Categoria: Altri spunti

  • Don Bosco: quale lezione per il presente?

    Don Bosco: quale lezione per il presente?

    Don Bosco è fonte inesauribile di insegnamenti, per chi si occupa di disagio giovanile. La sua vicenda umana, spirituale, e potremmo dire anche professionale, si svolge in Piemonte nel corso dell’Ottocento, ma offre una lezione universale, ancora oggi incredibilmente attuale. Padre e Maestro della gioventù, Don Bosco si è occupato soprattutto di ragazzi emarginati, “difficili”, diremmo oggi, attirandosi, per questo, il dispetto di tanti potenti dell’epoca. Il sistema educativo da lui promosso, basato sull’amorevolezza, e oggi diffuso in tutto il mondo, ci consente di fare delle valutazioni molto interessanti sul malessere nell’adolescenza e sulla devianza. In larga parte Don Bosco aveva ragione, motivo per cui conviene guardare con interesse alla sua esperienza. Nelle righe che seguono, proveremo a capire perché. 

    Disagio di ieri, disagio di oggi

    In una celebre disputa con Michele Cavour, (il padre di Camillo, primo presidente del Consiglio italiano) che, come capo della polizia gli ordinava di mandare a casa quei ragazzi pericolosi, il santo di Castelnuovo faceva notare come, grazie a lui, essi avessero ridotto le loro condotte delinquenziali. Il disagio giovanile, in altre parole, secondo Don Bosco, ha origini multi fattoriali e multi dimensionali, e non è definibile in termini di buoni e cattivi, come potrebbero credere i più. 

    Nel celebre libro Cuore, ad esempio, uscito più o meno in quegli anni, Edmondo De Amicis disegna la figura di Franti, un ragazzo cattivo senza una precisa ragione. Don Bosco, al contrario, evidenzia che il disagio giovanile può avere un’origine legata all’istruzione, come nel caso della disoccupazione cronica; Può avere origine socio educativa, come certa devianza, legata a piccoli reati di strada; Oppure può anche avere un’origine psichica, o psicosociale, come la tossicodipendenza, (ma anche i disturbi alimentari, e così via.). Non raramente, poi, questi aspetti si legano e mescolano in vario modo. Per questo la sua azione è volta anzitutto ad attrarre, a fornire ai giovani un contesto accogliente, facilitante, talvolta confidenziale. Poi, solo successivamente, si vedrà di cosa ha bisogno ciascuno, ossia si valuterà quale vuoto deve essere colmato per primo. 

    Anche oggi, pensiamo alla generazione Z, ma non solo, il disagio è multi fattoriale. Gli analisti più esuberanti credono di sapere in cosa consista, e propongono ricette facili, dirette, semplicistiche. Tuttavia, come vediamo continuamente, sono ricette sbagliate, non in grado di cogliere l’essenza del problema, che invece peggiora di giorno in giorno. Lo scivolamento del mondo Occidentale verso la catastrofe, la fine del capitalismo come fonte di benessere diffuso, la dissoluzione della verità operata dai social network, l’Intelligenza Artificiale, solo per citare alcuni dei nodi problematici del nostro tempo. Don Bosco sembra dirci questo: attirate i giovani, ma non date subito risposte, perché dareste le vostre. Fatevi prima dire per quale motivo si sono persi. Come non essere d’accordo? 

    Per aiutare: non giudicare.

    L’altro caposaldo della lezione di Don Bosco, per chi fa una professione di aiuto, specie nell’ambito della psicopatologia legata alla devianza, è quello che Egli chiama lo sguardo amorevole. Non lontano, in questo, dall’opera dello psicoanalista ungherese Sandor Ferenczi, il santo dei giovani ci insegna ad avvicinare i ragazzi difficili con simpatia e lealtà, sospendendo il giudizio sul loro passato. 

    Se l’obiettivo più grande è raggiungere chi si sente abbandonato, l’atteggiamento non può essere giudicante. Ciascuno, secondo Don Bosco, ha delle peculiarità e delle capacità. Al suo tempo poteva essere fare il giocoliere al baraccone, suonare il tamburo nella banda, o cantare a squarciagola. Oggi può essere interpretare Massimo Troisi in una pièce teatrale, o fare una mostra di disegni, e così via. Sta di fatto che tutti hanno un lato positivo, un talento, su questo possiamo concordare con il salesiano. Si tratta di individuarlo, e andando incontro a questi ragazzi con entusiasmo e simpatia, e aiutarli così a rafforzare la loro immagine di sé.  

    Per l’epoca, non c’è dubbio, la posizione di Don Bosco era altamente innovativa. Proviamo a rileggerla secondo le nostre esigenze attuali. Ci stupirà, per quanto potrà esserci d’aiuto.  

  • “Adesso ve lo buco, sto pallone”. Gli italiani e la fine del calcio come cultura popolare.

    “Adesso ve lo buco, sto pallone”. Gli italiani e la fine del calcio come cultura popolare.

    In Italia c’è stato il tempo del ciclismo, (Bartali, Coppi, Moser) , c’è stato il tempo del calcio, (Gigi Riva, Boninsegna, Paolo Rossi), e oggi c’è un tempo completamente nuovo: del tennis, dello sci, e di altri sport dapprima meno popolari. La mancata qualificazione a tre consecutivi mondiali di calcio, ci autorizza a fare riflessioni sul nostro modo di vivere l’impegno e lo spirito di gruppo. Dobbiamo rassegnarci ad estati senza nazionale italiana? Forse sì, ma proviamo a capire perché. 

    Un uomo solo è al comando

    Le passioni cambiano, lo sappiamo bene. Da bambini amavamo quel cartone animato, che a quattordici anni avremmo persino rinnegato, se ce ne fosse stato bisogno, davanti agli amici di scuola. Da adolescenti avevamo dei cantanti preferiti, che, però, abbiamo dimenticato abbastanza in fretta, davanti alle traversie della prima età adulta. E poi abbiamo collezionato film, libri, autografi, di artisti che oggi stenteremmo a riconoscere, se li incontrassimo per strada. Per le passioni collettive, vale lo stesso principio. Ci sono tendenze che si accordano ad alcune fasi storiche, ma che risultano fuori tempo in epoche successive. 

    Come italiani, abbiamo avuto gli anni della bicicletta. Il dopoguerra, i film neorealisti, la gioia di muoversi in libertà. A Torino, negli anni Cinquanta, c’era chi faceva chilometri in bici, per raggiungere il posto di lavoro. Il rapporto con la bicicletta ha pervaso la nostra cultura profonda, e in effetti, per decenni, il ciclismo è stato sport seguitissimo, fucina di miti popolari, come Gino Bartali e Fausto Coppi.

    Campioni del mondo

    Poi c’è stata l’ascesa del calcio. Se il ciclismo era fatica, pericolo, anonimato, il calcio, sin da subito, è stato per molti il sogno del benessere, oltreché della notorietà. Dapprima, era un fatto di stadio alla domenica. Il tram nella nebbia per San Siro, i mignon di liquori nel borsello, la Gazzetta e il catenaccio di Gianni Brera. Ma poi la nazionale ha cominciato a vincere, di pari passo con le squadre di club, e il calcio si è fatto sempre più fenomeno di costume. Si è spostato sui banchi di scuola, nelle discussioni in ufficio, e soprattutto nelle strade, al parco, in spiaggia. Tutti giocavano a calcio, in qualunque momento della giornata, persino aspettando l’autobus. La frase più sentita, dalla mia generazione, era una velata minaccia che riguardava il pallone. La pronunciava un anziano, o la mamma di un neonato, che restituivano la palla finita sul loro balcone, sull’auto, o sulla stuoia. Ringhiavano che quella sarebbe stata l’ultima volta: “Adesso ve lo buco, sto pallone!” E aggiungevano: “Andate a giocare da un’altra parte.” Ecco, non siamo andati da un’altra parte, abbiamo cambiato gioco. Altri sport hanno superato il calcio, hanno più appeal, come a suo tempo il calcio affascinava più del ciclismo.   

    La nazionale non si è più qualificata alla fase finale di un mondiale, probabilmente anche perché il calcio non rispecchia più le esigenze profonde del popolo italiano. Una linea di tendenza che vedo chiaramente, nel mio lavoro quotidiano, è lo spostamento della fatica, da un piano di gruppo, ad un piano individuale. Alcuni sostengono che la retorica del sacrificio sia superata, e che gli italiani non vogliano più faticare per raggiungere degli obiettivi, specie se vaghi o troppo lontani nel tempo. Non credo, ho l’impressione che l’abnegazione, l’impegno, la rinuncia, ci siano ancora, ma siano declinati soprattutto al presente singolare. Fare un video su Instagram richiede ore di lavoro, talvolta giorni, ma la gratificazione è tutta personale, non va condivisa con altri. 

    Cinque sostituzioni 

    Il calcio di oggi prevede tanta preparazione fisica (fatica), alta velocità di azione (stare poco al centro della scena), e, soprattutto, di essere buttati via appena non si è abbastanza utili (cinque sostituzioni). Solo a me pare uno sport invecchiato, superato, fuori dal tempo? In molti casi, inoltre, la vera star di una squadra di calcio è l’allenatore, che guadagna cifre spropositate, e che prende su di sé i meriti dei successi, scaricando sugli altri la colpa delle sconfitte. Tutto questo in un’epoca in cui le esigenze del mercato, e della pubblicità, ci hanno trasformati in individualisti egocentrici. Risultato finale? Il calcio non è più un’urgenza delle attuali generazioni. 

    Molto probabilmente ci sono altri sport, in grado di esprimere meglio le inclinazioni e le esigenze di oggi. Ad esempio il tennis, (ma anche lo sci, e via dicendo). Il tennis prevede la partecipazione ad una gara per intero, non si viene sostituiti. Richiede una buona preparazione fisica, ma non è solo sudore e velocità. E poi consente di usare la propria componete fantasiosa e creativa, cosa ormai totalmente sradicata dal calcio. Inoltre, e credetemi, non è cosa da poco, quando un tennista vince, è sempre per merito suo, mai del Mister che ha dato i numeri in conferenza stampa. E quando perde, non è mai per colpa dell’arbitro. 

    L’Italia fuori dai mondiali di calcio decreta il declino di uno sport, ma anche il cambiamento di una collettività. Che rifiuta di adeguarsi all’individualismo soltanto per motivi commerciali, ma che sogna di esprimersi liberamente, senza censure, almeno nella pratica sportiva, e nello svago. Alla fine ce l’hanno bucato, quel pallone. L’avevano detto. 

  • Sognare pazienti nelle professioni sanitarie: burnout o compassione?

    Sognare pazienti nelle professioni sanitarie: burnout o compassione?

    Sognare i pazienti, per chi fa una professione d’aiuto, è fenomeno decisamente comune. Questo tipo di attività onirica non è necessariamente sintomo di malessere, o sovraccarico di lavoro, ma va analizzata, soprattutto se ricorrente, o se le sensazioni al risveglio sono molto negative.

    Terapia e pallottole 

    In un film del 1999, Terapia e pallottole, un boss mafioso, interpretato da Robert De Niro, va in terapia dallo psicoterapeuta Billy Crystal. La pellicola resta sul piano della commedia leggera, fino a quando il professionista non ha un sogno, molto interessante dal punto di vista cinematografico, ma ancora di più da quello psicoanalitico. Il sogno, infatti, riguarda la famosa scena di un altro capolavoro del cinema, Il Padrino, ma in cui i ruoli vengono spostati e invertiti. La scena è quella dell’attentato a Marlon Brando, quando esce dall’auto per comprare della frutta ad una bancarella sulla strada. Nel sogno, però, lo psicologo è Don Vito, e Robert De Niro è suo figlio, il quale, per goffaggine, non riesce a difendere il padre nella sparatoria. Nello svolgimento del film, questo sogno è molto importante, perché aiuta lo psicologo a capire che il paziente ha un trauma infantile irrisolto, legato proprio all’omicidio di suo padre, quando era bambino. 

    Anche nella vita vera, per tornare a noi, i sanitari hanno sogni riguardanti i loro pazienti. Talvolta sono dirette costruzioni della psiche degli assistiti, come nel film di cui abbiamo detto, talvolta originano dal passato del curante, ed è il motivo per cui non riguardano tutti i pazienti, indiscriminatamente, ma soggetti specifici, con un passato particolare, o con un determinato stile di personalità. 

    Partecipazione emotiva

    Nel lavoro di aiuto, la reazione emotiva è una componente centrale della dinamica clinica. Non tutte le persone che incontriamo nella nostra vita quotidiana possono esserci ugualmente simpatiche, e non a tutti possiamo andare a genio allo stesso modo. Tuttavia, si suppone che, se abbiamo scelto una professione di aiuto, sia perché amiamo stare a contatto con i pazienti, con le loro difficoltà, e farci carico del loro malessere.

    In alcuni casi, tuttavia, la simpatia o l’antipatia sono troppo forti, e rischiano di sfuggirci di mano. Sono i casi in cui qualcuno si innamora, o stringe amicizia con un paziente, o in cui, al contrario, ci entra in simmetria, e litiga furiosamente. Come nel film di Robert De Niro, però, dobbiamo ricordare che la partecipazione affettiva del paziente non è mai rivolta a noi come persona, ma come figura di riferimento. Così, anche una reazione spropositata da parte del sanitario, non è mai diretta a quell’individuo in sé (del resto lo conosciamo anche poco), ma riguarda suoi tratti di personalità, o modalità relazionali, che evidentemente scatenano in noi vissuti profondi. 

    Il sogno è un’attività involontaria che non possiamo controllare, ma che possiamo, al più, analizzare. Soprattutto, possiamo indagare, e interpretare, lo specifico quadro emotivo che abbiamo al risveglio da un sogno. In effetti, quando abbiamo sogni che riguardano, anche in senso lato, un paziente e la sua storia, non si tratta mai di esperienze generalizzate, ma di casi che definiscono sempre qualcosa di chiaro. La pratica clinica ci mostra che, ad esempio, se siamo particolarmente infastiditi da pazienti con tratti narcisistici (oggi vanno di gran moda), difficilmente lo siamo anche da pazienti con tratti depressivi, o con tratti psicotici, e così via. Questo significherà ben qualcosa. Quando questi aspetti entrano nei nostri sogni, al punto da farci svegliare con ansia, irritazione o disgusto, probabilmente dobbiamo fermarci a riflettere. 

    Colpa

    Da una mini ricerca su un campione di clinici, ho osservato che uno dei vissuti più diffusi, al risveglio da sogni che riguardino pazienti, è quello della colpa. Alcuni individui riescono a entrare nella nostra psiche talmente in profondità, da scatenare la colpa per non averli aiutati a sufficienza. Ora, va detto che, nella nostra cultura cristiana/platonico-cartesiana, la colpa è legata direttamente al concetto di responsabilità, infatti è sempre bene separare la colpa reattiva dalla colpa persecutoria. Tuttavia andrebbe analizzato il rapporto tra la nostra tendenza a sentirci in colpa (oggi siamo più sensibili, e abbiamo sensazioni di colpa per aver trascurato l’ambiente, per non aver aiutato le minoranze, e così via…), e la tendenza a esperire altri tipi di reazioni emotive, ad esempio a sentirci svalutati, o adulati. 

    Laddove il paziente svalutante, o quello adulante, non riesce a metterci in crisi, quanto quello che ci suscita colpa, potremmo essere di fronte ad un corto circuito mentale. La sua accusa, in altre parole, per quanto velata, potrebbe riecheggiare una qualche altra forma di accusa, che la nostra mente avanza a noi stessi.  

  • Hikikomori

    Hikikomori

    Hikikomori è una modalità comportamentale prolungata di ritiro dalla vita sociale, dalle attività lavorative o scolastiche, dalle relazioni. Il termine indica tanto il comportamento, quanto gli individui che lo compiono. Inizialmente osservato in Giappone, come una forma di opposizione alla cultura nipponica tradizionale, estremamente competitiva, Hikikomori non definisce necessariamente una patologia psichiatrica: per questo è utile conoscerne le basi psichiche, al fine di porre delle contromisure più che al suo insorgere, al suo cronicizzarsi. 

    Giappone anni Ottanta  

    Verso la fine degli anni Ottanta, in Giappone, gli esperti di comportamenti giovanili hanno cominciato a osservare una forma di rifiuto della cultura classica basata sulla competizione (scuola, tecnologia, arti marziali). I giovani si chiudevano volontariamente in casa per lunghi periodi di tempo, e si dedicavano a passatempi di varia natura, quali i videogame, i fumetti manga, la meditazione. In alcuni casi il ritiro appariva particolarmente problematico: includeva, infatti, abbandono scolastico, uscita da relazioni affettive o amicali, e persino di rifiuto di intrattenere rapporti con i familiari. A questa modalità comportamentale, i giapponesi diedero nome Hikikomori, da “hiku” (tirare), e “komoru” (chiudersi, ritirarsi).

    Approfondendo, con gli anni, l’indagine del fenomeno, si è poi notato che Hikikomori non era un comportamento unicamente giapponese, ma se ne trovavano varianti anche negli Stati Uniti e in Europa occidentale. Di conseguenza, possiamo fare una prima distinzione, e dire che se la polemica contro la tradizione, (tipica di molti adolescenti), è trasversale rispetto ai Paesi d’origine, allora dobbiamo separare i comportamenti patologici da quelli più tipicamente culturali/adolescenziali. Ossia, non tutte le condotte Hikikomori sono patologiche. 

    Gli adolescenti hanno le stesse emozioni e le stesse reazioni di tutti gli altri individui, ma amplificate per elevazione a potenza. Il rifiuto della “legge dei padri” è un passaggio tipico, e a volte molto duro, dell’adolescenza. Per individuarsi, un giovane deve anzitutto abbandonare le indicazioni che riceve dagli altri, se  vuole trovare da sé la propria strada. Così, trascorrere del tempo in casa negandosi agli amici e giocando ai videogame, è cosa talmente diffusa che non basta a definire un periodo di disagio. Quando, invece, il ritiro diventa sostanziale, riguarda tutte le sfere della vita sociale e affettiva, e intacca persino il rapporto con la famiglia, possiamo cominciare a parlare di comportamento Hikikomori patologico. 

    Adolescenti: dal conflitto al disaccordo

    Certa filosofia elegge il conflitto a origine di ogni cosa. Alcuni arrivano persino a incoraggiare il conflitto, in nome di una insopprimibile spinta a trovare il proprio posto nel mondo. Tuttavia, l’attuale situazione internazionale ci mostra i limiti di tale approccio all’esistenza. Continuando ad aprire conflitti dialettici con gli altri, in nome del mio diritto ad essere riconosciuto, corro il rischio di trovare qualcuno più testardo di me. Per questo direi che dobbiamo fare i conti con il “disaccordo”, piuttosto che con il “conflitto”. 

    Andare d’accordo con tutti non è immaginabile. Il disaccordo è parte integrante della relazione con gli altri, pensiamo, per fare un esempio, alla vita di coppia. Aprire conflitti su qualunque questione, significa andare alla regola del più forte, e in coppia, dove potrebbero mancare testimoni, non è una buona soluzione. Al contrario, sarebbe più funzionale accettare l’esistenza del disaccordo, e trovare la forza di starci dentro. 

    Nel lavoro con gli adolescenti, vedo sovente la difficoltà di raccontarsi il disaccordo. Molti ragazzi sentono di avere ragione, come se la ragione fosse un loro diritto inalienabile, e rifiutano il confronto, ad ogni livello. Concepiscono unicamente lo scontro. Lo vediamo anche nel rapporto con le istituzioni statali o religiose. Un cittadino, per capirci, può fare parte di uno Stato, o un fedele può fare parte di una confessione religiosa, pur non approvando alcuni aspetti della loro struttura organizzativa. Invece vediamo la tendenza (non solo giovanile, per la verità, ma come detto per gli adolescenti questi aspetti assumono dimensioni più eclatanti), a considerare come tutto negativo ciò che non piace, e a espellerlo dalla propria vita, o a considerarlo come un nemico giurato. Così i giovani (ma non solo) non votano più, perché “la politica non mi piace”, non vanno in chiesa perché “questa Chiesa a me non piace”, e così via. Non sono in grado di comunicare il disaccordo, o, una volta comunicato, di sostenerlo come un dato di fatto. L’unico dato di fatto che sono in grado di concepire è avere ragione, l’alternativa ad avere ragione, è il conflitto. 

    Convincere, conquistare, sedurre.

    L’Hikikomori è un ragazzo che rifiuta di comunicare, o sostenere, il disaccordo con chi lo circonda, e si chiude in un mondo autoreferenziale di cui è il sovrano assoluto. Posto che, nei casi più gravi, questa condizione si associa a forme di sofferenza psichiatrica più profonde, resta comunque la difficoltà a sostenere un dialogo paritario con chi non viene sentito consonante. La diffidenza verso la relazione da parte dell’Hikikomori, e che lo porta all’isolamento, muove dalla sfiducia di vedere riconosciute le sue istanze, o di poterle comunque ottenere. Se vogliamo, Hikikomori è il superamento del conflitto attraverso un conflitto ancora più grande, quello dell’uscita di scena. Per certi versi mi fa pensare al Ghosting, la pratica di scomparire quando si vuole chiudere una relazione, anziché comunicarlo chiaramente. 

    Quale può essere, quindi, l’antidoto all’isolamento? Questi ragazzi devono recuperare la capacità di stare nel disaccordo, e capire che quello che non c’è, può essere raggiunto. Convincere, conquistare, sedurre, detto in sintesi. Nel mondo sempre più individualista, la sfiducia verso l’altro diventa cecità: se esisto solo io, non posso vedere altri che me. Se l’altro, al contrario, è per me di una qualche importanza, e soprattutto se io ritengo di avere una qualche qualità, una qualche forma di intelligenza, dovrò anche essere in grado di raggiungere ciò che non è direttamente disponibile. Nello sport, ad esempio, vediamo continuamente grandi professionisti aumentare le loro prestazioni di giorno in giorno. Non soltanto in termini fisici, ma anche nel senso della capacità strategica, della programmazione, e così via. I risultati non immediatamente disponibili, si possono raggiungere. 

    La tendenza, e ripeto un concetto già espresso, al di là del comportamento strettamente Hikikomori, è quella del rifiuto della competizione, in nome di un supposto diritto a vedersi riconosciuti a priori. Questo, per la maggior parte degli esseri umani non è possibile. Se non ci si vuole chiudere ad ogni forma di relazione, conviene mettere alla prova le proprie qualità, e provare a conquistare  anche quei risultati che vorremmo dare per scontati.   

  • Z: Generazione solitudine

    Z: Generazione solitudine

    Noi sappiamo in cosa credere, siamo i ragazzi di oggi noi”. Così cantava Luis Miguel a Sanremo nel 1985, in una delle canzoni più iconiche degli anni Ottanta. La fiducia, l’entusiasmo, la sfrontatezza giovanile si respiravano ovunque in quel tempo, tempo che da lì a poco avrebbe visto la vittoria del modello occidentale nella Guerra Fredda. Oggi le cose sono notevolmente cambiate, soprattutto per le giovani generazioni (Gen Z e dintorni), che come al solito pagano il prezzo più alto di ogni cambiamento. 

    Duemila e non più duemila

    Ai nostri giorni l’Occidente si avvita in una spirale senza fine, e la fiducia nel futuro è un ricordo antico, se è vero che la disillusione galoppa in tutte le sue forme. Le tre promesse occidentali (democrazia, crescita economica, pace) che avrebbero dovuto sancire la fine della storia, e indurre tutti gli umani a diventare come noi, sono entrate tra le leggende dei secoli, come quella del Mille e non più Mille, quella del Prete Gianni o quella di Agilla e Trasimeno. 

    La prima conseguenza di questa situazione riguarda la politica. Milioni di cittadini disertano ormai sistematicamente le urne, non per negligenza, ma per deficit di vera rappresentanza. La seconda riguarda direttamente la salute mentale: psicopatologia e abuso di stupefacenti dilagano, definendo la nostra società come tra le più instabili emotivamente, e forse anche le più infelici, al mondo.

    Come dicevo, sono le giovani generazioni a pagare il prezzo più alto di questa involuzione. Chi ha vissuto il 1989 ricorda che l’entusiasmo per la caduta del Muro di Berlino contagiava tutti, anche chi, amando troppo la Germania, preferiva ce ne fossero due (Cit.). I nati dopo di allora, invece, hanno assistito unicamente allo scivolamento. 11 settembre 2001, Lehmann Brothers, crisi dello spread, Covid-19, guerra in Ucraina. 

    Il sacrificio di Isacco

    La Generazione Z (per comodità narrativa, ma possiamo estendere la riflessione a tutti quelli che hanno memoria unicamente del nuovo secolo) si è trovata con il cerino in mano. I bagordi (che non furono per tutti) sono passati, e la storia, che vive di fatti, chiede a questi ragazzi di fare la loro parte. Nello specifico, chiede spirito di sacrificio. Questo vocabolo desueto, che negli anni Ottanta suonava come una bestemmia, è tornato prepotentemente di moda nel parlare comune, riferito soprattutto ai giovani (categoria generica, bonne à tout faire). 

    “I giovani sono senza ideali”, sento dire, “Non amano il sacrificio”. Espressione di origine religiosa, “sacrificio” indica l’atto di immolare una vittima agli dei per garantirsene il favore. Perché, quindi, questi giovani, che hanno visto solo il declino, dovrebbero amarlo? Ecco il dramma peggiore di questa generazione: la solitudine

    La pretesa che chi paga per tutti lo faccia con gioia, è un (ennesimo) paradosso occidentale. Abramo trascina sul monte Moriah suo figlio Isacco, per compiere l’estremo sacrificio a Dio, ma Isacco ne è contento? O è, suo malgrado, vittima degli eventi? Allo stesso modo Gen Z è stretta tra due fuochi. Gli imperativi della storia, e le aspettative della società. 

    Chiedere sacrificio a questi ragazzi potrebbe assomigliare, alcune volte, a spremere un limone: dopo il primo bicchiere, il succo è finito. Ossia, molto probabilmente, Gen Z sta già pagando il cambiamento in atto, più di quanto taluni vorrebbero ammettere. Quando Luis Miguel cantava Ragazzi di oggi era quindicenne, aveva tutto il mondo davanti a lui, e davvero sapeva in cosa credere. La Generazione Z, al contrario, Internet a parte, non è così fortunata. Per questo, credo, andrebbe accusata di meno, e sostenuta un po’ di più.

  • La fine dell’Io-pubblicità: oggi, chi siamo?

    La fine dell’Io-pubblicità: oggi, chi siamo?

    L’Io-pubblicità

    Il tramonto del modello politico-socio-economico del capitalismo di stampo americano ci lascia senza identità. La convinzione che il benessere fosse legato al PIL, ossia alla produzione e al consumo di beni, con quella correlazione più o meno diretta tra il suo aumento e il miglioramento delle condizioni di tutti, ci aveva trasformati, nonostante gli avvertimenti, in compratori seriali. Potremmo dire che, ad un certo punto della nostra vita, la tv abbia condizionato i nostri bisogni a tal punto da creare una vera e propria forma di Io-pubblicità.

    Lo spostamento della produzione nei Paesi più svantaggiati, poi, ci ha man mano lasciati soli in questo processo. Inizialmente produttori, siamo rimasti meri consumatori di beni prodotti altrove. E il nostro Io-pubblicità, quel famoso “me lo merito, merito io” della merendina confezionata, ha pian piano cominciato a sgonfiarsi, laddove i vantaggi del nostro identificarci con la dittatura del PIL, non ricadevano più su di noi. Ecco, allora, che l’Io-pubblicità è entrato in crisi, rendendoci sempre più rancorosi, e alla ricerca di altri modi per auto definirci. 

    E dove cercare, quindi, una nuova forma di identità? Sulla base di cosa poter definire chi siamo, chi vorremmo essere domani, e cosa cambiare rispetto a ieri?

    Come nell’Argentina del dopo crisi economica, anche qui ha preso a tornare attuale la  vicenda culturale, scientifica e umana di Sigmund Freud, il padre della psicoanalisi. Sin dalle sue prime battute, il testo freudiano, e il movimento da lui inaugurato, ruota attorno alla definizione michelangiolesca di scultura, quel “via di levare” che la differenzia dalla altre forme artistiche. Levare è per Freud, (e per tutti noi, suoi nipoti) sinonimo di liberare. Svincolare dai condizionamenti, dalle paure, dalle nevrosi, indotte, inevitabilmente, da altri. 

    Michelangelo: per via di levare

    Se l’Io-pubblicità era il risultato del mettere, dell’aggiungere, (fino a soverchiare) bisogni fittizi, al punto che Vittorio Sgarbi arrivò a dire che è il superfluo a rendere felici (Sgarbi quotidiani), la psicoterapia di stampo psicoanalitico inverte questo paradigma. L’identità di ciascuno di noi è ciò che resta dopo aver tolto ciò che gli altri vorrebbero che fossimo. Sin da bambini sentiamo entusiasmo intorno a noi quando facciamo alcune cose, e questo può trasformarsi in un progetto identitario. Fino a quando, da adulti, non sappiamo se siamo più simili a come volevano, o a come avremmo voluto noi. Ricordo di un paziente piuttosto bravo a giocare a calcio, ma interessato più che altro al tennis. Un amico di famiglia disse ai suoi genitori, quando era bambino, di andarne fieri, perché grazie a lui si sarebbero molto arricchiti. Quella battuta divenne quasi una profezia: il giovane entrò in una spirale di aspettative familiari, volte rinforzare ogni tentativo di fare carriera nel calcio, a scapito della passione tennistica. 

    Questo esempio fa capire cosa intendo per levare. Abbandonare la logica consumistica che non ci alimenta più, dovrebbe aiutarci ad andare verso una ridefinizione della nostra identità come uno spogliarci delle pretese, o dei desideri, altrui. Potrebbe costare fatica, non c’è dubbio. Ma correremmo il rischio, finalmente, di essere felici. 

  • Dio perdona…io no! Tradimento, orgoglio, perdono.

    Dio perdona…io no! Tradimento, orgoglio, perdono.

    Il perdono è uno dei capisaldi della nostra tradizione religiosa, cosa che si riverbera anche nel diritto, in cui per un condannato sono previsti sconti di pena, indulto, riabilitazione penale, ecc… . Abbiamo la tendenza, tuttavia, a considerare il perdono più come una cosa che gli altri debbano a noi, che come un movimento da parte nostra verso chi ci ha mancato di rispetto.

    Il perdono di Dio e dello Stato

    Dio pedona… io no! Questo titolo di un film dell’amata coppia Bud Spencer e Terence Hill, è molto eloquente nel discorso che stiamo facendo. Il Cattolicesimo è spesso ritenuta la religione del peccato. A torto, a mio avviso, perché più che in altre confessioni, o quantomeno in maniera diversa, ruota attorno al concetto di perdono. Dio perdona chi si rimette nelle sue mani, tramite le modalità previste dalla teologia. Non spetta ai teologi sindacare, non è nel potere dei fedeli contrattare. Il perdono di Dio fa parte della nostra storia religiosa e culturale, al punto che nessuno se ne sente offeso, o ne tenta una qualche forma di revisione. 

    Anche lo Stato perdona, in tutto o in parte, chi ha commesso dei reati contro la legge, e anche in questo caso nessuno, in genere, mostra risentimento. Anzi, chi ha fatto un reato è sovente portato a credere che il diritto non faccia abbastanza, che dovrebbe perdonare di più, che le pene sono troppo severe, ecc… . Il perdono verso di noi, in altre parole, non è mai troppo, non è mai a sproposito, anzi è sempre meritatissimo. Anche nelle forme più alte di errore, come quelle del peccato nei confronti di Dio, o di reato verso la legge dello Stato. 

    Lo stesso vale per le offese che rechiamo ad amici, conoscenti, colleghi, partner, e via dicendo. Il credito che riteniamo di avere è pressoché illimitato, sono sempre gli altri a dover fare uno sforzo, venirci incontro, apprezzare i nostri passi verso di loro.

    Io perdono, ma non dimentico 

    Il discorso cambia, e di parecchio, quando siamo noi a dover perdonare per un torto subito. In questi casi, la cosa migliore che si possa sentire è: “Io perdono, ma non dimentico.” Che poi è un modo per dire che non se ne parla proprio. Perché questa disparità di posizione? Perché perdoniamo in quantità minore, e più faticosamente, di quanto vorremmo essere perdonati? Va detto che un’eccessiva predisposizione al perdono, soprattutto nell’ambito della vita di coppia, può talvolta risultare sospetta. Se perdoniamo con leggerezza un partner fedifrago, ad esempio, possiamo dare l’idea di non tenerci abbastanza, oppure di avere qualcosa da nascondere, oppure ancora di essere troppo dipendenti, e accettare qualunque compromesso pur di non perdere la relazione. Tuttavia il perdono non riguarda solo il tradimento in coppia, e  dobbiamo ammettere che, in generale, perdonare è più difficile che chiedere, o aspettarsi, il perdono. 

    Per quanto pacifica, la cosa è talmente paradossale, che merita una piccola riflessione. Anzitutto, chi ci ferisce, lo fa in buona o cattiva fede? E poi, poteva fare diversamente? Avrebbe saputo resistere? Ha seguito se stesso, il suo istinto, oppure no? Queste domande, e altre simili che queste ci suscitano, ci portano in una direzione. Quanto è veramente responsabile chi ci offende con il suo comportamento? 

    Sul perdono, e la difficoltà di perdonare, partirei anzitutto da noi stessi, da cosa avremmo fatto noi al posto dell’altro, e da come vorremmo essere trattati, per giungere poi ad un’altra conclusione. Il perdono, è utile ricordare (Lacan, Kristeva), non si riferisce all’offesa, o al reato, ma alla persona: è un atto relativo all’altro. Non riguarda il furto, l’aggressione o la rapina, ma l’individuo che li ha commessi. Così in coppia, non perdoniamo il tradimento, ma chi lo ha fatto. 

    Il per-dono è un dono a noi stessi

    Inoltre, il perdono libera il futuro. Restare ancorati all’evento che ci ha feriti, che è comunque passato, vuol dire non ripartire. Ecco, allora, la conclusione cui volevo giungere: il per-dono all’altro, sostanzialmente, è un dono fatto a noi stessi. Chiudere quella porta, è autorizzarci a guardare oltre, ad andare avanti. È allora forse questa la difficoltà? Restare fermi al torto subito è uno stop forzato, un drammatico alibi per non continuare a crescere senza l’altra persona. 

    Sta forse qui la ragione per cui vorremmo che, invece, a parti invertite, ci perdonassero tutto? Non riusciamo a capire per quale motivo si ostinino a non ripartire, quando è tutto chiaro, quando tutto è superato, quando ormai tutto è inesorabilmente chiuso nel passato?    

  • Guerra, clima, economia. Come sopravvivere al caos?

    Guerra, clima, economia. Come sopravvivere al caos?

    Abbiamo già definito la condizione attuale, quella che è andata definendosi dopo la pandemia da Covid-19 e la guerra di Ucraina, come la grande frammentazione. Per frammentazione psichica intendiamo la frantumazione della psiche in parti consce e inconsce, che può avvenire in seguito ad un trauma. Nella fattispecie, abbiamo detto di come la nostra opinione sui fatti del mondo sia nella sostanza ambivalente e non definitiva, e di come questa ambivalenza sia il frutto del trauma che ci ha investiti in questa fase storica. Ad esempio, qualcosa dentro di noi ci dice, a tutta prima, che dovremmo stare da una certa parte, e ne siamo assolutamente convinti. Poi, però, dopo averci pensato sù,  cominciamo a non esserne più così sicuri: qualcos’altro ci dice che potremmo stare benissimo anche dall’altra parte. Ecco, servita la frammentazione. 

    Frullato di verità e populismo

    Lo spezzettamento della verità, direi anzi, il frullato di verità, (come quello che ci viene offerto dai social network), corrisponde al frullato della nostra identità, che infatti è sempre meno definita sotto tanti punti di vista. Avete mai notato che nello sport, pensiamo al calcio, ma non solo, non esistono più i ruoli predefiniti? Oggi si dice che un difensore deve sapere fare anche il centrocampista, che l’attaccante deve avere compiti difensivi, e via dicendo. Vale lo stesso nel tennis, nel ciclismo, e così via. Nel nostro lavoro quotidiano, in cui siamo chiamati a ricoprire diversi ruoli, funziona allo stesso modo, in virtù della frammentazione delle logiche produttive, e di conseguenza delle mansioni operative. 

    Il social network è l’emblema del frullato di verità, perché per funzionare ha bisogno di un algoritmo. Se apro un social network, mi appare un elenco di stimoli che in qualche modo confermano le mie preferenze. Ma se, senza volerlo, induco l’algoritmo a propormi un contenuto affine e parzialmente alternativo, oppure è l’algoritmo stesso che decide di gettarmi sabbia negli occhi, il social network mi apparirà come un frullato di contenuti, dal gusto più o meno omogeneo, ma che non assomiglia a nessun elemento conosciuto. Ossia, avrà reso la verità come qualcosa di non afferrabile.  

    In questa nebbia, va da sé che il populismo diventi una lanterna. Il populismo è la scomposizione di un teorema in micro vignette, la soluzione di un problema complesso in poche semplici operazioni. 

    Dal caos al desiderio

    Una soluzione che parta dal basso, invece, e che investa la nebbia nel suo processo di formazione, è quella della rifondazione dell’Umanesimo. Nel discorso che interessa qui, dobbiamo dirci che la fine del desiderio, del sogno e della speranza, è la vera responsabile della disperazione contemporanea. La frammentazione psichica indotta dal trauma socio-politico che ci circonda, e il frullato della verità favorito dalle innovazioni informatiche, non vanno aggrediti con il populismo, ma con la rifondazione dell’Umanesimo. Nella fattispecie, con la rinascita del desiderio

    Sappiamo bene di come gli Italiani abbiano smesso di frequentare la chiesa, di andare a votare, e più in generale di credere nel futuro. La disperazione ci circonda a tutti i livelli, e i dati sul consumo di alcol e droghe, non fa che confermare queste considerazioni. C’è inoltre l’elemento della violenza di genere, che nasconde un grave vuoto interiore, per non dire una recrudescenza psicopatologica, a dispetto di letture sociologiche e semplicistiche. 

    L’importanza di avere qualcosa in cui credere, non è di valore unicamente spirituale (che non sarebbe comunque poco), ma identitario. Muoversi con una prospettiva metafisica, spirituale, inseguire un ideale, è qualcosa che riempie di significato ogni istante della nostra vita. Avere fiducia nella politica e nella rappresentanza democratica, per essere più espliciti, non consente solo di partecipare alla vita pubblica, fornisce anche una ragione per sperare di cambiare domani ciò che oggi non ci piace. E infatti un elettorato che diserta le urne, perché privo di fiducia nel sistema politico, è un elettorato amareggiato, senza sogni, disperato, preda, di conseguenza di suggestioni e fascinazioni. 

    Ecco perché insistiamo sulla necessità di investire in qualcosa che dia significato personale, al di là della corsa individualista all’apparire. Lo sport, l’arte, l’associazionismo, tutto quello che può farci alzare nel cuore della notte per raggiungere un meeting, una biennale, una manifestazione, è un modo per sconfiggere il vuoto interiore, e riempirlo di sogni, ambizioni, significati. In una parola, di desideri.   

  • Il bello e dannato (e anche un po’ furbo): istruzioni per l’uso

    Il bello e dannato (e anche un po’ furbo): istruzioni per l’uso

    Vorrei fare il punto su una figura piuttosto diffusa e, al tempo, fortemente distruttiva delle relazioni affettive, che potremmo chiamare il “bello e dannato”. Questo individuo tende a spargere intorno a sé un fascino seduttivo, a provocare premure e preoccupazioni, ma allo stesso tempo a minare l’autostima e la stabilità in chi lo avvicina, e in qualche modo se ne invaghisce. Questo particolare personaggio (useremo il maschile, ma non è solo maschio) ha la capacità innata di illudere, mantenersi equidistante, e infine di deludere l’altro, ma con la drammatica conseguenza di gettare scompiglio, a volte anche contro la sua stessa intenzione volontaria. 

    Sex appeal

    Il bello e dannato è un individuo appetibile dal punto di vista erotico, che appare un po’ in crisi per alcune sfortunate circostanze, e che fa capire, a chi lo avvicina, che con un piccolo aiuto potrebbe uscirne più forte di prima. Le reazioni emotive di chi cade in questa trappola, di conseguenza, si mescolano alla speranza di poterlo agganciare sentimentalmente, nella fantasia di come potrebbe essere “grazie al mio aiuto”. 

    Sovente il bello e dannato è tormentato, cerca un equilibrio che non trova, e la tendenza a mandare in confusione gli altri, non è necessariamente dolosa. La sua sofferenza lo porta, talvolta, ad abusare di alcolici o droghe, a cercare emozioni forti, ad adottare condotte rischiose, se non autolesive. È questa inquietudine che riversa sugli altri, nella ricerca (questa sì, autentica) di un catalizzatore che riesca a calmare la sua irrequietezza. 

    Le sue modalità di richiesta di aiuto, tuttavia, non sono chiare. Saltano su vari livelli, da quello amicale a quello amoroso, talvolta passando da una seduttività erotica molto forte, che gli serve, tra l’altro, per controllare la situazione. La conseguenza è che chi entra in questo vortice vive una condizione borderline, ossia è molto vicino alla meta, ma anche sull’orlo di una delusione fortissima. 

    Vittima designata

    La vittima preferita di questi soggetti è una persona che cerca delle conferme. Chi  attraversa a sua volta delle difficoltà di natura relazionale, può vedere nel bello, ma raggiungibile, un riscatto alle proprie sofferenze. La vittima ha l’impressione di trovarsi di fronte ad un’occasione più unica che rara, che, se saprà sfruttare, potrà garantirgli parecchi gradi di successo: aiutare definitivamente questo individuo, conquistarlo, e sistemare, al contempo, la propria situazione sentimentale.

    Questo quadro, però è tutt’altro che auspicabile, perché si basa su uno sbilanciamento di potere, e su una seduzione psicologica. Il bello e dannato, infatti, non cerca una relazione paritaria, ma un bidone in cui svuotare tutte le sue frustrazioni. Non cerca un vero aiuto, ma ha bisogno, anzitutto, di avere saldamente in mano le redini della relazione, che può indirizzare a suo piacimento in qualunque direzione. Inoltre c’è una variabile di ulteriore vulnerabilità, rappresentata dalle compagnie. Può capitare che amici o conoscenti possano gettare benzina sul fuoco, e dare consigli sbagliati, a chi è già sopraffatto da mille dubbi. 

    Il personaggio che abbiamo definito come bello e dannato, quindi, fa leva (involontariamente?) sulle fragilità altrui. Sono queste fragilità, pertanto, che devono essere tenute sotto controllo, quando si cade nella trappola che abbiamo delineato. Ed è proprio a queste fragilità che occorre dare risposte, prima di offrire un soccorso a chi, molto probabilmente, non ha nessuna intenzione di riceverne. 

  • La “terapia dell’orgasmo”: fantasia erotica e desiderio nella donna matura

    La “terapia dell’orgasmo”: fantasia erotica e desiderio nella donna matura

    Arriva un’età in cui la sessualità si svuota un po’ dai classici significati puramente affettivi, si libera da certi vincoli morali, ed entra in contatto con l’autostima e il senso di desiderabilità personale. Per la donna dopo gli “-anta”, (in modo particolare) il desiderio si lega anche al confronto con le nuove generazioni, al dubbio di essere ancora piacente, in definitiva al rapporto con il tempo che passa. 

    Avere un confidente

    La sessualità per la donna matura assume sfumature diverse, soprattutto al tempo dei social network. La fantasia erotica può prendere, ad esempio, la forma intellettualizzata dell’amicizia con un confidente. Avere un’intimità mentale, basata sulla condivisione di opinioni politiche, punti di vista sul mondo, o simili, può dare la sensazione di essere capiti, ma soprattutto la certezza di piacere all’altro. 

    Dico intellettualizzata perché, in una prima fase, confrontarsi sulle idee politiche, o sulle squadre di calcio, ecc… , accorcia le distanze, senza necessariamente esporre verso un interesse, o un coinvolgimento, più diretti. 

    L’amico social ha il ruolo che un tempo poteva essere del corrispondente: a volte soltanto un conoscente, a volte, chi lo sa, anche qualcosa di più. La differenza, enorme, sta nel fatto che ora lo scambio è più veloce, può essere multimediale, e soprattutto privatissimo e sconosciuto agli altri. Inoltre l’amicizia social può essere fisicamente distante, un altro elemento che aiuta a non farla sfuggire di mano, nel caso in cui le confidenze dovessero diventare più esplicite. 

    Fantasia e desiderio 

    Il rapporto della donna matura con la sessualità è condizionato dai cambiamenti nel corpo e nei suoi ritmi. La fantasia erotica e il desiderio, tuttavia, continuano a essere determinanti per il suo equilibrio mentale, come nelle altre epoche della vita. La differenza sta nella difficoltà di esprimere questa esigenza, di parlarne con il partner, perché a volte creduta fuori luogo. 

    La sessualità riflette, come detto, l’esigenza di avere un rimando di amabilità, la conferma di piacere, e di non essere giudicati. In casi come questo la consulenza sessuale si lega al processo di coppia e diventa percorso a due, per riavviare un dialogo che non prescinda dai cambiamenti del corpo, ma ne discenda. 

    Più che in altre occasioni, in questa vale la regola di non affidarsi ai tutorial online, di non ascoltare maestri improvvisati, o consigli generici validi un po’ per tutto. Al contrario, sarebbe molto più importante intraprendere un viaggio insieme al partner, per esplorare fino a che punto le fantasie possono essere condivise, e, possibilmente, inseguite insieme.