Categoria: Persone “felici”

  • Anoressia e donne in carriera

    Anoressia e donne in carriera

    Alcune donne di potere soffrono di solitudine. Conformemente al ruolo che ricoprono, però, e all’immagine che devono dare all’esterno, questa sofferenza non può e non deve essere espressa: a loro non sono consentite fragilità. 

    Disturbi alimentari e solitudine

    Il disturbo alimentare è sostanzialmente storia di solitudine. E’ da soli che ci si forza a digiunare, è in solitudine che si fanno abbuffate notturne, è nel silenzio della propria intimità che si espelle il cibo, magari dopo aver mangiato in compagnia. 

    Non stupisce quindi che molte donne in carriera, o comunque donne forti, tutte d’un pezzo, abituate a essere seguite piuttosto che a seguire, possano soffrire di disturbi alimentari: perché il potere fa rima con solitudine, e l’angoscia che può derivare dal comando necessita di strategie primordiali per essere affrontata. 

    Le modalità legate all’assunzione/rifiuto del cibo sono tra le prime ad essere acquisite, come ben sanno le mamme che allattano: da neonati infatti impariamo a comunicare il bisogno di cibo, o a esprimere il senso di sazietà. E da neonati impariamo che quel ‘buco nello stomaco’ può essere riempito se chi ci sta davanti sa capire le nostre richieste. Ma se da adulti ricopriamo un ruolo in cui non possiamo fare richieste, perché non sono previsti attimi di fragilità, ecco che quel ‘buco nello stomaco’ dobbiamo riempirlo da soli, ossia ognuno come riesce. 

    Vuoto e pieno

    L’ingestione compulsiva di cibo assomiglia allo riempimento forzato di un contenitore. Spingere qualcosa giù, come i vestiti in una valigia. Riempire forzosamente il vuoto primordiale, negare l’utilità del prossimo, dell’Altro, e bastare a se stessi, o almeno provarci. Immaginate se un neonato stanco di aspettare il biberon che non arriva potesse alzarsi, e con rabbiosa voracità ingoiarne l’intero contenuto, mandando al contempo tutti al diavolo. Negare l’importanza del soccorso, proprio quel soccorso che non è arrivato quando ne avevamo più bisogno: fare da sé, a costo di sbagliare, a costo di farci male. Alla donna in carriera, non possiamo negarlo,  non sono consentite fragilità, e il corto circuito è servito. 

    Colpa 

    Ogni pranzo che si rispetti prevede un’ultima portata, e per il comportamento alimentare l’ultima portata sono rabbia, colpa, senso di abbandono. La colpa e le altre emozione negative del disturbo alimentare sono i diademi della solitudine,  di chi non ha altro giudice se non la propria coscienza. Ed eccoci, così, tornati alla solitudine, da cui siamo partiti. La donna in carriera, o comunque la donna forte, tutta d’un pezzo, abituata non a seguire, ma ad essere seguita, è donna sostanzialmente sola. E da sola, infatti, deve affrontare, oltre alle sue paure di leader, anche il senso di colpa per non essere riuscita, proprio lei, a riempire quel vuoto primordiale: quel ‘buco allo stomaco’ che con tanta rabbiosa voracità ha provato a riempire, mandando al contempo tutti gli altri al diavolo.    

  • Il fascino del numero 10: il romanticismo nel calcio.

    Il fascino del numero 10: il romanticismo nel calcio.

    I diversi ruoli degli sport di squadra seducono gli appassionati in modo viscerale, ma ciascuno diversamente. Perché? C’è una differenza tra un ruolo e l’altro? 

    C’è una grande differenza tra ruoli, e si possono riconoscere almeno due ordini di motivi, che sono interconnessi, ma separati. 

    Il primo è legato all’importanza che un ruolo ricopre nel funzionamento della squadra, ovvero ai fini del raggiungimento dell’obiettivo. Possiamo definire questo aspetto come ‘tecnico e/o tattico’, ovvero come genuinamente sportivo. Nel ciclismo, per esempio, il gregario è sentito dal pubblico come meno importante del capitano, e si è propensi a ritenere che diversi gregari potrebbero fare per il capitano più o meno lo stesso lavoro. Così il gregario è un ruolo che non attira molto le fantasie del pubblico, o meglio, le attira, ma meno del capitano della squadra. 

    Il secondo è legato al peso relativo che uno specifico interprete riesce a dare a quel particolare ruolo. Questo aspetto, come si può capire, non è ascrivibile al ruolo in sé, ma alle fantasie che un protagonista scatena nel pubblico. Potremmo definire questo aspetto come romantico/idealista. Nell’esempio del ciclismo posso citare la famosa frase di Ferretti: ‘Un uomo solo è al comando: la sua maglia è bianco-celeste, il suo nome è Fausto Coppi’. Ammetterete che questa frase è in grado di suscitare nel pubblico fantasie quasi bibliche: di conquista, di vittoria per distacco, persino di riscatto. Nel Piemonte del 1949, poi, poche settimane dopo la caduta del Grande Torino, sentire Ferretti alla radio deve avere riempito gli occhi di lacrime. Fausto Coppi non era più Fausto Coppi: era tutti gli italiani, compresi i fans di Bartali, che comunque era secondo. 

    Allo stesso modo avviene nel calcio. La smisurata passione per questo sport deriva dal fatto che ad un interesse che per l’appunto si può definire tecnico/tattico, che riguarda l’essere tifosi, l’occuparsi di quale giocatore in quale ruolo potrebbe essere più utile alla squadra, si associ l’interesse romantico/idealista, che riguarda il fatto di essere umani, di avere delle fantasie di trionfo. 

    Prendiamo ad esempio il magico numero 10 del calcio, il cosiddetto regista.  

    Il 10 del calcio è il leader per eccellenza. Punto di riferimento per i compagni, la mente del gioco: imposta, manda gli altri in rete, e se necessario finalizza. Sovente il 10 è anche il rigorista della squadra, ovvero quello che si assume le responsabilità maggiori. Queste responsabilità di conseguenza diventano gloria, e la sua visibilità aumenta. Il 10 è il comandante delle operazioni. 

    Questi sono gli aspetti che abbiamo definito tecnici e/o tattici, ovvero che sono relativi al ruolo in campo del numero 10. Incendiano la fantasia del pubblico del calcio ad ogni latitudine. Ovunque, infatti, un appassionato sarà portato ad identificarsi con il comandante, con il regista delle operazioni, con il metronomo dei tempi di gioco. E’ un fatto di immedesimazione immaginativa, o di neuroni specchio, se preferite. In ogni stadio, di qualunque categoria, i cuori battono per quel giocatore che, in mezzo al campo, continua ricevere palloni dai compagni, come se fosse l’unico a capirci qualcosa. 

    L’altro aspetto è quello romantico/idealista. Tutti i riferimenti immaginativi del regista, le componenti legate al suo ruolo così importante ai fini del raggiungimento dello scopo principe del gioco del calcio, si fondono con le fantasie che un particolare giocatore scatena. Così un atleta prestante fisicamente scatena fantasie di scontri fisici, di duelli cavallereschi con gli avversari, mentre un giocatore molto tecnico suscita fantasie di altro tipo. E i tifosi amano immaginare i loro eroi fare colpi sensazionali contro i rivali di sempre: nessuno sogna di battere una squadra sconosciuta o amica. Questo significa solo una cosa, che le componenti romantico/idealistiche del tifo sportivo sono molto più rilevanti di quanto alcuni presidenti vorrebbero ammettere. 

    Negli sport di squadra, pertanto, il pubblico viene sedotto in maniera diversa dai diversi ruoli in campo. I ruoli degli sport denotano elementi tecnico e/o tattici che riguardano direttamente l’obiettivo di gioco, e che scatenato l’identificazione immaginativa del tifoso con il ruolo all’interno di un gruppo di lavoro. E denotano anche elementi di tipo più direttamente romantico e idealista, che fanno scattare le molle della fantasia.