, in nome del mio diritto ad essere riconosciuto, corro il rischio di trovare qualcuno più testardo di me. Per questo direi che dobbiamo fare i conti con il “disaccordo”, piuttosto che con il “conflitto”. 

    Andare d’accordo con tutti non è immaginabile. Il disaccordo è parte integrante della relazione con gli altri, pensiamo, per fare un esempio, alla vita di coppia. Aprire conflitti su qualunque questione, significa andare alla regola del più forte, e in coppia, dove potrebbero mancare testimoni, non è una buona soluzione. Al contrario, sarebbe più funzionale accettare l’esistenza del disaccordo, e trovare la forza di starci dentro. 

    Nel lavoro con gli adolescenti, vedo sovente la difficoltà di raccontarsi il disaccordo. Molti ragazzi sentono di avere ragione, come se la ragione fosse un loro diritto inalienabile, e rifiutano il confronto, ad ogni livello. Concepiscono unicamente lo scontro. Lo vediamo anche nel rapporto con le istituzioni statali o religiose. Un cittadino, per capirci, può fare parte di uno Stato, o un fedele può fare parte di una confessione religiosa, pur non approvando alcuni aspetti della loro struttura organizzativa. Invece vediamo la tendenza (non solo giovanile, per la verità, ma come detto per gli adolescenti questi aspetti assumono dimensioni più eclatanti), a considerare come tutto negativo ciò che non piace, e a espellerlo dalla propria vita, o a considerarlo come un nemico giurato. Così i giovani (ma non solo) non votano più, perché “la politica non mi piace”, non vanno in chiesa perché “questa Chiesa a me non piace”, e così via. Non sono in grado di comunicare il disaccordo, o, una volta comunicato, di sostenerlo come un dato di fatto. L’unico dato di fatto che sono in grado di concepire è avere ragione, l’alternativa ad avere ragione, è il conflitto. 

    Convincere, conquistare, sedurre.

    L’Hikikomori è un ragazzo che rifiuta di comunicare, o sostenere, il disaccordo con chi lo circonda, e si chiude in un mondo autoreferenziale di cui è il sovrano assoluto. Posto che, nei casi più gravi, questa condizione si associa a forme di sofferenza psichiatrica più profonde, resta comunque la difficoltà a sostenere un dialogo paritario con chi non viene sentito consonante. La diffidenza verso la relazione da parte dell’Hikikomori, e che lo porta all’isolamento, muove dalla sfiducia di vedere riconosciute le sue istanze, o di poterle comunque ottenere. Se vogliamo, Hikikomori è il superamento del conflitto attraverso un conflitto ancora più grande, quello dell’uscita di scena. Per certi versi mi fa pensare al Ghosting, la pratica di scomparire quando si vuole chiudere una relazione, anziché comunicarlo chiaramente. 

    Quale può essere, quindi, l’antidoto all’isolamento? Questi ragazzi devono recuperare la capacità di stare nel disaccordo, e capire che quello che non c’è, può essere raggiunto. Convincere, conquistare, sedurre, detto in sintesi. Nel mondo sempre più individualista, la sfiducia verso l’altro diventa cecità: se esisto solo io, non posso vedere altri che me. Se l’altro, al contrario, è per me di una qualche importanza, e soprattutto se io ritengo di avere una qualche qualità, una qualche forma di intelligenza, dovrò anche essere in grado di raggiungere ciò che non è direttamente disponibile. Nello sport, ad esempio, vediamo continuamente grandi professionisti aumentare le loro prestazioni di giorno in giorno. Non soltanto in termini fisici, ma anche nel senso della capacità strategica, della programmazione, e così via. I risultati non immediatamente disponibili, si possono raggiungere. 

    La tendenza, e ripeto un concetto già espresso, al di là del comportamento strettamente Hikikomori, è quella del rifiuto della competizione, in nome di un supposto diritto a vedersi riconosciuti a priori. Questo, per la maggior parte degli esseri umani non è possibile. Se non ci si vuole chiudere ad ogni forma di relazione, conviene mettere alla prova le proprie qualità, e provare a conquistare  anche quei risultati che vorremmo dare per scontati.   

  • Come maneggiare l’Intelligenza Artificiale?

    Come maneggiare l’Intelligenza Artificiale?

    L’Intelligenza Artificiale non stira le camicie (per ora). Elon Musk, in verità, ha già messo in commercio un robot umanoide che fa i lavori di casa, una specie di Caterina, l’assistente che Rossano Brazzi consigliava ad Alberto Sordi, in un vecchio film nostrano. Pare, tuttavia, che, per fortuna, il robot di Musk sia ancora un po’ lento, rigido, nonché alle prime armi. In ogni caso ci andrà del tempo, e, per semplificare, diciamo, appunto, che l’Intelligenza Artificiale non stira le camicie. Per tutto il resto, invece, dobbiamo farcene una ragione. Dallo shopping al marketing, dalla sanità all’istruzione, dalla finanza al giornalismo, quest’ultimo sviluppo dell’informatica pare in grado di soppiantare qualunque attività umana, specie le più evolute intellettivamente. In Albania è apparsa, addirittura, per fare un esempio, una ministra del governo interamente digitale. 

    Aristotele, Cartesio, Musk

    Dobbiamo, a questo punto, trovare una chiave di lettura, una strategia, in grado di farci interagire serenamente con tutta questa tecnologia. Per cominciare direi che, anche in questo caso, vale il discorso già fatto in precedenza per la cultura di coppia, o per il rapporto con l’arte: le categorie umanistiche a cui siamo abituati devono essere riviste, rivisitate, perché non sono più adeguate al mondo in cui ci muoviamo. Questo se non vogliamo trovarci, un bel giorno, ad un tavolo dove tutti giocano a Poker, ma in cui conosciamo solo le regole della Scopa. 

    Quando nel Seicento la scienza aristotelica, contemplativa, crollò, aprendo la strada al metodo scientifico sperimentale, che utilizziamo ancora oggi, non fu soltanto merito di Cartesio, Newton e Galileo. Questi ebbero la capacità di condensare, in semplici assiomi, un clima culturale che andava maturando ovunque già da un po’. La meccanica, ad esempio, si stava sviluppando a grande velocità, e quindi anche il rapporto che i tecnici avevano con quei nuovi aggeggi favoriva il nuovo clima culturale. L’Intelligenza Artificiale, oggi, è un dato di fatto, e con il passare del tempo non è immaginabile che il suo utilizzo possa regredire. Occorre quindi guardarla da vicino, e capire come maneggiarla, senza esserne manipolati. 

    Coscienza/incoscienza

    Alcuni aspetti da cui possiamo partire sono quelli della dicotomia coscienza/incoscienza e dal concetto di intenzionalità. Quando la psicoanalisi ha fatto la sua comparsa a inizio Novecento, l’elemento che più ha scosso la comunità scientifica è stata la scoperta dell’inconscio. Per i positivisti del tempo, infatti, pensare che ci fosse qualcosa dentro di noi, di cui ci sfuggisse il controllo, era decisamente inquietante. Ognuno di noi possiede una coscienza critica. Si tratta di una consapevolezza di sé, ma anche una cognizione dei propri processi mentali. E difatti ognuno di noi ha anche una certa quantità di pensieri inconsci, non direttamente accessibili, ma comunque recuperabili. Lo stesso, ma solo in parte, possiamo dire per gli animali. Noi non sappiamo se un cane, per esempio, o un gatto, abbiano una coscienza di sé, ossia se sappiano di essere cane, o gatto, né se siano consapevoli di avere dei diritti, se credano nella democrazia, o cose di questo tipo. Tuttavia siamo abbastanza certi che abbiano dei processi mentali, e che probabilmente abbiano anche una forma di inconscio. A tutti, ad esempio, è capitato di vedere cani o gatti spaventarsi quando prendiamo una scopa, anche se non abbiamo mai fatto loro del male. Ciò significa che, in seguito a qualche evento spiacevole, hanno registrato lo stimolo scopa come un pericolo alla loro incolumità. 

    Ora, tutta questa discussione sulla coscienza di sé, e sulla presenza di pensieri inconsci, non si può trasferire sull’IA. Per quanto possa sembrare, l’Intelligenza Artificiale non sa cosa stia facendo, anche se ci risponde con cortesia, o mostrando soddisfazione per ciò che ci restituisce. Questo si può evincere dal tipo di errori che commette, quando, poniamo, scrive un testo sotto comando, fa un disegno, o compone una melodia. Notiamo facilmente che non riesce a dare il senso che avremmo voluto, o il contenuto emotivo, e questo proprio perché, in realtà, non ha una coscienza di sé, né un’esperienza passata cui attingere, né una componente inconscia. 

    Intenzionalità

    Il discorso sulla consapevolezza ci accompagna ad un’altra riflessione, stavolta relativa all’intenzionalità. Nel film 2001: Odissea nello spazio, di Stanley Kubrick, il computer di bordo dell’astronave Discovery, il famigerato Hal 9000, è il prototipo di Intelligenza Artificiale dotato di intenzionalità. Esso tesse le trame di ciò che succede durante il viaggio, comprese le dinamiche tra gli astronauti, arrivando a mettere a repentaglio la sicurezza dell’equipaggio, nonché la sua. Ora, questa intenzionalità manca del tutto nell’attuale Intelligenza Artificiale, e dobbiamo assolutamente tenerne conto. Questo perché l’elaborazione dei dati è un processo fine a se stesso se manca una logica di utilizzo, di questi dati. E l’IA non può averla, a meno che non gliel’abbia fornita qualcuno in precedenza. 

    Ecco dunque che una strategia per prendere le distanze dall’Intelligenza Artificiale generativa, o per maneggiarla, se vogliamo, può essere quella di valutare la presenza o meno di coscienza, o di intenzione. Se queste dovessero effettivamente apparirci presenti, potremmo pensare di essere all’interno di una relazione, in cui dall’altra parte non c’è la macchina, ma chi l’ha progettata.