Cos’è l’autolesionismo?

Ripetere il trauma

La prima associazione che andrebbe fatta quando si indaga l’autolesionismo è quella con il trauma.

L’autolesionista ripete. La fissazione al trauma assomiglia quasi ad un attaccamento alla scena traumatica. L’impossibilità di lasciare il momento in cui il trauma è avvenuto, induce il soggetto a ripetere l’evento, o quantomeno le ripercussioni negative dell’evento sul suo corpo.

L’effetto non è quello di lenire il dolore, che anzi ne risulta amplificato, ma quello di tenerlo sotto controllo. Nella ripetizione autolesionista il dolore viene inscatolato, ingabbiato in una sintomatologia, ossia viene controllato in maniera onnipotente.

Prendiamo per esempio chi si procura dei tagli sulle braccia. Alcune di queste persone hanno avuto delle infanzie molto infelici, hanno sopportato il peso di accuse gravissime, e sono cresciute con dei vuoti affettivi. Quando queste persone si procurano delle ferite è come se ripetessero le lacerazioni che hanno subito, e in maniera onnipotente dicessero: ecco adesso sono io che decido se e quando potrò avere una sofferenza così acuta.

Ricerca di attenzione

L’autolesionismo non è un quasi mai un atto di protesta, più frequentemente è una richiesta di attenzione. Purtroppo, come abbiamo detto altre volte, è una richiesta di attenzione sbagliata nei tempi e nei modi, ossia che porta come unica conseguenza l’allontanamento – anziché l’avvicinamento – delle persone.

Ma anche questa purtroppo è una forma di ripetizione: anche in questo aspetto l’autolesionista finisce con il ripetere per intero le condizioni in cui ha subito il trauma: solitudine, indifferenza, colpa.

Uomini e violenza di genere

Identificare l’uomo con la volitività e l’aggressività è una semplificazione culturale che ha a che fare con l’omologazione sociale e la massificazione dei costumi.

Se prendiamo ad esempio lo sport ci rendiamo conto che questo è tanto più vero quanto più lo sport è ‘popolare’. In Europa gli sport di massa sono quelli in cui l’aggressività, anche cieca, l’espediente, il furore agonistico al limite della rozzezza, sono valori fondativi molto più che in sport per così dire di nicchia, in cui invece il fair play, il terzo tempo, il rispetto per l’avversario vengono addirittura prima del risultato in sé.

In politica le cose non vanno meglio. Un tempo i grandi movimenti politici erano anzitutto fucine di idee e di contenuti. Oggi invece, in tutto il mondo, i grandi partiti sono quelli che convogliano la rabbia, l’aggressività, talvolta l’odio dei loro iscritti, mentre è più facile ascoltare parole di saggezza e lungimiranza al congresso di un piccolo partito. Lo stesso si potrebbe dire per i grandi movimenti di piazza, in cui gli slogan, la semplificazione, l’aggressività passiva, prendono il posto del ragionamento, del confronto, dell’ascolto.

Vengo ora alla violenza di genere. Se un uomo è in grado di esprimere fair play ad una partita di tennis e molto meno sulle tribune di uno stadio di calcio, se riesce ad essere moderato al meeting di un nuovo movimento politico, più che ad un corteo di massa sotto bandiere e cappellini, probabilmente la colpa non risiede nella genetica.

Sono portato a credere che l’aggressività, soprattutto nelle relazioni affettive, sia molto spesso una semplificazione culturale, una scorciatoia filo evolutiva, una rozza imitazione della filosofia politica per cui distruggere un nemico è la migliore certezza di poterlo dominare.

La violenza di genere è sostanzialmente un fatto culturale, per questo può e deve essere superata. Con la cultura, evidentemente. Non con gli slogan.