Life in the fast lane: storie di guida pericolosa

La guida pericolosa è uno dei quei comportamenti poco prudenti che un po’ tutti hanno attuato almeno una volta.

Avere invece sempre condotte al limite, temerarie o incoscienti, giocare a sfiorare il pericolo, essere sfacciatamente sconsiderati è tutta un’altra cosa. Alcuni individui più di altri ne fanno una filosofia di vita: la sfida al pericolo per loro è un modo di essere, un biglietto da visita.

Tra queste condotte mi focalizzo proprio sulla guida pericolosa perché mi sembra la più interessante: il pericolo che essa crea, infatti, non coinvolge soltanto chi la pratica, ma anche il resto della collettività, dal momento in cui il conducente si muove nel traffico tra altre auto.

L’aspetto che per primo vorrei mettere in evidenza riguardo alla guida pericolosa è quello relativo al ‘controllo’. Sottoporre noi stessi ad un rischio ha chiaramente in sé qualcosa di anti conservativo, tuttavia nel farlo abbiamo anche l’illusione del controllo, e di riflesso della conferma della capacità di controllo, per esempio di un pericolo più grande che invece non riusciamo a gestire.

Mi spiego meglio con un esempio. Gli adolescenti sovente guardano film dell’orrore o leggono romanzi gialli, thriller o simili, costume che magari abbandonano con il passare degli anni. Essi attraversano una fase in cui sono travolti dagli eventi e in cui nulla è sotto il loro controllo. Ecco, nel leggere piccoli racconti del brivido, o nel guardare e riguardare film horror di cui conoscono la trama, è come se sperimentassero il controllo, che invece per altri aspetti non hanno. E’ come se dicessero a loro stessi, ‘su questa cosa gigantesca che mi sta succedendo io non ho nessun potere, ma invece per altre cose sì, sono in grado di controllare emozioni, angosce e paure molto profonde che possono nascere dentro di me.’

Allo stesso modo credo che molti di coloro che attuano comportamenti pericolosi, come quelli alla guida, vivano la stessa sensazione. Il vuoto, l’angoscia, il dolore insopportabile per traumi, perdite o ferite ancora dolenti viene in qualche modo spostato, e la narrazione individuale della sconfitta da ciò che non è riusciti a controllare diventa per un attimo la narrazione della vittoria. Una vittoria di Pirro, se vogliamo, fatta a scapito di tutti quelli che rischiano di restare coinvolti.

Ma pur sempre una narrazione vincente, e a volte per la nostra mente è già qualcosa.

Nonni, l’ansia per i compiti.

La scuola è cominciata da qualche mese, e come ogni anno vediamo nonni in difficoltà nella fase ‘compiti a casa’.

Le lezioni e le attività da svolgere oltre l’orario scolastico sono un completamento della formazione dell’alunno, ma se la loro responsabilità ricade su chi assiste il bambino, possono creare più che qualche malessere.

Vi sono nonni che amano sperimentarsi in compiti scolastici, vuoi per mantenere l’esercizio, vuoi per recuperare vecchie competenze: per questo si dedicano con passione ad aiutare i nipoti. Tuttavia l’aiuto diventa fonte di stress o ansia quando i nonni si sobbarcano la responsabilità della buona riuscita di tali attività.

La modalità più efficace per aiutare i bambini a fare i compiti è quella che ricalca la funzione dello psicoterapeuta in seduta. Il terapeuta funge da testa supplementare, (o da ‘stomaco’, se preferite) mai da computer. Aiuta il paziente a pensare i suoi pensieri, o a ‘digerire’ emozioni troppo pesanti, ma non lo sostituisce nel pensare o nel sentire.

Ogni volta che qualcuno mi chiede ‘dottore, secondo Lei cosa devo fare?’ in genere non rispondo: perché il paziente deve trovare da sé la sua risposta. La mia funzione è di accompagnarlo nel labirinto dei suoi pensieri, supportarlo, fino a quando trova la via d’uscita che ritiene migliore.

Ecco, credo che questo sia il modo più corretto per sostenere i bambini che fanno i compiti: supportarli, spronarli, incoraggiarli. Al più fornire qualche assist. Ma non sostituirsi a loro nell’esecuzione.

Credo sia giusto, in definitiva, che l’ansia per aver svolto correttamente i compiti non ricada su altri se non sul bambino stesso.

Uomini e violenza di genere

Identificare l’uomo con la volitività e l’aggressività è una semplificazione culturale che ha a che fare con l’omologazione sociale e la massificazione dei costumi.

Se prendiamo ad esempio lo sport ci rendiamo conto che questo è tanto più vero quanto più lo sport è ‘popolare’. In Europa gli sport di massa sono quelli in cui l’aggressività, anche cieca, l’espediente, il furore agonistico al limite della rozzezza, sono valori fondativi molto più che in sport per così dire di nicchia, in cui invece il fair play, il terzo tempo, il rispetto per l’avversario vengono addirittura prima del risultato in sé.

In politica le cose non vanno meglio. Un tempo i grandi movimenti politici erano anzitutto fucine di idee e di contenuti. Oggi invece, in tutto il mondo, i grandi partiti sono quelli che convogliano la rabbia, l’aggressività, talvolta l’odio dei loro iscritti, mentre è più facile ascoltare parole di saggezza e lungimiranza al congresso di un piccolo partito. Lo stesso si potrebbe dire per i grandi movimenti di piazza, in cui gli slogan, la semplificazione, l’aggressività passiva, prendono il posto del ragionamento, del confronto, dell’ascolto.

Vengo ora alla violenza di genere. Se un uomo è in grado di esprimere fair play ad una partita di tennis e molto meno sulle tribune di uno stadio di calcio, se riesce ad essere moderato al meeting di un nuovo movimento politico, più che ad un corteo di massa sotto bandiere e cappellini, probabilmente la colpa non risiede nella genetica.

Sono portato a credere che l’aggressività, soprattutto nelle relazioni affettive, sia molto spesso una semplificazione culturale, una scorciatoia filo evolutiva, una rozza imitazione della filosofia politica per cui distruggere un nemico è la migliore certezza di poterlo dominare.

La violenza di genere è sostanzialmente un fatto culturale, per questo può e deve essere superata. Con la cultura, evidentemente. Non con gli slogan.

Il padre con gli stivali

Alcuni padri si sentono proprietari della vita dei figli. Direi di più, proprietari dei figli. E delle figlie.

Il punto qui è la reazione emotivo/comportamentale da parte di chi vede la propria vita appesa al filo della volontà altrui. Il diritto di prelazione che questi padri esercitano sulle scelte dei loro figli conduce a volte questi ultimi ad affrontare la vita con una sorta di apatia, di rassegnazione. Che alla lunga li annulla nella loro essenza più intima.

In alcuni casi si può trattare di abusi, fisici o psichici. In altri nell’obbligo di frequentare delle persone piuttosto che altre, o a seguire degli studi e non altri.

Questi atteggiamenti possono influenzare lo stile relazionale dei loro figli anche per molto tempo.

Faccio un esempio: da adulti alcuni di questi figli potrebbero sentirsi in difetto nei confronti di figure autoritarie, e nutrire verso di loro un’avversione. Altri potrebbero portarsi dietro difficoltà specifiche nel rapporto con gli uomini. Altri ancora potrebbero non amare l’idea di famiglia, rinunciando a volerne creare una propria, in sfregio al male ricevuto.

In queste poche righe volevo mettere in evidenza questo aspetto: le relazioni di accudimento primarie sedimentano dentro di noi e lasciano dei segni, anche a distanza di molti anni. Se sono state deficitarie, o nevrotiche, o insoddisfacenti, come nel caso del ‘padre con gli stivali’ in alcuni momenti particolari della nostra vita queste relazioni possono aprire ferite che non credevamo di avere, o meglio, che pensavamo di avere suturato da molto tempo.

Gaming disorder, o del gioco patologico

Dissociare per alcuni minuti al giorno in una realtà parallela, in cui siano concesse cose che in genere non lo sono, è certamente uno svago e, diciamolo pure, un divertimento.

Pirandello l’ha ben raccontato nella novella ‘La Carriola’, dove un austero avvocato ha la tragica sensazione di fare qualcosa di orribile, quando dall’alto della sua temuta autorevolezza ogni giorno, e soltanto per alcuni istanti, solleva le zampe della sua cagna lupetta e le fa fare la carriola. L’avvocato della novella teme che essere scoperto possa attirare su di lui lo scherno e la disapprovazione, e rischi addirittura di essere internato, perché a gente della sua posizione non è concesso fare cose simili: divertirsi giocando col proprio cane. Pirandello ci porta a dire che no, non è patologico, anzi sano, molto sano, giocare col proprio cane, ed è anche molto sano staccarsi alcuni minuti dalla realtà per avere un po’ di svago. Aiuta a rifiatare.

Anche oggi fare ogni tanto una partita sullo smartphone può avere la stessa funzione.

Ben diverso è quando il gioco assume caratteristiche patologiche, quando assorbe ore e ore della nostra giornata, quando anzi diventa un dispendio economico importante, come nel caso del gioco d’azzardo.

Vedo almeno tre elementi nel gioco la cui errata gestione possa spingere verso un vero e proprio game disorder. Il controllo, il rischio, il successo.

Il controllo di tutte le variabili è senza dubbio l’aspetto che più differenzia la realtà virtuale dalla realtà vera e propria. Nella vita purtroppo non abbiamo il controllo (quasi) totale di quello che facciamo: non sappiamo quale sarà il prossimo livello, ignoriamo la difficoltà della prossima sfida, non abbiamo la possibilità di premere ‘riprova’ se qualcosa va storto.

Il rischio nella realtà virtuale è senza dubbio limitato. Ammetterete che guidare in contromano in galleria, sparare alle ombre dentro una tomba egizia, o lanciarsi da un elicottero in volo è senza dubbio molto meno pericoloso in un videogame che nella vita reale.

Infine l’aspetto più drammatico, il successo. Purtroppo molte persone si legano molto ai videogame perché in essi sperimentano una condizione nuova nella loro vita, quella di essere persone vincenti.

Una disamina del fenomeno gaming non può essere esaurita in poche righe, credo però che queste possano essere un buon punto di partenza.

Un ragazzo su sette

Stavolta il rapporto UNICEF (ottobre 2021) è chiaro: nel mondo più di un ragazzo su sette ha un disturbo mentale diagnosticato. Lo diciamo da tempo, ma il dibattito pubblico si occupa di altro, l’eredità della pandemia sarà pesante, la pagheremo a lungo.
Un trauma è un evento che lascia delle tracce indelebili. Prendiamo un’auto gravemente sinistrata, o un’azienda che dichiara fallimento, o uno sportivo con un serio infortunio. Attraverseranno un periodo di difficoltà in cui qualcuno dovrà occuparsi di loro, e poi un altro periodo, più o meno lungo, di ripresa; Ma se quando tutto sarà passato resteranno delle tracce, il sinistro, il fallimento, l’infortunio potranno essere definiti, nella storia di quell’automobile, di quella organizzazione, o di quello sportivo, come un trauma.
Così definiamo questa pandemia, un trauma collettivo. Perché più ci allontaniamo dalla fase acuta e più vediamo delle tracce indelebili su tutti noi.
Per commentare i dati drammatici di UNICEF che riguardano i giovani, inoltre, preferirei utilizzare il termine trauma cumulativo. Un trauma cumulativo è un evento non necessariamente traumatico preso in sé, ma la cui accezione di trauma deriva dalla ripetitività e continuità nel tempo.
Sappiamo che i giovani hanno una buona capacità di adattarsi ai cambiamenti e di trovare equilibri anche quando le condizioni cambiano. Tuttavia questa pandemia si è protratta nel tempo: è questa per me la condizione realmente patogena. Chiedete ad un pendolare che ogni giorno prende il treno di fare per una volta un lungo tratto in piedi. Egli non avrà grossi problemi, al limite quel giorno sarà un po’ più stanco del solito. Ma se a quel pendolare imponete, da un dato momento e per tempo indefinito, di fare il suo tratto di treno in piedi, ecco che comincerà a sviluppare delle conseguenze. Per la pandemia è avvenuto questo: il distanziamento, che per qualcuno ha significato isolamento, è stato dapprima una novità. E’ stata dura, ma c’è stato chi ha cantato, chi ha fatto attività fisica in salotto, chi ha suonato con gli amici a distanza, insomma si è cercato di adattarsi, con creatività. Invece poi le cose si sono protratte oltre, e poi ancora oltre, e poi oltre ancora. E non è stato più possibile adattarsi, per qualcuno è diventato un trauma.
Non mi stancherò di ripeterlo, e del resto i dati UNICEF sono dalla mia, cominciamo ad occuparci delle conseguenze di questa pandemia, prima che sia, irrimediabilmente, troppo tardi.