Conseguenze della pandemia. L’analfabetismo affettivo (di ritorno)

Viene definito analfabetismo di ritorno il processo di perdita di competenze acquisite con la scuola dell’obbligo, perdita dovuta al loro persistente inutilizzo. 

Se l’analfabetismo di ritorno riguarda alcune capacità emotivo – relazionali può prendere il nome di analfabetismo affettivo (da non confondersi con l’alessitimia)

A scuola i bambini vengono educati (di massima) ad una serie di capacità pro-sociali, quali la lealtà, l’impegno, la competizione sana, ecc… in vista della vita adulta.

Nel corso dell’infanzia e della prima adolescenza, inoltre, apprendono anche alcune competenze affettive e relazionali di base: servono a comunicare e percepire gli stati emotivi, e sono utili nel rapporto con famigliari e coetanei. 

Si ha l’impressione che oggi anche queste competenze vengano pian piano dimenticate, a causa del loro inutilizzo e della conseguente de-individualizzazione dei rapporti interpersonali. La pandemia, ovvero lo smartworking, e per gli adolescenti la DAD, hanno notevolmente aumentato questa de-individualizzazione.  

Comunicare a distanza rende superfluo, o meno necessario, conoscere il mondo interiore di chi si ha di fronte, e saper comunicare il proprio. Ne consegue una standardizzazione delle emozioni (ben espressa per esempio dagli stickers e dagli emoticons) e quindi una crescente difficoltà nel maneggiare le emozioni vere, come per esempio quelle di una relazione affettiva ‘in presenza’. 

Quando si è davanti ad una persona e si è arrabbiati con lei, o si è felici, non è possibile usare emoticons. Così come quando si è in ufficio, in fila alla posta o in una assemblea di condominio non si possono usare espressioni da social networks. 

L’eccesso di comunicazione mediata a cui siamo stati forzati, ha tra le altre conseguenze anche quella di impoverire le competenze affettive e relazionali. 

Chi è stato tanto ‘a distanza’ avrà bisogno di un po’ di tempo per recuperare, come chi è stato fermo dall’attività sportiva, prima di riprendere dovrà passare da un programma di allenamento individualizzato.   

Quali sono le conseguenze dello smart working? Dal noi della mission aziendale, all’io del lavoro in salotto.

Non ci sono dubbi: il telelavoro è una delle innovazioni più importanti che la nostra società erediterà da questa terribile pandemia. Ma quali sono realmente le conseguenze dello smart working sugli individui? E quali sul rapporto che gli individui hanno con il loro lavoro?

Prima di rispondere vorrei fare un passo indietro. Andiamo a vedere quali grandi cambiamenti culturali, sociali, tecnici ecc… nella storia sono stati accolti con favore al loro esordio, e di quali soprattutto si sono a tutta prima intuite le reali potenzialità.

Pensiamo per esempio alla mongolfiera, alla penicillina, alla polvere da sparo o alla stampa a caratteri mobili. Io credo fondamentalmente pochi. Probabilmente soltanto la ruota o la scrittura fecero da subito intuire la loro portata rivoluzionaria. Ma anche lì la differenza tra chi era in grado di potersele permettere, o quantomeno di poterle controllare, e chi no, era tale da creare un solco tra individui, settori, direi anche tra territori. Di conseguenza le resistenze sono state enormi, perché chi non poteva accedere a quelle invenzioni sicuramente ne sminuiva le virtù e le possibilità.

Cambiare abitudini, inoltre, non è facile. Gli esseri umani hanno la grande facoltà di adattarsi al loro ambiente, di impostare i loro ritmi di vita in base a certe condizioni date, e non è agevole per nessuno rivedere queste condizioni, specie dopo molto tempo, e riadattarsi ad altre. Così, per esempio, quando arrivarono le macchine da scrivere elettriche ci furono levate di scudi, specie tra i giornalisti, perché i vecchi modelli erano portatili, e inoltre era più difficile fare errori. Solo dopo un po’ tutti ci si abituarono. Lo stesso avvenne con le racchette da tennis di legno, che neppure grandi campioni volevano abbandonare. Potrei citare diversi esempi, ma tutti mostrano come ad una innovazione non basti essere accessibile economicamente, per essere accolta deve trovare il consenso.

Allo stesso modo nei confronti del telelavoro ci sono due tipi di diffidenze: la diffidenza di chi per varie ragioni non lo può utilizzare, e la diffidenza di chi potrebbe, ma non si fida.

Evidentemente come per gli esempi fatti sopra le due categorie tendono a vedere nel lavoro a distanza diversi limiti, diversi livelli di problematicità, ciascuno a partire dal proprio angolo di visuale.

Guardando da vicino quali sono le conseguenze dello smart working sui lavoratori, sul lavoro in sé, e sul rapporto che ciascuno sviluppa con il proprio lavoro, vorrei evidenziarne una in particolare, che individuo come trasversale rispetto alle due categorie di ‘detrattori’. Anzi direi trasversale rispetto a tutti i lavoratori a distanza. Si tratta dell’appartenenza alla cultura organizzativa e dell’adesione ai valori, agli obiettivi, alla mission dell’azienda.

Il sogno, o forse dovrei dire l’aspettativa, di molti manager è che i loro dipendenti giungano ad identificare pian piano i propri obiettivi di vita con gli obiettivi dell’organizzazione di cui fanno parte, e col passare del tempo identifichino sempre più i valori aziendali come i propulsori della loro personale esistenza. Fino ad imparare a dire ‘noi’ parlando della storia, del presente e delle politiche dell’azienda per cui lavorano. Quel noi è la certezza matematica della fedeltà del dipendente, è la certezza che il dipendente non avanzerà altre richieste ai suoi superiori né in termini di retribuzione, né in termini di condizioni, perché l’azienda per cui lavora è in qualche modo già sua, egli la rappresenta ogni giorno con la propria vita.

Questo atteggiamento che qualcuno chiama aziendalista, ma che potrebbe avere anche definizioni meno nobili, è da inquadrare secondo me quasi esclusivamente nel rapporto ‘personale’ tra un dipendente e le persone e i luoghi per cui lavora. In un rapporto ‘impersonale’ quale quello a distanza, il vincolo di appartenenza è molto più debole.

Mi spiego meglio. Per un dipendente che lavora da casa, che sotto al pc vede il suo tavolo, che dietro alla sedia vede il suo divano, il suo appartamento, ecc…, dire noi non ha la stessa valenza che quando è circondato dai suoi colleghi. Da casa propria noi sa molto più di famiglia, di affetti, di realtà intima e privata.

La complicità del fare squadra, anche con persone che ti stanno antipatiche, da casa non c’è. Il desiderio che l’azienda faccia bella figura con terzi, o con la concorrenza, quando fai pranzo nella tua cucina anziché nella mensa aziendale, non c’è. Lo spirito di corpo senza la gita di fine anno o senza la cena di Natale, non c’è. E potrei continuare.

Una delle conseguenze dello smart working è lo scollamento delle dinamiche identitarie tra il lavoratore e l’organizzazione.

Di conseguenza l’utilizzo massiccio del telelavoro, che per le aziende è certamente più conveniente, nasconde una potente insidia. Il lavoratore smette di vedere quello che fa come fatto a nome proprio, smette di vedere se stesso come un prolungamento dell’azienda. Senza il camice, il cartellino, il tesserino o tutti gli altri segni di riconoscimento dell’appartenenza di un dipendente all’organizzazione, un dipendente lavorerà anzitutto per sé, anche quegli individui che in tutte le occasioni non smettono di professarsi aziendalisti.

Quali sono le conseguenze della DAD sui giovani studenti?

Centro di formazione primaria, ma ancora prima terreno di incontro e scontro tra coetanei e tra generazioni, la scuola è una galassia di relazioni, tensioni, emozioni, mode, paradigmi, filosofie politiche e soprattutto di sentimenti consonanti, assonanti, dissonanti e contrastanti. Ovvero, tutto e il suo contrario, come avrebbe detto Umberto Eco, che di giovani ne sapeva assai. 

Se penso a quali sono le principali conseguenze della DAD (Didattica A Distanza) sugli studenti, e se mi focalizzo su quelle non specificamente legate all’insegnamento, me ne vengono in mente almeno due. Per essere più chiaro dirò delle conseguenze della DAD parlando di aspetti positivi specifici della didattica in presenza. In essa vedo (almeno) due aspetti relazionali fondamentali per gli allievi di ogni tempo e di ogni livello, che codificano per due gravi conseguenza della DAD, ovvero due deficit: uno è il confronto tra bravi e meno bravi. I musicisti studiano i loro colleghi famosi, ne seguono i concerti, ne divorano le produzioni. Lo fanno perché solo il confronto con chi è più bravo ti stimola e ti aiuta a crescere. Lo stesso, se ci pensiamo, avviene sulla pista da sci, sul campo di tennis, alla guida, ovvero in tutte quelle occasioni in cui ci rapportiamo con persone più brave di noi a fare qualcosa. E ovviamente avviene nella formazione. Parlare con i più bravi, capire come studiano, cosa pensano, oppure sapere che interessi hanno oltre la scuola, è di fondamentale importanza per migliorare. Quando la competizione è sana, non esasperata, e si fonda sulla stima e l’ammirazione, è assolutamente vitale, soprattutto per gli studenti, ovvero in quella fase della vita che definiamo evolutiva. Nella DAD tutto questo non può esserci: ecco allora che sarebbe opportuno che qualcuno ci pensasse, magari anche genitori, non necessariamente degli insegnanti. Trovare il modo di fare questo tipo di confronto evita allo studente di sentirsi troppo al centro del proprio mondo (educativo), ovvero lo aiuta a vedersi come parte di una società, quella scolastica, in cui non c’è solo lui nel rapporto con gli insegnanti, ma ci sono anche gli altri che sono bravi, meno bravi e molto bravi. 

L’altro aspetto relazionale fondamentale nella formazione in presenza è il rapporto/confronto/scontro con i ragazzi poco più grandi e i ragazzi poco più piccoli. L’assenza di questo elemento rappresenta una della conseguenze negative della DAD. 

Si cresce anche osservando. Per imitazione, se volete, e per differenziazione. 

Osservare i più grandi è fattore di crescita fondamentale: guardare come si vestono, come si muovono, come parlano. Questo raffronto implicito, nell’età evolutiva, è importante almeno quanto imparare concetti scolastici. Pensiamo per un attimo alla fermata dell’autobus: quanti sguardi si posano sui ragazzi e le ragazze più grandi? Quale quota di immedesimazione può discendere da quegli sguardi? 

Lo stesso si potrebbe dire per il rapporto che nella scuola in presenza si genera con i più piccoli. Osservare i più piccoli che scherzano tra loro può scatenare emozioni e reazioni anche forti, come ricorderanno i lettori del libro Cuore. 

Ritengo che anche questo aspetto dovrebbe essere tenuto in conto, quando si fa ricorso alla DAD, e intendo ad ogni livello, dalla scuola dell’obbligo alle grandi scuole di formazione post universitaria.

Con questo poche righe non intendo lasciare un’invettiva contro la DAD, sia chiaro. 

A volte è necessaria ed è bene farvi ricorso, essa rappresenta una grande risorsa della nostra epoca. Ma è bene mettere in chiaro anche alcuni aspetti negativi, che la riguardano, e sottolineare come questi possano determinare dei vuoti formativi ed evolutivi per gli studenti, che nel lungo periodo possono essere persino più profondi dei benefici che essa ha garantito.  

Pandemia: una forma di trauma cumulativo.

Paragono questa pandemia ad un grande trauma cumulativo. Se un trauma è un macro evento, un trauma cumulativo è una condizione che si protrae nel tempo. La frustrazione, l’ansia e la depressione legate alle limitazioni non sono più, come nella prima fase, circoscritte ad un periodo unico, per quanto lungo: questa ‘cronicizzazione’ diventa un trauma cumulativo. 

Vediamo l’aumento di episodi di aggressività auto ed etero diretti. L’aspetto inquietante è che ci saltano all’occhio sempre di meno, ci disturbano sempre meno. 

A mio modo di vedere questo avviene perché, proprio come nel trauma cumulativo, lo sentiamo una risposta ‘naturale’ ad una condizione ormai ‘normale’. Alcuni livelli di conflittualità, (nelle famiglie, sui mezzi pubblici, nei luoghi di lavoro) dovrebbero indicare un malessere, segnalare la presenza di un disagio profondo. Invece vengono gestiti senza consapevolezza: esplodendo rabbia, accusando gli assenti, ribaltando i termini del problema, insomma in tutti quei modi in cui le organizzazioni o i gruppi disfunzionali reagiscono di fronte a chi destabilizza la loro ‘disfunzionalità’. 

Affrontare clinicamente un trauma cumulativo può essere complicato. Gli esseri umani, lo sappiamo, hanno una grande capacità di adattamento, ma questo può essere anche pericoloso. Pensiamo alla pornografia online, di cui si nutrono ormai gli adolescenti, e non solo: sta portando molti individui a riformulare la loro intera modalità di relazionarsi agli altri. 

Affrontare clinicamente il trauma cumulativo, dicevo, è complicato. Si tratta, infatti, di sciogliere uno alla volta gli aggiustamenti che vengono fatti per adattarsi ai cambiamenti intercorsi. 

Ma la parte più difficile è stabilire quali di questi cambiamenti siano dovuti alla condizione traumatica. E’ più intuitivo riconoscere gli effetti di un cataclisma, di un’esplosione atomica o di un bombardamento, ma ammettere che il tale o talaltro cambiamento delle nostre abitudini sia dovuto ad una condizione esterna, che peraltro a nostro avviso stiamo affrontando tutto sommato bene, anziché alla nostra volontà, è cosa ben diversa.