Bambini: comunicare la malattia di un genitore?

Infanzia e malattia

Due termini a tutta prima in contrapposizione, o che almeno facciamo fatica a leggere associati. Tratterò altrove il tema della malattia del bambino, dell’angoscia di perderlo ancora prima di averlo trovato del tutto, e di vederlo sfiorire tra difficoltà e sofferenze. E di quel contesto ‘tra i due mondi’ che circonda le famiglie dei bambini malati, in cui si rincorre una parvenza di normalità, pur sapendo che è solo finzione. Vorrei ora parlare della malattia del genitore, ovvero di quando è il genitore a sapere di avere poco tempo, e che vorrebbe fare con il bambino più cose di quelle che alla fine, giocoforza, riuscirà a fare. E a dire. Ma le condizioni di salute non lo permetteranno. 

Il bambino davanti al dolore

Molti adulti cercano di lasciare il dolore fuori dal mondo del bambino. E’ una forma di protezione, non c’è dubbio, fatta con le migliori intenzioni. Ma tenere il bambino all’oscuro delle condizioni di salute di un genitore non è una buona idea. ‘Non diciamo questa cosa perché potrebbe spaventarsi’. ‘Non facciamo quest’altra cosa perché potrebbe preoccuparsi’. Eccetera. 

Questa premura può avere almeno due tipi di conseguenze. 

Una conseguenza fattuale, concreta, ma direi alla fine dei conti relazionale, è che se il genitore non dovesse superare la malattia, l’incidente, ecc… il bambino ne resterebbe al di fuori. Non avrebbe ricordo dell’evento. ‘La notte in cui morì mia madre andai a letto come tutte le sere, al mattino mi dissero che la mamma non sarebbe più tornata a casa.’ Oppure ‘Mi dicevano che papà sarebbe tornato, poi un giorno mi portarono in una chiesa, ricordo tutti che piangevano.’ Questi sono casi di bambini a cui non è stata comunicata la realtà delle cose, e non hanno memoria degli eventi. Come si vede, però, la memoria del trauma resta, eccome. Soltanto che il trauma non riguarda la perdita del genitore, l’evento della scomparsa, ma i giorni successivi. 

‘Il bambino non deve preoccuparsi, spaventarsi, o essere terrorizzato’. Ma se la mamma, poniamo, è stata investita da un autobus, o ha una grave malattia, e non farà ritorno a casa, il terrore, l’angoscia, la preoccupazione sono più che legittimi. 

Ritengo che in alcuni casi il bambino possa e debba essere esposto alla preoccupazione, possa e debba essere posto davanti al dolore.

La seconda conseguenza, più clinica, diciamo così, o personologica, è il narcisismo

Abituare un bambino a non essere scosso da angosce neppure davanti alla possibile morte di un genitore, è molto pericoloso. Lo si allena a questo tipo di equivalenza: ‘io sono importante, il mio equilibrio è importante. Perciò non mi angosciate, non mi spaventate, perché altrimenti potrei soffrire’. Insegnare ad un bambino che le cose del mondo, anche le più gravi, non devono disturbare la sua quotidianità, perché le sue esigenze sono prioritarie, può essere controproducente. La protezione può favorire il narcisismo, venire fraintesa. 

Allegorie

Per queste ragioni credo che la malattia, il dolore, la sofferenza debbano entrare, con tutte le cautele possibili, nel mondo del bambino: magari con una storia, o con l’utilizzo di un’allegoria. 

I bambini devono avere memoria dell’ultima volta in cui videro un genitore, delle ultime parole che ci scambiarono, dell’ultima cosa che pensarono a suo riguardo. 

Cos’è il baby blues?

La nascita di un bambino può portare diverse forme di scombussolamento emotivo per i genitori. Si va da sindromi più invalidanti come la depressione post partum, ad altre più passeggere come il cosiddetto baby blues, oppure a forme di somatizzazione dello stress, ansia, problemi del sonno ecc… . 

Tutte queste reazioni hanno in comune l’aspetto di non essere ben comprese e accolte da chi circonda i neo genitori, che anzi tende a dire cose del tipo: ma non sei contento/contenta, è una così bella cosa?

In questo modo il genitore con baby blues, con depressione post partum o con altre reazioni emotive alla nascita, sente al contempo di essere anche irriconoscente ed egoista. 

Come aiutare i genitori in difficoltà? 

La cosa più importante in questi casi è non generalizzare. Se i fattori scatenanti la crisi sono diversi e molteplici, non potrà esserci una soluzione semplice e univoca. Il malessere, anche passeggero, derivante da una nascita dipende dal senso che i genitori danno a quella nascita, da ciò che significa per loro come individui, come coppia, e quale equilibrio la nascita è andata a minare. 

Il baby blues, la depressione post partum e le altre forme di reazione emotiva alla nascita possono essere ben superate: nei tempi e con le modalità di ciascuno, ma a patto che vengano prese con la dovuta cautela e soprattutto con il dovuto rispetto.   

Scuola: verso fine anno. Tutti promossi? Molti genitori certamente sì.

Si avvicina il fine anno scolastico, torna il valzer delle pagelle. Per i genitori questo è un momento difficile: molti sentono la valutazione sui figli come una valutazione su di loro, sul loro operato educativo. 

Va detto che non tutti i fallimenti scolastici sono dovuti a pigrizia o ad incapacità. 

Le amicizie e le relazioni sentimentali, per esempio, (o partecipare a eventi sportivi, musicali, ecc) possono spostare il focus dell’attenzione dei ragazzi: bastano poche settimane per accumulare un ritardo e perdere l’intero anno scolastico

Un adulto che attraversa una crisi di coppia, ad esempio, è abbastanza in grado di separare il piano emotivo da quello pratico lavorativo: quando entra nel luogo di lavoro la sua mente sposta l’attenzione dalla crisi sentimentale agli impegni lavorativi, e infatti molti affermano che è proprio il lavoro ad aiutarli. 

Per i giovani non va allo stesso modo. Essi sono ancora in fase di definizione: i successi e gli insuccessi sono aspetti fortemente caratterizzanti vuoi il rapporto con i pari, vuoi la loro identità. Per questo possono avere fasi anche lunghe di apparente disinteresse per la scuola. 

Credo sia utile sottolineare ai genitori che l’insuccesso scolastico appartiene ai figli, non a loro. Così come il successo (o fallimento) sportivo. Ho già detto del rapporto di certi genitori con lo sport dei figli: l’ingerenza, per quanto indotta dalla passione, può diventare fuorviante; Il giovane infatti deve sentire che quello che fa è propriamente suo, non di altri. 

Se è vero nello sport, ancora più deve esserlo nella scuola: il ragazzo sia l’artefice e il responsabile dei suoi successi e dei suoi fallimenti. 

Se ne avvantaggerà in futuro. 

Body shaming: come aiutare le vittime?

Il body shaming è un fatto di bassa autostima. Di chi lo fa, e, semplificando enormemente, anche di chi ne resta ferito più del dovuto. 

Valutare le persone sulla base del loro aspetto fisico non è solo una mancanza di tatto. Non tutte le persone istruite denigrano chi ha studiato meno di loro, non tutti i ricchi  deridono i meno ricchi, non tutti i dotati di charme irridono chi ne è privo. La differenza tra le due posizioni non sta unicamente in una generica ‘mancanza di tatto’. 

Combattere battaglie impari non è segno di cavalleria, ma combattere battaglie impari deridendo l’avversario è persino peggio. Invidia, cinismo e viltà sono gli ingredienti fondamentali della personalità di chi si muove in questo modo.

Essere eccessivamente vulnerabili ai loro attacchi, di contro, evidenzia qualche nervo scoperto. Se chi appartiene alla classe media dovesse sentirsi offeso ogni volta che vede sfrecciare un’auto di lusso, potrebbe viaggiare bendato. Fate voi altri esempi. 

Avere un’immagine sicura di sé significa essere inattaccabili dall’esterno. Significa saper assorbire gli attacchi più duri, diciamo pure i più vili, senza esserne scalfiti. 

Come aiutare la vittima di body shaming? Questo comportamento sadico e vile ferisce, purtroppo, maggiormente dove trova più terreno fertile. Di conseguenza quando siamo difronte ad un soggetto che tende a sentirsi fortemente offeso dal body shaming, il modo migliore è aiutarlo a strutturarsi di più. L’obiettivo non è che non venga più attaccato, ma che impari a respingere gli attacchi, ovvero che non ne venga ferito. 

Si possono immaginare percorsi di psicoterapia ad hoc, oppure percorsi brevi finalizzati. Una forma di psicoterapia eccezionale è quella orientata al transfert: secondo me in questi casi potrebbe essere molto utile in breve tempo. 

Se per togliere un uomo dalla povertà, si diceva un tempo, si debba regalargli una canna da pesca e insegnargli a pescare, allo stesso modo per fronteggiare efficacemente e nel lungo periodo il body shaming si deve insegnare alle vittime a respingerlo al mittente. Anzitutto non lasciandosene ferire. 

Cyberbullismo: un fenomeno tra ragazzi impauriti e adulti ignari.

Molti fenomeni sociali si sono spostati sul web: così è nato anche il cyberbullismo

Non significa che il bullismo classico non esista più, tutt’altro, ma che ad esso vada aggiunto anche quell’universo di dinamiche online, che per l’appunto prende il nome di cyberbullismo

Storicamente il bullismo aveva luogo per lo più a scuola o nel tragitto tra casa e scuola. Infatti è quello il contesto in cui bambini e adolescenti sono indotti a stare insieme anche in assenza di motivazioni intrinseche, come potrebbe essere un corso pomeridiano di musica, di arti marziali o di danza.

Il cyberbullismo può attuarsi in diversi modi, tra cui l’uso di programmi di messaggeria e i commenti ai post sui social networks. 

Maschi e femmine usano modalità diverse di relazione, e quindi anche diversi modi per attaccarsi a vicenda. Ne consegue che anche il cyberbullismo assuma connotati diversi se fatto da maschi o da femmine. Mi occuperò di questo in un altro spunto. 

Vorrei qui soffermarmi su un aspetto molto importante del bullismo, che vale anche per il cyberbullismo. Nella maggior parte dei casi di prevaricazione o vittimizzazione gli adulti interessati (genitori di vittima e bullo, e insegnanti) asseriscono di non essere a conoscenza del fenomeno, mentre i ragazzi sostengono di aver segnalato poco o per nulla il loro problema. 

Quindi bullismo e cyberbullismo avvengono nel silenzio, direi quasi nell’ombra. Significa che ogni genitore fiero che il propio figlio sia spigliato e sicuro di sé potrebbe ignorare che egli perpetri atti di questo tipo, così come ogni genitore che sa di avere un figlio tranquillo e pacifico potrebbe non sapere che talvolta egli è vittima di qualcuno. 

Il mio compito qui non è allarmare, ci mancherebbe altro, ma evidenziare. E voglio mettere in evidenza come non sapere dell’esistenza di un problema non corrisponda necessariamente all’assenza del problema. 

Bullismo e cyberbullismo creano disagio e sofferenza. Ogni anno in Italia circa 200 ragazzi sotto i 25 anni si tolgono la vita, e in molti casi uno dei fattori scatenanti è il bullismo. Per questo è molto importante cercare e affrontare il fenomeno. 

Esorto pertanto a considerare questa dinamica vigliacca tra adolescenti come una delle componenti della loro vita, come gli innamoramenti, le fughe da scuola, le prime sigarette. E se questa dinamica assorbirà poca o molta parte della loro energia (o per nulla) sarà effetto dell’interesse e dell’intervento degli adulti. 

Adolescenti in rete. Quando il numero di likes è scambiato per valore individuale.

Molti adolescenti confondono il numero di likes con il valore di una persona. 

La competizione tra pari sui social networks è più pericolosa e subdola di quella che avveniva nel buio delle discoteche, perché è impietosamente pubblica. 

Se un adolescente diffonde una sua foto, e riceve, poniamo, 1000 mi piace, gli amici saranno costretti a fare i conti con questo dato. Se la loro foto non sarà apprezzata altrettanto si creerà inevitabilmente una gerarchia. 

Le gerarchie c’erano anche quando i ragazzi socializzavano in discoteca, ma lì era buio, ognuno era impegnato a fare per sé, e all’uscita realtà e finzione si mescolavano nei racconti, nell’assenza di reali controprove. 

Sui social networks invece non si può mentire: le controprove sono sempre lì, davanti a tutti. 

Molti giovani finiscono così con l’equiparare il valore individuale al numero di mi piace, dove ricevere pochi apprezzamenti significa sentirsi sminuiti nel gruppo di pari. 

La sfida che hanno davanti a loro questi ragazzi, e quindi i loro genitori, è quella di scindere l’apprezzamento pubblico dalla consapevolezza di sé. Il valore di un individuo non può essere valutato dal numero dei likes che riceve, soprattutto se essi sono giudizi vuoti, non spiegati, non motivati da altre valutazioni. 

Mamme sotto stress. Il sovraccarico mentale come fattore di rischio.

Il sovraccarico di molte mamme odierne è un fattore di rischio per il loro equilibrio mentale

La distribuzione degli impegni dei figli nell’arco dei sette giorni, diversamente da quanto avveniva un tempo, è parte integrante di questa condizione. Oggi il sistema famiglia deve adeguarsi in modo diverso, e non sempre purtroppo le mamme trovano l’adeguato sostegno. 

Le ricadute sulla salute mentale vanno dai problemi del sonno, in genere i primi a comparire, ad ansia generalizzata, a umore altalenante, fino alle caratteropatie. 

Le mamme sotto stress sentono di essere meno lucide, risolvono i problemi più lentamente di prima, e hanno la sensazione che senza il loro contributo tutto può fermarsi. E’ importante sottolineare che queste mamme non sono più stanche fisicamente, il loro sovraccarico è mentale. 

L’aiuto che dovrebbero sollecitare è nel funzionamento del sistema famiglia, del resto lo stesso che le ha condotte a questa condizione perché incapace di sostenerle adeguatamente. Se il sistema è assente, queste mamme devono trovare il modo di scegliere quali impegni dei figli continuare a gestire, e quali invece rimandare al futuro. 

Per la loro salute mentale, e naturalmente per quella dei loro figli.  

Quali sono gli stili paterni? Il padre remissivo: l’uomo senza autorità nelle coppie non violente.

Definisco padre remissivo l’uomo del quieto vivere nelle coppie senza violenza di genere.

Quando una coppia ha piccoli squilibri può darsi che una delle due parti, in questo caso l’uomo, faccia un passo indietro. In questo modo la bilancia resta in equilibrio, ma è una forzatura.

Il padre remissivo sente che la sua autorità è messa in discussione e pian piano smette di esercitarla. La legittimazione e il riconoscimento reciproco sono alla base del vivere democratico in coppia. Dico vivere democratico perché il padre remissivo non è presente nelle coppie violente, in cui c’è violenza di genere.

Per uscire dall’angolo il padre remissivo deve anzitutto recuperare credibilità all’interno della coppia. La credibilità sui figli è solo una conseguenza. La cosa importante, quindi, sarà capire cosa egli significhi ancora agli occhi della compagna, che infatti sovente è la prima che lo dileggia o sminuisce.

In questi termini si capisce perché ho detto che il nuovo equilibrio è una forzatura: perché è un adattamento ad un problema di coppia, che prima o poi farà saltare il banco.

Quando un uomo è eccessivamente remissivo, quindi, nei rapporti di coppia e nei confronti dei figli, è perché qualche ingranaggio, da qualche parte, ha smesso di funzionare da tempo. Per questo sarebbe utile un accompagnamento di coppia, ma ancora di più un sostegno dal punto di vista individuale, per aiutarlo a rafforzare i punti in cui risulta più vulnerabile.

Gravidanze (in)desiderate: normalizzare i pensieri ambivalenti.

Nulla è accolto con più ambivalenza di una gravidanza: rompe gli equilibri e cambia la vita in maniera definitiva.

La maggior parte delle coppie afferma razionalmente di accettare la gravidanza con gioia. Io credo che sia sano e opportuno, invece, poter esprimere le proprie riserve, e diciamolo pure, le proprie paure in merito.

Lo sforzo di adattamento che molti fanno a livello razionale è notevole, e a compierlo sono aiutati anche da parenti e amici. ‘Vedrai, ti piacerà per questo e quest’altro motivo’, oppure ‘Non è poi così difficile, l’hanno fatto tutti’, frasi di questo tipo possono aiutare la coppia a metabolizzare l’evento.

Vi è però una parte di angosce e terrore irrazionali, provenienti dal profondo, che mette la coppia, ma soprattutto la futura madre, davanti ai suoi peggiori fantasmi.

Le paure riguardano, come ben si sa, la salute del neonato, ma molto spesso hanno a che fare con la condizione lavorativa e con gli equilibri di coppia, che come detto sono i primi ad essere scompaginati.

Per questo va detto che sentire sensazioni forti anche negative nei confronti della gravidanza non è disumano né patologico, ma una normale reazione che anzi andrebbe comunicata ed elaborata. Se queste paure non vengono espresse, e vengono spinte in angoli nascosti della mente, possono crescere, e saltare fuori dopo molto tempo con sembianze di vecchie ruggini, malintesi, o altro.

Genitori e insegnanti: quando difendere i figli non aiuta a farli crescere.

E’ diventata usuale la difesa a oltranza degli alunni di fronte agli insegnati. Ma quanto è utile ai ragazzi?

La perdita d’importanza dei titoli di studio nel mercato del lavoro ha condotto alla perdita del potere relativo di maestri e professori nella relazione con i loro allievi. Un tempo, lo sappiamo, questo potere veniva esercitato in maniera autoritaria, ma ciò non garantiva che gli studenti fossero più preparati. Quell’atteggiamento era figlio di una condizione culturale diffusa, e quando infatti a livello sociale si fecero strada altre idee, i ragazzi cominciarono a chiedere altre forme di valutazione, e l’atteggiamento autoritario degli insegnanti iniziò a cambiare.

Oggi molti genitori vivono le comunicazioni degli insegnanti come delle accuse rivolte direttamente a loro. Per tutta risposta essi ribaltano queste accuse agli insegnanti, alimentando così il circolo delle incomprensioni.

In questa dinamica scompare completamente l’alunno. Egli è il testimone passivo di un conflitto che si gioca sopra la sua testa, e che ha come unica conseguenza la sua completa deresponsabilizzazione.

La responsabilità, come ho già detto altre volte, è molto importante nella fase evolutiva. Lo si vede quando i ragazzi prendono con estrema serietà la squadra di calcio, il gruppo di pari, o altri loro interessi o passioni. Sembra quasi che amino sperimentarsi come piccoli responsabili, come individui che hanno una qualche responsabilità verso altri.

Credo che i genitori dovrebbero lasciare la responsabilità della scuola ai loro figli. Supportarli nei momenti di difficoltà, non farli mai sentire soli, ma fare loro capire che le sfide che hanno davanti sono commisurate alle loro capacità. Livelli minimi di risultato, a scuola, possono essere raggiunti un po’ da tutti, anche se con qualche aiuto o qualche sostegno.

La capacità di leadership nasce anche così, con l’assunzione quotidiana di piccole/grandi responsabilità.