La sacralità (blasfema) del calcio. (Perché non bestemmiamo la nostra squadra?)

Ci siamo, comincia il campionato. E come ogni anno mi trovo a notare la stessa cosa: alcuni italiani bestemmiano contro Dio, ma nessuno bestemmia contro la propria squadra di calcio

Il calcio è ben più che una passione, lo sappiamo: a volte è quasi una religione. Con tanto di santi, profeti e predicatori. E non a caso il tifo è anche detto ‘fede’. Ma una religione con una sacralità tutta sua, al limite del blasfemo. 

Ho già detto altrove di come la tendenza a incolpare Dio per le cose che non vanno  nella nostra vita sia legata soprattutto alle aspettative che abbiamo nei suoi confronti. 

Vorrei aggiungere un elemento alla riflessione: è più sacra la squadra di calcio o la religione? E perché? Facciamo un esempio. Un persona si alza dalla sedia e sbatte il ginocchio contro la gamba del tavolo: in preda ad un dolore acuto esterna alcune imprecazioni religiose. Soltanto per alcuni secondi, ma in maniera furibonda; dopo di ché il dolore passa, e tutto rientra. Qual è il senso di queste imprecazioni? Dio è forse responsabile per ogni volta che urtiamo il tavolo? Non sono un teologo, ma direi proprio di no. Quindi c’è una serie di condizionamenti sociali, culturali, e probabilmente anche intra psichici che ci induce a questo tipo di proposizione: dolore al ginocchio – volere malevolo di Dio nei nostri confronti – imprecazioni. 

La domanda perciò è la seguente. Nella stessa situazione, a chi verrebbe in mente di imprecare contro la propria squadra di calcio? O contro un grande campione del passato, per esempio Maradona, Pelè ecc…? O contro la madre di un Presidente? Direi assolutamente nessuno. E cosa significa questo, che forse che il calcio è più sacro della religione? Perché ammetterete che se Maradona, Nereo Rocco o Ciccio Graziani non hanno nessuna responsabilità sul fatto che io urti la gamba del tavolo, ancora meno ne potrà avere Gesù, o sua madre, o altri della sua famiglia. 

Insomma, la discussione è aperta. La sacralità che il calcio assume per molti è al limite del blasfemo, e la cosa è piuttosto inquietante. 

Il fascino del numero 10: il romanticismo nel calcio.

I diversi ruoli degli sport di squadra seducono gli appassionati in modo viscerale, ma ciascuno diversamente. Perché? C’è una differenza tra un ruolo e l’altro? 

C’è una grande differenza tra ruoli, e si possono riconoscere almeno due ordini di motivi, che sono interconnessi, ma separati. 

Il primo è legato all’importanza che un ruolo ricopre nel funzionamento della squadra, ovvero ai fini del raggiungimento dell’obiettivo. Possiamo definire questo aspetto come ‘tecnico e/o tattico’, ovvero come genuinamente sportivo. Nel ciclismo, per esempio, il gregario è sentito dal pubblico come meno importante del capitano, e si è propensi a ritenere che diversi gregari potrebbero fare per il capitano più o meno lo stesso lavoro. Così il gregario è un ruolo che non attira molto le fantasie del pubblico, o meglio, le attira, ma meno del capitano della squadra. 

Il secondo è legato al peso relativo che uno specifico interprete riesce a dare a quel particolare ruolo. Questo aspetto, come si può capire, non è ascrivibile al ruolo in sé, ma alle fantasie che un protagonista scatena nel pubblico. Potremmo definire questo aspetto come romantico/idealista. Nell’esempio del ciclismo posso citare la famosa frase di Ferretti: ‘Un uomo solo è al comando: la sua maglia è bianco-celeste, il suo nome è Fausto Coppi’. Ammetterete che questa frase è in grado di suscitare nel pubblico fantasie quasi bibliche: di conquista, di vittoria per distacco, persino di riscatto. Nel Piemonte del 1949, poi, poche settimane dopo la caduta del Grande Torino, sentire Ferretti alla radio deve avere riempito gli occhi di lacrime. Fausto Coppi non era più Fausto Coppi: era tutti gli italiani, compresi i fans di Bartali, che comunque era secondo. 

Allo stesso modo avviene nel calcio. La smisurata passione per questo sport deriva dal fatto che ad un interesse che per l’appunto si può definire tecnico/tattico, che riguarda l’essere tifosi, l’occuparsi di quale giocatore in quale ruolo potrebbe essere più utile alla squadra, si associ l’interesse romantico/idealista, che riguarda il fatto di essere umani, di avere delle fantasie di trionfo. 

Prendiamo ad esempio il magico numero 10 del calcio, il cosiddetto regista.  

Il 10 del calcio è il leader per eccellenza. Punto di riferimento per i compagni, la mente del gioco: imposta, manda gli altri in rete, e se necessario finalizza. Sovente il 10 è anche il rigorista della squadra, ovvero quello che si assume le responsabilità maggiori. Queste responsabilità di conseguenza diventano gloria, e la sua visibilità aumenta. Il 10 è il comandante delle operazioni. 

Questi sono gli aspetti che abbiamo definito tecnici e/o tattici, ovvero che sono relativi al ruolo in campo del numero 10. Incendiano la fantasia del pubblico del calcio ad ogni latitudine. Ovunque, infatti, un appassionato sarà portato ad identificarsi con il comandante, con il regista delle operazioni, con il metronomo dei tempi di gioco. E’ un fatto di immedesimazione immaginativa, o di neuroni specchio, se preferite. In ogni stadio, di qualunque categoria, i cuori battono per quel giocatore che, in mezzo al campo, continua ricevere palloni dai compagni, come se fosse l’unico a capirci qualcosa. 

L’altro aspetto è quello romantico/idealista. Tutti i riferimenti immaginativi del regista, le componenti legate al suo ruolo così importante ai fini del raggiungimento dello scopo principe del gioco del calcio, si fondono con le fantasie che un particolare giocatore scatena. Così un atleta prestante fisicamente scatena fantasie di scontri fisici, di duelli cavallereschi con gli avversari, mentre un giocatore molto tecnico suscita fantasie di altro tipo. E i tifosi amano immaginare i loro eroi fare colpi sensazionali contro i rivali di sempre: nessuno sogna di battere una squadra sconosciuta o amica. Questo significa solo una cosa, che le componenti romantico/idealistiche del tifo sportivo sono molto più rilevanti di quanto alcuni presidenti vorrebbero ammettere. 

Negli sport di squadra, pertanto, il pubblico viene sedotto in maniera diversa dai diversi ruoli in campo. I ruoli degli sport denotano elementi tecnico e/o tattici che riguardano direttamente l’obiettivo di gioco, e che scatenato l’identificazione immaginativa del tifoso con il ruolo all’interno di un gruppo di lavoro. E denotano anche elementi di tipo più direttamente romantico e idealista, che fanno scattare le molle della fantasia. 

Torinesi e milanesi invadono la Liguria. (Psicologia dei popoli).

Torinesi e milanesi invadono la Liguria. (Psicologia dei popoli)

Ci siamo, arriva l’estate ed è l’assalto alla diligenza: per la Liguria ovviamente. Migliaia di lombardi e piemontesi invadono borghi e spiagge liguri, ma nei più drammatici dei malintesi. La percezione che tutti abbiamo, infatti, è che i liguri non ci vogliano: che facciano di tutto per non farci arrivare, se arriviamo che facciano di tutto per non farci parcheggiare, e se parcheggiamo che facciano di tutto perché ripartiamo il prima possibile. Le cose però non stanno proprio così, questo è, per l’appunto, uno dei malintesi. 

I pirati saraceni

Spero che un paio di considerazioni sulla cultura ligure possano fare un po’ di chiarezza. Dal porto di Genova storicamente si partiva, è vero, verso il resto del mondo. Ma nei piccoli borghi sul mare, lontani da Genova anche idealmente, il primo incontro con gli ‘altri’, i ‘foresti’, è coinciso in gran parte con le invasioni dei turchi saraceni. Per secoli nel ponente ligure il forestiero è arrivato armi in pugno per razziare, saccheggiare, distruggere. E per secoli quelle genti hanno cercato di respingere gli invasori, arroccandosi nel loro orgoglio, ma molto spesso soccombendo alla furia cieca o ai complotti di terzi ai loro danni. Nella memoria collettiva di tante comunità liguri questo elemento storico è ancora oggi tramandato con enfasi e terrore. Infatti ogni anno diverse rappresentazioni storiche ricordano quei tragici eventi.

Sequestri, stupri di massa, saccheggi: il ponente ligure non ha mai perso la sua dignità, ma ha incastonato quei ricordi nella sua identità profonda. 

In una di queste città, per fare un esempio concreto, il crocefisso della chiesa parrocchiale è stato vilipeso durante un assalto dei pirati. La gente del posto lo ha soprannominato ‘il Cristo dei Turchi’: ossia il simbolo della fede di quella comunità porta in sé il nome della resistenza ad una di quelle invasioni. 

L’identità delle comunità umane, (così come quella degli individui) è segnata dai traumi e da come sono stati superati. Pensiamo al Giappone post Hiroshima, o a New York post 11 settembre. I traumi collettivi permeano l’identità, anche se è passato molto tempo. Possiamo dire che è un po’ così anche per le città di Liguria. 

Ora, ogni anno queste città si vedono invase da orde di turisti in preda a istinti di qualunque tipo (questo va detto in tutta onestà) tranne quello di rispettare e conservare l’identità del luogo che li ospita. Non dico che oggi in Liguria ci sia una ‘sindrome da accerchiamento’, forse è esagerato, ma i liguri si sentono certamente un po’ invasi dall’arrivo dei turisti. E per chi ha subito delle invasioni, sentirsi ‘invaso’ non deve essere una bella sensazione.

Ritengo pertanto che quando pensiamo che i liguri ci respingano stiamo sbagliando: questo uno dei malintesi di cui parlavo. I liguri non hanno mai minato le strade, non hanno mai avvelenato i nostri caffè, non hanno mai bucato i nostri palloni (su questo invece avrebbero fatto bene). Credo che l’approccio alla Liguria dovrebbe essere più ragionato, forse più guidato: perché chiunque di fronte allo sconvolgimento totale del traffico, delle abitudini e dell’inquinamento, non solo acustico, reagirebbe storcendo  un po’ il naso.

Ossi di seppia 

Un altro malinteso: il ligure spesso è percepito come rude e poco incline a smancerie. 

Senza generalizzare, ci mancherebbe, personalmente ho l’impressione che il ligure assomigli molto alla sua terra. La terra in Liguria è aspra e difficile da coltivare, necessita gran fatica (io l’ho coltivata). Intendo di fatica maggiore di altre, perché si sviluppa in salita, e non è terra generosa. Eppure le eccellenze della terra ligure sono sopraffine, tutti lo sappiamo. Sono senza pari il Pigato, i limoni, l’olio taggiasco; Come sono senza pari Dolceacqua, Finalborgo, Triora, ecc… magnifici borghi che i turisti ritraggono sui loro quadri per poterli osservare anche durante l’inverno. Ecco in un certo senso così sono i liguri, ripeto, senza generalizzare, perché il qualunquismo non è il mio forte. Ma le caratteristiche profonde della loro terra li permea, anzi potrei dire che li forgia. Quindi non è vero che i liguri sono rudi, sono a loro modo un’eccellenza: e trovare le eccellenze, almeno in Liguria, costa fatica e impegno. Ecco un altro grave malinteso che chi assalta la diligenza per la Liguria dovrebbe scongiurare. 

Sia chiaro, ci sono tanti altri malintesi tra lombardi, piemontesi e liguri: ma per ora mi fermo qui, ne parlerò un’altra volta.  

Cosa vuol dire ‘crescita personale’?

Si parla molto di crescita personale, autoefficacia, ritrovare se stessi, ecc….ma cosa significa?

Risponderò con una precisazione, che definisce anche l’impegno del terapeuta per aiutare una persona a fare un percorso evolutivo. Fare affermazioni del tipo ‘crescere è facile, basta volerlo’, ‘l’autoefficacia è dentro di te, tirala fuori’, o simili, configura un atteggiamento ipocrita che non è in grado di aiutare veramente nessuno.
Chi soffre non ha bisogno di frasi fatte.

Se una persona è impantanata e non riesce a fare una determinata svolta, probabilmente si sentirà sulle spine, o avvilita. Se a questa persona qualcuno dice che se lo vuole davvero potrà fare quella svolta, deve solo impegnarsi, molto probabilmente il suo senso di solitudine e inadeguatezza crescerà.

Così parlare di crescita personale, ritrovare se stessi, accrescere l’autoefficacia, e cose di questo tipo, è fare discorsi neutri se davanti ad un caffè, o su un treno. Ma fatti da un terapeuta ad una persona che soffre possono risultare svilenti e dannosi.
Liberarsi dai condizionamenti del passato si può, ma non è un lavoro semplice e privo di fatiche. Al termine crescita personale, personalmente, preferisco quello di sviluppo, evoluzione, o cambio di passo. Perché il cambiamento non riguarda bambini che devono crescere, ma persone adulte che hanno sofferenze che da sole non riescono a superare.
Il dolore di chi è in difficoltà va trattato sempre con rispetto e cautela.

Rabbia al volante: cumulo di stress e malesseri inespressi.

La rabbia al volante è impersonale. Per questo parla di altro, non di quello che succede in strada.

Solitamente proviamo rabbia (o altre emozioni) in grado diverso in base all’evento che le scatena. Prendiamo la tristezza: se muore il nostro cane, ci rubano l’auto o veniamo lasciati da una persona cara avremo un livello di tristezza più alto che se perde la nostra squadra del cuore, o se alle elezioni vince un altro partito. Lo stesso vale per la rabbia. A eventi diversi, ci saranno diversi gradi di rabbia. In alcuni casi riusciremo a gestirla scuotendo la testa, in altri sbufferemo o ci moriremo le labbra, in altri ancora sarà necessario lanciare qualche complimento al responsabile. 

A ben guardare raramente al volante subiamo torti che meriterebbero tanta furia.

Lo scoppio di ira incontrollato, quindi, implica qualcosa di diverso. Le persone che danno in escandescenze al volante, o hanno repentini sbalzi d’umore e reazioni violente, denotano carichi di stress non digerito, o malesseri profondi non adeguatamente espressi.

Esprimere un malessere significa due cose: farlo nei confronti della persona giusta, cioè di chi è effettivamente responsabile di quel malessere, farlo nei termini corretti, cioè in modo che quella persona possa capire e modificare il suo atteggiamento. 

E’ qui che si apre un altro discorso. Ovvero quello della fiducia verso le persone importanti della nostra vita, del grado di sensibilità che hanno verso ciò che ci riguarda, e soprattutto della capacità di comunicare (anche strategica) che abbiamo sviluppato. 

La rabbia al voltante non è compresa tra le capacità di comunicazione con le persone che ci fanno soffrire. Per questo è impersonale, non diretta agli altri automobilisti. 

Ci parla di stress e malesseri profondi, ancora parzialmente inespressi.   

Come riconoscere la dipendenza sessuale? Tre aspetti caratteristici.

La sexual addiction è un comportamento di dipendenza che può creare diversi problemi relazionali e nella vita quotidiana.

Per distinguerla dalla normale pratica non patologica sottolineo alcuni aspetti che la caratterizzano, mettendo in evidenza come questi siano negativi e spiacevoli per l’individuo.

1. Come per tutte le forme di dipendenza prevede una ricerca compulsiva. C’è una bella differenza tra fumare un sigaro in compagnia dopo cena e non poter iniziare la giornata senza una boccata di fumo. Vale lo stesso per la dipendenza sessuale. Se in sua assenza non si riesce a rimandare, se la sua ricerca diventa predominante sulle altre attività della giornata, siamo in presenza di una dipendenza. La capacità di rimandare la soddisfazione di un bisogno è fortemente connessa con il saperlo desiderare: vale a dire inserirlo in qualche angolo della mente dove possa venire cullato e, entro certi limiti, idealizzato. E’ quello che succede quando compriamo il biglietto per un concerto che avverrà fra alcuni mesi, o quando fissiamo un appuntamento che però avrà luogo solo fra alcuni giorni: sapere aspettare la soddisfazione di un bisogno è l’opposto della dipendenza.

2. All’attività vengono associati stati d’animo negativi. Alcuni comportamenti di dipendenza inizialmente hanno origine con lo scopo di ridurre l’ansia e l’angoscia, di fungere da valvola di sfogo. Vale lo stesso per lo shopping compulsivo, il gioco d’azzardo o il gaming patologico, e per la dissociazione ad essi legata. Queste attività vengono scoperte dagli individui e praticate inizialmente perché ne ottengono benefici, li fanno rilassare. Ad un certo punto invece alcuni si accorgono che gli aspetti positivi diventano sempre più marginali, in confronto a quelli negativi, e infine non saprebbero più dire se le si ricercano per ridurre lo stress della giornata, oppure per interrompere il craving crescente.

3. L’individuo sente che c’è qualcosa di dissonante nel suo comportamento. Quando la colpa e/o la vergogna fanno parte di un comportamento, o in maniera diretta o per assenza, ovvero perché fortemente negate, è perché qualche cosa dentro non quadra. Molti italiani hanno una passione sfrenata per il calcio. Tuttavia nessuno si sognerebbe di provare colpa o vergogna alla domenica sera per essere stato allo stadio. Né nessuno ha mai provato a smettere, sentendo che questo comportamento ha in sé qualcosa che non va. Quando siamo agiti dall’interno, non riusciamo a smettere, pur avendoci provato, siamo in presenza di una forma di dipendenza.

Ho evidenziato aspetti spiacevoli, dissonanti, tipici della sexual addicition.

In questo modo ho sottolineato come la sessualità possa diventare un comportamento più dannoso che piacevole. Soprattutto se la sua pratica assume sempre più le caratteristiche di una dipendenza, e sempre meno quella di tutti gli altri significati che gli esseri umani le possono attribuire.

Adozione e psichiatria. Come aiutare bambini adottati che presentano problemi ‘psi’.

L’adozione è un trapianto. Se un bambino viene spostato da una famiglia ad un’altra avrà sempre la nostalgia, o il ricordo, della sua famiglia d’origine, anche se l’ha maltrattato. Se da neonato cambia continente e cresce in tutt’altre condizioni, anche in questo caso avrà fantasie, desideri, diciamo pure rimpianti, riguardanti il suo Paese natale, la città o la famiglia naturale.

L’adozione, lo sappiamo, può non funzionare per diversi motivi: riferibili al retroterra dell’adottato, oppure, come avviene in medicina con il fenomeno del rigetto, ascrivibili alla famiglia adottante.

Faccio un breve cenno al caso dei pazienti psichiatrici. Estremizzando un po’ essi hanno un funzionamento rigido, con delle difese rigide e sono molto frammentati o scissi al loro interno. Per questo a volte è complicato per le famiglie adottanti avere a che fare con pazienti di questo tipo: la naturale flessibilità che costituisce i ritmi e le attività della vita in famiglia poco si adatta alla loro forma mentis.

Questi pazienti hanno la tendenza a mettere ‘fuori da sé’ le cose che non funzionano: aspetti relazionali, difficoltà nel mondo del lavoro, adattamento al contesto, ecc… risultando talvolta ossessionati da allucinazioni (che non a caso i loro canali sensoriali indicano provenienti da fuori) o convinzioni di complotti o persecuzioni (‘loro’, ‘gli altri’, ecc…).

In questo clima di diffidenza i pazienti psichiatrici adottati tendono a scaricare accuse molto forti, magari in maniera inconsapevole, sulle famiglie adottive. Questa è una delle ragioni per cui il clima famigliare potrebbe deteriorarsi.

Questi ragazzi da una parte sono molto affettuosi e grati, ma dall’altra, proprio a causa del loro funzionamento ‘a compartimenti stagni’ continuano a coltivare fantasie che riguardano le famiglie originarie, a discapito delle nuove. Può darsi che nella loro costruzione di senso del mondo, giungano a fare entrare nei complotti e nelle persecuzioni anche queste nuove famiglie, con le conseguenze disastrose che si possono immaginare.

La famiglia adottante, pertanto, si trova davanti a diversi tipi di difficoltà, che da sola potrebbe non superare. Anche l’adozione di un paziente psichiatrico è un trapianto, ma un trapianto che necessita di cure specifiche.

Il romanzo di formazione. Quando crescere è un gioco di sponda.

Siamo soliti leggere nel romanzo psicologico, e più in particolare nel cosiddetto ‘romanzo di formazione’, di un certo grado di sviluppo della personalità del protagonista, elemento che, per l’appunto, caratterizza in termini ‘psi’ il testo in questione.

E’ quello che abbiamo amato per esempio in Huckleberry Finn, nel suo avventuroso viaggio lungo il corso del Mississippi, on in Peter Camenzind e nel suo travagliato rapporto con l’alcol, oppure nell’identificazione immaginativa di Bastian con Atreju nella Storia infinita. La personalità evolve come processo intrapsichico, come reazione a esperienze formative della vita, come evolverebbe un campo seminato se ben curato durante l’inverno. La crescita ci appare quasi un processo culturale, scolastico: avere seguìto determinate lezioni e letto certi libri, trasforma un bambino in un ragazzo o un adolescente in un giovane.

In questo modo, tuttavia, dimentichiamo che gran parte della ricchezza della personalità di un individuo (nella vita reale, non solo nel mondo della letteratura) e direi anche della sua ‘salute’, è data dalla rete di legami e di affetti di cui egli ha la possibilità di circondarsi. E questa rete di legami e affetti è altrettanto determinante nella sua crescita, se non più, della sua capacità di rapportarsi alle vicende della quotidianità e auscultarne le reazioni all’interno della propria coscienza.

Anna Karenina, per esempio, non può parlare con nessuno della sua drammatica condizione e proprio per questo soccombe ai suoi stessi rimproveri. Natasha Rostov di Guerra e Pace, al contrario, è ‘salvata’ proprio dalla rete di amici e conoscenti che lei e la sua famiglia si sono costruiti nel corso del tempo.

Guglielmo da Baskerville, nel Nome della Rosa, è per Adso da Melk qualcosa di più di un semplice alter ego adulto. E’ il catalizzatore della sua crescita intellettuale, umana e spirituale. E come ogni buon catalizzatore non compie il lavoro al suo posto, ma lo rende possibile consentendo un vitale gioco di sponda.

Ecco cosa manca a mio avviso al romanzo di formazione, il gioco di sponda. A volte fa crescere di più e meglio la parola giusta detta da un amico, che cercare di uscire da soli da un empasse che ci sembra insuperabile.

Psicologia e religione. I tratti distintivi del fedele: la fiducia.

Quali sono i tratti distintivi delle persone che hanno una fede religiosa? Questi tratti sono stabili nel tempo o possono variare?

Un aspetto caratteristico dei fedeli, ovvero di persone che aderiscono ad una confessione religiosa, è quello di avere fiducia. Non è facile sapersi fidare, ciascuno di noi lo fa con estrema cautela e difficoltà, e sapersi fidare di chi non si vede, almeno direttamente, è cosa certamente ancora più difficile. Per questo è comunemente riconosciuto che avere fede sia caratteristica di un io maturo, evoluto. Inoltre non ha niente a che vedere con la cultura: tutti noi conosciamo persone di fede che non hanno un alto grado di istruzione, e di contro persone molto colte che faticano a fidarsi, e che riguardo alla fede religiosa appaiono scettiche e disilluse.

Questo è possibile perché aver fiducia in qualcosa o qualcuno è un modo di vedere se stessi e gli altri, ovvero un fatto di evoluzione dell’io, e pertanto non si acquisisce leggendo libri. Vorrei mettere in evidenza come la fiducia, a dispetto del suo nome, non sia stabile nel tempo, sia soggetta a variabilità, ma di contro sia anche ‘allenabile’.

Osservandola da vicino, soprattutto quella legata al sentimento religioso, possiamo dire che la fiducia è relazionale e personale.

La fiducia è relazionale, si accorda in virtù di una relazione, per l’appunto una relazione di fiducia, che si ha con qualcuno.

La fiducia è personale, viene data a quella persona più che ad altre, anche in virtù di aspetti personali, intimi, profondi.

Dire che la fiducia sia data su base relazionale parrebbe un’ovvietà, ma secondo me non lo è. Tutti ci fidiamo più facilmente delle persone che conosciamo bene, e con cui abbiamo una relazione avviata, piuttosto che di persone che conosciamo appena.

Molti dicono che nelle grandi confessioni religiose il fedele sviluppi un rapporto ‘diretto’ con la divinità. Questo significa anzitutto che la relazione è alla base del rapporto di affiliazione, cioè alla base della fiducia. Vi sono diverse forme di spiritualità non religiosa, come per esempio il New Age, che non prevedono nessuna relazione e quindi nessun rapporto di affiliazione. Se ci chiediamo se questa caratteristica della fede sia stabile nel tempo, l’osservazione ci sorprende. Conferma quello che sappiamo da sempre delle persone di fede, ovvero che alcune di loro oscillano, a volte anche in maniera evidente, nel corso della vita. Questo aspetto della fede, dell’avere fiducia, infatti non è stabile. Se si basa su una relazione, come tutte le relazioni è in divenire. Ecco che appare chiaro come la fiducia del fedele possa andare incontro ad alti e bassi; l’aspetto positivo, di contro, è che non essendo data una volta per tutte, può essere potenziata.

La fiducia è su base personale. Una parte importante della fiducia che noi diamo a qualcuno non dipende dal rapporto che abbiamo, ma da cosa significa quella persona per noi. Ovvero da aspetti che risiedono in profondità dentro noi stessi. Questo determina in genere un atteggiamento di fiducia o sfiducia stabile nel tempo verso le persone, cosa che invece non avviene nel caso della fede religiosa. Una vecchia canzone blues diceva: ‘Se Dio fosse una donna, bionda e avvenente, ti inginocchieresti al suo altare, le offriresti preghiere e smetteresti di bestemmiare.’ La trovo assolutamente illuminante. L’aspettativa verso qualcuno determina il credito che gli concediamo. Questo vale per quasi tutti i campi della vita, ma raramente capita in ambito religioso, in cui la fiducia non è cieca, e data una volta per tutte, ma oscilla nel tempo.

Siamo disposti, per esempio, a leggere il romanzo di uno scrittore famoso anche se ha ricevuto pessime critiche, o a guardare un film non premiato soltanto perché vi recita il nostro attore preferito. Oppure a scuola vi sono insegnanti che tendono a fidarsi più dell’allievo x anziché dell’allievo y. Nello sport avviene la stessa cosa, chiunque è portato a fidarsi maggiormente di un campione affermato. In questi casi la fiducia è cieca, ovvero viene data a priori. Sembrerà strano, ma anche in questo caso vediamo come nel sentimento religioso la fiducia su base personale vacilla, non è accordata una volta per tutte, cambia nel tempo. Questa è una nota dolente dei fedeli e dei padri spirituali di ogni tempo, perché rallenta il percorso di crescita personale nella fede. Ma anche in questo caso l’aspetto positivo è che questo tipo di fiducia può essere potenziata.

Mi è sembrato doveroso fare una breve riflessione sui modi di avere fiducia, questo tratto così distintivo delle persone che aderiscono ad una confessione religiosa. Sia nel caso dell’aspetto relazionale di tale fiducia, sia nel caso dell’aspetto personale, abbiamo visto che, contrariamente alle aspettative, la fiducia non è stabile e non è accordata una volta per tutte, anzi va incontro a variazioni anche piuttosto notevoli nel corso della vita. L’aspetto positivo di questa realtà è che la capacità di fidarsi può essere limata, sviluppata, potenziata.

Quali sono le conseguenze dello smart working? Dal noi della mission aziendale, all’io del lavoro in salotto.

Non ci sono dubbi: il telelavoro è una delle innovazioni più importanti che la nostra società erediterà da questa terribile pandemia. Ma quali sono realmente le conseguenze dello smart working sugli individui? E quali sul rapporto che gli individui hanno con il loro lavoro?

Prima di rispondere vorrei fare un passo indietro. Andiamo a vedere quali grandi cambiamenti culturali, sociali, tecnici ecc… nella storia sono stati accolti con favore al loro esordio, e di quali soprattutto si sono a tutta prima intuite le reali potenzialità.

Pensiamo per esempio alla mongolfiera, alla penicillina, alla polvere da sparo o alla stampa a caratteri mobili. Io credo fondamentalmente pochi. Probabilmente soltanto la ruota o la scrittura fecero da subito intuire la loro portata rivoluzionaria. Ma anche lì la differenza tra chi era in grado di potersele permettere, o quantomeno di poterle controllare, e chi no, era tale da creare un solco tra individui, settori, direi anche tra territori. Di conseguenza le resistenze sono state enormi, perché chi non poteva accedere a quelle invenzioni sicuramente ne sminuiva le virtù e le possibilità.

Cambiare abitudini, inoltre, non è facile. Gli esseri umani hanno la grande facoltà di adattarsi al loro ambiente, di impostare i loro ritmi di vita in base a certe condizioni date, e non è agevole per nessuno rivedere queste condizioni, specie dopo molto tempo, e riadattarsi ad altre. Così, per esempio, quando arrivarono le macchine da scrivere elettriche ci furono levate di scudi, specie tra i giornalisti, perché i vecchi modelli erano portatili, e inoltre era più difficile fare errori. Solo dopo un po’ tutti ci si abituarono. Lo stesso avvenne con le racchette da tennis di legno, che neppure grandi campioni volevano abbandonare. Potrei citare diversi esempi, ma tutti mostrano come ad una innovazione non basti essere accessibile economicamente, per essere accolta deve trovare il consenso.

Allo stesso modo nei confronti del telelavoro ci sono due tipi di diffidenze: la diffidenza di chi per varie ragioni non lo può utilizzare, e la diffidenza di chi potrebbe, ma non si fida.

Evidentemente come per gli esempi fatti sopra le due categorie tendono a vedere nel lavoro a distanza diversi limiti, diversi livelli di problematicità, ciascuno a partire dal proprio angolo di visuale.

Guardando da vicino quali sono le conseguenze dello smart working sui lavoratori, sul lavoro in sé, e sul rapporto che ciascuno sviluppa con il proprio lavoro, vorrei evidenziarne una in particolare, che individuo come trasversale rispetto alle due categorie di ‘detrattori’. Anzi direi trasversale rispetto a tutti i lavoratori a distanza. Si tratta dell’appartenenza alla cultura organizzativa e dell’adesione ai valori, agli obiettivi, alla mission dell’azienda.

Il sogno, o forse dovrei dire l’aspettativa, di molti manager è che i loro dipendenti giungano ad identificare pian piano i propri obiettivi di vita con gli obiettivi dell’organizzazione di cui fanno parte, e col passare del tempo identifichino sempre più i valori aziendali come i propulsori della loro personale esistenza. Fino ad imparare a dire ‘noi’ parlando della storia, del presente e delle politiche dell’azienda per cui lavorano. Quel noi è la certezza matematica della fedeltà del dipendente, è la certezza che il dipendente non avanzerà altre richieste ai suoi superiori né in termini di retribuzione, né in termini di condizioni, perché l’azienda per cui lavora è in qualche modo già sua, egli la rappresenta ogni giorno con la propria vita.

Questo atteggiamento che qualcuno chiama aziendalista, ma che potrebbe avere anche definizioni meno nobili, è da inquadrare secondo me quasi esclusivamente nel rapporto ‘personale’ tra un dipendente e le persone e i luoghi per cui lavora. In un rapporto ‘impersonale’ quale quello a distanza, il vincolo di appartenenza è molto più debole.

Mi spiego meglio. Per un dipendente che lavora da casa, che sotto al pc vede il suo tavolo, che dietro alla sedia vede il suo divano, il suo appartamento, ecc…, dire noi non ha la stessa valenza che quando è circondato dai suoi colleghi. Da casa propria noi sa molto più di famiglia, di affetti, di realtà intima e privata.

La complicità del fare squadra, anche con persone che ti stanno antipatiche, da casa non c’è. Il desiderio che l’azienda faccia bella figura con terzi, o con la concorrenza, quando fai pranzo nella tua cucina anziché nella mensa aziendale, non c’è. Lo spirito di corpo senza la gita di fine anno o senza la cena di Natale, non c’è. E potrei continuare.

Una delle conseguenze dello smart working è lo scollamento delle dinamiche identitarie tra il lavoratore e l’organizzazione.

Di conseguenza l’utilizzo massiccio del telelavoro, che per le aziende è certamente più conveniente, nasconde una potente insidia. Il lavoratore smette di vedere quello che fa come fatto a nome proprio, smette di vedere se stesso come un prolungamento dell’azienda. Senza il camice, il cartellino, il tesserino o tutti gli altri segni di riconoscimento dell’appartenenza di un dipendente all’organizzazione, un dipendente lavorerà anzitutto per sé, anche quegli individui che in tutte le occasioni non smettono di professarsi aziendalisti.