Potere e lavoro sottopagato

L’Avvocato Agnelli riteneva che la cosa più grave per un lavoratore (di qualunque livello) sia avere tanta responsabilità e poco potere.

Ora, non c’è dubbio che un buon modo per quantificare la responsabilità che un lavoratore ha nel suo compito sia il corrispettivo economico che gli viene riconosciuto.

Sappiamo come le crisi economiche, il crollo dei mercati, l’evoluzione dei sistemi produttivi ecc concorrano all’erosione della stabilità lavorativa e al cambiamento continuo delle forme contrattuali. E sappiamo bene che, in genere, tutti i lavoratori (di qualunque livello) ritengano insufficiente il corrispettivo economico riconosciuto loro.

Tuttavia il lavoro sottopagato c’è, è una realtà del mondo del lavoro, e occuparsi di psicologia del lavoro significa anche fare i conti, di tanto in tanto, con questa condizione così gravemente depauperante.

Ecco, io vorrei sottolineare un aspetto. Il lavoro sottopagato non è soltanto una distorsione del mondo del lavoro e dei contratti. Il lavoro sottopagato è una forma di tortura psicologica.

Il lavoratore sottopagato non solo vede ogni giorno che al suo impegno viene data poca importanza, il lavoratore sottopagato impara ogni giorno che il valore di quello che fa è basso.

Date a un uomo più di quanto merita, e vi disprezzerà per l’unica volta che gli chiederete di stare in panchina.

Date ad un uomo meno di quanto merita, lo abituerete a non fare altre richieste.

I Capi e i Mediocri

Molti uomini o donne di vertice si circondano di collaboratori mediocri. In genere questo fatto garantisce il primato della leadership: vuoi perché nessuno dei sottoposti avrà idee migliori del superiore, vuoi perché difficilmente saprà insidiarne la posizione. 

Tuttavia la mediocrità porta conseguenze catastrofiche sull’azione organizzativa. Da un lato il prodotto finale sarà conseguenza di questo compromesso, e dall’altro il clima aziendale ne risulterà determinato in senso fortemente negativo. Con un crollo dei livelli motivazionali da parte dei collaboratori migliori, che poi sono la vera risorsa strategica dell’organizzazione, e con una recrudescenza delle mosse ostili, se non conflittuali, tra i mediocri stessi, che vedranno nelle cosiddette pugnalate l’unica opportunità per poter emergere.

In conclusione, fare organizzazione è adeguare un’azienda all’ambiente in cui si muove. Ma soprattutto prevedere i cambiamenti che questo ambiente avrà in futuro, per rendere l’azienda di domani più competitiva di quanto lo sia oggi. 

Ecco, se non si vuole perdere di vista questo secondo aspetto, è necessario che i capi imparino ad affrontare la loro quotidiana competizione con i loro collaboratori più stretti, e per il bene dell’Organizzazione si circondino di elementi di comprovato valore.

Colleghi e altri nemici

L’azione organizzativa è una somma di competizioni tra individui.
Nessun vivere collettivo è privo di conflitti, ogni società ne è piena, ma i conflitti nascono soprattutto dove gli esseri umani sono tra loro in competizione per raggiungere risorse che non sarebbero sufficienti per tutti.
E’ avvenuto nella storia per il controllo delle materie prime, avviene ogni giorno nell’economia, nella politica, nello sport, e avviene ovviamente anche nelle organizzazioni, in cui il potere è risorsa ambita da molti, ma limitata.
Così nelle organizzazioni abbiamo una condizione curiosa e inquietante al contempo. Gruppi più o meno grandi di persone sviluppano tra loro relazioni informali, cordiali, a volte persino amicali. Hanno dei gruppi sui social networks, fanno regali ai matrimoni, organizzano cene di fine anno, ecc… . Ma allo stesso tempo alcuni individui all’interno di questi gruppi tramano contro altri, tessono rapporti trasversali, stringono alleanze, con il solo intento di giungere al potere per primi. Dopo un po’ ci si accorge che quelli che erano sembrati amici in realtà sono acerrimi nemici, e che tutto quello che avevano fatto per raggiungere la fiducia dell’altro era solo volto a disinnescarne l’aggressività.
Ora, non intendo dire che in ogni posto di lavoro ogni gruppo sia popolato da mostri. Vorrei qui però mettere in guardia dal buon clima. E’ difficile avere un clima sereno e collaborativo, molto difficile, proprio perché chi fa parte di un team di lavoro non sempre condivide le stesse aspirazioni. Mi rivolgo soprattutto a chi dirige le organizzazioni: diffidate sempre dei gruppi in cui i colleghi sembrano troppo amici.