Cos’è il food porn?

C’è qualcosa di erotico e al contempo di perverso nel mostrare in rete il piatto che si sta per mangiare. La foto del cibo può scatenare due reazioni: suscitare la fame in chi in quel momento non sente di averla, provocare invidia in chi non può permettersi quel boccone, non dico subito, neppure più tardi. 

Esibizionismo

Esibire qualcosa di sé per ricavare piacere dalle reazioni altrui è una delle più controverse dinamiche umane, e il food porn è lo spostamento sul cibo di questa modalità comportamentale. Tutti devono nutrirsi per sopravvivere, pertanto quale vantaggio ottengo dal gridare al mondo che sto per farlo? O forse dovrei comunicare anche che sto per fare una doccia, o sto per recarmi alla toilette, così da ingelosire il prossimo? Assolutamente no, il food porn è ben altra cosa: scatena reazioni violente anzitutto in chi lo fa, in chi posta le immagini del cibo che ha sotto il naso; E poi c’è chi guarda, e magari mette un like. Ma questo è un altro discorso. 

Erotismo alimentare/disturbo alimentare

Lasciando per un attimo da parte le considerazioni su chi è costretto (suo malgrado?) a osservare e commentare queste immagini, ossia tutto quello che può andare dal voyeurismo all’invidia penis,credo sia importante restare ancora un attimo sull’autore del food porn.  

‘Pizza’ in Italia codifica per ‘piacere’. Non c’è italiano che sappia fare la domanda: ‘stasera pizza?’, senza già sorridere con gli occhi. Ci avete mai fatto caso? Di conseguenza postare la pizza appena sfornata ha un significato fortemente condizionante. Gli stimoli emotivi e affettivi che possono essere elicitati da una pizza fumante posata su una tavola vanno (per noi italiani) dalla cucina della nonna alla partita della nazionale con gli amici, dall’appuntamento con la prima fidanzata, al dopolavoro con i colleghi. E via di questo passo. 

Cibo uguale gioia, felicità, affetto, equazione italica per eccellenza, non deve diventare cibo uguale riempire il vuoto affettivo, equazione costitutiva del disturbo alimentare. 

Il rischio che si corre con il food porn, in altre parole, è quello di investire un’azione consueta, per quanto importante, come quella del cibarsi, con significati aggiunti che non le appartengono, come quelli profondi e massimamente deprivanti che legano cibo e vuoti affettivi. 

Siamo così passati dal sorridere di un termine vagamente esotico ‘food porn’ che sa un po’ di commedia all’italiana, al prenderne un pochino le misure, le distanze, perché potrebbe nascondere insidie e indurre in qualche errore di valutazione. 

Ma ciò non significa che non dobbiamo usarlo, o commentarlo magari anche con grande ironia. Anche in questo consiste la filosofia ‘Sloweb’: conoscere è il primo passo per un utilizzo consapevole.

Sognare i genitori morti: il senso di colpa

Recentemente un paziente di circa quarant’anni mi ha raccontato di essere ossessionato da un sogno ricorrente: nel sogno lui e la sorella minore sono bambini, giocano nel giardino della casa di campagna dei nonni. Un normale ricordo d’infanzia, infatti erano soliti passare così le estati dopo la scuola. Ad un tratto arriva il padre, che in realtà nei giorni in cui è ambientato il sogno è già morto da alcuni mesi, e comincia ad arrabbiarsi moltissimo. Scaraventa la bicicletta in un angolo del giardino, requisisce alcuni giocattoli, minaccia di bucare il pallone con un cacciavite. Il mio paziente è terrorizzato, ma il padre, in preda all’ira, tace il vero motivo della sua collera. Il paziente nel sogno sente di essere in colpa: sa di essere colpevole di qualcosa, che non saprebbe individuale. Il sogno in genere si interrompe sempre a questo punto, e al risveglio il paziente ha un attacco di panico, il problema di cui soffre, e per il quale si è rivolto a me.  

Un’altra paziente invece, una donna sulla trentina, mi ha riferito un sogno piuttosto simile nei contenuti emotivi. Nel suo caso questo sogno era presente già da adolescente, dopo che la madre morì improvvisamente per un malore. Nel sogno la paziente è una giovane che sta per sposarsi. Vestita da sposa entra in chiesa accompagnata dal padre, e comincia a percorrere la navata centrale tra due ali di invitati. Ad un tratto la paziente ricorda di avere un impegno che stava per dimenticare, e pertanto non può sposarsi proprio oggi. Nel sogno non ricorda di cosa si tratta, ricorda solo di essere assalita da un’angoscia terribile. Il peso è troppo forte, si sente schiacciare, non può sposarsi. La paziente lascia la cerimonia prima di arrivare all’altare, scappa fuori dalla chiesa. Al risveglio, oggi, come quando era adolescente, la donna è preda di terribili sensi di colpa, così deve chiudersi in cucina e mangiare: alcune cose dolci e poi alcune cose salate, poi di nuovo un po’ di cose dolci, e così via. Fino a quando quel senso di vuoto nello stomaco sembra essersi ridotto. A quel punto, prima che cominci la digestione, corre in bagno e si libera.    

Sognare genitori defunti, come si vede, può diventare un’ossessione tutt’altro che piacevole. 

Ruggini e incomprensioni

Alcune storie famigliari, si sa, sono state molto travagliate: ricche di dissidi, contrasti, incomprensioni. E non di rado, al momento della scomparsa di un membro della famiglia, i malumori erano ancora forti. In quei casi la morte di un genitore ha portato con sé una parte di non detti, di incomprensioni, di pretese di rivalsa, (per non dire di vendetta.) 

Alcuni individui hanno odiato fortemente i propri genitori, arrivando ad augurare loro del male, a causa di dissidi di cui neppure erano responsabili. 

Pensiamo per esempio ai figli non attesi, non desiderati, oppure nati da avventure extraconiugali. Non è detto che siano accolti con piena felicità e senza remore.  

Colpa

E’ così che il dubbio entra a fare parte della vita famigliare. E con esso il senso di sfiducia, per non dire del timore di essere fregati, ossia del complotto, della macchinazione. E’ il grande mondo della colpa e delle sue conseguenze. Che si trasmette da una generazione all’altra, perché se un genitore guarda un figlio con delle remore, sarà guardato da quel figlio con delle remore. E quando quel genitore non ci sarà più, chi saprà sostenere l’angoscia di tutti quegli anni di incomprensioni? 

Provare colpa per un genitore defunto, avere recriminazioni per cosa si è fatto e cosa si poteva fare, per cosa si è detto e invece si è taciuto, è una delle costanti più devastanti della vita adulta. 

Sognare un genitore dopo la sua morte, così, non acquista valenze prodigiose o divinatorie, ma esplicita quei tormenti che altrimenti resterebbero inespressi. Avere un disturbo da attacchi di panico o un disturbo alimentare può essere legato a sentimenti di colpa verso qualcosa del nostro passato con cui non abbiamo totalmente fatto i conti. Per questo vale la pena dedicarci un po’ di tempo, prima o poi. 

Pseudo adattamento: il migrante lacerato tra la cultura madre e la nuova condizione matrigna.

Ogni migrante vive una lacerazione interna: tra l’identità della sua terra di origine, a cui sente profondamente di appartenere, e che non vuole tradire, e l’identità del luogo che lo ha (più o meno calorosamente) accolto. Mi riferisco qui sia ai migranti che lasciano Paesi lontani per raggiungere il ricco (ai loro occhi) Occidente, sia ai migranti domestici, che si spostano all’interno dello stesso Paese, per ricongiungere un amore, o per motivi di studio o lavoro.    

Questa lacerazione interna può trovare diverse forme di integrazione. Può esserci un’adesione totale al nuovo, con rigetto di tutte le componenti della cultura di provenienza. In questo caso l’individuo supera la nostalgia considerando la sua terra come antiquata, sorpassata, incapace di stare al passo con i tempi. Può esserci il rifiuto: il migrante trasferisce al nuovo domicilio soltanto il proprio corpo, ma continua a parlare e pensare nella vecchia lingua (o dialetto) a vivere da lontano le dinamiche della sua città, a relazionarsi con i vecchi amici come se non fosse mai partito. 

Infine c’è lo pseudo adattamento, la condizione più deleteria. 

Pseudo adattamento

Potrei chiamare pseudo adattamento quella situazione in cui il migrante si conforma al nuovo contesto, ma solamente in forma superficiale, esteriore. 

L’individuo sente che partire è stata la scelta giusta, sente che è giusto mostrare rispetto, e in qualche modo gratitudine per il nuovo contesto, ma la nostalgia di casa è troppo forte. Questa nostalgia è penosa, talvolta drammatica, e crea nella mente del migrante una frammentazione a strati. Ad un livello superficiale egli parla come i suoi nuovi concittadini, assimila modi di dire, espressioni gergali, e sente la nuova città come propria. Ad un livello più profondo, però, rimpiange la sua casa, i suoi amici, i bei tempi andati. I suoi sogni sono popolati dagli odori della cucina tradizionale, dai suoni, dai canti della sua terra. L’identità del migrante pseudo adattato è un puzzle di tessere dispari, destabilizzata dall’incapacità di incollare tra loro le diverse anime della sua nuova vita. 

Telaio e uncinetto 

Il migrante pseudo adattato deve fare un lavoro di artigianato. Trovare il giusto compromesso tra le parti dell’identità significa dare a ognuna il suo spazio, riconoscere che nessuna può dominare sull’altra/le altre. 

Lo studente che da Monza si trasferisce a Bari per un corso di aggiornamento, come il migrante che arriva a Cogne dal Benin, devono sapere che non è possibile cancellare con un viaggio una storia, una vita, una rete di legami. Il lavoro che dovrà fare il migrante, o dovrà fare qualcuno per lui, è quello del PR: dovrà organizzare incontri. Perché nella nostra mente non possono esserci parti che si ignorano a vicenda. 

Internet: il destino della verità. Dal pensiero debole alla coesione del sé.

I mezzi di comunicazione di massa destrutturano la verità dei fenomeni, su questo siamo tutti abbastanza d’accordo. Ma siamo anche d’accordo sul fatto che sia l’uso che facciamo dei mass media a dare loro tale potere. Così da tempo ci chiediamo: esiste un punto di sintesi?  

Vorrei aggiungere alcuni elementi a questa discussione, per arrivare a dire che i mass media, e soprattutto Internet, non destrutturano la realtà in sé, ma favoriscono la disgregazione (interpretativa, ma anche del sé) dell’utente che li utilizza. Di conseguenza non è la verità ad essere molteplice, ma i punti di vista che la generano. E se punti di vista diversi coabitano nella stessa persona, allora il disagio può essere maggiore.

La verità sul web

Negli anni Novanta si diceva che i mass media avevano portato ad una ‘franosità’ del concetto di verità. Ovvero che la verità era stata ‘indebolita’, o ‘relativizzata’ se volete, dalla pluralità di posizioni rappresentate sui mezzi d’informazione di massa.

Era il tempo del pensiero debole di Vattimo: essere possibilisti piuttosto che assolutisti era cool, l’intellettuale postmoderno leggeva Umberto Eco e commentava (spesso a sproposito) Heidegger e Nietzsche. Nel romanzo più famoso di quegli anni una nonna insegnava alla nipote a scegliere seguendo il cuore, perché usare la testa poteva essere fuorviante. ‘Chi l’ha detto?’ ‘Dove sta scritto?’ ‘In fondo, chi può dirlo?’ ti rispondevano quando parlavi di matrimonio, famiglia, contratti a tempo indeterminato, ecc… ovvero in maniera molto distante da oggi, in cui sugli stessi argomenti molti sono pronti a sventolare slogan e certezze incrollabili. 

In quegli anni la ‘cattiva maestra televisione’ era sul banco degli imputati, (e con lei tutti i mass media) accusata di aver condotto all’indebolimento della soggettualità, e in ultima analisi, di riflesso, al trionfo del nichilismo.  

La Verità era stata scomposta in milioni di piccole verità, diciamo in miliardi di micro verità, una per ogni abitante della terra. E la frammentazione aveva dato origine a tutto il pluralismo interpretativo, gnoseologico e persino metafisico che possiamo ricordare. A me personalmente colpì molto la velocità con cui si diffusero varie forme di spiritualità New Age: perché anche la religione doveva essere a misura di utente, ad personam, per usare un termine diffuso all’epoca.  

Un brutto giorno però, arrivò l’11 settembre. Immediatamente le posizioni cominciarono a polarizzarsi,  il pensiero debole, il possibilismo, la critica a prometeo tornarono a richiudersi nelle università, e (lentamente) gli individui cominciarono ad avere posizioni più nette, anche più rigide, fino alla nascita e al diffondersi degli attuali populismi. 

Negli stessi anni nacque e si diffuse anche internet, e la composita serie di opportunità comunicative che da esso derivano. Oggi così siamo giunti a questo scenario: la frammentazione dei contenuti determinata dai mass media è diventata una iper frammentazione, ma la ‘franosità’ della verità, il pensiero debole, il pluralismo interpretativo sono diventati sovranismo, populismo, oppositività aprioristica. 

Quindi dobbiamo concludere che avere una mente aperta alle alternative, favorevole al confronto, lenta allo scontro e alla presa di posizione non è indotto dai mass media, perché altrimenti in questi venticinque anni queste caratteristiche sarebbero soltanto aumentate. 

Globalizzazione, iper frammentazione, disagio

Il problema non è filosofico, quindi, non riguarda l’indebolimento della verità, ma è psichico: la frammentazione del sé. La globalizzazione selvaggia si è tradotta, per i più, in vantaggi ipotetici e lontani, ma in svantaggi concreti e vicini. In questo crollo delle poche certezze che gli individui avevano, si è incastonato l’universo internet. La sostanziale disperazione di molti, la perdita di prospettive di altri, la paura di non farcela di altri ancora, (una novità assoluta, perché nei decenni scorsi nessuno aveva la paura di non farcela) ha condotto ad una sorta di nichilismo comunicativo, anzi direi di narcisismo nichilista.  

In questo quadro la moltiplicazione delle opportunità comunicative (pensiamo per esempio alle relazioni a distanza) in assenza di vere possibilità di spostamento fisico, favorisce la frammentazione psichica, non certo la coesione

Internet inoltre consente l’elevamento a potenza di quanto valeva negli anni Ottanta e Novanta per la comunicazione di massa, ovvero la mistificazione di qualunque verità in cambio di verità precotte e ideate a fini commerciali. Basti dire che allora un articolo di giornale doveva essere scritto da un dipendente (a tempo indeterminato) di una testata, e prima di essere pubblicato veniva approvato da una catena di direzione.  La libertà espressiva del giornalista era garantita, ma all’interno di una cornice editoriale che non era certo determinata da lui. Oggi invece è possibile fare un collegamento Skype con il salotto di un ospite, che può dire esattamente quello che crede senza subire censura (o verifica) alcuna. 

Così il problema si sposta dalla verità alla frammentazione psichica, perché, come detto, nelle condizioni attuali il soggetto appare fortemente minato nella sua coesione interna

La prova di quello che dico è l’aumento a vista d’occhio delle problematiche psichiche a qualunque età. Sono in aumento i tentati suicidi, i gesti anti conservativi e le patologie psichiatriche. Sono in aumento i disturbi dell’umore, l’abuso di antidepressivi e purtroppo anche l’abuso di sostanze stupefacenti. Sono in aumento, è sotto gli occhi di tutti, l’ansia, i disturbi del sonno, le caratteropatie, e persino, panacea di ogni male, la psicosomatica. 

La coesione interna 

Perciò è importante chiederci quanto le conseguenze dell’interazione tra esseri umani e web possano essere smorzate, stemperate, orientate.

Parlo di interazione perché è considerazione condivisa che lo sviluppo di un individuo sia la risultante dell’interazione tra le sue dotazioni di base e l’ambiente in cui vive. L’utente della rete è immerso nel web praticamente 24 ore su 24, ed esso diventa per lui un secondo ambiente di vita. In questa condizione che come detto è altamente destrutturata, se non paranoica o schizofrenica, pertanto, l’interazione della sua dotazione di base con questo ambiente determina quello che sarà lo sviluppo dell’utente come individuo con l’andare degli anni. 

A questo punto appare chiaro come una delle strategie per restare a lungo in questo secondo ambiente naturale subendone l’iper frammentazione il meno possibile, sia quello di rafforzare la coesione interna

La coesione del sé di un individuo è la capacità di non disunirsi, di non perdersi, di non destrutturarsi. E’ la capacità di non andare in frantumi davanti ad un evento traumatico o alla perdita di certezze. E’, in definitiva, la competenza che l’io adulto ha di saper stare al mondo senza perdersi per strada. Non si tratta di resilienza, è bene sottolinearlo, ma di coesione. La resilienza è la capacità, in ultima analisi, di superare un ostacolo, la coesione è la capacità di non andare in mille pezzi per superarlo. Di non essere in frantumi dopo averlo superato. 

Rafforzare la propria coesione interna è un progetto, che non necessariamente si realizza nella vita una volta per tutte: è sempre in costante via di ridefinizione e miglioramento. 

Ora, la coesione interna può essere insegnata a scuola? Si può inserire in un percorso di formazione continua in un luogo di lavoro? Può entrare in un progetto di sviluppo nell’età della pensione? Rafforzarsi è come fare palestra, mangiare sano o imparare a dormire bene: non c’è un’età in cui sia inutile. 

Non c’è dubbio, però, che prima lo si apprende e prima si è in grado di affrontare l’universo web con una dotazione di base strutturata e matura. 

E’ come scaricare l’aggiornamento di un’ App o di un sistema operativo: solo dopo averlo fatto capisci veramente quanto fosse importante. 

Clima aziendale e obiettivi personali. Gruppi di lavoro inconcludenti per mancanza di obiettivi comuni.

Il clima aziendale è determinato dalla convergenza degli obiettivi. Quando diversi individui condividono la stesso obiettivo, il clima tra loro è collaborativo e poco conflittuale. Quando gli obiettivi personali si sovrappongono alla mission, l’azione organizzativa si frammenta e il clima peggiora.

Il 2 giugno 1946 l’Italia votò per la Repubblica, il 1 gennaio 1948 entrò in vigore la Costruzione. Come fu possibile in soltanto un anno e mezzo? Fu possibile perché in quei diciotto mesi gli obiettivi di tutti i parlamentari convergevano, c’era spirito di squadra e tutti dimostravano disponibilità verso tutti. Sono sicuro che benché lo sforzo fosse enorme, nessuno sentisse veramente la fatica.

Al contrario tutti sappiamo di gruppi di lavoro che risultano inconcludenti perché i componenti non sanno lavorare insieme. O meglio, i componenti perseguono obiettivi diversi da quello aziendale.

La differenza, pertanto, sta negli obiettivi. Non conta quanto siano importanti, ma quanto siano condivisi. 

Quali sono gli stili materni? La Mother Queen, un tipo di madre assente.

Ci sono diversi modi per suddividere e definire gli stili di attaccamento del bambino, ma quali sono i principali stili materni? Ovvero, quanti ‘tipi’ di madre esistono?

Semplificando molto, e riferendomi al tipo di influenza diretta che una madre ha sul presente del bambino, credo si possano indicare una serie (composita) di madri ‘presenti’, una serie (composita) di madri ‘assenti’, e una serie di madri per così dire ‘intermedie’ o ‘moderate’, in grado di modulare prossimità/distanza in base alle situazioni.

Nell’ambito delle madri che (non necessariamente per colpa o dolo) possono essere definite ‘assenti’, quali sono gli stili materni predominanti? Ho accennato alla Mother Superior , vorrei qui fermarmi su quella che amo definire ‘Mother Queen’, la madre ‘regina’.

Una regina ha nei confronti dei suoi sudditi un atteggiamento di benevolo distacco. Ella certamente ama rappresentarli nelle occasioni mondane. Una regina ama rivolgersi ai sudditi facendo leva su gli alti valori della responsabilità e dell’appartenenza alla casa comune. Una regina difende il suo popolo nelle occasioni più importanti. Ma altrettanto certamente possiamo dire che una regina si mescola con le dinamiche dei suoi sudditi solo parzialmente; Si fa ritrarre con alcuni di essi, i più vicini a lei per rango e censo, dicendo che lo fa a nome di tutti gli altri; in quanto regina il patrimonio di cui dispone la differenzia notevolmente dagli altri, talvolta anche da quelli che fanno parte della sua stessa casa reale. Insomma una regina è seducentemente, ma inesorabilmente, irraggiungibile.

La prima caratteristica fondamentale del tipo di madre assente che definisco stile Mother Queen è proprio questa: irraggiungibile. La madre irraggiungibile si pone al di sopra e di lato rispetto ai figli, ne è costantemente cercata dallo sguardo, ma non si sofferma mai su di loro, perché per l’appunto, la sua attenzione è rivolta altrove, verso un orizzonte diverso.

La Mother Queen non è necessariamente una madre assente dal punto di vista fisico. Proprio come una regina non è assente dalla vita dei suoi sudditi: anzi, la sua è una presenza fortemente ingombrante. Ecco, ingombrante è l’altra caratteristica fondamentale della Mother Queen. La combinazione di questi due elementi caratteristici, essere allo stesso tempo irraggiungibile e ingombrante, fa sì che la Mother Queen venga vissuta con deferenza e rispetto, ma anche con frustrazione. Il bambino sente di non poter mai raggiungere questo tipo di madre, sente che qualunque cosa faccia non è mai abbastanza. Una bambina che tutti definiscono brava, per esempio, che tutti ammirano per la sua bravura a scuola, può sentirsi ferita da una madre che non la riconosce come tale, perché abituata, poniamo, ad essere ella stessa al centro delle attenzioni.

Oppure un bambino che tutti definiscono bello, ammirato per la sua bellezza, può nutrire in sé delle insicurezze se la madre non si mostra mai abbastanza appagata da lui.

Ci sono senza dubbio diversi modi in cui una madre possa risultare ‘assente’ dalla vita dei suoi figli, e non necessariamente sono tutti per sua colpa o responsabilità diretta. La Mother Queen è una di queste. Questa donna attraversa un periodo particolare della sua storia: in conseguenza di ciò non riesce a sintonizzarsi sulle frequenze dei figli, ma allo stesso tempo ne ingombra (involontariamente) la strada, e ne frustra, suo malgrado, il cammino.

Come superare il lutto per la morte di un animale domestico?

Vorrei tornare su un concetto già espresso in passato, per chiarirlo meglio: il lutto per la morte di un animale domestico.

Quello che a volte rende penosamente insuperabile un momento difficile, che sia un lutto, la fine di una relazione affettiva, una fase lavorativa complicata, ecc… è non poter condividere questo momento con nessuno, sentirsi soli, inascoltati. Condividere di per sé non garantisce l’archiviazione rapida di una fase ‘no’, sia chiaro, ma certamente aiuta a chiarire, elaborare e trasformare le emozioni. Dapprima aiuta a trasformare le emozioni in pensieri, e poi, auspicabilmente, in piani di azione.

Un esempio significativo di quanto intendo dire è quello che è avvenuto in seguito agli attacchi terroristici dell’undici settembre del 2001 per gli abitanti di New York e per tutti gli americani. Quella terribile esperienza ha avuto una lunga serie di conseguenze. A livello politico due guerre e diversi rimaneggiamenti nelle relazioni con altri stati; a livello economico numerosi scossoni sulle borse di tutto il mondo, e sui piani industriali di molte aziende multinazionali, che sono stati superati solo diversi mesi dopo; a livello più concreto e organizzativo dei cambiamenti di regole e modalità del viaggio aereo, cambiamenti tuttora non superati; a livello artistico e culturale decine e decine di film, libri, concerti, mostre, aste di cimeli, riconoscimenti al corpo dei vigili del fuoco di New York, e tante altre reazioni e ripercussioni, che ora mi sfuggono, ma che certamente chi legge avrà ben presenti. In conseguenza di questa enorme mole di reazioni, i newyorkesi sono stati segnati dagli eventi di quella mattina meno di quanto molte persone vengano segnate ogni giorno da eventi dalla portata, se vogliamo, meno eclatante. E questo perché gli americani, e in particolare i newyorkesi, hanno avuto la possibilità di parlare a lungo tra di loro e con gli altri, di quanto successo, delle loro paure e delle loro angosce; Hanno avuto modo di documentare con fotografie, ricordi, impressioni, quella giornata drammatica, hanno sentito il calore e la vicinanza di milioni di cittadini del mondo, e infine hanno percepito con straordinaria chiarezza quali conseguenze politiche, militari, ed economiche sono discese da un attacco di tale portata. Il loro dolore, in altri termini, non è stato inascoltato. Ed essi hanno, inoltre, modulato una nuova narrazione di gruppo, anzi di popolo, a quanto avvenuto.

Per tante persone, invece, questo non è possibile. Nella vita quotidiana non si ha sempre la fortuna di poter condividere i drammi, e soprattutto nel condividerli di creare una nuova narrativa che li comprenda. Avete mai assistito a quelle discussioni di gruppo dopo un funerale, in cui viene ricordato il defunto attraverso aneddoti della sua vita, che riguardano anche le persone che li raccontano?

Ecco, quello è un tentativo di narrare la storia che verrà, ovvero quella di cui questo defunto non farà parte, mettendo delle premesse che dicano che no, egli ne farà parte eccome, perché egli sarà sempre nella narrazione di chi racconta quell’episodio, perché è nella sua vita. Affermando che il defunto farà sempre parte del mondo emotivo di chi racconta, viene in qualche modo gettato un ponte sul vuoto di memoria che sarà, e viene costruita una nuova identità di cui farà inesorabilmente parte anche il defunto: viene negata la morte, mantenendo per sempre in vita quella persona dentro alla mente e al cuore di chi parla.

Dicevo, in tantissime occasioni manca la rielaborazione in una relazione, e le persone sentono inespresso un loro dolore.

Una di queste occasioni è quella della morte di un animale domestico. Essa rappresenta molto spesso un lutto largamente non risolto, cosa testimoniata, come ho detto altrove, dal fatto che raramente un secondo animale sarà della stessa razza del primo, né tantomeno avrà lo stesso nome.

La perdita di un piccolo amico prefigura la fine di almeno due elementi nella vita di una persona: le abitudini e una relazione. Tale perdita è vissuta generalmente nella solitudine: parenti e amici, infatti, tendono a minimizzare la portata del lutto, ritengono (e probabilmente non per mancanza di sensibilità) che al più con l’acquisto di un altro animale si potrà superare brillantemente l’impasse.

Le abitudini: chi ha un cane ha delle routine consolidate che probabilmente entrano a fare parte del suo equilibrio, perché chi ama il proprio cane ama anche tutte le cose che fa insieme a lui. Così con un altro cane può darsi che le abitudini non siano più le stesse, gli orari, per esempio, o il negozio degli alimenti, o altro.

La relazione: un animale domestico è un compagno di vita. Restano dentro milioni di frammenti di memoria, condensati in un flash, in cui si ricordano quegli occhi, o il suono delle zampe che scivolano sul pavimento quando suona il campanello. Si è creata una relazione, non c’è che dire, profonda e personale: per esempio si arriva a prevedere ogni sua mossa, ogni suo comportamento: il gatto che salta sul letto al mattino, il muso del cane sulla gamba quando ti servono un piatto al ristorante, ecc… . E’ proprio questa relazione che non verrà mai raccontata, sono quei comportamenti previsti che fanno di una conoscenza un’amicizia.

Il lutto per un animale domestico è la perdita di una serie di abitudini, ma anche di una relazione stretta con un amico silenzioso. E meriterebbe più che qualche battuta buonista.

Quali sono le conseguenze della DAD sui giovani studenti?

La scuola in presenza

Centro di formazione primaria, ma ancora prima terreno di incontro e scontro tra coetanei e tra generazioni, la scuola è una galassia di relazioni, tensioni, emozioni, mode, paradigmi, filosofie politiche e soprattutto di sentimenti consonanti, assonanti, dissonanti e contrastanti. Ovvero, tutto e il suo contrario, come avrebbe detto Umberto Eco, che di giovani ne sapeva assai. 

Se penso a quali sono le principali conseguenze della DAD (Didattica A Distanza) sugli studenti, e se mi focalizzo su quelle non specificamente legate all’insegnamento, me ne vengono in mente almeno due. Per essere più chiaro dirò delle conseguenze della DAD parlando di aspetti positivi specifici della didattica in presenza. In essa vedo (almeno) due aspetti relazionali fondamentali per gli allievi di ogni tempo e di ogni livello, che codificano per due gravi conseguenza della DAD, ovvero due deficit: uno è il confronto tra bravi e meno bravi.

Lui è più bravo di me

I musicisti studiano i loro colleghi famosi, ne seguono i concerti, ne divorano le produzioni. Lo fanno perché solo il confronto con chi è più bravo ti stimola e ti aiuta a crescere. Lo stesso, se ci pensiamo, avviene sulla pista da sci, sul campo di tennis, alla guida, ovvero in tutte quelle occasioni in cui ci rapportiamo con persone più brave di noi a fare qualcosa. E ovviamente avviene nella formazione. Parlare con i più bravi, capire come studiano, cosa pensano, oppure sapere che interessi hanno oltre la scuola, è di fondamentale importanza per migliorare. Quando la competizione è sana, non esasperata, e si fonda sulla stima e l’ammirazione, è assolutamente vitale, soprattutto per gli studenti, ovvero in quella fase della vita che definiamo evolutiva. Nella DAD tutto questo non può esserci: ecco allora che sarebbe opportuno che qualcuno ci pensasse, magari anche genitori, non necessariamente degli insegnanti. Trovare il modo di fare questo tipo di confronto evita allo studente di sentirsi troppo al centro del proprio mondo (educativo), ovvero lo aiuta a vedersi come parte di una società, quella scolastica, in cui non c’è solo lui nel rapporto con gli insegnanti, ma ci sono anche gli altri che sono bravi, meno bravi e molto bravi. 

Generazioni a confronto

L’altro aspetto relazionale fondamentale nella formazione in presenza è il rapporto/confronto/scontro con i ragazzi poco più grandi e i ragazzi poco più piccoli. L’assenza di questo elemento rappresenta una della conseguenze negative della DAD. 

Si cresce anche osservando. Per imitazione, se volete, e per differenziazione. 

Osservare i più grandi è fattore di crescita fondamentale: guardare come si vestono, come si muovono, come parlano. Questo raffronto implicito, nell’età evolutiva, è importante almeno quanto imparare concetti scolastici. Pensiamo per un attimo alla fermata dell’autobus: quanti sguardi si posano sui ragazzi e le ragazze più grandi? Quale quota di immedesimazione può discendere da quegli sguardi? 

Lo stesso si potrebbe dire per il rapporto che nella scuola in presenza si genera con i più piccoli. Osservare i più piccoli che scherzano tra loro può scatenare emozioni e reazioni anche forti, come ricorderanno i lettori del libro Cuore. 

Ritengo che anche questo aspetto dovrebbe essere tenuto in conto, quando si fa ricorso alla DAD, e intendo ad ogni livello, dalla scuola dell’obbligo alle grandi scuole di formazione post universitaria.

Con questo poche righe non intendo lasciare un’invettiva contro la DAD, sia chiaro. 

A volte è necessaria ed è bene farvi ricorso, essa rappresenta una grande risorsa della nostra epoca. Ma è bene mettere in chiaro anche alcuni aspetti negativi, che la riguardano, e sottolineare come questi possano determinare dei vuoti formativi ed evolutivi per gli studenti, che nel lungo periodo possono essere persino più profondi dei benefici che essa ha garantito.  

Uomini e violenza di genere

Identificare l’uomo con la volitività e l’aggressività è una semplificazione culturale che ha a che fare con l’omologazione sociale e la massificazione dei costumi.

Se prendiamo ad esempio lo sport ci rendiamo conto che questo è tanto più vero quanto più lo sport è ‘popolare’. In Europa gli sport di massa sono quelli in cui l’aggressività, anche cieca, l’espediente, il furore agonistico al limite della rozzezza, sono valori fondativi molto più che in sport per così dire di nicchia, in cui invece il fair play, il terzo tempo, il rispetto per l’avversario vengono addirittura prima del risultato in sé.

In politica le cose non vanno meglio. Un tempo i grandi movimenti politici erano anzitutto fucine di idee e di contenuti. Oggi invece, in tutto il mondo, i grandi partiti sono quelli che convogliano la rabbia, l’aggressività, talvolta l’odio dei loro iscritti, mentre è più facile ascoltare parole di saggezza e lungimiranza al congresso di un piccolo partito. Lo stesso si potrebbe dire per i grandi movimenti di piazza, in cui gli slogan, la semplificazione, l’aggressività passiva, prendono il posto del ragionamento, del confronto, dell’ascolto.

Vengo ora alla violenza di genere. Se un uomo è in grado di esprimere fair play ad una partita di tennis e molto meno sulle tribune di uno stadio di calcio, se riesce ad essere moderato al meeting di un nuovo movimento politico, più che ad un corteo di massa sotto bandiere e cappellini, probabilmente la colpa non risiede nella genetica.

Sono portato a credere che l’aggressività, soprattutto nelle relazioni affettive, sia molto spesso una semplificazione culturale, una scorciatoia filo evolutiva, una rozza imitazione della filosofia politica per cui distruggere un nemico è la migliore certezza di poterlo dominare.

La violenza di genere è sostanzialmente un fatto culturale, per questo può e deve essere superata. Con la cultura, evidentemente. Non con gli slogan.

Quali sono gli stili paterni? Il padre con gli stivali

Alcuni padri si sentono proprietari della vita dei figli. Direi di più, proprietari dei figli. E delle figlie.

Il punto qui è la reazione emotivo/comportamentale da parte di chi vede la propria vita appesa al filo della volontà altrui. Il diritto di prelazione che questi padri esercitano sulle scelte dei loro figli conduce a volte questi ultimi ad affrontare la vita con una sorta di apatia, di rassegnazione. Che alla lunga li annulla nella loro essenza più intima.

In alcuni casi si può trattare di abusi, fisici o psichici. In altri nell’obbligo di frequentare delle persone piuttosto che altre, o a seguire degli studi e non altri.

Questi atteggiamenti possono influenzare lo stile relazionale dei loro figli anche per molto tempo.

Faccio un esempio: da adulti alcuni di questi figli potrebbero sentirsi in difetto nei confronti di figure autoritarie, e nutrire verso di loro un’avversione. Altri potrebbero portarsi dietro difficoltà specifiche nel rapporto con gli uomini. Altri ancora potrebbero non amare l’idea di famiglia, rinunciando a volerne creare una propria, in sfregio al male ricevuto.

In queste poche righe volevo mettere in evidenza questo aspetto: le relazioni di accudimento primarie sedimentano dentro di noi e lasciano dei segni, anche a distanza di molti anni. Se sono state deficitarie, o nevrotiche, o insoddisfacenti, come nel caso del ‘padre con gli stivali’ in alcuni momenti particolari della nostra vita queste relazioni possono aprire ferite che non credevamo di avere, o meglio, che pensavamo di avere suturato da molto tempo.