Categoria: Psicologia del lavoro

  • Workaholic o stacanovista? Il collega che vive per il lavoro

    Workaholic o stacanovista? Il collega che vive per il lavoro

    I lavoratori instancabili, sempre dediti alla causa, pronti a sacrificare il loro tempo libero per il bene dell’azienda, sono una risorsa importante per i superiori, ma anche dei colleghi difficili per i pari grado. Questi individui, però, non sono solo degli arrampicatori sociali pronti a tutto, alcuni, infatti, soffrono di un vero e proprio disturbo che li lega al lavoro e alle responsabilità. Guardiamoli più da vicino, proviamo a capire cosa li spinge a muoversi in questo modo. 

    Stachanov

    Nel 1935 divenne famoso, in Unione Sovietica, Alexej Stachanov. Questi riuscì, in una serie di test sulla suddivisione del lavoro, a estrarre, nella miniera in cui lavorava, ben quattordici volte la quantità giornaliera media di carbone. Gli studiosi si divisero sulla lettura da attribuire a questa performance, e conclusero che, se da un lato l’organizzazione del lavoro aveva avuto la sua importanza, riducendo i tempi morti, e  migliorando la velocità del team, dall’altro bisognava guardare anche alla psicologia del lavoro. La personale voglia di eccellere, l’orgoglio di mostrare ai superiori la bravura della squadra, nonché la smania di portare fino alle orecchie del Partito il nome della miniera, in altre parole, dovevano avere avuto un peso.

    Da allora, questo esemplare minatore divenne, da un lato, il paladino del lavoro e della dedizione, e dall’altro l’emblema del lavoratore instancabile, tanto che il termine “stacanovista” ha poi assunto un significato altamente dispregiativo. Ora, sappiamo bene che in tutti gli uffici c’è uno stacanovista. In genere è molto amato dai superiori, perché mostra che il lavoro non è poi così pesante, e inviso ai colleghi, più o meno per lo stesso motivo. Ebbene, lo stacanovista è un individuo che sceglie volontariamente di spendersi per il suo lavoro, perché crede fortemente in quello che fa, perché vuole mettersi in mostra, o perché cerca ogni strada per fare carriera. È sbagliato? No. La vita della nostra specie sulla terra si fonda sulla competizione, quindi, chi lo desidera, può legittimamente competere per accrescere la propria condizione, anche in ambito lavorativo. 

    Workaholic

    Altra storia è quella di chi è assalito dal senso di responsabilità, e non riesce a staccare mai dal suo lavoro, neppure quando va a casa o in ferie. Anche questo è un comportamento stacanovista, ma per altre ragioni, e infatti in questo caso, per definire questo individuo, si usa il termine Workaholic. Il Workaholism è un comportamento patologico che sfocia nella dipendenza, e riguarda una irrefrenabile pulsione a occuparsi del proprio lavoro, mettendo tutto il resto in secondo piano. Da grammatica anglosassone, chi ne è affetto prende il nome di Workaholic. Inizialmente, a partire dai primi studi degli anni Sessanta, si riteneva che questo comportamento fosse diffuso soprattutto tra gli artigiani e i professionisti. Per queste categorie di persone, infatti, non sembra a priori strano, o patologico, dedicare molte ore al lavoro, anche dopo la chiusura ufficiale, o talvolta nei giorni di festa. Negli ultimi due decenni, invece, da quando prima internet e gli smartphones, e poi lo Smartworking, hanno cambiato le abitudine lavorative, si è notato che molti individui sentono il bisogno di seguire l’andamento del loro lavoro anche da casa. 

    Aprire, e gestire, la casella della posta lavorativa nel week end, per rispondere a mail a cui non si è avuto il tempo di rispondere, finire la relazione per il capo che nel frattempo è un vacanza, controllare prove di calcolo, e impaginare meglio i risultati. Oppure inviare messaggi audio, specificando “non ascoltare prima di lunedì”, e via dicendo. Questi esempi svelano un’incapacità di restare lontani dal lavoro fuori dall’orario, senza l’effettivo beneficio di un ritorno d’immagine da parte dei superiori o del contesto. 

    Per alcuni, il comportamento assume tratti particolarmente patologici, o per meglio dire tossici, laddove arrivano addirittura a mettere le esigenze dei familiari in secondo piano. In questi casi il Workaholism diventa una vera e propria dipendenza patologica, che assorbe tutte le energie dell’individuo, e lo porta a deteriorare i rapporti con le persone più care. 

    Come si vede, quindi, i lavoratori instancabili hanno diversi profili. Alcuni lottano per primeggiare, possono apparire arroganti, arrivisti, ma pur sempre all’interno di un vitale quadro competitivo. Altri, invece, tradiscono delle difficoltà più profonde. Appaiono assorbiti in maniera più genuina dal loro lavoro, ma nella realtà non riescono a starne lontani, neppure quando in ufficio non c’è più nessuno, e non è rimasto niente da fare.   

  • Formati a cosa? Apprendere nelle organizzazioni.

    Formati a cosa? Apprendere nelle organizzazioni.

    L’essere umano inserito in un contesto lavorativo ha delle esigenze specifiche, ed esse sono indipendenti dalla disponibilità del datore di lavoro di accettarle e riconoscerle. Aggiornare e attualizzare lo sguardo su concetti cardine della nostra quotidianità, vuol dire anche analizzare le problematiche del lavoro, consapevoli del fatto che, non guardarle, non significhi cancellarle. Se vogliamo, è lo stesso discorso che facevo alcuni anni fa, quando, in occasione della pandemia da Covid-19, mi scagliavo contro il dilagare, talora immotivato, dello smart working. All’epoca dicevo che i gruppi di lavoro mostrano dinamiche tipiche anche se interagiscono a distanza, (conflitti, antipatie, astio verso i superiori, ecc…) dinamiche che il buon imprenditore farebbe bene a consentire in presenza, se vuole gestirle e non restarne vittima. Il tempo è stato galante, e infatti lo smart working è andato  riducendosi sensibilmente. Ora parliamo di altre caratteristiche del rapporto tra l’uomo e il suo lavoro, ossia di aspetti che sarebbe bene tenere in conto, anzitutto per il bene dell’azione organizzativa. 

    Attribuire significati

    Ogni attività che noi compiamo ha delle implicazioni di vario tipo, che riguardano da un lato il rapporto più diretto con la cosa che facciamo, e dall’altro, il fatto che vi attribuiremo dei significati. Quando un tifoso di calcio, ad esempio, va allo stadio, a seguire la sua squadra del cuore, ha l’esigenza immediata di pagare un biglietto equo, di avere un posto assicurato, e guardare la partita concordata e non un’altra. E poi avrà una serie di esigenze, per così dire, secondarie, che vanno dalla disponibilità di una toilette, di un bar o di un venditore di panini, a quella di guardare uno spettacolo avvincente per creatività, intensità e lealtà, fino a quella di non essere aggredito all’uscita dello stadio, e tornare a casa sano e salvo. Questo secondo ordine di esigenze, come si vede, non è direttamente dipendente dall’organizzazione della partita, e la dirigenza della sua squadra del cuore potrebbe benissimo non tenerne conto. Tuttavia fa parte di quella caratteristica tipicamente umana, di attribuire senso e implicazioni alle nostre azioni. Così se la partita non è stata avvincente, o se il tifoso resterà imbrigliato in tafferugli tra gruppi di scalmanati, potrà decidere di non tornare più allo stadio una prossima volta. E questo anche se l’organizzazione della partita è stata impeccabile, ossia se sono stati rispettati gli accordi base del contratto di vendita del biglietto. 

    Allo stesso modo, nel mondo del lavoro, il lavoratore non ha solo la necessità che gli accordi base vengano rispettati. In quanto essere umano che si confronta con quello che fa, è portatore di esigenze più profonde, che strutturano e definiscono il rapporto tra sé e il suo lavoro. 

    Una di queste esigenze riguarda la formazione. Lavorare per altri, a condizioni sovente ritenute (a torto o ragione) inadeguate, interroga la coscienza. Sentire di avere appreso, o di stare apprendendo, delle competenze, aiuta un lavoratore a definire sé stesso nel rapporto con i suoi colleghi, nel rapporto con la sua mansione, nel rapporto con il settore produttivo in cui è inserito. 

    Gli sforzi riguardanti la formazione lavorativa, lo sappiamo, tendono invece a focalizzarsi sugli aspetti pratici, potremmo dire, manageriali. All’imprenditore serve che il dipendente sappia usare l’ultima versione di un software, non che conosca i linguaggi di programmazione. La formazione veniva differenziata in sapere, saper fare, saper essere. Dove il terzo grado corrispondeva ai livelli più alti della scala gerarchica, al lavoratore veniva chiesto, al massimo, di saper fare. Tuttavia, in ambito organizzativo, è proprio nella cura del dettaglio che si forma l’autocoscienza. Un lavoratore che si sente vecchio, perché conosce logiche superate, e che vede i suoi colleghi più giovani faticare poco e rendere molto, può diventare un problema. E anche un lavoratore che si sente giovane, inesperto, può diventare un problema, se ogni volta manda avanti gli altri, temendo di fare errori. Così oggi è necessario che tutti sappiano essere, ma, per raggiungere questo obiettivo, serve un impegno formativo specifico. 

    Ruoli, confini, aspettative dell’imprenditore 

    Il sogno di ogni imprenditore è che i dipendenti gestiscano l’azienda come se fosse la loro: come se lui fosse lì a guardarli anche quando non c’è, o che sappiano subordinare i propri interessi personali al bene complessivo dell’azione organizzativa. Per garantirsi questo, da sempre ci si appoggia alle disposizioni individuali. In un gruppo di lavoro c’è chi sa mettersi in mostra agli occhi dei superiori, chi fa straordinari non richiesti, chi riporta frasi o punti di vista, ecc… , e per un certo periodo all’imprenditore può anche bastare. 

    Tuttavia, le attuali necessità in continuo cambiamento, impongono di puntare su concetti come rifondare o aggiornare, piuttosto che sul semplice potenziare. La caratteristica più evidente di questa fase è lo sbriciolamento dei ruoli. Prendiamo gli sport di squadra. Gli atleti più ricercati sono quelli in grado di ricoprire diversi ruoli, o che si adattano ad entrare in campo solo in una certa fase della partita. I ruoli definiti dalle regole di quegli sport non esistono più, o, per lo meno, sono soltanto indicativi: sono punto di partenza per poi gestire al momento la situazione contingente. Anche nel mondo del lavoro si è diffusa questa condizione. I ruoli si sovrappongono e intersecano, e chi sa meglio adattarsi, avrà i risultati migliori.

    Esigenze secondarie nel mondo del lavoro: l’apprendimento

    Questo eclettismo va creato e allenato. Il senso di appartenenza di un lavoratore alla sua azienda, e al suo compito, sorgono anche dalla qualità complessiva percepita della sua vita lavorativa. E così torniamo all’inizio dell’articolo: le esigenze secondarie, non direttamente dipendenti dal contratto lavorativo. Guardando al rapporto tra sé e il lavoro che ciascuno di noi fa, è di notevole importanza l’aspetto dell’apprendimento. Quanto imparo tutti i giorni? Sto migliorando rispetto all’inizio? Ho delle competenze in più, che potrei utilizzare, eventualmente, nel mercato del lavoro? 

    È evidente che sia proprio l’imprenditore a non voler sviluppare questi discorsi. Al management interessa che i dipendenti sappiano, o al massimo sappiano fare, lo stretto necessario. Ma pretendere che un dipendente sappia cambiare ruolo, mansione, rapporti dialettici e via dicendo, in base alla situazione, presuppone che abbia una buona consapevolezza di sé come esperto di un certo settore. 

    Così dobbiamo aprire ad un nuovo tipo di prospettiva: il soggetto al lavoro deve essere soddisfatto anzitutto di quello che sta diventando, ogni giorno, nel compiere il suo lavoro. Questa è una delle esigenze di chi trascorre molto tempo in un contesto lavorativo. Presenti anche quando il datore di lavoro si sforza di non vedere o riconoscere. 

  • Sognare pazienti nelle professioni sanitarie: burnout o compassione?

    Sognare pazienti nelle professioni sanitarie: burnout o compassione?

    Sognare i pazienti, per chi fa una professione d’aiuto, è fenomeno decisamente comune. Questo tipo di attività onirica non è necessariamente sintomo di malessere, o sovraccarico di lavoro, ma va analizzata, soprattutto se ricorrente, o se le sensazioni al risveglio sono molto negative.

    Terapia e pallottole 

    In un film del 1999, Terapia e pallottole, un boss mafioso, interpretato da Robert De Niro, va in terapia dallo psicoterapeuta Billy Crystal. La pellicola resta sul piano della commedia leggera, fino a quando il professionista non ha un sogno, molto interessante dal punto di vista cinematografico, ma ancora di più da quello psicoanalitico. Il sogno, infatti, riguarda la famosa scena di un altro capolavoro del cinema, Il Padrino, ma in cui i ruoli vengono spostati e invertiti. La scena è quella dell’attentato a Marlon Brando, quando esce dall’auto per comprare della frutta ad una bancarella sulla strada. Nel sogno, però, lo psicologo è Don Vito, e Robert De Niro è suo figlio, il quale, per goffaggine, non riesce a difendere il padre nella sparatoria. Nello svolgimento del film, questo sogno è molto importante, perché aiuta lo psicologo a capire che il paziente ha un trauma infantile irrisolto, legato proprio all’omicidio di suo padre, quando era bambino. 

    Anche nella vita vera, per tornare a noi, i sanitari hanno sogni riguardanti i loro pazienti. Talvolta sono dirette costruzioni della psiche degli assistiti, come nel film di cui abbiamo detto, talvolta originano dal passato del curante, ed è il motivo per cui non riguardano tutti i pazienti, indiscriminatamente, ma soggetti specifici, con un passato particolare, o con un determinato stile di personalità. 

    Partecipazione emotiva

    Nel lavoro di aiuto, la reazione emotiva è una componente centrale della dinamica clinica. Non tutte le persone che incontriamo nella nostra vita quotidiana possono esserci ugualmente simpatiche, e non a tutti possiamo andare a genio allo stesso modo. Tuttavia, si suppone che, se abbiamo scelto una professione di aiuto, sia perché amiamo stare a contatto con i pazienti, con le loro difficoltà, e farci carico del loro malessere.

    In alcuni casi, tuttavia, la simpatia o l’antipatia sono troppo forti, e rischiano di sfuggirci di mano. Sono i casi in cui qualcuno si innamora, o stringe amicizia con un paziente, o in cui, al contrario, ci entra in simmetria, e litiga furiosamente. Come nel film di Robert De Niro, però, dobbiamo ricordare che la partecipazione affettiva del paziente non è mai rivolta a noi come persona, ma come figura di riferimento. Così, anche una reazione spropositata da parte del sanitario, non è mai diretta a quell’individuo in sé (del resto lo conosciamo anche poco), ma riguarda suoi tratti di personalità, o modalità relazionali, che evidentemente scatenano in noi vissuti profondi. 

    Il sogno è un’attività involontaria che non possiamo controllare, ma che possiamo, al più, analizzare. Soprattutto, possiamo indagare, e interpretare, lo specifico quadro emotivo che abbiamo al risveglio da un sogno. In effetti, quando abbiamo sogni che riguardano, anche in senso lato, un paziente e la sua storia, non si tratta mai di esperienze generalizzate, ma di casi che definiscono sempre qualcosa di chiaro. La pratica clinica ci mostra che, ad esempio, se siamo particolarmente infastiditi da pazienti con tratti narcisistici (oggi vanno di gran moda), difficilmente lo siamo anche da pazienti con tratti depressivi, o con tratti psicotici, e così via. Questo significherà ben qualcosa. Quando questi aspetti entrano nei nostri sogni, al punto da farci svegliare con ansia, irritazione o disgusto, probabilmente dobbiamo fermarci a riflettere. 

    Colpa

    Da una mini ricerca su un campione di clinici, ho osservato che uno dei vissuti più diffusi, al risveglio da sogni che riguardino pazienti, è quello della colpa. Alcuni individui riescono a entrare nella nostra psiche talmente in profondità, da scatenare la colpa per non averli aiutati a sufficienza. Ora, va detto che, nella nostra cultura cristiana/platonico-cartesiana, la colpa è legata direttamente al concetto di responsabilità, infatti è sempre bene separare la colpa reattiva dalla colpa persecutoria. Tuttavia andrebbe analizzato il rapporto tra la nostra tendenza a sentirci in colpa (oggi siamo più sensibili, e abbiamo sensazioni di colpa per aver trascurato l’ambiente, per non aver aiutato le minoranze, e così via…), e la tendenza a esperire altri tipi di reazioni emotive, ad esempio a sentirci svalutati, o adulati. 

    Laddove il paziente svalutante, o quello adulante, non riesce a metterci in crisi, quanto quello che ci suscita colpa, potremmo essere di fronte ad un corto circuito mentale. La sua accusa, in altre parole, per quanto velata, potrebbe riecheggiare una qualche altra forma di accusa, che la nostra mente avanza a noi stessi.  

  • Come affrontare i colleghi arroganti?

    Come affrontare i colleghi arroganti?

    Recentemente ho pubblicato su alcuni social network un sondaggio, nella cui domanda chiedevo: “Come affrontare i colleghi arroganti o presuntuosi?”. I risultati, che riporto di seguito, non sono stati sorprendenti, ma vanno analizzati.

    Trattarli con ironia: 51 per cento 

    Ignorarli: 30 per cento 

    Avere un dialogo rispettoso: 16 per cento. 

    Altre opzioni: 3 per cento. 

    Escludendo i contatti che consigliano di ignorare queste persone, cosa evidentemente non sempre possibile, la grande maggioranza consiglia di utilizzare l’ironia, mentre una discreta percentuale pensa sia meglio trattare comunque queste persone con una certa rispettosa distanza.

    Il collega timido/insicuro

    Ora, queste due modalità di approccio vanno esaminate attentamente, perché non sono applicabili a tutti nello stesso modo. Possiamo riscontrare, infatti, almeno due tipi diversi di colleghi arroganti, presuntuosi, o egocentrici. Il tipo più comune è quello timido/insicuro: si tratta di quel collega che sa cosa fare, ma non sa come imporsi all’attenzione del team. 

    Quesi individui possono risultare un po’ altezzosi, svalutanti, talvolta anche permalosi, ma sono complessivamente agganciabili nelle dinamiche organizzative. In questi casi l’ironia potrebbe essere un’ottima arma, perché smorza la tensione, e allo stesso tempo fa sentire l’individuo come percepito, ascoltato, preso in considerazione.  

    L’ironia è molto potente nelle relazioni, saperla dominare apre tante porte. Mette chi la usa sullo stesso piano di chi ne è oggetto, contro la volontà di questi, ma lo fa bonariamente (il sarcasmo, invece, è sempre distruttivo), senza svalutare. Usare l’ironia è come dire: “Non darti tante arie, chi ti credi di essere? Anche io potrei fare di più, ma mi tocca lavorare con te. Quindi collaboriamo.” È una implicita richiesta di  alleanza. 

    Il collega incompetente/in palese difficoltà  

    Un altro tipo di collega arrogante è quello palesemente in difficoltà sul compito. Questi può essere manifestamente incompetente, perché privo di qualifiche o di esperienze, oppure incapace di entrare nelle logiche del team. Quando questo personaggio svaluta o è presuntuoso, non deve essere approcciato con ironia. L’ironia è ottima per sgonfiare il “pallone gonfiato”, ma è deleteria con chi è in difficoltà, perché lo fa sentire deriso. L’incompetente approcciato con ironia trova conferme alla tesi che sono tutti buoni a nulla, nonostante le loro competenze, tranne lui, che potrebbe dare lezioni soltanto attraverso il suo buon senso. 

    In questi casi vale molto di più cercare un dialogo rispettoso, magari freddo e distante, privo di connotati emotivi, che possono essere sempre fraintesi. Se siamo di fronte ad un collega a cui mancano delle competenze, ricordiamo che ha pur sempre una testa pensante, e un buon pensatore può valere più di un tecnico cocciuto. 

    Così trattare in maniera rispettosa un collega che (apparentemente) non ci rispetta, può avere dei risvolti inattesi. Se si sente comunque coinvolto, può abbassare le sue difese, e cominciare ad essere meno aggressivo e può socievole.   

    Ci sono certamente altri tipi di colleghi arroganti, li prenderemo in considerazione in un secondo momento. Ed esamineremo in quella sede le modalità più adatte per poterli approcciare. Perché non è sempre possibile ignorarli, né tantomeno escluderli dalle dinamiche lavorative. 

  • Il collega è un narcisista? Ecco cosa fare, e non fare, per difendersi al meglio.

    Il collega è un narcisista? Ecco cosa fare, e non fare, per difendersi al meglio.

    Il narcisismo è una delle reazioni più diffuse alle turbolenze che stiamo attraversando in questi anni. Come diciamo sempre, esistono vari tipi di narcisisti, non tutti ugualmente pericolosi o dannosi per gli altri, ma va da sé che doverci convivere, come in una relazione affettiva, amicale, o tra colleghi in ufficio è talvolta altamente frustrante.

    Origini del narcisismo

    La frantumazione degli equilibri politici, economici, sociali a cui eravamo abituati in passato, sta determinando una progressiva frammentazione del sé e dell’identità individuale. Questo è molto chiaro dagli orientamenti di voto che vengono espressi alle elezioni (meno polarizzati di un tempo), dalla partecipazione alle manifestazioni religiose (meno assidua), dalla fiducia nel futuro (in caduta libera), e da tutta una serie di altri fenomeni popolari che certamente il lettore può facilmente individuare intorno a sé. 

    Per adattarsi a ciò, sono ovviamente possibili diverse reazioni, ma in questo nostro tempo dell’individualismo una delle più comuni è la formazione di tratti di personalità narcisistici. Ossia, un po’ estremizzando, “Le cose vanno male perché nessuno capisce il mio valore.”

    Vivere a contatto di un narcisista è cosa estremamente difficile, perché se da un lato questi crede di necessitare ammirazione incondizionata, dall’altro mostra scarsa empatia verso chiunque. Così avere in ufficio un/una collega narcisista può essere un elemento di disgregazione degli equilibri d’équipe, ammesso, ovviamente, che ne esistano. 

    Come difendersi?

    La reazione più immediata che questi colleghi possono scatenare, infatti, è la creazione (involontaria?, inconscia?) di coalizioni esclusive, che coinvolgano da una parte loro i fans (ovviamente ne avranno) e dall’altra i loro detrattori. Questo tipo di reazione è altamente esaltante per il narcisista, che si sente al centro di contese collettive, ma è anche estremamente pericolosa, in ottica di funzionamento di squadra, perché fa perdere di vista la mission organizzativa.

    Una reazione individuale, invece, che qualcuno potrebbe essere portato a ricercare, è quella della rivalsa: sbugiardare le posizioni del narcisista nel momento in cui mostrano la loro fallacia. Ora, siamo tutti d’accordo che questo sarebbe un piatto al sapore di vendetta, per alcuni certamente gustosissimo, ma anche in questo caso farebbe deragliare il gruppo di lavoro rispetto agli obiettivi per cui è sorto. 

    Inoltre, mai umiliare un narcisista. Le sue reazioni potrebbero essere sconsiderate, proprio in virtù della rigidità con cui si pone verso gli altri, e dell’ammirazione che pretende di avere come il migliore tra i presenti.

  • Come piacere agli altri e avere successo (in due mosse).

    Come piacere agli altri e avere successo (in due mosse).

    Nel tentativo di piacere agli altri, in genere, tendiamo a compiere un errore: nascondiamo i nostri limiti, fino al punto di dimenticare di averne. 

    È umano, ma certamente anche strategico, fare leva sui nostri punti di forza quando vogliamo fare breccia nel cuore, o nella mente, di qualcuno. Tuttavia il processo è pieno i ostacoli, molti dei quali piazzati sulla strada proprio da noi stessi. Il primo, e più infingardo, riguarda la consapevolezza dei nostri limiti, o, se vogliamo, dei nostri punti di debolezza.

    Avere fiducia in noi stessi…

    Ciascuno di noi ha, (o dovrebbe avere) una buona considerazione di sé. Per alcune cose crediamo di essere i migliori, riteniamo di meritare ammirazione infinita, di essere speciali, e così via. Questo è parte di una soggettualità sana e completa, anche perché ritenere di valere poco, di meritare meno di quello che si ha, o credere di restituire agli altri meno, rispetto a quello che ci danno, è atteggiamento malsano, che può creare malessere esistenziale profondo. 

    Ma anche avere troppa fiducia in noi stessi, può essere pericoloso. In particolare, nascondere i nostri limiti, negarne l’esistenza, ci espone agli attacchi altrui. Prendiamo il mondo del lavoro, e pensiamo, ad esempio, ad una persona non troppo esperta con l’Inglese. Se nasconde questo suo limite, e anzi si comporta come se non lo avesse, si espone al rischio che qualcuno possa assegnarle mansioni che ne prevedano l’uso disinvolto. O, peggio ancora, che qualcuno possa utilizzare questa lacuna per metterla in difficoltà. Al contrario, questa persona potrebbe invece riferire il suo limite con disinvoltura, magari ridendoci sù, e chiedere ai colleghi di essere aiutata quando c’è da usare l’Inglese. In questo modo difficilmente le sue difficoltà le si ritorceranno contro. 

    Lo stesso discorso si può fare quando intendiamo piacere a qualcuno, nel lavoro o nella vita privata. È molto pericoloso fare approcci senza avere presente su quali punti possiamo fare leva, e su quali invece occorre fare attenzione.

    …ma riconoscere i nostri limiti 

    Per fare questo piccolo, ma importante, passaggio, occorre sapere riconoscere i nostri limiti, e non viverli con vergogna. In altre parole, dobbiamo lavorare sul narcisismo, ossia sull’idea che abbiamo di noi stessi come di persone amabili e desiderabili, da cui gli altri avrebbero solo da imparare. 

    Riconoscere di avere delle mancanze o delle lacune, e individuare chi tra gli altri è più bravo di noi, garantisce due ordini di risultati. Anzitutto, tenere la partita su un piano a noi congeniale, evitando che finisca su dimensioni in cui siamo impreparati. E poi, cosa tutt’altro che secondaria, ci apre alla possibilità di migliorare, di apprendere, in una parola, di crescere. E nel lavoro, come nella vita privata, non è caratteristica da sottovalutare. 

  • Elogio del cretino

    Elogio del cretino

    Il cretino ha una funzione psicosociale, ci rassicura. Molto spesso ci sentiamo circondati da imbecilli e imprechiamo la nostra sorte. Ma impropriamente, perché essi non sono poi così numerosi. Inoltre, sono molto più utili di quel che crediamo.

    Le funzioni del cretino

    Anzitutto, il cretino è un collante straordinario con il nostro amico più prossimo: diamo di gomito, e insieme lo commiseriamo. Questo aspetto è importante, perché crea legami tra persone che si stimano più di quanto ne stimino altre. Dividerci in sottogruppi determina un’identità. Prendiamo gli iscritti a un partito politico, i membri di un fan club, o i tifosi delle squadre di calcio. Creare una categoria di persone in cui identificarsi, con caratteristiche diverse da un’altra categoria, avversa, crea e rafforza un senso indentitario. Così, irridere qualcuno perché fa cose che riteniamo stupide, crea aggregazione con individui che sentiamo più simili a noi, ossia insieme ai quali ci consideriamo meno stupidi. 

    E poi, il più delle volte, il cretino suscita riso, ilarità. Anche bonaria, ma più spesso sarcastica. Quindi quando alla presenza di qualcuno un po’ bizzarro scambiamo occhiate con altri, lo commiseriamo per errori che noi non faremmo, e ne ridiamo, gli stiamo assegnando il ruolo dell’imbecille. Ecco, queste due funzioni non sono per niente negative. Se una persona con il suo comportamento ci fa avvicinare a qualcuno che in fondo stimiamo, e per giunta ci strappa qualche sorriso, piuttosto che deriderla, dovremmo ringraziarla.

    Non superiori, ma fortunati

    In ultimo, ma non per ultimo, il cretino ci fa sentire fortunati. Di tutte le forme di discriminazione, questa è la meno vigliacca, anzi direi persino la più funzionale. Discriminare persone svantaggiate sotto qualche aspetto, perché ad esempio hanno un handicap fisico o mentale, o fanno parte di una minoranza, come può essere un ceto sociale più basso o più alto, è atteggiamento razzista, o quantomeno classista. 

    Discriminare definisce una superiorità, e sentirci superiori a chi ha uno svantaggio non è cosa tanto nobile. Ma discriminare un imbecille è questione di lana caprina, perché in fondo ciò che uno reputa stupido, un altro lo può ritenere furbo. Così il punto vero non è la superiorità, ma quel senso di benessere, di sollievo, che ci prende quando diciamo “per fortuna, noi non siamo come lui!”. 

    Ecco alcune considerazioni che dovrebbero farci gioire, e non imprecare, quando incontriamo un cretino. Che in fondo va difeso, tutelato, forse persino incoraggiato, a fare ancora nuove cretinate. 

  • La frammentazione: sociale, culturale, psichica.

    La frammentazione: sociale, culturale, psichica.

    Ne ho parlato a DF Talk, Associazione Difendiamo il Futuro, con Benedetto Bonfatti.

    https://fb.watch/rDUlXMOp5b/

  • Laureati: come trovare lavoro?

    Laureati: come trovare lavoro?

    Laureato e intellettuale

    La formazione universitaria lascia una competenza tecnica (le conoscenze professionali in un certo ambito), e una competenza strategica (saper impiegare tatticamente tali conoscenze, per poter affrontare casi specifici).
    Ne discende che al termine di un percorso di laurea uno studente abbia sviluppato parallelamente almeno due diverse capacità, una direttamente collegata all’oggetto di studio, l’altra al suo utilizzo. 
    Proprio questa capacità di utilizzare la conoscenza andrebbe presa in esame quando ci si mette alla ricerca di un impiego, perché lo sappiamo bene, il mercato del lavoro è cambiato, e la mansione pura non esiste quasi più. 


    Tutti influencer  

    La smania con cui molti laureati si scatenano a pubblicare video online, è la cifra dell’illusione di avere grandi risultati con minimi sforzi. Se questo è vero per alcuni fortunati, non può, tuttavia, valere per tutti, e in linea di massima per avere successo, anche poco, è sempre necessario faticare molto, moltissimo. 
    È stato così per i grandi musicisti, per i poeti e gli scienziati di ogni tempo, è così anche oggi, che la globalizzazione ha azzerato le distanze, e aumentato esponenzialmente, come vediamo ogni giorno, l’aggressività. 
    Quando il laureato si mette alla ricerca di un impiego, quindi, dovrebbe anzitutto fare due operazioni. La prima è non dare per scontato che l’ambito di questo lavoro sia quello della sua formazione. L’università è anzitutto una maestra, e insegna a usare la testa. La seconda, partire dall’analisi del contesto di riferimento. E qui intendo quello fisico, non quello virtuale, dato che a parte il lavoro di influencer tutti gli altri lavori si svolgono in uno spazio e in un tempo ben definiti. 


    Cosa so fare?


    La ricerca di un lavoro, così, è sempre più un chiedersi: con le mie caratteristiche, le mie competenze e i miei interessi (ossia con le competenze che oggi non ho, ma che potrei avere domani) quale mansione potrei ricoprire? In quel ambito potrei apportare un mio contributo? 


    L’abbiamo detto, il lavoro è cambiato. Per questo deve cambiare drasticamente anche l’atteggiamento verso il lavoro, a partire dalla fase in cui si entra nel mercato e si cerca un impiego, ossia in cui si offre la propria competenza di saper fare qualcosa. 

  • Insoddisfatti al lavoro: come migliorare il clima aziendale?

    Insoddisfatti al lavoro: come migliorare il clima aziendale?

    Tra le cause del crescente malessere esistenziale, che per molti diventa malessere psichico, quando non grave patologia mentale, c’è senza dubbio anche la crisi del lavoro e dei lavoratori. 


    Insoddisfatti e non rimborsati

    Passiamo al lavoro una quantità considerevole della nostra vita, e il logoramento delle condizioni lavorative tradizionali, unito all’intrusività permessa dalla tecnologia, fa di noi dei lavoratori a tempo pieno, che ogni tanto si prendono piccoli spazi per una cena à deux, o una serata tra amici. 
    L’insoddisfazione sul piano del lavoro, di conseguenza, entra nel nostro quotidiano più di quanto avvenisse un tempo, quando usciti dalla fabbrica si potevano cancellare dalla mente nomi, mansioni, dinamiche relazionali. 


    Così urge un’analisi sul clima e sul benessere lavorativo, che vada al di là di quei tempi e quegli spazi che hanno caratterizzato la vita produttiva del Novecento. Smart working, smart mobbing, leadership diffusa, globalizzazione, e soprattutto apprendimento continuo, diventano le nuove parole del lavoro, parole su cui è necessario soffermarsi, se non vogliamo che le organizzazioni diventino grandi serbatoi di patologia mentale.  


    Smile, please


    Il clima aziendale è determinato dalle scelte organizzative, non c’è dubbio, ma in ultima analisi è creato ogni giorno dalle persone che fanno parte delle dinamiche aziendali, che stingono relazioni, che mandano mail, o scrivono sui gruppi WhatsApp. Insomma, quando entriamo in un contesto lavorativo, per quanto male organizzato, ci entriamo col nostro nome e la nostra faccia, e siamo anche noi i responsabili del clima che respira chi ci lavora vicino. 


    Il primo asset del clima lavorativo è la disponibilità. Immaginiamo di entrare in ufficio in ritardo, mal vestiti e di pessimo umore. Quali reazioni potremmo suscitare? Sovente dimentichiamo che il lavoro è un fatto sociale, che non riguarda soltanto il compito, ma anche le interazioni di gruppo che conducono alla sua realizzazione. 


    In molti contesti lavorativi bisognerebbe insegnare a sorridere, ad essere disponibili, a creare empatia, se non simpatia, per i colleghi. Il malessere e l’insoddisfazione sul lavoro dipendono anche dall’aria che si respira in ufficio, e un ambiente lugubre non ha mai giovato a nessuno.   Migliorare il clima aziendale si può, almeno fino a un certo punto, e dipende da ciascuno di noi. Proviamo a pensarci, la prossima volta che vorremmo rispondere al veleno ad una mail di gruppo. Esiste anche l’ironia: ed è un detonatore fortissimo.