Potere e lavoro sottopagato

L’Avvocato Agnelli riteneva che la cosa più grave per un lavoratore (di qualunque livello) sia avere tanta responsabilità e poco potere.

Ora, non c’è dubbio che un buon modo per quantificare la responsabilità che un lavoratore ha nel suo compito sia il corrispettivo economico che gli viene riconosciuto.

Sappiamo come le crisi economiche, il crollo dei mercati, l’evoluzione dei sistemi produttivi ecc concorrano all’erosione della stabilità lavorativa e al cambiamento continuo delle forme contrattuali. E sappiamo bene che, in genere, tutti i lavoratori (di qualunque livello) ritengano insufficiente il corrispettivo economico riconosciuto loro.

Tuttavia il lavoro sottopagato c’è, è una realtà del mondo del lavoro, e occuparsi di psicologia del lavoro significa anche fare i conti, di tanto in tanto, con questa condizione così gravemente depauperante.

Ecco, io vorrei sottolineare un aspetto. Il lavoro sottopagato non è soltanto una distorsione del mondo del lavoro e dei contratti. Il lavoro sottopagato è una forma di tortura psicologica.

Il lavoratore sottopagato non solo vede ogni giorno che al suo impegno viene data poca importanza, il lavoratore sottopagato impara ogni giorno che il valore di quello che fa è basso.

Date a un uomo più di quanto merita, e vi disprezzerà per l’unica volta che gli chiederete di stare in panchina.

Date ad un uomo meno di quanto merita, lo abituerete a non fare altre richieste.

Gaming disorder, o del gioco patologico

Dissociare per alcuni minuti al giorno in una realtà parallela, in cui siano concesse cose che in genere non lo sono, è certamente uno svago e, diciamolo pure, un divertimento.

Pirandello l’ha ben raccontato nella novella ‘La Carriola’, dove un austero avvocato ha la tragica sensazione di fare qualcosa di orribile, quando dall’alto della sua temuta autorevolezza ogni giorno, e soltanto per alcuni istanti, solleva le zampe della sua cagna lupetta e le fa fare la carriola. L’avvocato della novella teme che essere scoperto possa attirare su di lui lo scherno e la disapprovazione, e rischi addirittura di essere internato, perché a gente della sua posizione non è concesso fare cose simili: divertirsi giocando col proprio cane. Pirandello ci porta a dire che no, non è patologico, anzi sano, molto sano, giocare col proprio cane, ed è anche molto sano staccarsi alcuni minuti dalla realtà per avere un po’ di svago. Aiuta a rifiatare.

Anche oggi fare ogni tanto una partita sullo smartphone può avere la stessa funzione.

Ben diverso è quando il gioco assume caratteristiche patologiche, quando assorbe ore e ore della nostra giornata, quando anzi diventa un dispendio economico importante, come nel caso del gioco d’azzardo.

Vedo almeno tre elementi nel gioco la cui errata gestione possa spingere verso un vero e proprio game disorder. Il controllo, il rischio, il successo.

Il controllo di tutte le variabili è senza dubbio l’aspetto che più differenzia la realtà virtuale dalla realtà vera e propria. Nella vita purtroppo non abbiamo il controllo (quasi) totale di quello che facciamo: non sappiamo quale sarà il prossimo livello, ignoriamo la difficoltà della prossima sfida, non abbiamo la possibilità di premere ‘riprova’ se qualcosa va storto.

Il rischio nella realtà virtuale è senza dubbio limitato. Ammetterete che guidare in contromano in galleria, sparare alle ombre dentro una tomba egizia, o lanciarsi da un elicottero in volo è senza dubbio molto meno pericoloso in un videogame che nella vita reale.

Infine l’aspetto più drammatico, il successo. Purtroppo molte persone si legano molto ai videogame perché in essi sperimentano una condizione nuova nella loro vita, quella di essere persone vincenti.

Una disamina del fenomeno gaming non può essere esaurita in poche righe, credo però che queste possano essere un buon punto di partenza.

Smettere di fumare?

Portare qualcosa alla bocca. A chi non è capitato, in un momento di dubbio, ansia o concentrazione, di toccarsi le labbra, accarezzare i baffi o di mordere il tappo di una biro? Atavico gesto propiziatorio, forse ricordo ancestrale di un biberon carico di energia, portare qualcosa alla bocca non ha nulla a che vedere col problema che dobbiamo affrontare, eppure lo facciamo. Così a mio avviso il fumatore incallito ha trovato un modo per stimolare continuamente la sua zona orale: egli ripete l’azione ogni volta che un’emozione forte si frappone fra lui e la sua giornata. 

L’atto assume un carattere di dipendenza, inoltre, perché diventa presto una forma di condizionamento. Ovvero avvicinare una sigaretta alle labbra ha anche l’effetto di anticipare il piacere del gusto di tabacco in gola e del lieve stordimento della nicotina.

Ritengo quindi che il fumo si componga di almeno due fasi. Prima avviene l’accensione della sigaretta e il suo avvicinamento alla bocca, poi l’assunzione vera e propria della nicotina.

Per smettere di fumare, a mio avviso, è la prima delle due fasi la più difficile a cui rinunciare.