Categoria: Violenza di genere

  • Violenza di coppia e patriarcato: vediamoci chiaro.✦ IAGenerato con AI

    Violenza di coppia e patriarcato: vediamoci chiaro.

    Sofferenza psichica e cultura sociale nelle dinamiche aggressive.

    C’è una tendenza diffusa a descrivere la violenza di coppia come conseguenza del patriarcato. Posto che il maschilismo, nelle relazioni e negli equilibri familiari, sia sempre una forma di prevaricazione, (come lo sarebbe il femminismo di una società matriarcale), questa connessione non riesce a spiegare tutte le forme di sopraffazione, soprattutto quelle tra membri non uomo-donna o quelle con una preminenza psichiatrica. 

    Violenza patriarcale e non

    Conosco almeno tre tipi di coppie: uomo-donna, uomo-uomo, donna-donna, (o come ciascuno ritiene possa denominare i membri di tali diadi). Da esse discendono almeno quattro direzione in cui la violenza può essere esercitata: nella prima coppia può essere quella commessa da un uomo verso una donna o da una donna verso un uomo, nella seconda è quella di un uomo verso un altro uomo, nella terza è quella di una donna verso un’altra donna. Le forme di coartazione ad esse associate sono di diverso tipo: c’è un tipo di aggressività basata sul, (o che parte dal) possesso, una basata sulla svalutazione, una riguarda la disponibilità o la sua negazione, un’altra si fonda sul ricatto. Probabilmente ce ne sono altre, ma al momento vorrei limitarmi ad analizzare queste. 

    La prima forma di violenza di coppia è quella che in genere identifichiamo con questo nome e riguarda l’uomo verso la donna. È questa che solitamente viene associata al termine patriarcato, ed è esercitata, per lo più, su base di possesso. Tu sei una mia proprietà, non hai il diritto di autodeterminarti, e solo io decido quando potrai uscire di casa e chi vedere, che scuola o lavoro fare ecc… . Questo atteggiamento muove da presupposti fortemente maschilisti, ed è riscontrabile, pur se in gradi differenti, anche in uomini insospettabili, perché origina dalla cultura di riferimento. Tuttavia, dobbiamo dire che questa forma di violenza di coppia prevede tutta una serie di controlli, di verifiche, di macchinazioni. Perché per tener assoggettata a tal modo una persona, intendo per sottomettere veramente qualcuno che invece vorrebbe svincolarsi, bisognerà controllare sovente il suo smartphone, escogitare dei tranelli sui canali social, avere delle talpe nella sua palestra, sul suo posto di lavoro e così via… Insomma, come si vede, il concetto di patriarcato ci aiuta a spiegare questo fenomeno, ma soltanto in parte. Perché, da un certo punto in poi, tale fenomeno tende a sconfinare nell’inadeguato, nel patologico. E allora dovremmo chiederci per quale motivo un uomo si fida di più della propria compagna, rispetto ad un altro, pur appartenendo entrambi alla medesima cultura maschilista? Che cosa rende un marito così geloso da controllare o ascoltare le chiamate della moglie, mentre un altro marito approfitterebbe del tempo di quelle chiamate per guardare i risultati delle partite? Le difficoltà relazionali investono la vita di coppia, sovrapponendosi o superando le rigidità della cultura patriarcale.   

    Un tipo di soprusi che non hanno quasi per niente a che fare con il maschilismo sono quelli perpetrati dalle donne verso gli uomini. Come ben sappiamo, in alcune coppie la smania di farla pagare per un torto subito, (ad esempio un tradimento, ma non solo), può portare una donna a negare la visita dei figli al marito, o metterlo in cattiva luce ai loro occhi, oppure a fargli terra bruciata intorno in famiglia o nella sua cerchia di amici. Oppure ancora può svalutarlo: dandogli del fallito, dicendo che una sua nuova conoscenza la ascolta di più, che è più sensibile o premurosa, e via dicendo. Questi comportamenti, per quanto comprensibili sul piano umano, sono comunque da considerare come aggressivi, e infatti, in genere non aiutano nella soluzione dei conflitti, ma li esacerbano, allontanando, a volte irrimediabilmente. 

    Un altro tipo di violenza della donna verso l’uomo, ma molto presente anche nelle coppie omosessuali, è quella che riguarda la disponibilità. Con questo termine intendiamo l’attitudine a concedersi dal punto di vista sessuale, cosa che rappresenta una grande arma offensiva. E poi ci riferiamo anche a tutto quello che riguarda il Ghosting, vera e propria piaga relazionale del nostro tempo. Evitare qualcuno, non rispondere ai messaggi, bannarlo dalla propria rete social configura una forma di aggressività brutale, feroce, in grado di intaccare l’umore, l’equilibrio, persino di distruggere l’immagine e l’integrità di un individuo. La violenza relativa alla disponibilità, o alla sua negazione, come si vede, non ha niente a che fare con il patriarcato, con gli atteggiamenti maschilisti, o con le tendenza di alcune famiglie a privilegiare i figli maschi, perché ritengono le femmine meno capaci. Ma negare la propria disponibilità può essere altrettanto crudele, spietato, oltraggioso. 

    C’è poi una violenza che si basa sul ricatto. Situazione tipica di alcune coppie omosessuali, come quelle in cui un@ minaccia l’altr@ di svelare il suo reale orientamento, ma può riguardare anche le coppie eterosessuali, ad esempio quelle clandestine. Il ricatto è il collante di molti amori, più di quanto si voglia credere. Talvolta è una minaccia esplicita, talaltra un’allusione implicita. Pensiamo alle coppie formate da individui provenienti da diverse classi sociali: è chiaro che quando la relazione dovesse terminare, una delle due tonerà alla sua condizione originaria.   

    BDSM: la violenza consensuale

    Esiste un altro tipo di coppia, che esprime una forma di violenza tutta sua, è quella BDSM. L’acronimo indica il Bondage, la consuetudine di legare, o bendare il partner, la dominazione, il sadismo e il masochismo. In questa modalità relazionale la violenza non solo è accettata, ma viene concordata, anche con dei contratti, e poi è condivisa, non è a senso unico, può prevedere l’inversione dei ruoli. La coppia BDSM ci svela un particolare tutt’altro che indifferente: la violenza non è sempre inopportuna, ma può essere addirittura considerata piacevole. Tutti hanno sentito il detto popolare “l’amore non è bello se non è litigarello”: beh, se vogliamo anch’esso ruota intorno alla filosofia BDSM, per quanto con caratteristiche e dimensioni totalmente differenti.

    Anche la coppia BDSM, e il tipo di coercizione che la caratterizza, non ha niente a che vedere con il patriarcato, ma unicamente con ciò che ciascuno di noi reputa piacevole o spiacevole per sé.  

    Territorio psy

    Al fondo di queste indagini possiamo fare una considerazione. Se non tutta la violenza di coppia può essere spiegata attraverso la categoria del patriarcato, la tendenza maschilista della società italiana, quale differenza c’è tra gli individui che si relazionano in maniera tutto sommato rispettosa, da quelli che non riescono a modulare le proprie reazioni? La risposta va ricercata nella progressiva frammentazione della psiche contemporanea, conseguente ai traumi plurimi che la nostra società sta attraversando in questi anni. Ricordo il tempo in cui la violenza (anche solo verbale) era confinata sopratutto negli stadi, ossia quando gli individui spostavano la proprie rappresentazioni mentali sulle squadre di calcio. Assistevamo a discussioni accalorate, a volte persino violente, in difesa di quello o quell’altro, accusando una squadra e un arbitro, mentre la propria era sacra, quasi a livello religioso. Evidentemente l’ingaggio personale nel difendere o attaccare le squadre di calcio era uno spostamento, era un modo per attaccare i soprusi che nella vita di tutti i giorni era impossibile fare. Nella fase attuale, invece, questo tipo di aggressività, esce dalla rappresentazione mentale, e anziché sulla massa informe dei tifosi avversari, diventa personale, entra nella vita di coppia, scaricandosi sulla persona che abbiamo accanto. 

    È un’espressione del disagio, per ripetere le parole di Giorgio Girard. Ecco dunque che dall’analisi sociologica del patriarcato, che pur influenza le dinamiche culturali, se non altro impregnando di maschilismo alcuni dei nostri linguaggi, entriamo nel territorio del disagio psichico. Quale sia l’intensità della difficoltà, varia da persona a persona. Non tutti abbiamo le stesse difese, le stesse strutture mentali, non tutti veniamo aggrediti nello stesso modo dalle difficoltà. Quando un aereo attraversa una turbolenza, i passeggeri reagiscono in maniera diversa, a seconda del loro background storico e culturale. C’è chi ha un conato di vomito, chi teme di precipitare, chi, al contrario, si addormenta, confidando nel personale in cabina. Anche attraversare le turbolenze di questi anni scatena reazioni differenti, a seconda delle disposizioni di ciascuno. La violenza di coppia è, drammaticamente, una di queste reazioni. 

  • Femminicidio: patriarcato? Disperato

    Femminicidio: patriarcato? Disperato

    Altro femminicidio, stavolta una studentessa di 21 anni. I nomi si confondono nelle statistiche, ormai è difficile persino dare un volto alle vittime e ai loro carnefici. Trovare il coraggio di guardare in faccia alla realtà, tuttavia, significa non banalizzare o semplificare il malessere che può generare tali sciagure. Viviamo una società disperata, senza sogni, e la colpa del femminicidio non può essere (solo) del patriarcato. Nella frammentazione di cui tanto abbiamo parlato, che è anche politica e sociale, oltreché psicologica, dilaga l’angoscia, il nulla (nichilismo, ancora tu!), ma quello che spaventa è quanto le giovani generazioni siano intaccate da questa devastazione.

    Disperati

    Imputare la responsabilità del femminicidio (quale: tutti? Solo alcuni?) al patriarcato, è come imputare all’automobile la responsabilità dei morti sulle strade: si resta nel giusto, senza dubbio, ma fino a quando non si scoprono morti sulle moto, sui monopattini, e così via. Il codice della strada garantisce la sicurezza totale di ogni utente, automobilisti e non, se tutti lo rispettassero non ci sarebbero problemi. Allo stesso modo dobbiamo riconoscere che i giovani italiani non hanno speranza, non hanno sogni di futuro, sono pervasi dal vuoto esistenziale, e questo si riflette nelle loro relazioni reciproche. 

    Sia chiaro che dire “i giovani” non ha di per sé nessun senso, infatti estenderei il ragionamento a tutti noi. Qui però parliamo di giovani, perché in questa fascia d’età la piaga del femminicidio è, se possibile, ancora più drammatica. Cosa spinge un ventenne ad accoltellare una coetanea che vuole lasciarlo? Quale ferita è così profonda da non poter essere rimarginata, a vent’anni? Davvero crede di non poter trovare un’altra ragazza, magari una che voglia condividere con lui più di quanto voglia fare questa, cui lui ora toglie la vita? 

    Vuoto esistenziale

    Ovviamente non abbiamo a disposizione le risposte di questi imputati, e infatti il nostro non deve essere un processo a loro come individui. Vogliamo invece interrogarci sul vuoto, sulla mancanza di visione futura, che accomuna tutta la loro generazione. Sulla speranza di poter incidere sul futuro, se vogliamo: sulla speranza di un domani migliore. 

    Sono dati comprovati che gli Italiani frequentano sempre meno la chiesa, e votano sempre in minore percentuale. Ora, quale speranza nell’avvenire può avere chi non crede in niente? Abbiamo perso la fiducia nei politici, d’accordo, ma la fiducia nella politica, ossia nella possibilità di poter dire la nostra su che mondo vorremmo, è tutt’altra cosa. Siamo una generazione apatica, sempre più chiusa in sé stessa, preda del mondo virtuale, che ci sta togliendo anche la voglia di sognare. 

    Persino i più privilegiati hanno paura: multimilionari hanno facce truci, usano termini sempre più aggressivi. E cosa dovrebbero fare i giovani? Respirano quest’aria, in cosa dovrebbero credere? E infatti in un mondo di influencer, persino OnlyFans è diventato attraente. Vediamo profonda indulgenza su quella che è pur sempre una forma di mercimonio del proprio corpo. Qualcuno si meraviglia? Assolutamente no, altro aspetto inquietante. 

    Dobbiamo perciò evitare di individuare risposte facili a questo problema complesso e drammatico. Ci aveva avvisato Michael Ende, con il suo romanzo La Storia Infinita: se saremo preda dell’angoscia e della disperazione, niente e nessuno potrà venirci a salvare dal baratro finale. E il baratro, mi sa, è dietro l’angolo. 

  • La coppia infedele. Perché si tradisce? Si può prevenire il tradimento? Perché alcune volte l’infedeltà spacca la coppia, altre volte no? 

    La coppia infedele. Perché si tradisce? Si può prevenire il tradimento? Perché alcune volte l’infedeltà spacca la coppia, altre volte no? 

    L’ampiezza del fenomeno impone di trattare l’infedeltà di coppia come un fatto all’ordine del giorno, quasi fisiologico. Le coppie in cui uno, o entrambi, i partner attuano forme di tradimento, infatti, variano dal cinquanta al settanta per cento. E non è realistico, pertanto, trattare come patologico un fenomeno così diffuso.

    Competizione sessuale 

    La nostra vita di specie è basata (Darwin) sulla competizione sessuale. Posto che questo aspetto andrebbe fortemente ripensato, nell’ambito di quello che chiamo la rifondazione dell’Umanesimo, va da sé che di tanto in tanto, pur all’interno di una coppia stabile, un individuo abbia la tentazione di verificare quali sarebbero le sue possibilità di adattamento, in caso di necessità. Del resto la competizione sessuale non deve per forza attuarsi per essere vinta. In alcune specie animali i maschi lottano per la femmina senza arrivare ad un vero scontro, soltanto mostrando la loro aggressività. Allo stesso modo, in un contesto quotidiano, non è detto che sia necessario arrivare al tradimento, per verificare la propria capacità competitiva. Per questo tanti flirt all’ordine del giorno, non arriveranno mai ad un incontro esplicito. 

    Detto ciò, va poi segnalato che una delle motivazioni per cui nelle coppie avviene un tradimento è la noia. Occorre dare a questo termine un significato esteso, non banalizzante. Ossia, il comportamento infedele non avviene perché oggi uno non sa cosa fare, si annoia, e va a costruire una relazione clandestina, ma perché la routine, l’abitudine, fa dare tutto per scontato. La dinamica del desiderio, invece, investire l’altro di attese, di piccoli sogni, di progetti, è il contrario del banale, del previsto, del già sperimentato. 

    Le coppie a distanza, per esempio, vivono proprio dell’attesa, del fantasticare a occhi aperti l’incontro, del pensare alle cose che si potrebbero fare con l’altra persona, quando la si incontrerà. 

    Quando non si è disposti al perdono?

    Superare la “noia” in coppia è fatto sempre più difficile perché deve essere voluto da entrambi. Ecco che ci avviciniamo ad un altro aspetto importante. Si può prevenire, oppure no, il tradimento? E perché alcuni tradimenti vengono perdonati, e altri no? La mia esperienza con pazienti in crisi di coppia, mi dice che molto spesso l’infedeltà è la fortuna di una coppia, non la sua condanna. 

    Afferma di avere avuto comportamenti infedeli un po’ più del cinquanta per cento degli uomini, e un po’ meno del cinquanta per cento delle donne. Questo significa che molto spesso si viene traditi da qualcuno che si è già tradito, o cercato di fare, in precedenza. Per questo non è detto che entrambi abbiano la determinazione di lavorare per prevenire questa deriva della vita a due, e proprio per questo, soprattutto, non è detto che siano disponibili a perdonarla.  

    Grazie al tradimento, infatti, molte volte si ha finalmente la scusa per lasciare l’altra persona, in una coppia ormai alla fine della sua storia. Questi sono i casi in cui l’infedeltà non si può prevenire, né superare. Anzi, sono i casi in cui andrebbe vista con favore, perché offre l’occasione per fare i conti con una vita stanca e abitudinaria. 

  • “Sono io, quindi ho ragione”. Una risposta ad Aldo Cazzullo.

    “Sono io, quindi ho ragione”. Una risposta ad Aldo Cazzullo.

    Alcuni giorni fa, nella sua rubrica “Lo dico al Corriere”, Aldo Cazzullo rispondeva ad un lettore circa il degrado dei rapporti umani, in un bellissimo articolo intitolato “Sono io, quindi ho ragione.”. Non riassumo l’articolo, perché non possiedo il copyright, ma vorrei commentare con un approfondimento. 

    L’imbarbarimento delle relazioni umane, evidente agli occhi di tutti, dipende dalla frustrazione e dall’impotenza. Da alcuni lustri a questa parte ci sentiamo in declino, sia dal punto di vista economico, sia dal punto di vista politico. Percepiamo la nostra voce largamente inascoltata, e anzi molti hanno perso la speranza che mai lo potrà essere. 

    La storia del trauma ci insegna che l’impossibilità di comunicare una condizione di sofferenza, o peggio sentire che essa sia tollerata, se non addirittura giustificata, crea fratture dentro di sé, e risentimenti verso l’altro. Le condizioni psicopatologiche che ne derivano, poi, possono andare dalla grave scissione mentale, a varie forme di aggressività (più o meno passiva) agita in maniera scriteriata. 

    Ora, io credo che nell’analizzare l’imbarbarimento delle relazioni umane, sia necessario anche definire la cornice del quadro entro cui tale imbarbarimento prende corpo, che è, per l’appunto, di progressiva e ineluttabile perdita di potere sul nostro presente, e di fiducia riguardo il nostro futuro. 

    Così, oltre a segnalare con un certo disprezzo e superiorità questa situazione, dovremmo anche cominciare a fare qualcosa prima che diventi endemica. Ossia, prima che si perda la fiducia nella politica, prima che si smetta di cercare lavoro, perché “tanto non c’è”, prima che si prenda a vomitare odio per strada, al lavoro, sui social network, perché davanti c’è soltanto qualcuno che non può difendersi. 

    Rileggendo l’ultima frase penso che forse queste cose stiano già avvenendo. Se è così, allora, è tardi anche solo per lamentarsi. 

  • Il Ghosting. Tra narcisismo e paura della relazione

    Il Ghosting. Tra narcisismo e paura della relazione

    Insieme ad Angela Critelli e Sonia Sabato (^) ho tenuto una conferenza dal titolo “Il Ghosting: tra narcisismo e paura della relazione”. Riporto di seguito i principali argomenti toccati, nella consapevolezza che il tema meriterebbe ben più che un incontro per essere affrontato nella sua interezza.

    Il Ghosting 

    Partiamo anzitutto da una definizione. Il ghosting è il comportamento di chi decide di interrompere bruscamente una relazione sentimentale e di scomparire dalla vita del partner, rendendosi irreperibile. Inseriamo questo argomento tra le attività didattiche riguardanti l’educazione affettiva, poiché rappresenta, a tutti gli effetti, una nuova forma di violenza psicologica. 

    Altri comportamenti simili, come non rispondere a messaggi, chiamate o email, o disattivare le notifiche di consegna, non rientrano nella definizione stretta di ghosting, ma configurano lo stesso tipo di atteggiamento narcisistico e passivamente aggressivo. Per questo le considerazioni che seguono valgono per tutte le forme di violenza legate alle comunicazioni digitali, non soltanto a quelle incluse dalla definizione standard. 

    Il termine ghosting è nato negli anni Novanta del Novecento, con le prime comunicazioni a distanza consentite da internet, ma è diventato di uso comune nel corso degli anni 2000, dopo che un giornalista americano lo ha utilizzato per definire l’atteggiamento di una star di Hollywood, che per rompere la relazione con una partner, aveva preso a “comportarsi come un fantasma”. 

    Ghosting, dunque, è un modo brusco per terminare una relazione senza doverlo dire, e schivando ogni responsabilità. Può essere utilizzato per chiudere qualunque tipo di relazione, ma riguarda per lo più le relazioni affettive, ossia quelle nelle quali può essere più difficile assumersi responsabilità. 

    Narcisismo 

    Il ghosting è legato alle opportunità consentite dalle nuove tecnologie, che si legano alle tendenze della nostra società individualista, ma livello psicologico è sovente associato al narcisismo, il grande comune denominatore di molti atteggiamenti e comportamenti disfunzionali, nelle relazioni contemporanee.

    Il narcisismo è l’atteggiamento di chi fa di sé stesso il centro esclusivo del proprio interesse, nonché oggetto di ammirazione, mentre resta più o meno indifferente agli altri, di cui ignora o disprezza il valore. Il narcisismo è sempre un atteggiamento negativo, soprattutto nelle sue espressioni più radicali e patologiche, ma si può anche affermare che, entro certi limiti, saper ignorare i commenti degli altri, o riconoscersi del valore dopo un successo (sportivo, scolastico, lavorativo) sia una componente vitale di un sé adulto. 

    Empatia

    Se per empatia intendiamo la capacità di mettersi al posto dell’altro, di sentire cosa sente, come se fossimo in lui (lei), il ghosting condivide con il narcisismo proprio la totale mancanza di empatia. Ignorare l’altro è una pratica violenta in quanto ignora l’altra persona, ne svaluta l’importanza nella relazione, che invece dovrebbe essere di reciprocità e di riconoscimento reciproco. 

    Come il narcisista svuota l’altro di valore, e vede soltanto sé stesso, allo stesso modo il ghoster riconosce nella relazione soltanto le proprie esigenze e le proprie bieche motivazioni. Le conseguenze sono plurime e deleterie. Da un lato il ghostato si sente sminuito proprio agli occhi della persona amata, per cui sperava di contare qualcosa,

    ma dall’altro, fenomeno che tra i giovani può avere un impatto persino peggiore, può venire svalutato e deriso nel gruppo di pari. 

    Un percorso di educazione affettiva dovrebbe porre al centro la relazione, termine sempre più desueto nel cyberspazio, in cui per definizione navighiamo da soli. Relazione significa promuovere lo spostamento dello sguardo dal “me” delle mie esigenze, al “noi” di una relazione, che può essere a due, se la relazione è affettiva, ma anche a molti, se la relazione è di gruppo, per esempio in una classe, o in una squadra. E tenendo, infine, presente, che se allarghiamo una relazione a un “noi” di moltissimi, allora parliamo del nostro vivere all’interno di una società.  

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    (^) Angela Critelli, sociologa, e Sonia Sabato, psicologa clinica, hanno presentato con me “Il ghosting, tra narcisismo e paura della relazione”, nell’ambito di un percorso di educazione affettiva, in una scuola superiore di Torino. 

  • Coppie al capolinea. Come riconoscerle, come uscirne.

    Coppie al capolinea. Come riconoscerle, come uscirne.

    La prima relazione in cui siamo coinvolti, appena dopo la nostra nascita, è all’interno di una coppia. La dimensione duale del rapporto con la madre, (o con chi ne fa le veci) influenza, di conseguenza, ogni rapporto a due che incontriamo nel corso della vita. Ci sono relazioni che ci ricordano quella primaria modalità di accudimento, ce ne sono altre totalmente diverse, e altre ancora che ne condividono soltanto alcuni aspetti. Vivere in coppia è difficile, perché arriva sempre il momento in cui la persona amata non risponde alle nostre aspettative, che derivano da quella esperienza primordiale. 

    Relazioni tossiche

    Ad ogni modo, non tutte le dinamiche che non rispettano le aspettative sono finite, ad alcune, in realtà, ci si può adeguare. Del resto a questo serve l’innamoramento, a trovare la forza di superare le differenze, per preservare qualcosa di più grande. Ci sono invece altre relazioni, che palesemente hanno esaurito la loro carica propulsiva, in cui le differenze diventano ogni giorno più pesanti. In questi casi non serve resistere, nascondersi dietro l’amore che si prova, perché il più delle volte è un amore “tossico”, e queste coppie sono al capolinea. Un esempio di relazione tossica è quella basata sull’asimmetria. Se c’è uno sbilanciamento di potere, come nel caso della violenza di genere, o della dipendenza affettiva o economica, in cui una delle due parti è soggiogata all’altra, l’“amore” che si prova non è sempre genuino, perché “intossicato” dalla necessità. 

    Mind games

    Quando in una coppia la comunicazione è dominata dai “mind games” (ne ho parlato in precedenza) ossia da quelle giravolte verbali che mirano solo a mistificare i fatti, anche questa coppia è al capolinea. I mind games sono attacchi vili che generano insicurezze, mentre un rapporto maturo dovrebbe emancipare, non legare. Una delle motivazioni alla base dei mind games è l’infedeltà. Le coppie infedeli amano mistificare i fatti, per poter continuare a mantenere l’attuale equilibrio. 

    Identità di genere

    Non se ne parla mai, ma è un’occasione di grande sofferenza in coppia. Se uno dei due partner smette di identificarsi nel rapporto di genere in atto, le cose si fanno molto difficili. Diamo per scontato che se un individuo forma una coppia con un altro individuo del genere opposto, l’identità di genere che ne deriva sia stabile o intoccabile. Poiché questo non è vero per tutti, può capitare che l’equilibrio si spezzi, e anche in questi casi la coppia è al capolinea. 

    Se nella vita di coppia sentiamo echeggiare uno o più di questi aspetti, l’asimmetria, i mind games, e l’identità di genere, fermiamoci. Potrebbe andarne del bene dell’altra persona, del futuro che insieme pensiamo di costruire, ma anche del nostro benessere personale.   

  • Come resistere al bello e dannato? Il fascino perverso del narcisista e le implicazioni distruttive per le sue vittime.

    Come resistere al bello e dannato? Il fascino perverso del narcisista e le implicazioni distruttive per le sue vittime.

    Il successo del narcisista si basa sul ritorno di immagine per chi se ne invaghisce. Sedurre un individuo pieno di sé, infatti, molto amato e ricercato, rinforza, inevitabilmente, l’autostima. Ed è proprio la bassa autostima, quindi, il punto debole su cui fa leva la sua irresistibile fascinazione. 


    Bello e dannato


    Gli individui “belli e dannati” vantano livelli di consenso spropositati e per lo più immeritati. Il segreto di questo successo sta proprio nello spazio che le vittime consentono loro all’interno delle relazioni, che siano affettive o amicali. 


    A tutti può capitare, in una certa fase della vita, di sentirsi poco amabili, indegni di attenzioni, o addirittura un po’ da buttare via. È proprio allora che si è più vulnerabili al fascino dei narcisisti, ossia quegli individui incapaci di relazionarsi con gli altri, perché concentrati unicamente sui propri bisogni. 


    In quella fase, incontrare un individuo che emana fascino può essere un grosso inconveniente. Da un lato, riuscire a sedurlo potrebbe dare una grande carica di autostima, ma dall’altro, proprio l’impossibilità di conquistarlo totalmente, una volta per tutte, potrebbe attivare un vortice distruttivo.  


    Autostima 

    Il narcisista, per definizione, non è mai pago dei rimandi degli altri. Per questo la “vittima” potrebbe entrare in un loop drammatico, uno scontro con l’immagine di sé più profonda. Perché se da un lato il bello e dannato offre riscatto e visibilità, dall’altro non può che confermare il deficit di autostima.


    Cosa fare in questi casi? La “vittima” del narcisista deve anzitutto chiedersi: perché questo individuo esercita su di me un fascino così irresistibile? Qual è il ruolo della mia autostima, in tutto questo coinvolgimento? 


    Le risposte a queste domande, come si vede, comportano già una presa di posizione, un progetto. Perché un rapporto interpersonale non si può fondare sulla disparità di potere, di influenza, di spazio. Di nessun tipo. 

  • TSO: il trattamento psichiatrico che difende la società, ma non aiuta i pazienti

    TSO: il trattamento psichiatrico che difende la società, ma non aiuta i pazienti

    Nessun trattamento lascia i pazienti insoddisfatti quanto il TSO. La prospettiva che mette il malato al centro delle logiche sanitarie sembra rovesciarsi in psichiatria, dove il focus è più il benessere o la sicurezza del contesto, che il malessere del soggetto sofferente. 

    Pazienti insoddisfatti


    Per capire quanto dico basta valutare il grado di soddisfazione nei trattamenti sanitari di emergenza. A parte alcune eccezioni, si intende, la maggior parte dei pazienti che accedono al Pronto Soccorso per patologie cardiache, traumatologiche, o, come è successo durante la pandemia, gravi problematiche respiratorie, valuta molto positivamente le cure ricevute. Pazienti e loro familiari sono soliti fare regali ai medici, scrivere biglietti di ringraziamenti, mandare mail di elogi alle direzioni sanitarie. La riconoscenza per il trattamento, a parte alcuni casi di malasanità, è di solito altissima.


    In psichiatria le cose vanno molto diversamente. Il paziente psichiatrico vive il TSO con un senso di fallimento individuale, e soprattutto in seguito ne conserva un ricordo negativo. Per alcuni è addirittura un’esperienza da dimenticare, di cui vergognarsi, perché si è persa la dignità. Altri invece vi hanno soltanto trovato nuove diagnosi, da curare con sempre nuovi farmaci, che i protocolli giurano essere miracolosi.

    Basaglia, e poi?


    Lo stigma sociale sulla patologia mentale continua ad essere forte, anche nel dopo Basaglia, al punto che la società sembra anzitutto difendere sé stessa, più che aiutare i pazienti. Prova di ciò è un caso gravissimo di cronaca in cui un paziente psichiatrico è stato inseguito nei boschi per giorni, come nei film americani dei reduci del Vietnam, accusato di aver ucciso il padre e un amico di famiglia. È stata scatenata una caccia all’uomo, al grido “state attenti, è pericoloso”, fino a quando è stato catturato. Lo stesso trattamento non viene di solito assicurato per i rei di femminicidio, per i quali, invece, valgono mille cautele, perché si sa, uno è innocente fino a prova contraria. 


    Il Trattamento Sanitario Obbligatorio ha una connotazione fisica, medica, come se valesse per la mente quello che vale per le ossa, il cuore o i polmoni. Il malessere mentale viene identificato con il malfunzionamento di una parte del corpo, la testa. La psichiatria contiene, rallenta, spegne, ma non resetta, perché alla fine del TSO il malessere non è stato cancellato. 


    Il supporto psicologico in psichiatria è considerato un accessorio, un abbellimento, ma non il cuore della cura, che, per l’appunto, è esclusivamente contenitiva. Ecco allora quale dovrebbe essere la vera svolta del post Basaglia, l’innovazione che i protocolli dovrebbero prevedere per approcciare casi resistenti a qualunque farmaco. 


    Certo, la psichiatria dovrebbe perdere il primato, dovrebbe condividere con altri, gli psicologi, scelte, approcci, modalità di intervento. E sopratutto dovrebbe allontanarsi un po’ dal suo totem per eccellenza, da quella coperta di Linus rappresentata dallo psicofarmaco. Allora ci possiamo chiedere: la psichiatria è pronta per questa svolta? 

  • Separazione, divorzio, tradimento: come sopravvivere?

    Separazione, divorzio, tradimento: come sopravvivere?

    Il tradimento ferisce il nostro valore individuale. Essere traditi, abbandonati, sostituiti, soprattutto da chi amiamo, intacca la percezione di amabilità personale, ci espone alle domande più profonde riguardo chi siamo e se abbiamo valore per gli altri. 

    Quanto valgo?

    Tuttavia di fronte al tradimento è bene fare alcune considerazioni. Anzitutto il tradimento intacca il senso di valore personale, ma soltanto se ne abbiamo. Non veniamo tutti feriti in ugual misura dal tradimento. 

    La reazione a come veniamo trattati dagli altri ha a che fare con le nostre aspettative, e se ci aspettiamo rispetto, amore, fedeltà, in genere è cosa positiva. Intendo dire che solo chi non ha grandi aspettative, soffre poco quando viene abbandonato, o anzi è egli stesso a lasciare, o tradire. 

    Le aspettative nei confronti dell’altro nascono dalle prime relazioni, ossia dall’ambiente in cui siamo stati accuditi da bambini. Se siamo stati accuditi con cura, attenzioni, rispetto, molto probabilmente siamo predisposti a soffrire di più se abbandonati o traditi. 

    Quanto vale l’altro?

    Soffrire per l’abbandono è un atto egoistico. Vorremmo non essere lasciati, in ossequio al valore che sentiamo di avere, valore però, che non vorremmo riconoscere all’altro, a cui stiamo stretti. Se una persona ci chiede libertà, è perché ha bisogno di qualcosa di diverso. 

    Nelle relazioni affettive, poi, tendiamo a essere possessivi a senso unico. Perché è cosi difficile lasciare andare? Anche questa è una matassa da dipanare: molte volte il tradimento non è un fulmine a ciel sereno, è stato preceduto da segnali che però abbiamo voluto ignorare. Per quale motivo? 

    Quando le relazioni si incagliano, diventano una tortura per entrambi, per questo non dobbiamo temere di guardare il vero significato del tradimento o dell’abbandono. 

    Il lavoro con le persone che hanno subito un tradimento, o hanno alle spalle una separazione, non è semplicemente quello di aiutarle ad adattarsi alla nuova situazione. L’adattamento, qui, sarebbe qualcosa di regressivo. 

    L’analisi va spostata sui significati che attribuiamo, da un lato alla relazione di coppia,  dall’altro all’attaccamento, e alle sue implicazioni. 

    Il punto, in altre parole, non è sopravvivere ad una separazione, ma come trasformarla in una rinascita. 

  • 8 marzo e femminismo. Il discorso mai concluso sulla violenza di genere.

    8 marzo e femminismo. Il discorso mai concluso sulla violenza di genere.

    Una donna su tre

    Una donna su tre afferma di essere stata vittima di violenza nel corso della vita, ossia circa il 33 per cento del totale. Tra queste una su sette afferma che la violenza sia stata di matrice sessuale. 

    Se a questo dato aggiungiamo che gli uomini in questione non sono gli stessi due o tre che vanno in giro ad aggredire e violentare, appare chiaro che il tema ‘violenza nella coppia’, o se preferite ‘violenza di genere’, coinvolge un numero spaventosamente alto di individui. 

    Parlare di violenza di genere in ambito femminismo e parità di diritti, pertanto, è difficile e pericoloso. Da un lato si rischia di mettere fuorilegge milioni di uomini, accusandoli di avere fatto violenze che forse neppure hanno compreso. Dall’altro significa mettere e al bando milioni di donne, accusandole di avere caratteri deboli e di ripetere gli stessi vecchi errori nelle relazioni affettive. 

    Le cose tuttavia sono più complesse di così, e infatti nel femminismo contemporaneo il discorso sulla violenza di genere, per quanto affrontato migliaia di volte, non è mai stato portato ad una conclusione.

    Femminicidio e diritto di proprietà

    Lo snodo cruciale che dovrebbe fare convergere gli sforzi del neo femminismo contemporaneo (ma vi prego troviamogli un altro nome) è quello del femminicidio. 

    In genere si guarda al femminicidio (circa 300 casi all’anno in Italia) come a un evento raro e lontano, che riguarda persone strane, violente, distanti dal nostro modo di vivere. Qui sta il punto fondamentale del femminismo odierno, nel sottovalutare la portata culturale del femminicidio. 

    Il femminicida e la sua vittima non sono necessariamente persone strane e avulse dal contesto sociale, anzi, tutt’altro. Il presupposto culturale di base, non ideologico si badi bene, ma socio culturale, del femminicidio è il diritto di proprietà. 

    Il mio smartphone è un oggetto soltanto mio, come la mia automobile, la mia chitarra, o la custodia dei miei occhiali. Se questi oggetti sono miei ne posso disporre in maniera totale, e posso stabilire se tenerli, regalarli ad altri o gettarli nel cestino. Il femminicidio è l’estensione del diritto di proprietà ad una persona. 

    Il femminicidio è il banco di prova del femminismo contemporaneo: si deve comprendere che si tratta della punta di un iceberg, un iceberg che rappresenta il disconoscimento dell’altro come individuo autonomo e indipendente. 

    Il punto non è la violenza: tanta o poca che sia non fa molta differenza. Il punto vero è il diritto di proprietà. Se credo che una persona mi appartenga, che non sia degna di fare un passo senza la mia approvazione, sto già facendo una violenza di proporzioni inaudite. 

    Il discorso sulla ‘violenza nella coppia’, o ‘violenza di genere’ se preferite, non è mai stato portato a conclusione perché non si è mai concentrato sul concetto di proprietà. Ecco su cosa devono insistere le azioni educative, i convegni, le tavole rotonde, del femminismo contemporaneo. Ammesso che se ne facciano ancora.