Perché la fotografia può aiutare nell’elaborazione del trauma?

La comunicazione artistica è largamente emotiva e istintiva. Per questo in genere l’arte non è mai indifferente: o piace o non piace per nulla. 

La fotografia, forse più di altre arti figurative, necessita di grande competenza tecnica. Lo vediamo ai matrimoni, quando tutti scattiamo la stessa foto, ma quella del professionista incaricato del servizio è enormemente migliore. 

Tuttavia la forza più travolgente della fotografia non è nell’aspetto tecnico, né nell’intento comunicativo, (quando esso è facilmente accessibile) ma in quella componente ‘perturbante’, o inquietante, che talvolta ha. 

A volte infatti una fotografia ci piace, ma non sappiamo bene il perché. C’è un qualcosa, un ‘non so che’ che attira noi e non altri. In questa inquietante attrazione sta l’enorme capacità della fotografia di associarsi ai traumi e alla loro elaborazione. Pensiamo alla guerra, ma anche alle tragedie individuali: un’inquadratura, un taglio di luce, un’esposizione più o meno corretta, sono in grado di scatenare emozioni profonde. Queste emozioni profonde sono proprio quelle che consentono al fotografo di percepire sintonia intorno a sé, e così di cominciare a elaborare lentamente il suo trauma. 

Inconscio e fotografia. Elaborare il trauma parlando per immagini.

La fotografia contemporanea è fortemente correlata al trauma e alla sua elaborazione.  

Nella pratica fotografica classica, quella prima del digitale e degli smartphones, fotografia era essenzialmente un dialogo tra l’io conscio del fotografo e l’io conscio dell’osservatore. Un fatto di intelletto. Anche le altre forme artistiche hanno attraversato, a loro tempo, questa fase. E molte se ne sono pian piano allontanate, a seconda del coraggio o del talento dei diversi artisti. 

Ma ciò che gli altri linguaggi non hanno mai raggiunto così esplicitamente, a parte casi isolati, è il legame profondo con il trauma e il traumatico, che invece sovente ci parla, anzi direi ci urla, da molte esperienze fotografiche contemporanee. 

La tecnologia ha moltiplicato le opportunità espressive, e oggi al mondo vengono prodotte milioni di immagini fotografiche ogni giorno. La fotografia professionale, di conseguenza, quella che fonde artigianato e iper professionismo, si stacca sempre più dalla cronaca della gita in montagna, per entrare in un campo ben più specifico, quello dell’inconscio. Del fotografo, ma anche della relazione tra fotografo e osservatore. 

La fotografia professionale – anche di reportage – in molti casi scatena reazioni emotive violente. Cercate, volute, da chi la produce. Mi riferisco, per esempio, a war photographers come James Nachtwey, ma anche ad artisti assoluti come Steve McCurry. 

La reazione emotiva è determinata dal significato individuale. Tanto più alto sarà il significato che attribuiamo ad una immagine, quanto più forte sarà il contenuto emotivo che ci scatena. Lo stesso vale per il fotografo che ha prodotto l’immagine, per questo dico che la fotografia contemporanea è un dialogo tra l’inconscio del fotografo e l’inconscio dell’osservatore. In tale dialogo tra inconsci trova spazio la comunicazione e in parte l’elaborazione del trauma. Non tutti capiamo le fotografie di tutti. Alcune ci sembrano vuote e anonime, altre ci colpiscono duramente, mentre altre ancora hanno l’effetto del ‘perturbante’ di Freud: sono strane, inquietanti, ma non sappiamo bene il perché.

In molti casi, quindi, l’esperienza fotografica appare una forma di avvicinamento al trauma e alla sua elaborazione. Dove traumi molto profondi hanno colpito duramente l’individuo e la sua storia, una forma artistica come quella fotografica è in grado di aiutare a raccontare parte del quel contenuto emotivo che altrimenti resterebbe inespresso. 

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