Categoria: Psicoterapia

  • Hikikomori

    Hikikomori

    Hikikomori è una modalità comportamentale prolungata di ritiro dalla vita sociale, dalle attività lavorative o scolastiche, dalle relazioni. Il termine indica tanto il comportamento, quanto gli individui che lo compiono. Inizialmente osservato in Giappone, come una forma di opposizione alla cultura nipponica tradizionale, estremamente competitiva, Hikikomori non definisce necessariamente una patologia psichiatrica: per questo è utile conoscerne le basi psichiche, al fine di porre delle contromisure più che al suo insorgere, al suo cronicizzarsi. 

    Giappone anni Ottanta  

    Verso la fine degli anni Ottanta, in Giappone, gli esperti di comportamenti giovanili hanno cominciato a osservare una forma di rifiuto della cultura classica basata sulla competizione (scuola, tecnologia, arti marziali). I giovani si chiudevano volontariamente in casa per lunghi periodi di tempo, e si dedicavano a passatempi di varia natura, quali i videogame, i fumetti manga, la meditazione. In alcuni casi il ritiro appariva particolarmente problematico: includeva, infatti, abbandono scolastico, uscita da relazioni affettive o amicali, e persino di rifiuto di intrattenere rapporti con i familiari. A questa modalità comportamentale, i giapponesi diedero nome Hikikomori, da “hiku” (tirare), e “komoru” (chiudersi, ritirarsi).

    Approfondendo, con gli anni, l’indagine del fenomeno, si è poi notato che Hikikomori non era un comportamento unicamente giapponese, ma se ne trovavano varianti anche negli Stati Uniti e in Europa occidentale. Di conseguenza, possiamo fare una prima distinzione, e dire che se la polemica contro la tradizione, (tipica di molti adolescenti), è trasversale rispetto ai Paesi d’origine, allora dobbiamo separare i comportamenti patologici da quelli più tipicamente culturali/adolescenziali. Ossia, non tutte le condotte Hikikomori sono patologiche. 

    Gli adolescenti hanno le stesse emozioni e le stesse reazioni di tutti gli altri individui, ma amplificate per elevazione a potenza. Il rifiuto della “legge dei padri” è un passaggio tipico, e a volte molto duro, dell’adolescenza. Per individuarsi, un giovane deve anzitutto abbandonare le indicazioni che riceve dagli altri, se  vuole trovare da sé la propria strada. Così, trascorrere del tempo in casa negandosi agli amici e giocando ai videogame, è cosa talmente diffusa che non basta a definire un periodo di disagio. Quando, invece, il ritiro diventa sostanziale, riguarda tutte le sfere della vita sociale e affettiva, e intacca persino il rapporto con la famiglia, possiamo cominciare a parlare di comportamento Hikikomori patologico. 

    Adolescenti: dal conflitto al disaccordo

    Certa filosofia elegge il conflitto a origine di ogni cosa. Alcuni arrivano persino a incoraggiare il conflitto, in nome di una insopprimibile spinta a trovare il proprio posto nel mondo. Tuttavia, l’attuale situazione internazionale ci mostra i limiti di tale approccio all’esistenza. Continuando ad aprire conflitti dialettici con gli altri, in nome del mio diritto ad essere riconosciuto, corro il rischio di trovare qualcuno più testardo di me. Per questo direi che dobbiamo fare i conti con il “disaccordo”, piuttosto che con il “conflitto”. 

    Andare d’accordo con tutti non è immaginabile. Il disaccordo è parte integrante della relazione con gli altri, pensiamo, per fare un esempio, alla vita di coppia. Aprire conflitti su qualunque questione, significa andare alla regola del più forte, e in coppia, dove potrebbero mancare testimoni, non è una buona soluzione. Al contrario, sarebbe più funzionale accettare l’esistenza del disaccordo, e trovare la forza di starci dentro. 

    Nel lavoro con gli adolescenti, vedo sovente la difficoltà di raccontarsi il disaccordo. Molti ragazzi sentono di avere ragione, come se la ragione fosse un loro diritto inalienabile, e rifiutano il confronto, ad ogni livello. Concepiscono unicamente lo scontro. Lo vediamo anche nel rapporto con le istituzioni statali o religiose. Un cittadino, per capirci, può fare parte di uno Stato, o un fedele può fare parte di una confessione religiosa, pur non approvando alcuni aspetti della loro struttura organizzativa. Invece vediamo la tendenza (non solo giovanile, per la verità, ma come detto per gli adolescenti questi aspetti assumono dimensioni più eclatanti), a considerare come tutto negativo ciò che non piace, e a espellerlo dalla propria vita, o a considerarlo come un nemico giurato. Così i giovani (ma non solo) non votano più, perché “la politica non mi piace”, non vanno in chiesa perché “questa Chiesa a me non piace”, e così via. Non sono in grado di comunicare il disaccordo, o, una volta comunicato, di sostenerlo come un dato di fatto. L’unico dato di fatto che sono in grado di concepire è avere ragione, l’alternativa ad avere ragione, è il conflitto. 

    Convincere, conquistare, sedurre.

    L’Hikikomori è un ragazzo che rifiuta di comunicare, o sostenere, il disaccordo con chi lo circonda, e si chiude in un mondo autoreferenziale di cui è il sovrano assoluto. Posto che, nei casi più gravi, questa condizione si associa a forme di sofferenza psichiatrica più profonde, resta comunque la difficoltà a sostenere un dialogo paritario con chi non viene sentito consonante. La diffidenza verso la relazione da parte dell’Hikikomori, e che lo porta all’isolamento, muove dalla sfiducia di vedere riconosciute le sue istanze, o di poterle comunque ottenere. Se vogliamo, Hikikomori è il superamento del conflitto attraverso un conflitto ancora più grande, quello dell’uscita di scena. Per certi versi mi fa pensare al Ghosting, la pratica di scomparire quando si vuole chiudere una relazione, anziché comunicarlo chiaramente. 

    Quale può essere, quindi, l’antidoto all’isolamento? Questi ragazzi devono recuperare la capacità di stare nel disaccordo, e capire che quello che non c’è, può essere raggiunto. Convincere, conquistare, sedurre, detto in sintesi. Nel mondo sempre più individualista, la sfiducia verso l’altro diventa cecità: se esisto solo io, non posso vedere altri che me. Se l’altro, al contrario, è per me di una qualche importanza, e soprattutto se io ritengo di avere una qualche qualità, una qualche forma di intelligenza, dovrò anche essere in grado di raggiungere ciò che non è direttamente disponibile. Nello sport, ad esempio, vediamo continuamente grandi professionisti aumentare le loro prestazioni di giorno in giorno. Non soltanto in termini fisici, ma anche nel senso della capacità strategica, della programmazione, e così via. I risultati non immediatamente disponibili, si possono raggiungere. 

    La tendenza, e ripeto un concetto già espresso, al di là del comportamento strettamente Hikikomori, è quella del rifiuto della competizione, in nome di un supposto diritto a vedersi riconosciuti a priori. Questo, per la maggior parte degli esseri umani non è possibile. Se non ci si vuole chiudere ad ogni forma di relazione, conviene mettere alla prova le proprie qualità, e provare a conquistare  anche quei risultati che vorremmo dare per scontati.   

  • Come maneggiare l’Intelligenza Artificiale?

    Come maneggiare l’Intelligenza Artificiale?

    L’Intelligenza Artificiale non stira le camicie (per ora). Elon Musk, in verità, ha già messo in commercio un robot umanoide che fa i lavori di casa, una specie di Caterina, l’assistente che Rossano Brazzi consigliava ad Alberto Sordi, in un vecchio film nostrano. Pare, tuttavia, che, per fortuna, il robot di Musk sia ancora un po’ lento, rigido, nonché alle prime armi. In ogni caso ci andrà del tempo, e, per semplificare, diciamo, appunto, che l’Intelligenza Artificiale non stira le camicie. Per tutto il resto, invece, dobbiamo farcene una ragione. Dallo shopping al marketing, dalla sanità all’istruzione, dalla finanza al giornalismo, quest’ultimo sviluppo dell’informatica pare in grado di soppiantare qualunque attività umana, specie le più evolute intellettivamente. In Albania è apparsa, addirittura, per fare un esempio, una ministra del governo interamente digitale. 

    Aristotele, Cartesio, Musk

    Dobbiamo, a questo punto, trovare una chiave di lettura, una strategia, in grado di farci interagire serenamente con tutta questa tecnologia. Per cominciare direi che, anche in questo caso, vale il discorso già fatto in precedenza per la cultura di coppia, o per il rapporto con l’arte: le categorie umanistiche a cui siamo abituati devono essere riviste, rivisitate, perché non sono più adeguate al mondo in cui ci muoviamo. Questo se non vogliamo trovarci, un bel giorno, ad un tavolo dove tutti giocano a Poker, ma in cui conosciamo solo le regole della Scopa. 

    Quando nel Seicento la scienza aristotelica, contemplativa, crollò, aprendo la strada al metodo scientifico sperimentale, che utilizziamo ancora oggi, non fu soltanto merito di Cartesio, Newton e Galileo. Questi ebbero la capacità di condensare, in semplici assiomi, un clima culturale che andava maturando ovunque già da un po’. La meccanica, ad esempio, si stava sviluppando a grande velocità, e quindi anche il rapporto che i tecnici avevano con quei nuovi aggeggi favoriva il nuovo clima culturale. L’Intelligenza Artificiale, oggi, è un dato di fatto, e con il passare del tempo non è immaginabile che il suo utilizzo possa regredire. Occorre quindi guardarla da vicino, e capire come maneggiarla, senza esserne manipolati. 

    Coscienza/incoscienza

    Alcuni aspetti da cui possiamo partire sono quelli della dicotomia coscienza/incoscienza e dal concetto di intenzionalità. Quando la psicoanalisi ha fatto la sua comparsa a inizio Novecento, l’elemento che più ha scosso la comunità scientifica è stata la scoperta dell’inconscio. Per i positivisti del tempo, infatti, pensare che ci fosse qualcosa dentro di noi, di cui ci sfuggisse il controllo, era decisamente inquietante. Ognuno di noi possiede una coscienza critica. Si tratta di una consapevolezza di sé, ma anche una cognizione dei propri processi mentali. E difatti ognuno di noi ha anche una certa quantità di pensieri inconsci, non direttamente accessibili, ma comunque recuperabili. Lo stesso, ma solo in parte, possiamo dire per gli animali. Noi non sappiamo se un cane, per esempio, o un gatto, abbiano una coscienza di sé, ossia se sappiano di essere cane, o gatto, né se siano consapevoli di avere dei diritti, se credano nella democrazia, o cose di questo tipo. Tuttavia siamo abbastanza certi che abbiano dei processi mentali, e che probabilmente abbiano anche una forma di inconscio. A tutti, ad esempio, è capitato di vedere cani o gatti spaventarsi quando prendiamo una scopa, anche se non abbiamo mai fatto loro del male. Ciò significa che, in seguito a qualche evento spiacevole, hanno registrato lo stimolo scopa come un pericolo alla loro incolumità. 

    Ora, tutta questa discussione sulla coscienza di sé, e sulla presenza di pensieri inconsci, non si può trasferire sull’IA. Per quanto possa sembrare, l’Intelligenza Artificiale non sa cosa stia facendo, anche se ci risponde con cortesia, o mostrando soddisfazione per ciò che ci restituisce. Questo si può evincere dal tipo di errori che commette, quando, poniamo, scrive un testo sotto comando, fa un disegno, o compone una melodia. Notiamo facilmente che non riesce a dare il senso che avremmo voluto, o il contenuto emotivo, e questo proprio perché, in realtà, non ha una coscienza di sé, né un’esperienza passata cui attingere, né una componente inconscia. 

    Intenzionalità

    Il discorso sulla consapevolezza ci accompagna ad un’altra riflessione, stavolta relativa all’intenzionalità. Nel film 2001: Odissea nello spazio, di Stanley Kubrick, il computer di bordo dell’astronave Discovery, il famigerato Hal 9000, è il prototipo di Intelligenza Artificiale dotato di intenzionalità. Esso tesse le trame di ciò che succede durante il viaggio, comprese le dinamiche tra gli astronauti, arrivando a mettere a repentaglio la sicurezza dell’equipaggio, nonché la sua. Ora, questa intenzionalità manca del tutto nell’attuale Intelligenza Artificiale, e dobbiamo assolutamente tenerne conto. Questo perché l’elaborazione dei dati è un processo fine a se stesso se manca una logica di utilizzo, di questi dati. E l’IA non può averla, a meno che non gliel’abbia fornita qualcuno in precedenza. 

    Ecco dunque che una strategia per prendere le distanze dall’Intelligenza Artificiale generativa, o per maneggiarla, se vogliamo, può essere quella di valutare la presenza o meno di coscienza, o di intenzione. Se queste dovessero effettivamente apparirci presenti, potremmo pensare di essere all’interno di una relazione, in cui dall’altra parte non c’è la macchina, ma chi l’ha progettata. 

  • La fine dell’Io-pubblicità: oggi, chi siamo?

    La fine dell’Io-pubblicità: oggi, chi siamo?

    L’Io-pubblicità

    Il tramonto del modello politico-socio-economico del capitalismo di stampo americano ci lascia senza identità. La convinzione che il benessere fosse legato al PIL, ossia alla produzione e al consumo di beni, con quella correlazione più o meno diretta tra il suo aumento e il miglioramento delle condizioni di tutti, ci aveva trasformati, nonostante gli avvertimenti, in compratori seriali. Potremmo dire che, ad un certo punto della nostra vita, la tv abbia condizionato i nostri bisogni a tal punto da creare una vera e propria forma di Io-pubblicità.

    Lo spostamento della produzione nei Paesi più svantaggiati, poi, ci ha man mano lasciati soli in questo processo. Inizialmente produttori, siamo rimasti meri consumatori di beni prodotti altrove. E il nostro Io-pubblicità, quel famoso “me lo merito, merito io” della merendina confezionata, ha pian piano cominciato a sgonfiarsi, laddove i vantaggi del nostro identificarci con la dittatura del PIL, non ricadevano più su di noi. Ecco, allora, che l’Io-pubblicità è entrato in crisi, rendendoci sempre più rancorosi, e alla ricerca di altri modi per auto definirci. 

    E dove cercare, quindi, una nuova forma di identità? Sulla base di cosa poter definire chi siamo, chi vorremmo essere domani, e cosa cambiare rispetto a ieri?

    Come nell’Argentina del dopo crisi economica, anche qui ha preso a tornare attuale la  vicenda culturale, scientifica e umana di Sigmund Freud, il padre della psicoanalisi. Sin dalle sue prime battute, il testo freudiano, e il movimento da lui inaugurato, ruota attorno alla definizione michelangiolesca di scultura, quel “via di levare” che la differenzia dalla altre forme artistiche. Levare è per Freud, (e per tutti noi, suoi nipoti) sinonimo di liberare. Svincolare dai condizionamenti, dalle paure, dalle nevrosi, indotte, inevitabilmente, da altri. 

    Michelangelo: per via di levare

    Se l’Io-pubblicità era il risultato del mettere, dell’aggiungere, (fino a soverchiare) bisogni fittizi, al punto che Vittorio Sgarbi arrivò a dire che è il superfluo a rendere felici (Sgarbi quotidiani), la psicoterapia di stampo psicoanalitico inverte questo paradigma. L’identità di ciascuno di noi è ciò che resta dopo aver tolto ciò che gli altri vorrebbero che fossimo. Sin da bambini sentiamo entusiasmo intorno a noi quando facciamo alcune cose, e questo può trasformarsi in un progetto identitario. Fino a quando, da adulti, non sappiamo se siamo più simili a come volevano, o a come avremmo voluto noi. Ricordo di un paziente piuttosto bravo a giocare a calcio, ma interessato più che altro al tennis. Un amico di famiglia disse ai suoi genitori, quando era bambino, di andarne fieri, perché grazie a lui si sarebbero molto arricchiti. Quella battuta divenne quasi una profezia: il giovane entrò in una spirale di aspettative familiari, volte rinforzare ogni tentativo di fare carriera nel calcio, a scapito della passione tennistica. 

    Questo esempio fa capire cosa intendo per levare. Abbandonare la logica consumistica che non ci alimenta più, dovrebbe aiutarci ad andare verso una ridefinizione della nostra identità come uno spogliarci delle pretese, o dei desideri, altrui. Potrebbe costare fatica, non c’è dubbio. Ma correremmo il rischio, finalmente, di essere felici. 

  • Madri maiuscole, figli minuscoli

    Madri maiuscole, figli minuscoli

    La madre che incombe sul bambino, limita la sua libertà, sceglie i suoi amici e si suoi svaghi. Danièle Brun la chiamava Mère Majuscule (aveva letto Freud), John Lennon la definiva Mother Superior, (ce l’aveva in casa). Al di là delle sfumature (più idealizzata quella dell’ex Beatles), questi termini esprimono tutti una relazione – asimmetrica – e un destino. Il grado di autonomia di un bambino con una madre maiuscola, o, peggio, con una badessa superiora, non è solo limitato nello spazio, ma anche nella definizione della propria traiettoria di crescita.

    She won’t let you fly, but she might let you sing…

    La madre presente, al punto da costituire un ostacolo per la crescita del bambino, appare un paradosso nell’epoca dell’indipendenza individualista. Tuttavia, in alcune occasioni, la madre è legata da un doppio filo al figlio. Teme di esserne abbandonata, o che egli cresca al di fuori dei suoi canoni di riferimento. Può essere che la madre abbia dentro un vuoto, che in qualche modo il figlio riempie, almeno parzialmente. Un vuoto esistenziale, ad esempio vede in lui qualcuno che vedrà un futuro che lei ha sempre sentito nebuloso o minaccioso. Oppure un vuoto relazionale, ossia la madre ha dubbi sull’uomo che ha accanto, il padre del bambino, che può essere un violento, oppure un uomo senza direzione, oppure ancora che non sente di amare fino in fondo.  

    Le madri maiuscole tengono il bambino nel raggio di azione del loro sguardo, ed egli impara a muoversi, per quieto vivere, all’interno di questa zona di consenso. Ma inevitabilmente, il bisogno di legare a sé il figlio, porta la madre ad attuare atteggiamenti che esprimono (o negano) il permesso di allontanarsi, anche da qualcosa di altro. È quell’uomo ideale che loro hanno in mente, ma che il padre del bambino non è riuscito ad essere. Così, la delusione per una vita di coppia insoddisfacente, entra nel rapporto con il figlio, che diventa, agli occhi della donna, l’uomo che il marito non è stato. 

    Il figlio non percepisce queste cose, che il più delle volte restano sotto traccia, mai razionalizzate, né tanto meno verbalizzate, ma le sente attraverso l’approvazione dello sguardo materno. Un madre maiuscola è tale se ha vicino qualcosa di minuscolo, e questi è il figlio, che, per ricevere l’approvazione, si conforma alle aspettative. 

    “…Mother should I build a wall?

    Se il bisogno di conformarsi all’idea materna è più forte di ogni spinta indipendentista, il figlio è purtroppo in grado di rinunciare ai propri progetti di vita. Quando la delusione della madre risale al rapporto di coppia, il bambino può sviluppare una specie di intelligenza relazionale, e nel tentativo di non dare anche lui una delusione alla donna che lo accudisce, può trasformarsi nel “bravo bambino”. 

    A questo punto incorre in due pericoli, altrettanto insidiosi. Può sviluppare un falso sé, una maschera, e continuare a mostrare pubblicamente l’immagine gradita alla madre maiuscola, mentre segretamente vive la sua vita. Oppure può tagliare ogni legame con la propria storia, e accettare il destino impostogli. In entrambi i casi non sarà un ragazzo felice. Ma questo, ha una qualche importanza? 

  • Dario Fabbri e la Geopolitica Umana: il ritorno dell’inconscio nella cultura occidentale.

    Dario Fabbri e la Geopolitica Umana: il ritorno dell’inconscio nella cultura occidentale.

    Apprezzo molto gli sforzi di Dario Fabbri, e del movimento culturale da lui creato, di chiarire le dinamiche storiche attraverso una nuova teoria geopolitica. Non sono un cultore della materia, e non commenterò nel merito, ma posso affermare che il successo di popolarità del suo lavoro è dato anche da una piccola, ma coraggiosa, innovazione. Egli rimette l’inconscio al centro del funzionamento degli esseri umani, e anzi ne evidenzia il ruolo di guida, per quanto sotto traccia, di tutta la loro condotta. 

    Geopolitica umana, o inconscio?

    Il lavoro dello studioso romano muove dalla convinzione che i popoli abbiano un’ identità profonda che ne determina le scelte strategiche, scelte che sarebbero indotte, più da aspetti istintuali, primordiali, che dalla ragione, o, peggio, dai leader, questi ultimi, a suo parere, totalmente irrilevanti. 

    Ora, posto che, come detto, non ho titoli per commentare scientificamente questa posizione, vorrei, però, evidenziare quanto segue. Ciò che Fabbri chiama la “cifra antropologica” di un popolo, o di un individuo, si avvicina molto a quello che la psicoanalisi definisce inconscio. Ossia, l’assunto per cui il nostro comportamento è fortemente influenzato da quella parte della nostra mente che sfugge all’attenzione (diretta) della nostra mente. 

    La cultura scientista di cui siamo intrisi, che muove dalla necessità di trovare certezze che tornino utili al nostro vivere quotidiano, più che da quella di sviluppare competenze strategiche, ha man mano espulso l’inconscio dal nostro orizzonte. Tuttavia l’inconscio continua a esistere, e a influenzarci, anche quando lo ignoriamo, e bravo Fabbri ad averlo fatto notare. Affermare che non siamo realmente padroni di noi stessi, perché i condizionamenti interni ci guidano al di là del nostro volere razionale, infatti, converge con gli assunti di base della Geopolitica Umana

    Per quale motivo, quindi, Fabbri deve arrendersi a questa verità? La psicoanalisi è stata un terremoto nella storia del pensiero. Non tanto perché abbia portato novità alla logica, all’epistemologia, e alle altre arti parti della filosofia. Ma perché ha prodotto uno sguardo diverso sull’uomo che indaga, e sulla mente, che egli usa per compiere tale operazione. Se l’io non è padrone in casa sua (Freud), se le nostre scelte non sono veramente libere, perché condizionate dall’inconscio, il dipartimento di filosofia si trasferisce nella stanza di analisi. Non c’è più una metafisica, potrebbe dire qualcuno, ma ci sono tante metafisiche quanti sono i soggetti pensanti, e così via. 

    Rileggere i movimenti della storia in base a costrutti culturali arcaici, preverbali, ossia a quegli asset identitari che assorbiamo dall’ambiente prima ancora che sia la nostra mente a produrli, è posizione molto saggia. Ci ricorda che persino quando ci iscriviamo all’università, non sappiamo se lo stiamo facendo per noi stessi, o per soddisfare l’aspettativa che altri hanno su di noi.  

    Conflitti interiori

    L’inconscio agisce dentro di noi, ma non è altro da noi. È quella serie di discorsi che abbiamo sempre avuto in fondo alla nostra anima, anche quando non li abbiamo voluti ascoltare. È il nonno che diceva: “Conta sempre il resto del negoziate, non farti fregare”. O l’allenatore che gridava da bordo campo: “Sei un idiota, non arriverai mai in Serie A!”. L’inconscio è una narrazione, una teoria su noi stessi, e che difficilmente riusciamo ad abbandonare, anche quando affermiamo con tutte le forze di volerlo fare. 

    E allora come affrontare questo inconscio? Qui la mia visione di terapeuta si discosta da quella di Fabbri, che ritiene, sostanzialmente, non ci sia niente da fare. Se i condizionamenti sono freni che vengono dal passato, se li sentiamo stridere con il nostro presente, se ci fanno soffrire, allora si possono smontare. Freud amava citare Michelangelo, che vedeva già la sua opera d’arte nel blocco di marmo. Basta levare il marmo in eccesso, diceva, per liberarne la scultura imprigionata. Così Freud aveva trovato una teoria, e poi una tecnica, che agiva “per via di levare”, ossia che non intendeva la cura come un “mettere” qualcosa nella mente del paziente, ma soltanto come un togliere il marmo in eccesso. 

    Se Fabbri ha avuto il merito di riportare l’inconscio in primo piano nella cultura occidentale, però, a questo punto non possiamo fermarci. Dobbiamo ammettere che con la giusta teoria, e la giusta tecnica, saremo in grado di superare ogni impasse, di smontare ogni freno che arriva dal passato, di liberare la nostra scultura imprigionata nel blocco di marmo. Per fare questo sarà necessario abbandonare un po’ di quella cultura scientista di cui siamo intrisi, e tornare a familiarizzare con i concetti più classici della psicoanalisi. Chissà che in questa epoca di smarrimento, non ci aiuti a trovare una strada, o quantomeno una direzione in cui cercarla. 

  • Psicoterapia in comorbilità psichiatrica: conflitti genitoriali, angoscia psicotica, tossicodipendenza

    Psicoterapia in comorbilità psichiatrica: conflitti genitoriali, angoscia psicotica, tossicodipendenza

    Nei pazienti con comorbilità psichiatrica, di cui mi occupo da oltre un ventennio, ho visto sovente storie di vita simili, con momenti cardine che si ripetono o rassomigliano, e non soltanto per quanto riguarda l’abuso di alcolici o droghe. 

    Il disagio (esistenziale o psichiatrico) che questi ragazzi esprimono nel corso della loro crescita, attraversa fasi largamente, e inquietantemente, sovrapponibili. Uno degli aspetti che li lega fortemente tra loro riguarda i conflitti genitoriali a cui sono stati esposti sin da bambini, e a cui non hanno saputo adattarsi, se non sviluppando i sintomi e le caratteristiche di personalità che gli sono proprie. 

    Il tossicodipendente tiene unita la famiglia

    Inizialmente non veniva data una grande importanza agli aspetti familiari e ambientali del paziente tossicodipendente. La sua posizione, anzi, era sovente dipinta come quella di un perfido manipolatore, una scheggia impazzita nella placida tranquillità di una famiglia, per il resto, normale. La tossicodipendenza veniva fatta risalire alle cattive compagnie, da cui questo manipolatore era stato a sua volta manipolato, plagiato, e in questa lettura si perdeva il senso profondo, non tanto dell’utilizzo occasionale delle droghe, quanto della deriva tossicomanica dei più sfortunati.  

    Ad un certo punto si cominciò a ritenere che il tossicodipendente tenesse legata una famiglia allo sfascio. L’alta conflittualità a cui era stato abituato, dovuta a dissidi non superati, a gravidanze inattese, o indesiderate, e cose di questo tipo, aveva segnato il paziente più di quanto egli stesso volesse ammettere, al punto da indurlo a diventare il cemento mancante nella coppia genitoriale. Una delle conseguenze della dipendenza, in altre parole, era che la preoccupazione che i genitori riversavano sul giovane, diventava l’unico punto di convergenza di una coppia ormai divisa su tutto. Si trattava di una svolta epocale, sia chiaro, da ché in precedenza, come dicevo, il tossicodipendente era visto alla stregua di Franti, il cattivo del libro Cuore.

    Gli atteggiamenti vittimistici tipici di alcuni ragazzi, le loro pretese, i loro alibi, acquistavano senso quando letti nella dinamica familiare, in cui diventavano il tramite per fare superare ai genitori i conflitti, o quantomeno a toglierli momentaneamente dal loro orizzonte. Se ubi maior, minor cessat, di fronte alla salute di un figlio, tutto passerà in secondo piano. 

    Potremmo definire questa fase storica del nostro lavoro come quella della “ricerca di attenzioni”, ossia del tossicodipendente come un esperto nel mettere sé stesso al centro della scena. La conseguenza implicita di questo schema era che, se la coppia genitoriale si lasciava trascinare in questa dinamica, o nei ricatti che talvolta ne derivavano, lo faceva anche perché ne traeva un vantaggio: restava unita, rimandando a data da destinarsi i veri nodi della sua coesistenza.  

    Con il passare del tempo, tuttavia, si è visto che questa lettura, per quanto a volte corretta, non bastava, da sola, a spiegare tutti i casi di grave tossicodipendenza. Il conflitto familiare continuava ad essere presente in una serie sterminata di casi, ma la dipendenza non era sempre un sacrificio per perseguire un bene superiore. A volte era uno sfregio ad un genitore insensibile, o distratto, a volte un ricatto, oppure ancora il sostituto di un Altro (o un’Altra, come nel caso dell’eroina). 

    Comorbilità psichiatrica: un intreccio traumatico 

    La tossicodipendenza (almeno in certa parte) acquisiva un senso differente se letta nella complessità della comorbilità psichiatrica. Nella compresenza e nell’intreccio delle diagnosi (da cui il termine comorbilità), si rende impossibile stabilire con chiarezza se sia nato prima il disturbo psichico o l’abuso di droghe. Tanto è vero che i casi di spostamento delle dipendenze, sempre più numerosi con il passare degli anni, facevano pensare, più che ad una forma di adattamento al clima familiare, ad una appresa modalità standardizzata di reazione alle frustrazioni. 

    Nel corso del tempo, in altre parole, vedevamo pazienti dapprima schiavi dell’eroina, passati ad abusare di alcolici, forse perché la moda era cambiata, (qui pesava non tanto il ruolo delle compagnie, ma il ruolo nelle compagnie), e successivamente approdare alla cocaina. Con una dinamica incomprensibile, se vogliamo, perché chi ricerca sostanze psicotrope, non dovrebbe passare agli stimolanti. In quegli anni era facile sentirsi dire dai pazienti frasi di questo tipo: “Ho trovato nell’eroina una sostanza benefica che interagisce positivamente con il mio metabolismo. Mi calma, mi dà serenità. È il mio corpo ad averne bisogno, mi fa stare bene.” Ammetterete che lascia sgomenti scoprire che, poniamo, quindici anni dopo, chi ti ha detto queste parole pensa la stessa cosa della cocaina o del crack. Sarebbe come dire che se da studente usavo la camomilla come ipnoinducente, oggi uso il caffè: senza altra spiegazione a margine, non se ne vede il senso.   

    Anzi, all’osservazione, il percorso di spostamento non si arrestava: dopo la cocaina il paziente iniziava a giocare al gratta e vinci, al Superenalotto, al videopoker. Dimostrando, ancora una volta, di essere in cerca di una dipendenza, più che di una sostanza. 

    Veniamo al tempo presente, e alla comorbilità psichiatrica come lettura clinica e approccio terapeutico. Ancora oggi la maggior parte dei pazienti condivide una storia familiare di litigi, incomprensioni, frustrazioni. Molto spesso si tratta di coppie genitoriali sull’orlo della crisi, di divorzi litigiosi o violenti, oppure di cespugli genealogici, come nel caso, e ne abbiamo parlato molto, dei bambini adottati, affidati ecc. Storie in cui non solo sono mancati i punti di riferimento, ma i riferimenti, per quanto deboli, problematici o inaffidabili, hanno addirittura operato per delegittimarsi a vicenda. 

    La visione attraverso la lente della comorbilità ci porta a considerare, di conseguenza, anche l’origine ambientale e l’eredità generazionale, o trans generazionale, del disturbo, oltre ché, naturalmente, quella più prettamente psichiatrica. Ed è così che la depressione, l’angoscia esistenziale o la colpa persecutoria, (ecc…) e inevitabilmente anche la tossicodipendenza, si legano ad una storia familiare di difficoltà e sintomi non curati. La dipendenza, quindi, non appare più come lo sforzo di un bambino saggio (o egoista) che tenta di legare ciò che è ormai disunito, ma come il terminale di una storia (pluri generazionale?) di rotture traumatiche mal digerite, o non elaborate, che sono cadute in qualche modo sulle spalle (o sulla mente) del paziente.

    Egli ha ammortizzato per come ha potuto le vicende distruttive, o di rigetto, che lo hanno accompagnato, o che lo hanno visto protagonista. Ha inserito la sua propensione alla dipendenza (che infatti in molti casi è anzitutto una dipendenza affettiva) in maniera stabile nelle sue relazioni significative. Ha imparato a non chiedere più di essere amato, se non a qualcosa o qualcuno che non può fare altro che deluderlo. 

    Nella lettura comorbile, il tossicodipendente è un ragazzo disperato troppo orgoglioso per chiedere aiuto, ma anche troppo fragile per accettare quell’aiuto, se non proveniente da chi lo ha ferito. Ma chi lo ha ferito non sa di averlo fatto, perché gravato, a sua volta, da un peso che, già in passato, non è riuscito a sostenere. Questa visione della dipendenza è, ad oggi, l’unica in grado di farci vedere davvero la commistione tra angoscia psicotica e manipolazione, tra paura dell’abbandono e autoregolazione emotiva, tra maniacalità e mancanza di autostima. 

    Forse non è ancora sufficiente per elaborare una strategia di approccio efficace e definitiva, ma certamente è un buon inizio. Se non altro, per cominciare a restituire a questi ragazzi la dignità di individui, dignità che la vita gli ha strappato molto prima, di quanto abbia fatto la tossicodipendenza.        

  • La notte della verità e il senso della psicoanalisi.

    La notte della verità e il senso della psicoanalisi.

    Quale verità?

    La fine della verità e l’esplosione del fake hanno condotto, come vediamo ogni giorno, al crollo della fiducia in qualunque tipo di comunicazione. La crisi del significato si accompagna, potremmo dire, alla crisi di credibilità del significante, ossia alla forma, o alla struttura, con cui un messaggio viene inviato. 

    Nella difficoltà di interpretare il significato di quello che ci accade, di attribuire un senso al nostro presente, dilaga, di conseguenza, qualunque forma di lettura, dalla più fantasiosa, alla più distorta. Come nella psicopatologia, che in molti casi altro non è che il tentativo di trovare un senso logico a qualcosa di incomprensibile. 

    Così assistiamo alla crisi endemica di ogni istituzione o sovrastruttura deputata alla lettura e all’interpretazione del senso e del significato: compreso il senso profondo dell’essere e del rapporto tra l’uomo e la sua stessa vita, il senso del rapporto tra l’uomo e i suoi simili, anche quelli vissuti in passato, o che vivranno in futuro, il senso del rapporto tra l’uomo e la natura, e, ultimo, anche se, ovviamente, non per ultimo, il senso del sacro, del religioso e del divino.

    Cuoricini

    Fuor di metafora. La politica non è più un modo per decriptare il presente e intuire una traiettoria in cui situarsi, e infatti la gente ha smesso di votare. L’arte, nelle sue varie forme, non è più creativa (nonostante le esponenziali opportunità offerte da 

    stampanti 3D, IA, e autotune), e stentiamo a cogliere in essa quel brivido di infinito che devono aver sentito i primi osservatori della Pietà di Michelangelo. Le chiese sono vuote, al punto che ci chiediamo se vi sia ancora una domanda di sacro e di infinito nell’uomo contemporaneo, o ci sia soltanto la più vuota rincorsa al “cuoricino”, ultima misura di valore individuale. 

    In questo scialbo inizio della fine (dove altro potremmo andare, se non verso l’inverno nucleare?), pare resistere un ultimo baluardo: quella serie di accidentate vicende che avvengono dietro la porta del dottor S. , e che prendono il nome, assai generalizzato, di psicoanalisi

    Psicoanalisi: una verità rivoluzionaria 

    La costellazione psicoanalitica di trattamenti si fonda su un’innegabile novità: nella relazione terapeutica viene presa in atto una verità sul paziente che è totalmente alternativa rispetto a quella a cui è abituato nella vita quotidiana, una verità talmente rivoluzionaria, da cambiare (radicalmente) il modo in cui egli sente di essere percepito. 

    Nella notte della lettura e dell’attribuzione di significato, direi la notte della verità, la psicoanalisi resta l’ultima vicenda umana e intellettuale, a fornire all’uomo odierno un incontro con le domande più pervasive della sua storia. I trattamenti sorti dalla teoria psicoanalitica sono gli ultimi a vincolarsi a un qualsivoglia algoritmo (purché fatti di persona), non dipendono dai sondaggi, non hanno per mercato che un solo individuo per volta. 

    Ecco che l’avventura “psi”, o meglio, la complessa raccolta di storie che avvengono intorno a quella scrivania, raccolta che soltanto ad un certo punto acquisirà statuto di romanzo, rimane, nella sua privata segretezza, l’ultima ad affrontare il senso dell’essere e del significato personale. E con buona pace della nostra immagine pubblica, quella così ben raccontata dai profili social, in cui siamo sempre vincenti, ultra performanti, e contornati da amici fantastici.  

  • Psicosomatica: come gestire i sintomi fisici di natura psichica?

    Psicosomatica: come gestire i sintomi fisici di natura psichica?

    Un disturbo psicosomatico è una riposta fisica ad un disagio psicologico inespresso. 

    Entità indivisibili  

    Tutti abbiamo reazioni intense in certi momenti della giornata: alcune sono positive, altre negative, e in genere avvengono in concomitanza di eventi significativi. Se durante una discussione accesa sentiamo aumentare la sudorazione, o in presenza della persona amata sentiamo aumentare la frequenza cardiaca, sapremo facilmente rintracciare nel contesto ambientale l’origine di questi messaggi corporei. 

    La psicosomatica funziona diversamente: ci presenta il conto di un acquisto sconosciuto. Ci troviamo, così, a dover gestire un determinato sintomo, senza sapere in maniera esplicita a cosa sia dovuto. 

    La cultura scientifica dualista di cui facciamo parte, ci ha insegnato a suddividere fenomeni o grandezze indivisibili per poterli studiare. Questo avviene ad esempio nella medicina, in cui i sistemi del corpo umano vengono distinti in muscolo scheletrico, circolatorio, digerente, ecc… per esigenze medico-chirurgiche, ma fanno ovviamente tutti parte di un individuo unico, e sono pertanto legati fra loro. Lo stesso vale per la psiche: essa è indissolubilmente legata al nostro corpo, e pertanto potrebbe imparare, con il tempo, e a certe condizioni, a scaricare il malessere proprio in uno di quei sistemi. 

    Esprimere il disagio

    In questi anni convulsi, successivi alla pandemia da Covid-19, abbiamo imparato l’importanza di dare un nome ed esprimere il disagio, nonché l’importanza di circondarci di persone, in coppia, o nel gruppo di amici, che sappiano ascoltare, dare un peso, a quello che succede dentro di noi. Lo stesso dobbiamo dire parlando di psicosomatica, dove anzitutto noi stessi dobbiamo saper ascoltare il nostro corpo

    Ad alcune forme di turbamento o sofferenza psichica cominciamo, con il tempo a non dare troppa importanza, a nasconderle, se non addirittura ad insabbiarle: da un lato per non perderci tempo, ma dall’altro anche perché, probabilmente, il nostro ambiente affettivo non le prenderebbe troppo sul serio. Nel caso della psicosomatica può avvenire che condizioni stressanti si incastrino in profondità dentro di noi, e non trovino il modo di venire espresse, neppure a noi stessi. In questi casi, però, non scompaiono del tutto, semplicemente vengono relegate ad un livello più profondo, andando ad appesantire alcuni organi al di là della nostra volontà.   

    E cosi avviene che molti pazienti, quando chiedo se saprebbero dire in quale punto del corpo localizzerebbero il loro malessere, facciano segno indicando la testa, o le spalle, o il ventre, e così via. Per ogni sintomatologia si può individuare una parte del corpo nella quale la sentiamo nascondersi meglio, più comodamente. 

    Affrontare un sintomo psicosomatico significa anzitutto mettersi in comunicazione con il corpo, ascoltare che cosa voglia dirci attraverso quella manifestazione, e perché non ne abbia, invece, espressa un’altra. Il nostro corpo ci parla, se agli altri non interessa, dovrebbe per prima cosa interessare noi stessi.   

  • L’eiaculazione precoce è un problema? Ecco cosa puoi fare.

    L’eiaculazione precoce è un problema? Ecco cosa puoi fare.

    Circa un uomo su tre è incorso, almeno una volta nella vita, in questo spiacevole inconveniente. L’eiaculazione precoce è qualcosa di più di un semplice disturbo, perché tocca nell’intimo chi ne soffre, avvilisce la coppia, e soprattutto ferisce il/la partner, che poi è la vera vittima di questa problematica di cui non ha colpa.  

    Sei troppo bella 

    La prima cosa che si fa, quando si presenta un episodio di eiaculazione precoce, è cercare delle scuse. Credo sia certamente comprensibile dal punto di vista umano, e direi anche una inevitabile e genuina difesa della propria virilità. Sarebbe penoso, infatti, dover ammettere delle responsabilità, in una situazione già di per sé così fortemente imbarazzante. 

    Ma a volte, come dice il detto, la toppa è peggio del buco. Questo perché cercare delle scuse blinda la posizione di chi invece dovrebbe fare autocritica, e trovare il modo per superare questo impasse. Lo mette al sicuro, gli consente di cadere in piedi dicendo “non è colpa mia”. Inoltre, e questa è davvero la peggiore delle conseguenze, la classica accusa, travestita da complimento, “sei troppo bella”, scarica le colpa sul/la partner, che si vede beffata due volte. 

    Alcune/i di questi partner, infatti, reagiscono con ironia, altri scrivendo subito alle amiche, o peggio a potenziali amanti, ma altri ancora iniziano a covare un senso di inadeguatezza, di sfiducia, di bassa autostima.  

    Cosa fare?

    L’eiaculazione precoce, quando non è occasionale, è sovente un fatto di significati. Tutti attribuiamo un significato a quello che facciamo, intendo anche significati impliciti, non del tutto chiari neppure a noi stessi, se non nel loro aspetto più generale, per non dire superficiale. 

    Così frequentiamo un ristorante dimenticando (apparentemente) che in quella via si sono incontrati i nostri genitori, oppure amiamo un profumo che ci lega a qualche ricordo d’infanzia, che però non sappiamo definire con precisione, e così via. 

    Quando l’apparato genitale è privo di disturbi organici, la disfunzione è molto probabilmente legata a qualche significato profondo che a tutta prima ignoriamo. 

    Al di là dei consigli pratici che si trovano su ogni sito, quindi, diventa importante indagare proprio quel significato: non solo è il vero responsabile del nostro comportamento, ma è la garanzia certificata che si ripeterà nuovamente, anche con un’altra persona. E non importa quale scusa riusciremo a inventare, o quale lusinga a immaginare. 

  • Come sostenere il malato di cancro?

    Come sostenere il malato di cancro?

    Il(/la) paziente oncologico compie in solitaria un viaggio (il più delle volte) a senso unico. Egli (ella) sa, intimamente, che quello che sta succedendo dentro, è fuori dal suo controllo, e dal controllo di quanti lo circondano. Sa, intimamente, che c’è soltanto un finale plausibile con la storia che sta vivendo, finale che tutti (fortunatamente) negano, ma che è il suo primo pensiero del mattino, e l’ultimo della sera. 

    In cerca di un testimone 

    L’errore più grande che in genere si fa (in buonafede) con questo paziente, è considerare la sua malattia come quelle a diagnosi fausta. Sosteniamo un amico con l’influenza dicendo “coraggio, vedrai che fra qualche giorno starai meglio”, e in effetti, poi, è quello che accade. Il paziente oncologico, invece, vede il suo quadro peggiorare nonostante le rassicurazioni, fino a quando non le ascolta più. 

    Il (/la) malato di cancro necessita anzitutto di un testimone. Egli (Ella) ha pensieri che non condivide con nessuno, vede cose succedergli intorno, ha sensazioni, percezioni, che tiene esclusivamente per sé. Come sono i luoghi della cura? La stanza delle flebo, il lettino, quanto dura la terapia? Parla con gli altri malati del centro? Cosa si dicono? 

    Quanto sarebbe importante non sentirsi solo/a, in quella stanza, in quel corridoio, dentro a quella RNM? Ossia, poter riportare a qualcuno i pensieri che lo/a accompagnano in quei momenti? Lo stesso vale per tutte le attività che quotidianamente deve affrontare, molte delle quali assai spiacevoli o fisicamente dolorose. 

    Non allontanare il paziente oncologico

    Il mondo interno del paziente oncologico, poi, è costellato da mostri. Quando chiediamo “come stai?”, lo facciamo in genere nella speranza di sentirci dire “va meglio”, ossia come avviene con le malattie a diagnosi fausta. Il/la malato di cancro, invece, non capisce cosa non ci sia chiaro della sua situazione, e non risponde. Ecco che, nuovamente, più che fare domande che rassicurino noi, dovremmo permettere a lui/lei di raccontare cos’ha dentro. Per esempio cosa lo preoccupa, quali sono i suoi rimpianti, cosa avrebbe voluto fare, ecc… So che è difficile, ma c’è la tendenza a rispondere ad un dolore, allontanandolo. Allontanare un paziente oncologico, però, soprattutto se è un familiare, è cosa penosa e fonte di sensi di colpa. 

    Parleremo in altre occasioni di altri aspetti relativi a questa malattia. Del corpo, per esempio, e delle sue trasformazioni. Dei familiari, che oltretutto devono fare anche da caregiver. Dei bilanci, o dei drammatici “passaggi di consegne”, che talvolta il malato attua, in fasi molto difficili del suo decorso. Oggi mi premeva ricordare la funzione del testimone. Perché se talvolta fatichiamo ad andare in cantina da soli, pensiamo a quanto sia difficile attraversare in solitaria una fase di vita così complessa, come quella che segue questo tipo di diagnosi. Un’odissea, che il paziente spera, prima o poi, di poter raccontare a qualcuno.