Credere nel complotto segreto è rassicurante: aiuta a trovare spiegazioni e deresponsabilizza.

Non c’è cosa più angosciante per l’uomo che stare davanti all’abisso dell’incertezza. Molte delle cose che ci capitano sono apparentemente inspiegabili o illogiche. Per questo a volte chiamiamo in causa il destino, o il volere di Dio, o la sfortuna.

In questa epoca di nichilismo e morte di Dio la teoria del complotto acquista un’importanza notevole proprio per spiegare fatti altrimenti incomprensibili.

Dal punto di vista della ragione per cui un gruppo di persone fa una cospirazione, (bene lo spiegava Umberto Eco a proposito della congiura per uccidere Giulio Cesare) i complotti non restano mai segreti. In genere una volta che sortiscono l’effetto voluto non c’è più motivo di nasconderli, anzi, è proprio allora che i congiurati fanno a gara per venire allo scoperto. Se restano segreti, invece, significa che non sono andati a buon fine, insomma, che non sono riusciti. Quindi è fuorviante credere nei complotti segreti.

Dal punto di vista psichico, invece, cosa che mi riguarda più da vicino, la teoria della macchinazione ha una funzione specifica: situa fuori di noi la ragione di qualcosa di negativo. Se c’è un complotto contro di me, se affermo che qualcuno cospira alle mie spalle, posso dire che l’insuccesso non è colpa mia.

In altre parole costruire teorie di cospirazioni è utile per non fare autocritica, per non mettersi in discussione, diciamo pure per non assumersi le responsabilità su quello che si fa o che si potrebbe fare come individui.

Tipicamente essere ossessionati dal complotto è un modo per difendere se stessi, i propri nuclei più fragili, le proprie difficoltà più profonde. Ma il buon terapeuta è quello che non favorisce la costruzione difensiva a oltranza: il paziente deve prima o poi uscire allo scoperto, rifarsi una vita, assumersi almeno alcune delle responsabilità che può sostenere.