Giù le mani dai giovani

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L’ambiente condiziona il nostro umore e il nostro funzionamento. Quando perdiamo un amore, infatti, cambiamo lavoro o ci trasferiamo in un’altra città, notiamo dei mutamenti nel corpo o negli equilibri delle routine. Le riposte che sentiamo nei nostri confronti, in altre parole, rinforzano o indeboliscono l’atteggiamento verso quello che facciamo.

Dalla Guerra Fredda a Bill Clinton 

L’evento politico della Generazione X, di cui faccio parte, il primo ricordo pubblico che molti di noi conserviamo della nostra adolescenza, è la caduta del Muro di Berlino. La vittoria della guerra fredda, anche se non conseguita da noi direttamente, ma dalla parte politica e dai valori a cui abbiamo deciso di aderire, ha funzionato da collante della nostra identità. Abbiamo sentito nostro quello che succedeva nei Paesi coinvolti, dalla Berlino del “Tear down this wall” di Ronald Reagan, alla piazza di Bucarest del 1989. E persino negli anni successivi abbiamo percepito come nostri gli strascichi di tale epoca, dalle manifestazioni pro Kuwait, alle simpatiche follie di Bill Clinton. 

Tutto questo oggi sembra un ricordo sbiadito, al punto che ci chiediamo se davvero l’abbiamo vissuto o non sia piuttosto un sogno di gioventù. La situazione internazionale, unita alla persistente stagnazione economica, non fornisce più punti di riferimento, né motivazioni per affrontare il quotidiano. 

Dario Fabbri ritiene che i popoli vivano, sostanzialmente, di gloria, e quando non possono farlo, si accontentano, per così dire, dell’economia. Ecco, questo è stato abbastanza vero negli anni a cui mi riferivo, laddove alla vittoria della guerra fredda era associata anche una lenta, ma costante, crescita economica. L’epoca contemporanea, al contrario, è segnata da una graduale perdita di influenza della nostra area geografica sui destini del mondo, nonché da una progressiva diminuzione del potere d’acquisto. 

Il paradosso di Fabbri 

La combinazione di questi due fattori definisce quello che potremmo chiamare il paradosso di Fabbri, condizione che egli non prevede, ma che, evidentemente, esiste e ha il suo peso. Laddove un popolo, o un’area geografica, non può vivere di gloria, ossia inseguendo l’influenza geopolitica, né di crescita economica, perché ridotta a cliente di beni o servizi prodotti altrove, vede sfilacciare la propria identità, vede frantumare il proprio psichismo. 

La frammentazione della vita mentale è quello che resta, a livello individuale, dello smarrimento identitario indotto dal paradosso di Fabbri. Frammentazione significa, in estrema sintesi, il mescolamento di aspetti psichici consci con aspetti rimossi e inconsci, con cui è impossibile fare i conti. Nello specifico della nostra attuale situazione, la frammentazione è data dal conflitto interno che ci può suscitare, ad esempio, (ma ce ne sono molti altri) il turbo capitalismo. Siamo consapevoli che il capitalismo ci ha aiutato a crescere, che definisca i parametri per l’espansione e il progresso, ma averne perso il controllo, esserne diventati, talvolta, le vittime sacrificali, crea in noi tensioni e contraddizioni. 

Giù le mani dai giovani  

La riflessione porta ad una strenua difesa della Generazione Z, la più colpita da questa frammentazione. Da che mondo è mondo, i moralismi degli adulti sui giovani non hanno particolare fortuna, anche perché questi ultimi percorrono traiettorie distinte da quelle dei primi e per natura incomprensibili. La frammentazione, lo smarrimento, la rabbia, tuttavia, non sono unicamente giovanili, come ben vediamo ogni sera al telegiornale. La perdita dell’identità indotta dal paradosso di Fabbri riguarda tutti, non soltanto i più giovani. Questi però, hanno una caratteristica peculiare: vivono ogni esperienza in maniera amplificata, talvolta estrema. È nella loro natura di giovani, è parte del loro processo di individuazione. 

Così io credo che si debba più rispetto e meno sarcasmo alla Gen Z.L’ambiente condiziona il nostro umore e il nostro funzionamento, abbiamo detto in apertura, e non c’è niente di più vero. Però dobbiamo ammettere che l’identità non può fare riferimento unicamente al riscontro che proviene dall’esterno. Ciò che noi siamo è definito anche dalle passioni, dagli ideali, da ciò in cui crediamo, nonché (non me ne voglia Galimberti) da ciò che reputiamo sacro. Ma non nei termini dello spirito assoluto di Hegel, ma in quelli di ciò oltre cui non vogliamo spingerci, ossia quello che riteniamo debba essere difeso ad ogni costo. 

Se l’ambiente fatica a dare i giusti riscontri alla nostra identità, è dentro di noi che dobbiamo cercarne l’essenza. Forse proprio questa può essere la vera rivoluzione della Generazione Z. Uscire dal paradosso di Fabbri, infatti, è un atto salvifico e al tempo stesso rivoluzionario. Riguarda tutti noi, non soltanto i più giovani. Ma nel loro caso, perché avvenga, servono tempo e sostegno, non certo ostilità e pregiudizio.