Stavolta il rapporto UNICEF (ottobre 2021) è chiaro: nel mondo più di un ragazzo su sette ha un disturbo mentale diagnosticato. Lo diciamo da tempo, ma il dibattito pubblico si occupa di altro, l’eredità della pandemia sarà pesante, la pagheremo a lungo.
Un trauma è un evento che lascia delle tracce indelebili. Prendiamo un’auto gravemente sinistrata, o un’azienda che dichiara fallimento, o uno sportivo con un serio infortunio. Attraverseranno un periodo di difficoltà in cui qualcuno dovrà occuparsi di loro, e poi un altro periodo, più o meno lungo, di ripresa; Ma se quando tutto sarà passato resteranno delle tracce, il sinistro, il fallimento, l’infortunio potranno essere definiti, nella storia di quell’automobile, di quella organizzazione, o di quello sportivo, come un trauma.
Così definiamo questa pandemia, un trauma collettivo. Perché più ci allontaniamo dalla fase acuta e più vediamo delle tracce indelebili su tutti noi.
Per commentare i dati drammatici di UNICEF che riguardano i giovani, inoltre, preferirei utilizzare il termine trauma cumulativo. Un trauma cumulativo è un evento non necessariamente traumatico preso in sé, ma la cui accezione di trauma deriva dalla ripetitività e continuità nel tempo.
Sappiamo che i giovani hanno una buona capacità di adattarsi ai cambiamenti e di trovare equilibri anche quando le condizioni cambiano. Tuttavia questa pandemia si è protratta nel tempo: è questa per me la condizione realmente patogena. Chiedete ad un pendolare che ogni giorno prende il treno di fare per una volta un lungo tratto in piedi. Egli non avrà grossi problemi, al limite quel giorno sarà un po’ più stanco del solito. Ma se a quel pendolare imponete, da un dato momento e per tempo indefinito, di fare il suo tratto di treno in piedi, ecco che comincerà a sviluppare delle conseguenze. Per la pandemia è avvenuto questo: il distanziamento, che per qualcuno ha significato isolamento, è stato dapprima una novità. E’ stata dura, ma c’è stato chi ha cantato, chi ha fatto attività fisica in salotto, chi ha suonato con gli amici a distanza, insomma si è cercato di adattarsi, con creatività. Invece poi le cose si sono protratte oltre, e poi ancora oltre, e poi oltre ancora. E non è stato più possibile adattarsi, per qualcuno è diventato un trauma.
Non mi stancherò di ripeterlo, e del resto i dati UNICEF sono dalla mia, cominciamo ad occuparci delle conseguenze di questa pandemia, prima che sia, irrimediabilmente, troppo tardi.