Il romanzo di formazione

Siamo soliti leggere nel romanzo psicologico, e più in particolare nel cosiddetto ‘romanzo di formazione’, di un certo grado di sviluppo della personalità del protagonista, elemento che, per l’appunto, caratterizza in termini ‘psi’ il testo in questione.

E’ quello che abbiamo amato per esempio in Huckleberry Finn, nel suo avventuroso viaggio lungo il corso del Mississippi, on in Peter Camenzind e nel suo travagliato rapporto con l’alcol, oppure nell’identificazione immaginativa di Bastian con Atreju nella Storia infinita. La personalità evolve come processo intrapsichico, come reazione a esperienze formative della vita, come evolverebbe un campo seminato se ben curato durante l’inverno. La crescita ci appare quasi un processo culturale, scolastico: avere seguìto determinate lezioni e letto certi libri, trasforma un bambino in un ragazzo o un adolescente in un giovane.

In questo modo, tuttavia, dimentichiamo che gran parte della ricchezza della personalità di un individuo (nella vita reale, non solo nel mondo della letteratura) e direi anche della sua ‘salute’, è data dalla rete di legami e di affetti di cui egli ha la possibilità di circondarsi. E questa rete di legami e affetti è altrettanto determinante nella sua crescita, se non più, della sua capacità di rapportarsi alle vicende della quotidianità e auscultarne le reazioni all’interno della propria coscienza.

Anna Karenina, per esempio, non può parlare con nessuno della sua drammatica condizione e proprio per questo soccombe ai suoi stessi rimproveri. Natasha Rostov di Guerra e Pace, al contrario, è ‘salvata’ proprio dalla rete di amici e conoscenti che lei e la sua famiglia si sono costruiti nel corso del tempo.

Guglielmo da Baskerville, nel Nome della Rosa, è per Adso da Melk qualcosa di più di un semplice alter ego adulto. E’ il catalizzatore della sua crescita intellettuale, umana e spirituale. E come ogni buon catalizzatore non compie il lavoro al suo posto, ma lo rende possibile consentendo un vitale gioco di sponda.

Ecco cosa manca a mio avviso al romanzo di formazione, il gioco di sponda. A volte fa crescere di più e meglio la parola giusta detta da un amico, che cercare di uscire da soli da un empasse che ci sembra insuperabile.

Psicologia e religione. I tratti distintivi del fedele: la fiducia.

Quali sono i tratti distintivi delle persone che hanno una fede religiosa? Questi tratti sono stabili nel tempo o possono variare?

Un aspetto caratteristico dei fedeli, ovvero di persone che aderiscono ad una confessione religiosa, è quello di avere fiducia. Non è facile sapersi fidare, ciascuno di noi lo fa con estrema cautela e difficoltà, e sapersi fidare di chi non si vede, almeno direttamente, è cosa certamente ancora più difficile. Per questo è comunemente riconosciuto che avere fede sia caratteristica di un io maturo, evoluto. Inoltre non ha niente a che vedere con la cultura: tutti noi conosciamo persone di fede che non hanno un alto grado di istruzione, e di contro persone molto colte che faticano a fidarsi, e che riguardo alla fede religiosa appaiono scettiche e disilluse.

Questo è possibile perché aver fiducia in qualcosa o qualcuno è un modo di vedere se stessi e gli altri, ovvero un fatto di evoluzione dell’io, e pertanto non si acquisisce leggendo libri. Vorrei mettere in evidenza come la fiducia, a dispetto del suo nome, non sia stabile nel tempo, sia soggetta a variabilità, ma di contro sia anche ‘allenabile’.

Osservandola da vicino, soprattutto quella legata al sentimento religioso, possiamo dire che la fiducia è relazionale e personale.

La fiducia è relazionale, si accorda in virtù di una relazione, per l’appunto una relazione di fiducia, che si ha con qualcuno.

La fiducia è personale, viene data a quella persona più che ad altre, anche in virtù di aspetti personali, intimi, profondi.

Dire che la fiducia sia data su base relazionale parrebbe un’ovvietà, ma secondo me non lo è. Tutti ci fidiamo più facilmente delle persone che conosciamo bene, e con cui abbiamo una relazione avviata, piuttosto che di persone che conosciamo appena.

Molti dicono che nelle grandi confessioni religiose il fedele sviluppi un rapporto ‘diretto’ con la divinità. Questo significa anzitutto che la relazione è alla base del rapporto di affiliazione, cioè alla base della fiducia. Vi sono diverse forme di spiritualità non religiosa, come per esempio il New Age, che non prevedono nessuna relazione e quindi nessun rapporto di affiliazione. Se ci chiediamo se questa caratteristica della fede sia stabile nel tempo, l’osservazione ci sorprende. Conferma quello che sappiamo da sempre delle persone di fede, ovvero che alcune di loro oscillano, a volte anche in maniera evidente, nel corso della vita. Questo aspetto della fede, dell’avere fiducia, infatti non è stabile. Se si basa su una relazione, come tutte le relazioni è in divenire. Ecco che appare chiaro come la fiducia del fedele possa andare incontro ad alti e bassi; l’aspetto positivo, di contro, è che non essendo data una volta per tutte, può essere potenziata.

La fiducia è su base personale. Una parte importante della fiducia che noi diamo a qualcuno non dipende dal rapporto che abbiamo, ma da cosa significa quella persona per noi. Ovvero da aspetti che risiedono in profondità dentro noi stessi. Questo determina in genere un atteggiamento di fiducia o sfiducia stabile nel tempo verso le persone, cosa che invece non avviene nel caso della fede religiosa. Una vecchia canzone blues diceva: ‘Se Dio fosse una donna, bionda e avvenente, ti inginocchieresti al suo altare, le offriresti preghiere e smetteresti di bestemmiare.’ La trovo assolutamente illuminante. L’aspettativa verso qualcuno determina il credito che gli concediamo. Questo vale per quasi tutti i campi della vita, ma raramente capita in ambito religioso, in cui la fiducia non è cieca, e data una volta per tutte, ma oscilla nel tempo.

Siamo disposti, per esempio, a leggere il romanzo di uno scrittore famoso anche se ha ricevuto pessime critiche, o a guardare un film non premiato soltanto perché vi recita il nostro attore preferito. Oppure a scuola vi sono insegnanti che tendono a fidarsi più dell’allievo x anziché dell’allievo y. Nello sport avviene la stessa cosa, chiunque è portato a fidarsi maggiormente di un campione affermato. In questi casi la fiducia è cieca, ovvero viene data a priori. Sembrerà strano, ma anche in questo caso vediamo come nel sentimento religioso la fiducia su base personale vacilla, non è accordata una volta per tutte, cambia nel tempo. Questa è una nota dolente dei fedeli e dei padri spirituali di ogni tempo, perché rallenta il percorso di crescita personale nella fede. Ma anche in questo caso l’aspetto positivo è che questo tipo di fiducia può essere potenziata.

Mi è sembrato doveroso fare una breve riflessione sui modi di avere fiducia, questo tratto così distintivo delle persone che aderiscono ad una confessione religiosa. Sia nel caso dell’aspetto relazionale di tale fiducia, sia nel caso dell’aspetto personale, abbiamo visto che, contrariamente alle aspettative, la fiducia non è stabile e non è accordata una volta per tutte, anzi va incontro a variazioni anche piuttosto notevoli nel corso della vita. L’aspetto positivo di questa realtà è che la capacità di fidarsi può essere limata, sviluppata, potenziata.

Quali sono le conseguenze dello smart working?

Non ci sono dubbi: il telelavoro è una delle innovazioni più importanti che la nostra società erediterà da questa terribile pandemia. Ma quali sono realmente le conseguenze dello smart working sugli individui? E quali sul rapporto che gli individui hanno con il loro lavoro?

Prima di rispondere vorrei fare un passo indietro. Andiamo a vedere quali grandi cambiamenti culturali, sociali, tecnici ecc… nella storia sono stati accolti con favore al loro esordio, e di quali soprattutto si sono a tutta prima intuite le reali potenzialità.

Pensiamo per esempio alla mongolfiera, alla penicillina, alla polvere da sparo o alla stampa a caratteri mobili. Io credo fondamentalmente pochi. Probabilmente soltanto la ruota o la scrittura fecero da subito intuire la loro portata rivoluzionaria. Ma anche lì la differenza tra chi era in grado di potersele permettere, o quantomeno di poterle controllare, e chi no, era tale da creare un solco tra individui, settori, direi anche tra territori. Di conseguenza le resistenze sono state enormi, perché chi non poteva accedere a quelle invenzioni sicuramente ne sminuiva le virtù e le possibilità.

Cambiare abitudini, inoltre, non è facile. Gli esseri umani hanno la grande facoltà di adattarsi al loro ambiente, di impostare i loro ritmi di vita in base a certe condizioni date, e non è agevole per nessuno rivedere queste condizioni, specie dopo molto tempo, e riadattarsi ad altre. Così, per esempio, quando arrivarono le macchine da scrivere elettriche ci furono levate di scudi, specie tra i giornalisti, perché i vecchi modelli erano portatili, e inoltre era più difficile fare errori. Solo dopo un po’ tutti ci si abituarono. Lo stesso avvenne con le racchette da tennis di legno, che neppure grandi campioni volevano abbandonare. Potrei citare diversi esempi, ma tutti mostrano come ad una innovazione non basti essere accessibile economicamente, per essere accolta deve trovare il consenso.

Allo stesso modo nei confronti del telelavoro ci sono due tipi di diffidenze: la diffidenza di chi per varie ragioni non lo può utilizzare, e la diffidenza di chi potrebbe, ma non si fida.

Evidentemente come per gli esempi fatti sopra le due categorie tendono a vedere nel lavoro a distanza diversi limiti, diversi livelli di problematicità, ciascuno a partire dal proprio angolo di visuale.

Guardando da vicino quali sono le conseguenze dello smart working sui lavoratori, sul lavoro in sé, e sul rapporto che ciascuno sviluppa con il proprio lavoro, vorrei evidenziarne una in particolare, che individuo come trasversale rispetto alle due categorie di ‘detrattori’. Anzi direi trasversale rispetto a tutti i lavoratori a distanza. Si tratta dell’appartenenza alla cultura organizzativa e dell’adesione ai valori, agli obiettivi, alla mission dell’azienda.

Il sogno, o forse dovrei dire l’aspettativa, di molti manager è che i loro dipendenti giungano ad identificare pian piano i propri obiettivi di vita con gli obiettivi dell’organizzazione di cui fanno parte, e col passare del tempo identifichino sempre più i valori aziendali come i propulsori della loro personale esistenza. Fino ad imparare a dire ‘noi’ parlando della storia, del presente e delle politiche dell’azienda per cui lavorano. Quel noi è la certezza matematica della fedeltà del dipendente, è la certezza che il dipendente non avanzerà altre richieste ai suoi superiori né in termini di retribuzione, né in termini di condizioni, perché l’azienda per cui lavora è in qualche modo già sua, egli la rappresenta ogni giorno con la propria vita.

Questo atteggiamento che qualcuno chiama aziendalista, ma che potrebbe avere anche definizioni meno nobili, è da inquadrare secondo me quasi esclusivamente nel rapporto ‘personale’ tra un dipendente e le persone e i luoghi per cui lavora. In un rapporto ‘impersonale’ quale quello a distanza, il vincolo di appartenenza è molto più debole.

Mi spiego meglio. Per un dipendente che lavora da casa, che sotto al pc vede il suo tavolo, che dietro alla sedia vede il suo divano, il suo appartamento, ecc…, dire noi non ha la stessa valenza che quando è circondato dai suoi colleghi. Da casa propria noi sa molto più di famiglia, di affetti, di realtà intima e privata.

La complicità del fare squadra, anche con persone che ti stanno antipatiche, da casa non c’è. Il desiderio che l’azienda faccia bella figura con terzi, o con la concorrenza, quando fai pranzo nella tua cucina anziché nella mensa aziendale, non c’è. Lo spirito di corpo senza la gita di fine anno o senza la cena di Natale, non c’è. E potrei continuare.

Una delle conseguenze dello smart working è lo scollamento delle dinamiche identitarie tra il lavoratore e l’organizzazione.

Di conseguenza l’utilizzo massiccio del telelavoro, che per le aziende è certamente più conveniente, nasconde una potente insidia. Il lavoratore smette di vedere quello che fa come fatto a nome proprio, smette di vedere se stesso come un prolungamento dell’azienda. Senza il camice, il cartellino, il tesserino o tutti gli altri segni di riconoscimento dell’appartenenza di un dipendente all’organizzazione, un dipendente lavorerà anzitutto per sé, anche quegli individui che in tutte le occasioni non smettono di professarsi aziendalisti.

Quali sono gli stili materni? La Mother Queen, un tipo di madre assente.

Ci sono diversi modi per suddividere e definire gli stili di attaccamento del bambino, ma quali sono i principali stili materni? Ovvero, quanti ‘tipi’ di madre esistono?

Semplificando molto, e riferendomi al tipo di influenza diretta che una madre ha sul presente del bambino, credo si possano indicare una serie (composita) di madri ‘presenti’, una serie (composita) di madri ‘assenti’, e una serie di madri per così dire ‘intermedie’ o ‘moderate’, in grado di modulare prossimità/distanza in base alle situazioni.

Nell’ambito delle madri che (non necessariamente per colpa o dolo) possono essere definite ‘assenti’, quali sono gli stili materni predominanti? Fra essi se ne possono riconoscere diversi, ma vorrei qui fermarmi su quella che amo definire ‘Mother Queen’, la madre ‘regina’.

Una regina ha nei confronti dei suoi sudditi un atteggiamento di benevolo distacco. Ella certamente ama rappresentarli nelle occasioni mondane. Una regina ama rivolgersi ai sudditi facendo leva su gli alti valori della responsabilità e dell’appartenenza alla casa comune. Una regina difende il suo popolo nelle occasioni più importanti. Ma altrettanto certamente possiamo dire che una regina si mescola con le dinamiche dei suoi sudditi solo parzialmente; Si fa ritrarre con alcuni di essi, i più vicini a lei per rango e censo, dicendo che lo fa a nome di tutti gli altri; in quanto regina il patrimonio di cui dispone la differenzia notevolmente dagli altri, talvolta anche da quelli che fanno parte della sua stessa casa reale. Insomma una regina è seducentemente, ma inesorabilmente, irraggiungibile.

La prima caratteristica fondamentale del tipo di madre assente che definisco stile Mother Queen è proprio questa: irraggiungibile. La madre irraggiungibile si pone al di sopra e di lato rispetto ai figli, ne è costantemente cercata dallo sguardo, ma non si sofferma mai su di loro, perché per l’appunto, la sua attenzione è rivolta altrove, verso un orizzonte diverso.

La Mother Queen non è necessariamente una madre assente dal punto di vista fisico. Proprio come una regina non è assente dalla vita dei suoi sudditi: anzi, la sua è una presenza fortemente ingombrante. Ecco, ingombrante è l’altra caratteristica fondamentale della Mother Queen. La combinazione di questi due elementi caratteristici, essere allo stesso tempo irraggiungibile e ingombrante, fa sì che la Mother Queen venga vissuta con deferenza e rispetto, ma anche con frustrazione. Il bambino sente di non poter mai raggiungere questo tipo di madre, sente che qualunque cosa faccia non è mai abbastanza. Una bambina che tutti definiscono brava, per esempio, che tutti ammirano per la sua bravura a scuola, può sentirsi ferita da una madre che non la riconosce come tale, perché abituata, poniamo, ad essere ella stessa al centro delle attenzioni.

Oppure un bambino che tutti definiscono bello, ammirato per la sua bellezza, può nutrire in sé delle insicurezze se la madre non si mostra mai abbastanza appagata da lui.

Ci sono senza dubbio diversi modi in cui una madre possa risultare ‘assente’ dalla vita dei suoi figli, e non necessariamente sono tutti per sua colpa o responsabilità diretta. La Mother Queen è una di queste. Questa donna attraversa un periodo particolare della sua storia: in conseguenza di ciò non riesce a sintonizzarsi sulle frequenze dei figli, ma allo stesso tempo ne ingombra (involontariamente) la strada, e ne frustra, suo malgrado, il cammino.

Come superare il lutto per la morte di un animale domestico?

Vorrei tornare su un concetto già espresso in passato, per chiarirlo meglio: il lutto per la morte di un animale domestico.

Quello che a volte rende penosamente insuperabile un momento difficile, che sia un lutto, la fine di una relazione affettiva, una fase lavorativa complicata, ecc… è non poter condividere questo momento con nessuno, sentirsi soli, inascoltati. Condividere di per sé non garantisce l’archiviazione rapida di una fase ‘no’, sia chiaro, ma certamente aiuta a chiarire, elaborare e trasformare le emozioni. Dapprima aiuta a trasformare le emozioni in pensieri, e poi, auspicabilmente, in piani di azione.

Un esempio significativo di quanto intendo dire è quello che è avvenuto in seguito agli attacchi terroristici dell’undici settembre del 2001 per gli abitanti di New York e per tutti gli americani. Quella terribile esperienza ha avuto una lunga serie di conseguenze. A livello politico due guerre e diversi rimaneggiamenti nelle relazioni con altri stati; a livello economico numerosi scossoni sulle borse di tutto il mondo, e sui piani industriali di molte aziende multinazionali, che sono stati superati solo diversi mesi dopo; a livello più concreto e organizzativo dei cambiamenti di regole e modalità del viaggio aereo, cambiamenti tuttora non superati; a livello artistico e culturale decine e decine di film, libri, concerti, mostre, aste di cimeli, riconoscimenti al corpo dei vigili del fuoco di New York, e tante altre reazioni e ripercussioni, che ora mi sfuggono, ma che certamente chi legge avrà ben presenti. In conseguenza di questa enorme mole di reazioni, i newyorkesi sono stati segnati dagli eventi di quella mattina meno di quanto molte persone vengano segnate ogni giorno da eventi dalla portata, se vogliamo, meno eclatante. E questo perché gli americani, e in particolare i newyorkesi, hanno avuto la possibilità di parlare a lungo tra di loro e con gli altri, di quanto successo, delle loro paure e delle loro angosce; Hanno avuto modo di documentare con fotografie, ricordi, impressioni, quella giornata drammatica, hanno sentito il calore e la vicinanza di milioni di cittadini del mondo, e infine hanno percepito con straordinaria chiarezza quali conseguenze politiche, militari, ed economiche sono discese da un attacco di tale portata. Il loro dolore, in altri termini, non è stato inascoltato. Ed essi hanno, inoltre, modulato una nuova narrazione di gruppo, anzi di popolo, a quanto avvenuto.

Per tante persone, invece, questo non è possibile. Nella vita quotidiana non si ha sempre la fortuna di poter condividere i drammi, e soprattutto nel condividerli di creare una nuova narrativa che li comprenda. Avete mai assistito a quelle discussioni di gruppo dopo un funerale, in cui viene ricordato il defunto attraverso aneddoti della sua vita, che riguardano anche le persone che li raccontano?

Ecco, quello è un tentativo di narrare la storia che verrà, ovvero quella di cui questo defunto non farà parte, mettendo delle premesse che dicano che no, egli ne farà parte eccome, perché egli sarà sempre nella narrazione di chi racconta quell’episodio, perché è nella sua vita. Affermando che il defunto farà sempre parte del mondo emotivo di chi racconta, viene in qualche modo gettato un ponte sul vuoto di memoria che sarà, e viene costruita una nuova identità di cui farà inesorabilmente parte anche il defunto: viene negata la morte, mantenendo per sempre in vita quella persona dentro alla mente e al cuore di chi parla.

Dicevo, in tantissime occasioni manca la rielaborazione in una relazione, e le persone sentono inespresso un loro dolore.

Una di queste occasioni è quella della morte di un animale domestico. Essa rappresenta molto spesso un lutto largamente non risolto, cosa testimoniata, come ho detto altrove, dal fatto che raramente un secondo animale sarà della stessa razza del primo, né tantomeno avrà lo stesso nome.

La perdita di un piccolo amico prefigura la fine di almeno due elementi nella vita di una persona: le abitudini e una relazione. Tale perdita è vissuta generalmente nella solitudine: parenti e amici, infatti, tendono a minimizzare la portata del lutto, ritengono (e probabilmente non per mancanza di sensibilità) che al più con l’acquisto di un altro animale si potrà superare brillantemente l’impasse.

Le abitudini: chi ha un cane ha delle routine consolidate che probabilmente entrano a fare parte del suo equilibrio, perché chi ama il proprio cane ama anche tutte le cose che fa insieme a lui. Così con un altro cane può darsi che le abitudini non siano più le stesse, gli orari, per esempio, o il negozio degli alimenti, o altro.

La relazione: un animale domestico è un compagno di vita. Restano dentro milioni di frammenti di memoria, condensati in un flash, in cui si ricordano quegli occhi, o il suono delle zampe che scivolano sul pavimento quando suona il campanello. Si è creata una relazione, non c’è che dire, profonda e personale: per esempio si arriva a prevedere ogni sua mossa, ogni suo comportamento: il gatto che salta sul letto al mattino, il muso del cane sulla gamba quando ti servono un piatto al ristorante, ecc… . E’ proprio questa relazione che non verrà mai raccontata, sono quei comportamenti previsti che fanno di una conoscenza un’amicizia.

Il lutto per un animale domestico è la perdita di una serie di abitudini, ma anche di una relazione stretta con un amico silenzioso. E meriterebbe più che qualche battuta buonista.

Life in the fast lane: storie di guida pericolosa

La guida pericolosa è uno dei quei comportamenti poco prudenti che un po’ tutti hanno attuato almeno una volta.

Avere invece sempre condotte al limite, temerarie o incoscienti, giocare a sfiorare il pericolo, essere sfacciatamente sconsiderati è tutta un’altra cosa. Alcuni individui più di altri ne fanno una filosofia di vita: la sfida al pericolo per loro è un modo di essere, un biglietto da visita.

Tra queste condotte mi focalizzo proprio sulla guida pericolosa perché mi sembra la più interessante: il pericolo che essa crea, infatti, non coinvolge soltanto chi la pratica, ma anche il resto della collettività, dal momento in cui il conducente si muove nel traffico tra altre auto.

L’aspetto che per primo vorrei mettere in evidenza riguardo alla guida pericolosa è quello relativo al ‘controllo’. Sottoporre noi stessi ad un rischio ha chiaramente in sé qualcosa di anti conservativo, tuttavia nel farlo abbiamo anche l’illusione del controllo, e di riflesso della conferma della capacità di controllo, per esempio di un pericolo più grande che invece non riusciamo a gestire.

Mi spiego meglio con un esempio. Gli adolescenti sovente guardano film dell’orrore o leggono romanzi gialli, thriller o simili, costume che magari abbandonano con il passare degli anni. Essi attraversano una fase in cui sono travolti dagli eventi e in cui nulla è sotto il loro controllo. Ecco, nel leggere piccoli racconti del brivido, o nel guardare e riguardare film horror di cui conoscono la trama, è come se sperimentassero il controllo, che invece per altri aspetti non hanno. E’ come se dicessero a loro stessi, ‘su questa cosa gigantesca che mi sta succedendo io non ho nessun potere, ma invece per altre cose sì, sono in grado di controllare emozioni, angosce e paure molto profonde che possono nascere dentro di me.’

Allo stesso modo credo che molti di coloro che attuano comportamenti pericolosi, come quelli alla guida, vivano la stessa sensazione. Il vuoto, l’angoscia, il dolore insopportabile per traumi, perdite o ferite ancora dolenti viene in qualche modo spostato, e la narrazione individuale della sconfitta da ciò che non è riusciti a controllare diventa per un attimo la narrazione della vittoria. Una vittoria di Pirro, se vogliamo, fatta a scapito di tutti quelli che rischiano di restare coinvolti.

Ma pur sempre una narrazione vincente, e a volte per la nostra mente è già qualcosa.