Scuola: verso fine anno. Tutti promossi? Molti genitori certamente sì.

Si avvicina il fine anno scolastico, torna il valzer delle pagelle. Per i genitori questo è un momento difficile: molti sentono la valutazione sui figli come una valutazione su di loro, sul loro operato educativo. 

Va detto che non tutti i fallimenti scolastici sono dovuti a pigrizia o ad incapacità. 

Le amicizie e le relazioni sentimentali, per esempio, (o partecipare a eventi sportivi, musicali, ecc) possono spostare il focus dell’attenzione dei ragazzi: bastano poche settimane per accumulare un ritardo e perdere l’intero anno scolastico

Un adulto che attraversa una crisi di coppia, ad esempio, è abbastanza in grado di separare il piano emotivo da quello pratico lavorativo: quando entra nel luogo di lavoro la sua mente sposta l’attenzione dalla crisi sentimentale agli impegni lavorativi, e infatti molti affermano che è proprio il lavoro ad aiutarli. 

Per i giovani non va allo stesso modo. Essi sono ancora in fase di definizione: i successi e gli insuccessi sono aspetti fortemente caratterizzanti vuoi il rapporto con i pari, vuoi la loro identità. Per questo possono avere fasi anche lunghe di apparente disinteresse per la scuola. 

Credo sia utile sottolineare ai genitori che l’insuccesso scolastico appartiene ai figli, non a loro. Così come il successo (o fallimento) sportivo. Ho già detto del rapporto di certi genitori con lo sport dei figli: l’ingerenza, per quanto indotta dalla passione, può diventare fuorviante; Il giovane infatti deve sentire che quello che fa è propriamente suo, non di altri. 

Se è vero nello sport, ancora più deve esserlo nella scuola: il ragazzo sia l’artefice e il responsabile dei suoi successi e dei suoi fallimenti. 

Se ne avvantaggerà in futuro. 

Body shaming: come aiutare le vittime?

Il body shaming è un fatto di bassa autostima. Di chi lo fa, e, semplificando enormemente, anche di chi ne resta ferito più del dovuto. 

Valutare le persone sulla base del loro aspetto fisico non è solo una mancanza di tatto. Non tutte le persone istruite denigrano chi ha studiato meno di loro, non tutti i ricchi  deridono i meno ricchi, non tutti i dotati di charme irridono chi ne è privo. La differenza tra le due posizioni non sta unicamente in una generica ‘mancanza di tatto’. 

Combattere battaglie impari non è segno di cavalleria, ma combattere battaglie impari deridendo l’avversario è persino peggio. Invidia, cinismo e viltà sono gli ingredienti fondamentali della personalità di chi si muove in questo modo.

Essere eccessivamente vulnerabili ai loro attacchi, di contro, evidenzia qualche nervo scoperto. Se chi appartiene alla classe media dovesse sentirsi offeso ogni volta che vede sfrecciare un’auto di lusso, potrebbe viaggiare bendato. Fate voi altri esempi. 

Avere un’immagine sicura di sé significa essere inattaccabili dall’esterno. Significa saper assorbire gli attacchi più duri, diciamo pure i più vili, senza esserne scalfiti. 

Come aiutare la vittima di body shaming? Questo comportamento sadico e vile ferisce, purtroppo, maggiormente dove trova più terreno fertile. Di conseguenza quando siamo difronte ad un soggetto che tende a sentirsi fortemente offeso dal body shaming, il modo migliore è aiutarlo a strutturarsi di più. L’obiettivo non è che non venga più attaccato, ma che impari a respingere gli attacchi, ovvero che non ne venga ferito. 

Si possono immaginare percorsi di psicoterapia ad hoc, oppure percorsi brevi finalizzati. Una forma di psicoterapia eccezionale è quella orientata al transfert: secondo me in questi casi potrebbe essere molto utile in breve tempo. 

Se per togliere un uomo dalla povertà, si diceva un tempo, si debba regalargli una canna da pesca e insegnargli a pescare, allo stesso modo per fronteggiare efficacemente e nel lungo periodo il body shaming si deve insegnare alle vittime a respingerlo al mittente. Anzitutto non lasciandosene ferire. 

Infedeltà sul posto di lavoro. Quando troppe fantasie denotano un problema di coppia.

Tutti hanno fantasie. Fantasie di aggressività, come per esempio quella di insultare chi ti taglia la strada, fantasie alimentari, come il desiderio improvviso di mangiare un cibo particolare o bere alcolici, fantasie erotiche

Una fantasia non è un comportamento: nei casi summenzionati è una fortuna limitarsi alle fantasie. Immaginiamo cosa accadrebbe se tutte le volte che sentiamo l’impulso di colpire una persona scortese, poniamo, in posta o in panetteria, non sapessimo trattenerci. 

A ben guardare una fantasia non è neppure un pensiero vero e proprio, intendo un pensiero strutturato. ‘Pensare’ qualcosa è darle corpo, almeno nella nostra mente. Facciamo un esempio. Un individuo ha la fantasia di assistere al concerto del cantante tal dei tali. Immagina se stesso in compagnia della persona x o y in prima fila, di cantare con lei le canzoni di quel cantante, di passare una bella serata.

Il pensiero che potrebbe dare corpo a questa fantasia è: reperire i biglietti, invitare la persona, trovare parcheggio vicino al teatro. Ovvero la struttura minima, magari già in sequenza, delle immagini che possono concretizzare la fantasia. 

Per trasformare il pensiero in realtà, poi, servirà un piano d’azione. Sarebbe a dire le sequenza dei comportamenti, delle azioni concrete, che porteranno alla meta. 

In questo modo si vede che avere fantasie di infedeltà non è infedeltà, o per lo meno non ancora. Proprio perché per concretizzare una fantasia c’è bisogno anzitutto del pensiero, e poi di un piano di azione. 

Avere molte fantasie ricorrenti dello stesso genere, tuttavia, denota senza dubbio un qualche nervo scoperto. Fantasie ricorrenti legate al cibo o al consumo di alcolici possono fare pensare ad un problema irrisolto in quel campo, o fantasie relative ad aggredire una persona che ci sta antipatica a qualche problema con la gestione della rabbia e dell’aggressività. 

Così avere ricorrenti fantasie di infedeltà, soprattutto sul luogo di lavoro, può denotare qualche problema di coppia. Sottolineo l’elemento ‘sul luogo di lavoro’ perché è un contesto non del tutto appropriato.  

Mi spiego meglio. Entrare in pasticceria ed essere assaliti dalla fantasia alimentare non è patologico. Ben diverso è sentire lo stesso impulso in metropolitana o sull’aereo. Sul luogo di lavoro (in genere) le persone ci si recano per fare un’attività lavorativa, non per praticare infedeltà: la fantasia di infedeltà al lavoro è, sostanzialmente, fuori contesto. 

Riassumendo: la fantasia non è un pensiero né un piano d’azione, ma avere frequenti fantasie di infedeltà può indicare un problema di coppia, specie se riguardano il contesto lavorativo. 

Adolescenti in rete. Quando il numero di likes è scambiato per valore individuale.

Molti adolescenti confondono il numero di likes con il valore di una persona. 

La competizione tra pari sui social networks è più pericolosa e subdola di quella che avveniva nel buio delle discoteche, perché è impietosamente pubblica. 

Se un adolescente diffonde una sua foto, e riceve, poniamo, 1000 mi piace, gli amici saranno costretti a fare i conti con questo dato. Se la loro foto non sarà apprezzata altrettanto si creerà inevitabilmente una gerarchia. 

Le gerarchie c’erano anche quando i ragazzi socializzavano in discoteca, ma lì era buio, ognuno era impegnato a fare per sé, e all’uscita realtà e finzione si mescolavano nei racconti, nell’assenza di reali controprove. 

Sui social networks invece non si può mentire: le controprove sono sempre lì, davanti a tutti. 

Molti giovani finiscono così con l’equiparare il valore individuale al numero di mi piace, dove ricevere pochi apprezzamenti significa sentirsi sminuiti nel gruppo di pari. 

La sfida che hanno davanti a loro questi ragazzi, e quindi i loro genitori, è quella di scindere l’apprezzamento pubblico dalla consapevolezza di sé. Il valore di un individuo non può essere valutato dal numero dei likes che riceve, soprattutto se essi sono giudizi vuoti, non spiegati, non motivati da altre valutazioni. 

Come riconoscere la dipendenza sessuale? Tre aspetti caratteristici.

La sexual addiction è un comportamento di dipendenza che può creare diversi problemi relazionali e nella vita quotidiana.

Per distinguerla dalla normale pratica non patologica sottolineo alcuni aspetti che la caratterizzano, mettendo in evidenza come questi siano negativi e spiacevoli per l’individuo.

1. Come per tutte le forme di dipendenza prevede una ricerca compulsiva. C’è una bella differenza tra fumare un sigaro in compagnia dopo cena e non poter iniziare la giornata senza una boccata di fumo. Vale lo stesso per la dipendenza sessuale. Se in sua assenza non si riesce a rimandare, se la sua ricerca diventa predominante sulle altre attività della giornata, siamo in presenza di una dipendenza. La capacità di rimandare la soddisfazione di un bisogno è fortemente connessa con il saperlo desiderare: vale a dire inserirlo in qualche angolo della mente dove possa venire cullato e, entro certi limiti, idealizzato. E’ quello che succede quando compriamo il biglietto per un concerto che avverrà fra alcuni mesi, o quando fissiamo un appuntamento che però avrà luogo solo fra alcuni giorni: sapere aspettare la soddisfazione di un bisogno è l’opposto della dipendenza.

2. All’attività vengono associati stati d’animo negativi. Alcuni comportamenti di dipendenza inizialmente hanno origine con lo scopo di ridurre l’ansia e l’angoscia, di fungere da valvola di sfogo. Vale lo stesso per lo shopping compulsivo, il gioco d’azzardo o il gaming patologico, e per la dissociazione ad essi legata. Queste attività vengono scoperte dagli individui e praticate inizialmente perché ne ottengono benefici, li fanno rilassare. Ad un certo punto invece alcuni si accorgono che gli aspetti positivi diventano sempre più marginali, in confronto a quelli negativi, e infine non saprebbero più dire se le si ricercano per ridurre lo stress della giornata, oppure per interrompere il craving crescente.

3. L’individuo sente che c’è qualcosa di dissonante nel suo comportamento. Quando la colpa e/o la vergogna fanno parte di un comportamento, o in maniera diretta o per assenza, ovvero perché fortemente negate, è perché qualche cosa dentro non quadra. Molti italiani hanno una passione sfrenata per il calcio. Tuttavia nessuno si sognerebbe di provare colpa o vergogna alla domenica sera per essere stato allo stadio. Né nessuno ha mai provato a smettere, sentendo che questo comportamento ha in sé qualcosa che non va. Quando siamo agiti dall’interno, non riusciamo a smettere, pur avendoci provato, siamo in presenza di una forma di dipendenza.

Ho evidenziato aspetti spiacevoli, dissonanti, tipici della sexual addicition.

In questo modo ho sottolineato come la sessualità possa diventare un comportamento più dannoso che piacevole. Soprattutto se la sua pratica assume sempre più le caratteristiche di una dipendenza, e sempre meno quella di tutti gli altri significati che gli esseri umani le possono attribuire.

Qual è il significato dei disturbi alimentari? I vuoti affettivi dietro il controllo della fame.

Il disturbo alimentare è correlato ad una sensazione di vuoto. Gestire lo stimolo della fame dà la percezione di controllare altre forme di vuoto che abitano la nostra pancia.

Il rapporto con il cibo, inoltre, fa pensare alla tavola, alla famiglia: per questo non è raro che individui con disturbi alimentari abbiano dei vuoti affettivi correlati a persone importanti del loro passato.

Questo non significa che le madri e i padri di ragazzi con disturbi alimentari siano stati dei cattivi genitori. Significa che questi ragazzi hanno registrato con sofferenza alcuni frammenti della loro storia emotiva, e che hanno imparato a gestire il vuoto ad essi associato attraverso la dinamica alimentare.

Disimparare questa modalità per sostituirla con una meno distruttiva non è facile e richiede impegno. Ma soprattutto è necessario trovare il modo per gestire – e non negare – il vuoto affettivo, ovvero il real name del disturbo alimentare.

Come gestire lo stress di gara? Un consiglio pratico.

Per gli sportivi è consueto avere ‘momenti no’. Per alcuni si concentrano in fasi particolari della stagione agonistica, come le eliminatorie, le finali, le olimpiadi, ecc, oppure si presentano all’interno di una partita o gara, come per esempio il tie -break, i calci di rigore o le fughe solitarie.

Questi atleti soffrono di una particolare forma di ansia o stress di gara che potremmo definire l’‘ansia dell’ultimo giro’. Durante l’ultimo giro infatti la mente dell’atleta è disturbata da stimoli che riducono la concentrazione e minano la self confidence.

La capacità di gestire questi stimoli, di ridurre il disturbo che essi determinano, può discriminare tra una bella vittoria e una disonorevole sconfitta.

Come gestire, pertanto, lo stress di gara? Come ridurre quella particolare ansia di prestazione?

Va detto anzitutto che i percorsi di auto convincimento, per quanto utili in fasi standard della vita di un atleta, non lo sono nei momenti di crisi. Gli atleti sanno già che devono avere grinta e determinazione, che devono impegnarsi a fondo per dare il meglio e che devono avere fiducia nelle loro capacità. Che se lo ripetano da soli non aumenta questa consapevolezza. L’‘ansia dell’ultimo giro’, invece, è una forma di stress di gara che non viene controllata dall’auto convincimento, perché deriva da zone profonde della mente. In questi casi è necessario chiedersi: perché sopraggiunge proprio in quel momento? Qual è la molla che la fa scattare?

Nell’attesa di trovare queste risposte, e di eliminarlo sul nascere, per gestire lo stress di gara consiglio di seguire questa strategia. Bisogna ingannare la mente e concentrarsi su un particolare che non riguardi il risultato, ma esclusivamente il gesto tecnico.

Per esempio, il tennista al tie – break può pensare al vertice del campo, e dire a se stesso: ecco, adesso devo mettere la palla in quel punto. In questo modo la concentrazione si sposta dal risultato del tie – break all’obiettivo di mandare la palla il più vicino possibile al punto definito.

Oppure il motociclista può pensare al cordolo: concentrarsi su una particolare manovra che riguardi il cordolo e dire, poniamo, adesso devo stare all’interno della pista. In questo modo la parte cosciente della mente è costretta a distogliere l’attenzione da ciò che viene da lontano, per mettere a fuoco il proposito stabilito.

Un tempo un giocatore di calcio ebbe l’incarico di calciare un rigore decisivo. Prese la palla e disse ai compagni: ‘Adesso faccio il cucchiaio’. Egli posizionò il pallone sul dischetto, prese la rincorsa e colpì a pallonetto: segnò il rigore, ma soprattutto tenne fede a quanto promesso.

Ammetterete che spostare l’attenzione dal rigore e dalla sua importanza, al cucchiaio e all’impegno preso con i compagni, è un bel modo per incanalare lo stress di gara.

Consiglio a chiunque di provare.

Genitori e piccoli sportivi: sogni, speranze e delusioni.

Qual è il ruolo dei genitori nello sport dei bambini? La loro influenza può essere positiva o negativa?

Non c’è dubbio, molti genitori vedono nel rapporto tra i loro figli e lo sport un prolungamento del rapporto che essi stessi hanno avuto con quello sport.

Avviene per esempio di imbattersi in padri/allenatori che discutono di tattica con l’allenatore, in padri/ortopedici che delineano i tempi di recupero dei piccoli infortunati, in padri/motivatori che mandano i figli in campo come se fosse alla guerra.

Anche questo è un caso di ‘intrusione parentale’, ovvero di inserimento nella vita dei bambini di significati che non appartengono ai bambini, ma esclusivamente ai loro genitori.

Allora qual è il giusto ruolo dei genitori nello sport dei bambini?

Facciamo chiarezza. Non c’è dubbio che una parte considerevole dell’energia che un bambino mette in un’attività dipenda dall’entusiasmo con cui un genitore gliela propone. Inoltre il risultato conseguito dipende certamente anche dalle aspettative degli adulti. Ma questo non deve travalicare il senso personale che il bambino attribuisce ad un’attività, sport o passatempo che sia. I bambini e gli adolescenti cambiano idea rapidamente, a volte fanno qualcosa perché è la passione di un amico, o perché la fa il protagonista di un film che hanno amato. Questo è il motivo per cui l’adulto dovrebbe astenersi il più possibile da inserire significati personali nelle attività dei bambini.

Quando ci chiediamo qual è il giusto ruolo, la giusta posizione, dei genitori nello sport dei bambini, la risposta migliore è sempre la stessa: quello che lascia creare al bambino i suoi propri significati.

Questi significati possono essere superficiali o profondi, stabili o momentanei, non deve fare nessuna differenza. Il bambino deve poter vivere una sua attività investendola della sua propria energia non di quella di altri.

Giovani e giochi estremi. Quali sono le cause, quali le soluzioni?

‘Dottore, se incontra uno scatolone sulla sua strada non lo investa, dentro potrei esserci io!’. Così anni fa un paziente mi disse del suo modo di sfidare la sorte. Quel ragazzo mi raccontò dell’abitudine che aveva, con i suoi amici, di attraversare di notte i binari al passaggio del treno, di sdraiarsi sulla mezzeria degli stradoni poco illuminati, di gareggiare nella nebbia, e di altre cose pericolosissime. A tutta prima credetti che quella fosse l’esperienza di pochi temerari, invece col tempo ho scoperto che è una condotta molto diffusa, soprattutto tra giovani e giovanissimi.

Quali sono le ragioni che inducono i giovani a fare giochi estremi? E quali soluzioni si possono individuare per ostacolare questa tragica piaga della nostra attuale società?

Vorrei provare a fare un discorso complesso e inclusivo, che sia anzitutto alternativo alle ipocrisie che in genere circondano i giovani. Essi, come noto, attraversano inquietudini e smarrimenti, è così da sempre e anche in futuro così sarà. I giochi estremi sono soltanto una delle modalità inadeguate con le quali affrontano il malessere, che oggi è particolarmente profondo e pervasivo. Ma sono modalità perentorie, per l’appunto ‘estreme’, che talvolta risultano fatali. Per questo meritano un discorso a parte, anche se molto di quello che scriverò si può estendere ad altri loro comportamenti potenzialmente masochistici o autolesionisti.

Per definire quali sono le ragioni che portano ai giochi estremi e quali soluzioni la società dovrebbe provare a costruire, vorrei accennare brevemente alle ideologie e alla loro fine.

Per tutto il Novecento le ideologie, ma anche l’appartenenza religiosa, hanno fatto da collante al senso di smarrimento dell’uomo. Supporre che ci sia da qualche parte un’alternativa al mondo così come lo vediamo, credere che questa alternativa possa dipendere da scelte collettive come per esempio il voto politico, o la diffusione di alcuni valori piuttosto che altri, ha un effetto diretto sulla gestione dell’ansia e delle angosce degli esseri umani.

La nostra generazione, però, ha vissuto la fine delle ideologie. Il cosiddetto ‘comunismo’ è crollato nel 1989, (ovvero negli anni tra il 1985 e il 1991) quando quella cultura mise in moto un percorso di autocritica, che finì per smontarne alcuni dei miti più radicati. Si scoprì per esempio che molti Paesi di quell’area erano degli Stati totalitari, e che era così difficile controllare il consenso dei cittadini, che sovente quel consenso doveva essere estorto. Per la nostra cultura occidentale fu un nodo difficile da sciogliere, e infatti molti attraversarono delle crisi profonde. L’ideologia comunista sparì dai salotti bene, e dalle Smemoranda dei liceali, lasciando di fatto fluttuare incontrollata l’angoscia (e la rabbia) legate alle iniquità della società.

Ci fu uno sbilanciamento nell’altra direzione, perché a quel punto tutti pensarono che l’unico modello di sviluppo fosse quello capitalistico, fatto di concorrenza tra privati, e sostanziale disimpegno dello Stato. L’euforia tuttavia durò poco. Negli anni tra il 2008 e il 2011 il mondo vide la fine del ‘capitalismo’, almeno quel tipo di capitalismo teorizzato da Margaret Thatcher e Ronald Reagan negli anni Ottanta. La fine di quel capitalismo fu sancita da una condizione paradossale, ma soprattutto, per quanto riguarda questo scritto, patogena: lo Stato non aiuta le aziende in rosso, i pensionati, o chi non lavora, perché nel capitalismo non si fa, ma è pronto a salvare le banche in crisi, o grandi aziende partecipate altrimenti l’effetto domino sarebbe catastrofico.

Evidentemente non è mia intenzione, in queste righe, discutere dell’opportunità o meno di queste scelte, il mio obiettivo è mettere in evidenza l’aspetto ‘patogeno’ di questa condizione. Essa crea malessere: non solo fisico, economico e sociale, ma precipita per la prima volta nella sua storia la società di massa nel vuoto ideologico. L’ideologia infatti è un sistema chiuso di regole, e quindi una regola che vale solo a volte, non è ideologia. Per la prima volta nella storia della società di massa i cittadini sono privi di grandi sistemi di pensiero che convogliano le energie psichiche, e se vogliamo anche le pulsioni distruttive dell’io, in progetti, in ipotesi future, in piani di azione.

Milioni di cittadini hanno la capacità di fare rete attraverso le nuove tecnologie e il collante tra loro diventano gli interessi individuali, (come potrebbe essere altrimenti?) Ovvero si formano aggregati di accounts che condividono gli stessi problemi o le stesse esigenze, e fanno squadra. Sottolineo che a questi individui non si può dare torto, perché di fatto cercano soluzioni a problemi che nessuno sa risolvere, o che, peggio ancora, apparentemente nessuno ha l’interesse di risolvere.

Questo è, grosso modo, quello che è avvenuto negli ultimi anni nel mondo degli adulti, e che sta continuando ad avvenire. Volgiamo ora lo sguardo al mondo dei ‘giovani’, ammesso che sulla definizione ‘giovani’ chi legge converga quantomeno in linea di massima.

L’adolescente sperimenta una forma di pensiero inesistente nelle fasi di sviluppo precedenti, ossia il pensiero ipotetico deduttivo. Vale a dire che è in grado di immaginare un presente (o un futuro se preferite) diverso semplicemente ipotizzando di cambiare alcune condizioni. Per la psiche dell’adolescente le grandi ideologie del Novecento erano l’humus per lo sviluppo e la formazione. Dai movimenti americani contro la guerra del Vietnam alle folle oceaniche per i festival rock, dalle grandi aggregazioni studentesche ai ciclostili nelle cantine, ideologia significava alternativa, per lo meno nell’immaginario collettivo. Resta il fatto quindi, che quando c’erano le ideologie i giovani avevano delle alternative. Non dico che fosse meglio, infatti non lo era, né che fosse più facile, infatti non lo era. Ma avevano delle alternative.

Ora c’è il vuoto e in quanto tale il vuoto si presta ad essere riempito in qualunque modo. Con l’alcol, per esempio, o con i giochi estremi.

Vediamo migliaia di giovani alla forsennata ricerca di nuovi idealismi, di nuove battaglie da combattere. Li vediamo scagliarsi contro il mondo dei grandi, polemizzare. E’ già qualcosa, non lo nego, ma è ancora poco. Perché l’ideologia forniva l’alternativa, l’invettiva no.

Così vengo alla risposta alla prima domanda, quali sono le ragioni che inducono i giovani a fare giochi estremi? Ecco, una è certamente il vuoto. Martin Heidegger riteneva che il vuoto fosse correlato con l’angoscia; Michael Ende, più poeticamente, che fosse l’inizio della fine della voglia di sognare. Per entrambi in ogni caso ‘vuoto’ è un termine negativo, il preludio alla perdita di ogni istinto vitale.

Con Lacan sono portato a dire che il vuoto dell’attuale generazione sia anzitutto un vuoto di ‘desiderio’. Le ideologie fornivano delle (ipotetiche) alternative, ovvero suscitavano un desiderio di cambiamento, perché il cambiamento era immaginabile. Oggi sembra non esserci nessuna speranza di cambiare lo stato di cose, se non un disperato (per l’appunto) tentativo di rincorrere qualcosa che sembra già tardi per ricorrere.

Desiderare qualcosa è ‘sognare’ come potrebbe essere. Riguarda per esempio un regalo di Natale, ma anche una vacanza, un acquisto, un amore. Quando non si investe una cosa di aspettative, di attese, di immaginazione, quella cosa appare insipida, metallica, per l’appunto vuota.

La seconda domanda è: cosa fare, quali soluzioni individuare contro il dilagare dei giochi estremi? Di conseguenza a quanto sopra esposto, direi che la soluzione verso cui dovrebbe tendere la nostra società è un rinnovato percorso verso il desiderio. Non intendo un patetico ‘tornare indietro’ che non avrebbe nessun fondamento storico. Intendo un percorso ragionato che porti a strategie di costruzione di senso dell’essere, ovvero strategie per evitare che il vuoto insorga, che non abbia terreno fertile. Perché il vuoto esistenziale, non intendo il vuoto clinico, quello della depressione maggiore, che ha radici nelle profondità della psiche, il vuoto esistenziale è una stanchezza cronica, una sfiducia di base verso tutto. Con Julia Kristeva credo che la svolta della nostra epoca dovrebbe essere quella di rifondare l’umanesimo. Mettere finalmente l’uomo al centro della nostra cultura, stabilire una volta per tutte che l’uomo, con le sue necessità e le sue aspirazioni, deve essere al centro del progetto comune. Sembra un’ovvietà, ma evidentemente non è così. Se molti giovani rischiano quotidianamente la vita con i giochi estremi, se il vuoto dilaga negli stomaci, se abbiamo perso la pazienza di desiderare qualcosa, è perché al centro di quello che facciamo non c’è l’uomo.

Non è una risposta meccanicistica e immediata, mi rendo conto, ma del resto il lavoro che faccio non è meccanicistico e non prevede soluzioni pronte all’uso. Nello spirito di come opero ogni giorno, la proposta che faccio è anzitutto un cambio di prospettiva, un progetto alternativo. E prima si comincia ad attuare il cambio di prospettiva, prima un progetto sarà ultimato.

Quali sono gli stili materni? La Mother Queen, un tipo di madre assente.

Ci sono diversi modi per suddividere e definire gli stili di attaccamento del bambino, ma quali sono i principali stili materni? Ovvero, quanti ‘tipi’ di madre esistono?

Semplificando molto, e riferendomi al tipo di influenza diretta che una madre ha sul presente del bambino, credo si possano indicare una serie (composita) di madri ‘presenti’, una serie (composita) di madri ‘assenti’, e una serie di madri per così dire ‘intermedie’ o ‘moderate’, in grado di modulare prossimità/distanza in base alle situazioni.

Nell’ambito delle madri che (non necessariamente per colpa o dolo) possono essere definite ‘assenti’, quali sono gli stili materni predominanti? Ho accennato alla Mother Superior , vorrei qui fermarmi su quella che amo definire ‘Mother Queen’, la madre ‘regina’.

Una regina ha nei confronti dei suoi sudditi un atteggiamento di benevolo distacco. Ella certamente ama rappresentarli nelle occasioni mondane. Una regina ama rivolgersi ai sudditi facendo leva su gli alti valori della responsabilità e dell’appartenenza alla casa comune. Una regina difende il suo popolo nelle occasioni più importanti. Ma altrettanto certamente possiamo dire che una regina si mescola con le dinamiche dei suoi sudditi solo parzialmente; Si fa ritrarre con alcuni di essi, i più vicini a lei per rango e censo, dicendo che lo fa a nome di tutti gli altri; in quanto regina il patrimonio di cui dispone la differenzia notevolmente dagli altri, talvolta anche da quelli che fanno parte della sua stessa casa reale. Insomma una regina è seducentemente, ma inesorabilmente, irraggiungibile.

La prima caratteristica fondamentale del tipo di madre assente che definisco stile Mother Queen è proprio questa: irraggiungibile. La madre irraggiungibile si pone al di sopra e di lato rispetto ai figli, ne è costantemente cercata dallo sguardo, ma non si sofferma mai su di loro, perché per l’appunto, la sua attenzione è rivolta altrove, verso un orizzonte diverso.

La Mother Queen non è necessariamente una madre assente dal punto di vista fisico. Proprio come una regina non è assente dalla vita dei suoi sudditi: anzi, la sua è una presenza fortemente ingombrante. Ecco, ingombrante è l’altra caratteristica fondamentale della Mother Queen. La combinazione di questi due elementi caratteristici, essere allo stesso tempo irraggiungibile e ingombrante, fa sì che la Mother Queen venga vissuta con deferenza e rispetto, ma anche con frustrazione. Il bambino sente di non poter mai raggiungere questo tipo di madre, sente che qualunque cosa faccia non è mai abbastanza. Una bambina che tutti definiscono brava, per esempio, che tutti ammirano per la sua bravura a scuola, può sentirsi ferita da una madre che non la riconosce come tale, perché abituata, poniamo, ad essere ella stessa al centro delle attenzioni.

Oppure un bambino che tutti definiscono bello, ammirato per la sua bellezza, può nutrire in sé delle insicurezze se la madre non si mostra mai abbastanza appagata da lui.

Ci sono senza dubbio diversi modi in cui una madre possa risultare ‘assente’ dalla vita dei suoi figli, e non necessariamente sono tutti per sua colpa o responsabilità diretta. La Mother Queen è una di queste. Questa donna attraversa un periodo particolare della sua storia: in conseguenza di ciò non riesce a sintonizzarsi sulle frequenze dei figli, ma allo stesso tempo ne ingombra (involontariamente) la strada, e ne frustra, suo malgrado, il cammino.