A cosa serve, oggi, una biblioteca?

Ho recentemente presentato il mio libro Il Kintsugi dell’anima in una prestigiosa biblioteca di Torino. Tra le domande postemi dal pubblico durante la discussione, una è stata particolarmente interessante: quale utilità può avere oggi una biblioteca? I nostri dispositivi elettronici sono in grado di racchiudere in sé, (in memoria, o grazie alle reti) più libri di quanti ne possa esporre una biblioteca comunale. Pertanto non è così strano chiedersi a cosa possa servire, oggi, una struttura fisica adibita a tale scopo?

Guglielmo e Don Chisciotte 

Cercherò di rispondere, a questa suggestiva domanda, traendo spunto dalla storia della letteratura. La creatività umana, lo sappiamo bene, è alimentata da fantasie e angosce diffuse tra gli individui. Diverse tra queste riguardano le biblioteche. Ne Il nome della Rosa di Umberto Eco, si racconta di una biblioteca che nasconde un segreto terribile. Il protagonista vorrebbe entrare in questa biblioteca, cedere alla tentazione della conoscenza (già letto in un altro libro?), ma i saggi glielo impediscono. Le vicende si snodano attorno a questo edificio bizzarro e terribile, fino al drammatico epilogo che ne determina la distruzione in un rogo. 

In questo romanzo le fantasie e le angosce sono molteplici, si intrecciano e accavallano tra loro, ed è proprio la biblioteca a definirne contorni e confini. Anzitutto la conoscenza, di biblica memoria. Conoscere è pericoloso: per non ripetere l’errore di Adamo ed Eva, è bene creare una grande biblioteca, e richiudere lì dentro i segreti della conoscenza. Ma come per Adamo ed Eva, anche per il protagonista del romanzo è impossibile stare lontano: l’uomo è per natura portato a interrogarsi, indagare, cercare risposte. E questo anche a costo della sua stessa incolumità. La conoscenza cambia, per sempre. A volte uccide. E poi c’è il rogo. Nell’antichità un’importante biblioteca andò in fiamme, distruggendo chissà quali capolavori. E sappiamo bene che i regimi autoritari danno alle fiamme i libri. Cosa significa? Quale angoscia si nasconde dietro al rogo di una biblioteca? Come si vede il rapporto tra gli esseri umani e le biblioteche è un rapporto ancestrale, profondo, che chiama in causa le considerazioni più importanti che facciamo, e che vorremmo condividere con tutti, anche quelli che verranno dopo di noi. 

Nel suo Don Chisciotte della Mancia, Cervantes racconta di un nobiluomo che vive rinchiuso in una biblioteca. Il potere taumaturgico del libro compatta il sé di Don Chisciotte, lo aiuta a costruire un mondo fantastico in cui il bene è al sicuro, in buone mani, e il male non avrà il sopravvento. Don Chisciotte non può uscire dalla biblioteca, pena la sua sanità mentale. E infatti, in un’epoca antecedente ogni studio sulla psichiatria, Cervantes (che scrive dal carcere) mette alla berlina quest’uomo un po’ strano, ci fa sorridere bonariamente, ma oggi possiamo fare ben altre considerazioni. La follia, la paura, il vuoto esistenziale, il libro come antidoto alla morte del sé. Se l’arte esprime fantasie e angosce collettive, cosa significa che la biblioteca sia luogo di salvezza dalla morte psichica? Cosa vuole dirci Cervantes, e cosa sentiamo noi quando lo leggiamo? Perché se non chiudiamo il libro dopo la prima pagina significa che riesce a dirci qualcosa. 

John Keats

Torniamo alla domanda iniziale. A cosa serve oggi un edificio adibito a custodia, catalogo e prestito di libri, oggi che grazie all’informatica possiamo avere in tasca tutti i libri che vogliamo? Ebbene, la biblioteca, come ci insegna la letteratura, non è mai soltanto uno spazio fisico. È un luogo per incontrare menti, pensieri, emozioni, anche di persone che non ci sono più. È un luogo per cercare da soli qualche piccola verità, in un mondo che ci serve grandi verità ogni giorno, al punto che non sappiamo più di chi fidarci. Tornano alla mente le parole di John Keats: “Chiamate il mondo la valle del fare anima”. Ecco a cosa può servire oggi una biblioteca, a fare anima. Forse stiamo sconfinando nella psicologia, di nuovo mi sono fatto prendere la mano. Allora fermiamoci qui, di questo parleremo un’altra volta.  

Per una psicologia del post occidentale

Allo stato attuale di sviluppo della nostra società, dobbiamo ammettere due cose: la civiltà occidentale va verso il declino, e la cultura su cui l’abbiamo fondata non ci ha reso felici. Ripensare il nostro approccio alla vita, al mondo e agli altri, può essere un modo per non scomparire, e anzi, imparando dagli errori, adeguarci al mondo che cambia. Ma è anche un modo per costruire una psicologia rivolta a tutti gli essi umani, non soltanto quelli che vivono a occidente. 

Declino (infelice) 

La cultura cui apparteniamo ha perso il suo slancio vitale, non è più dominante nel mondo, ed è condivisa da una parte sempre più esigua di esseri umani. Rispetto agli anni dei grattaceli, delle metropolitane e degli aerei supersonici, in parole povere, il modo di vivere all’occidentale affascina sempre meno, anzitutto noi stessi. Inoltre dobbiamo ammettere che questo modo di vivere non ci ha dato felicità. Ad oggi il disagio mentale è totalmente fuori controllo, in una stagnazione economica endemica, e in cui la fiducia nel futuro continua a precipitare.

Per decenni i nostri intellettuali si sono scagliati contro la tecnica, che andava trasformando, a loro dire, i cittadini in automi. Invece la tecnica non ha trasformato tutti in automi, qualcuno ha anche saputo trarre giovamento da grandi innovazioni come l’aria condizionata, Internet, o la telefonia mobile. 

Sono invece i modelli culturali su cui ci siamo basati, ad aver perso la sfida del tempo. Sono come le colonne del tempio di Sansone, che si vanno sgretolando, e noi rischiamo di restarci sepolti. 

Un focus

“Ad un problema complesso corrisponde sempre una soluzione semplice, immediata, e di facile attuazione: quella sbagliata.” Questa battuta di un grande giornalista contemporaneo significa che una strategia multidimensionale non è definibile in poche parole. Se siamo a questo punto, se il modo di vivere all’occidentale fa acqua da tutte le parti, è difficile invertire la rotta, soprattutto in maniera spartana e semplicistica. 

Tuttavia è possibile individuare alcuni capisaldi culturali che possono essere rivisti se si vuole pensare ad una nuova psicologia, stavolta che non guardi più soltanto all’uomo occidentale, ma agli uomini (e alle donne) del medio oriente, dell’Africa sub sahariana, e così via…

La iper competizione: non ha creato benessere economico per tutti, ha fatto sentire esclusi molti, e anzi ha generato malessere tra chi è stato inadeguato. La competizione è diventata una ragione di vita, uno modus operandi, ed oggi assistiamo a competizioni persino dove non dovrebbero essercene. Doveva essere uno sprone economico, è diventato un progetto di vita individuale.

Il modello culturale patriarcato/femminismo. Questo modello, basato sul conflitto e non sulla cooperazione, ha condotto le campagne femministe a non proporre il superamento del patriarcato, ma il suo rovesciamento. In questo modo l’occidente si è incancrenito in fasi opposte di rivalse reciproche, fino a corrodere la fiducia, elemento indispensabile per il vivere collettivo.

Di conseguenza: individualismo. Ci sono state epoche in cui abbiamo saputo lavorare a progetti comuni, come ai tempi della nascita degli stati moderni, ma poi siamo diventati sempre più individualisti, e questo è stato rinforzato dai modelli economici, specie dopo la caduta del Muro. Il manager di un’azienda guadagna fino a mille volte più di un dipendente, così come il giocatore simbolo di una squadra di calcio. 

La morte del sacro. Una società senza religioni né religiosità, senza spiritualismi, né passioni idealistiche per la politica, o per l’arte, è una società senza speranza.  

Nell’immaginare il post occidentale, questi sono alcuni elementi del nostro vivere che dovremmo provare a rivedere, a ripensare. O quantomeno a registrare. Si tratta di pensare ad una nuova psicologia, considerare l’uomo in maniera diversa da come abbiamo fatto fino ad ora. E almeno per questo, non è mai troppo tardi. 

La psicosi da algoritmo

Si deve a Fabio Mellano, psicologo clinico e neuropsicologo, l’introduzione del concetto di psicosi da algoritmo. Egli definisce in questo modo la condizione di quei pazienti con deliri di riferimento, che trovano nei social network delle conferme alle loro convinzioni patologiche. Il concetto psicosi da algoritmo, però, può essere esteso a gran parte della nostra attività social. 

Delirio di riferimento e algoritmo

Il delirio di riferimento è la condizione in cui una persona ritiene che un evento comune, il testo di una canzone, la pagina di un quotidiano ecc, contengano dei riferimenti diretti a lei. Il funzionamento dei social network, come vediamo tutti i giorni, si presta in maniera elettiva a questa distorsione percettiva, e ciò grazie al funzionamento dell’algoritmo

Un social network pubblica ogni giorno miliardi di post. L’algoritmo è quel meccanismo che ci consente, una volta entrati in bacheca, di visualizzare soltanto i post che ci interessano maggiormente. Va da sé che, chi soffre di un disturbo psicotico, è particolarmente esposto a fraintendere la logica di tale funzionamento. 

Nel caso rilevato dal dott. Mellano, un paziente con delirio di riferimento si era invaghito dell’attrice americana Jenna Ortega. L’ossessione per questa artista, aveva portato il ragazzo a visualizzarne in maniera compulsiva immagini e video sui social network. Il risultato era stato un delirio di riferimento, disturbo di cui, però, il giovane, non aveva mai sofferto in precedenza. L’algoritmo, infatti, aveva determinato un’esclusiva presenza dell’attrice tra i contenuti, fino al punto in cui il paziente aveva perso il contatto con la realtà. Nella fattispecie egli aveva cominciato a ritenere che, con la sua presenza, Jenna Ortega volesse comunicargli alcune cose, tra cui ad esempio il suo amore per lui, oppure dargli delle indicazioni pratiche per la sua vita quotidiana.

Fabio Mellano diede, per l’appunto, all’insorgenza di questo disturbo, il nome di psicosi da algoritmo

Il senso del luogo

Grazie all’algoritmo, dunque, lo spazio virtuale è un contesto cucito ad hoc su di noi. La principale conseguenza è che talvolta nel social network siamo più a nostro agio che nel mondo reale. 

Quando entriamo in rete, infatti, immediatamente veniamo riconosciuti, e in qualche modo il mondo si apre al nostro passaggio. Molte persone, di questi tempi, tendono a innervosirsi quando guidano nel traffico, o quando entrano in banca, o al supermercato, anche perché nessuno li riconosce, nessuno li lascia passare. Questo è certamente idiosincratico e in qualche modo spiazzante rispetto alla realtà quotidiana del web, che al contrario quando ci vede arrivare, ci abbraccia, ci capisce al volo.

Il narcisismo, se vogliamo, funziona proprio in questo modo: il narcisista non sa di essere adulato, ma si accorge quando non lo è. Così nel corso della nostra giornata passiamo più volte dal cyberspazio, fatto a nostra guisa grazie all’algoritmo, al mondo reale, in cui dobbiamo fare la coda, chiedere per favore, ecc… . Di conseguenza, non stupisce se da un lato la realtà quotidiana ci irrita, ci delude, ci deprime, mentre e dall’altro il narcisismo è condizione sempre più diffusa. 

In breve, credo si possa estendere il concetto di psicosi da algoritmo coniato da Mellano, per dire che gran parte della nostra attività sui social network, in quanto determinata (segretamente) da tale funzionamento, sia caratterizzata da una forma di dissociazione e di distacco (per quanto assai transitorio) dalla realtà. In qualche modo tutta la mole di pensieri, riflessioni, convinzioni, maturati, o suscitati, dal web, e in particolare dai social network, potrebbe andare sotto la definizione di “psicosi da algoritmo”. Cosa da tenere in gran conto, quando si utilizzano i social per farsi opinioni o prendere decisioni. 

Migranti interni: il dialetto come collante dell’unità familiare

L’argomento migrazioni interne è ormai stabilmente scomparso dal dibattito pubblico, come se non fosse più cosa di attualità. L’Italia è una patria, gli italiani sono a casa loro ovunque, quindi perché parlarne? Eppure non è sempre così, considerato l’alto livello di malessere che attraversa tutt’oggi chi deve spostarsi per necessità, che sia studio, lavoro, o altro. 

Tradizioni popolari, cibo, dialetto 

Aspetti fortemente indicativi del malessere di chi cambia residenza, sono dati dal rinnovato attaccamento alle tradizioni popolari della città d’origine, talvolta mai considerate in precedenza, e dall’idealizzazione della sua cultura gastronomica, con il contemporaneo rifiuto di quelli del luogo di arrivo. E poi, altro elemento oggi fortemente identitario, l’uso massivo del dialetto, o di espressioni gergali/dialettali, anche nel rapporto quotidiano con i nuovi conterranei. 

Lasciando per ora da parte l’attaccamento alle tradizioni locali e alla cultura gastronomica, vorrei soffermarmi un attimo sull’uso del dialetto. Nel corso del Novecento, gli spostamenti dalle campagne verso le città sono stati accompagnati da profondi vissuti di inferiorità. La produzione in fabbrica, la “città mostro” che tenta i giovani, il progresso, ecc…, sono stati vissuti con deferenza dai contadini, che si sentivano fuori posto anche a causa delle difficoltà comunicative. 

La gente di campagna si vergognava a parlare dialetto in città, sentiva di non essere come gli altri. La scuola dell’obbligo ha insegnato la lingua italiana, e questo ha consentito a persone provenienti dalla val Brembana di comunicare con chi era nato a Palermo, e così via. 

Oggi assistiamo al processo inverso, chi cambia città non prova a dimenticare il dialetto, ma anzi ne ricerca la forza espressiva, per colorare il suo discorso, e anche, inutile negarlo, per escludere chi non capisce.

Dialetto come legame familiare?

Si struttura un’idiosincrasia a doppia mandata. Da un lato il nuovo arrivato è spaesato, non conosce nessuno, deve ambientarsi. Dall’altro, però, alcune volte, fa di tutto per non integrarsi, per tenere gli altri a distanza. È così che nasce un sospetto. Quali vincoli profondi legano un persona che cambia vita alla sua città di origine? Prendiamo un torinese che sogni di imbarcarsi sulle navi: una volta partito per mare, che senso avrebbe tenersi strette tutte le sue tradizioni, dialetto compreso? 

Qui occorre ribadire la distinzione tra pubblico e privato. Nel pubblico, ad oggi, i dialetti sono praticamente scomparsi. Sono stato in vacanza a San Vito Lo Capo, in Sicilia, e a Ceriale, in Liguria. Ho potuto notare che in entrambe le realtà il prete dice messa in italiano (e non in dialetto), i menu dei ristoranti sono scritti in italiano, i pescatori al mercato del pesce usano l’italiano, per vendere le loro primizie. Così possiamo chiederci: se un abitante di San Vito Lo Capo o di Ceriale sente parlare il suo dialetto, a cosa pensa? Al suo parroco, alla sua amata pizzeria, al mercato del pesce al mattino? Io credo di no. Dico, invece, che a sentire il dialetto penserà, sostanzialmente, alla sua casa, alla sua famiglia, alla nonna che lo chiamava quando era bambino. 

Se nel Novecento il dialetto era segno di arretratezza culturale, oggi, che non abbiamo più aree arretrate, è segno di appartenenza. Escludere, o sorprendere, gli altri parlando in dialetto, non ha il senso di dichiarare il proprio analfabetismo, ma piuttosto il proprio attaccamento al contesto di partenza. 

O forse, più direttamente, alla famiglia d’origine. 

Alessandro Baricco, il nostro classico

È stato con un misto di commozione e gratitudine che ho accolto Abel, il nuovo libro di Alessandro Baricco. Con l’occasione vorrei definire, se non il peso specifico, almeno le coordinate della figura di Baricco nel nostro tempo. E arrivare, così, ad affermare, che se non possiamo ancora chiamarlo classico, poco ci manca. 

Il Max Biaggi della cultura italiana

Baricco è stato sovente definito il Max Biaggi della cultura italiana. La presenza di Umberto Eco, il gigante per eccellenza, sul suo stesso palcoscenico, ne ha inevitabilmente adombrato la fama, per molti anni. Così, è proprio oggi che Eco non c’è più, e la cultura italiana è costellata di acculturati faziosi e rancorosi, che riscopriamo il talento smisurato di Alessandro Baricco. 

Scrittore, drammaturgo, fondatore di una “scuola per narratori”, Baricco è forse il nostro ultimo vero intellettuale. L’uomo di intelletto non è colui che va in tv a dire come educare i figli, scrive libri in difesa di gente indifendibile, o si affaccia ai balconi ad annunciare la fine (o il tramonto) del nostro tempo. L’intellettuale fa cose. 

Toccare le coscienze è un fatto di talento, e proprio questo stupisce di Alessandro Baricco, il suo smisurato talento, specie se paragonato ai contemporanei. Pensiamo per un attimo a Herman Hesse, alla sospensione del tempo interiore nei suoi libri. Intere generazioni hanno amato Il lupo della steppa, Tempo di fieno, o lo sfortunato Peter Camenzind.  E li hanno amati perché da quei libri hanno ricevuto qualcosa. 

Scommetto che tutti noi ricordiamo almeno un’immagine di Siddharta, e ricordiamo anche l’epoca in cui lo abbiamo letto per la prima volta. Perché i classici sono sempre attuali, se non altro dentro di noi. 

Fuoriclasse, e fuori dalla classe

Alessandro Baricco è un fuoriclasse assoluto, come Hesse, Hemingway, o Michael Ende. La sua opera supera il tempo, ci emoziona, e soprattutto ci interroga. In questo differisce dai contemporanei, che non gettano domande, ma sparano risposte. Soltanto che quelle risposte, che loro sentono buone, non lo sono necessariamente per tutti noi. 

La grande opera artistica e intellettuale, e qui ci torna utile Umberto Eco, è più simile al Pendolo di Foucault, che apre, stimola, inquieta, che non al consiglio generico “Va dove ti porta il cuore”, che riempie di sicurezza, e lascia addormentare sereni. O se vogliamo, è più simile ad una seduta di psicoterapia, in cui le certezze vengono messe in dubbio, non fortificate. 

Accadono cose che sono come domande. Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde.” Scelgo questo segmento, non me ne vogliano i fans, a emblema dell’intera opera di Alessandro Baricco. In questa scansione di Castelli di rabbia c’è più di una frase fatta: c’è un progetto di ricerca che è filosofica, spirituale, ma anche psicoanalitica. Perché i libri che fanno dormire sereni, sono più simili ai fumetti che ai grandi romanzi. E poi c’è una sensazione: che uscito dall’ombra di Umberto Eco, daremo finalmente a Baricco ciò che è di Baricco. Ovvero, che se non possiamo ancora chiamarlo classico, in fondo, poco ci manca. 

Sesso virtuale: l’eredità spersonalizzante della pandemia

Il Corriere della sera ha pubblicato dati sconcertanti sulla vita sessuale dei ragazzi italiani. Uno su tre praticherebbe soltanto sesso virtuale, mentre più di un milione e mezzo di under 35 non avrebbe mai avuto incontri “in presenza”. C’è una considerazione importante da fare, in merito: il sesso virtuale accentua una forma di narcisismo molto pericolosa. 

Individualismo 

La nostra cultura è individualista. Vuoi perché l’iper competizione è per natura nemica della socialità, vuoi perché tutte le allusioni al collettivo, che sono state bocciate dalla storia, le abbiamo espulse – erroneamente – anche dalla nostra vita privata. Espressioni come “io valgo” hanno fatto la fortuna di spot pubblicitari, proprio poggiando sul quel narcisismo di fondo che coviamo dentro, e che non aspetta altro che un buon assist per saltare fuori. 


Proprio grazie all’assetto strutturalmente individualista della nostra cultura, la pandemia da Covid-19 ha lasciato alcune eredità, alcune delle quali tutt’altro che positive. Una, di cui ho già messo ampiamente in guardia nel mio libro, è lo smart working. Il lavoro ha una natura sociale, se non altro perché un gruppo è qualcosa di più della somma dei suoi componenti. Così il ricorso massiccio al lavoro agile può avere svantaggi in grado di controbilanciarne tutti i vantaggi.


Una è la didattica a distanza (DAD). Riguardo questa ho già sottolineato come per l’apprendimento sia necessario il confronto, tra allievi, come tra allievi e docenti, e il confronto avviene meglio in una classe fisica.  

Un’altra eredità, evidentemente, è il sesso virtuale

Narcisismo autistico

Ho già proposto altrove la differenza tra narcisismo maligno e narcisismo autistico. Mentre il narcisismo maligno può arrivare ad essere distruttivo, il narcisismo autistico si sottrae alla relazione, e si ritira in bolle esistenziali autonome e auto referenziali. Non raramente il narcisismo autistico sfocia nella psicosi


Il sesso virtuale nega la relazione, esalta il narcisismo individualista e autistico. Il ricorso esclusivo a metodologie comunicative a distanza, corrode la percezione dell’altro come valore aggiunto, lo identifica come mezzo. Così come per lo smart working e la DAD, abusare del sesso virtuale decontestualizza il comportamento, riducendolo ad un fatto tra sé e sé.  


Trasforma, in altri termini, lentamente, in narcisisti autistici, ossia in quegli individui che vedono gli altri soltanto come mezzi per raggiungere bisogni immediati e superficiali, ma a cui possono rinunciare nel momento stesso in cui trovano qualcuno più rapido ed efficace nel soddisfarli.  

I Beatles Now And Then: la fine del tempo

L’ultimo brano dei BeatlesNow and then – dissolve il rapporto che lega l’opera d’arte con la rappresentazione del tempo. Ci appare, infatti, come un lavoro sospeso tra le epoche che lo segnano, e che utilizza la musica, che è tempo, per confondere i riferimenti temporali agli ascoltatori.


Il tempo della creazione


Per Umberto Eco la creazione di un’opera d’arte, la sua fruizione, e la sua conservazione, sono inestricabilmente connessi con il problema del tempo. Con Now and then i Beatles sfasciano tutti i riferimenti classici che legano un’opera con il tempo, e ci consegnano un lavoro che è insieme una grande illusione psichedelica, un monumento alla civiltà virtuale, una seduta psicanalitica in libere associazioni. 


Partiamo dalla creazione. Tutti sappiamo che Dante ha lavorato una ventina di anni per la sua divina trilogia, che Tolstoj ne ha impiegati almeno dieci per Guerra e Pace, mentre Haydn, che era molto creativo, chiudeva i suoi lavori più velocemente. In questi casi il rapporto temporale tra l’ispirazione creativa e il prodotto finale appare abbastanza chiaro, ed è, infatti, legittimo chiedersi quanto abbiano impiegato quegli artisti per concretizzare la loro prima idea.    Le cose si complicano quando parliamo di Eyes Wide Shut di Kubrick, o della Sagrada Familia di Gaudì, perché sono state, o verranno, terminate da altri. Indagare i tempi creativi è più arduo, perché può sempre restare il dubbio che siano opere diverse da come immaginate dall’autore. Il percorso artistico, in ogni caso, ci resta chiaro. 


Dalla gestazione alla nascita di Now and then, invece, la cronologia biologica evapora. John Lennon ha registrato la demo nel 1977, ma da allora sono intervenuti tali e tanti accidenti, da rendere impossibile collegare il contenuto di quel nastro con il file pubblicato dai social network il 2 novembre 2023. 


Guardiamo da più vicino. Nel 1995, storica reunion, i restanti ragazzi di Liverpool lavorano su alcuni brani che Lennon aveva lasciato su un nastro, tra cui Now and then. I tre pubblicano due tracce, lo sappiamo bene, ma scartano la terza, quella in questione: la voce di John è impastata al pianoforte, il risultato non li convince. Di quelle sessioni, tuttavia, restano arpeggi, accordi, giri di basso, di cui i tre non si disfano. Sono, quelle sessioni, da inserire nel tempo della creazione di Now and then? E se sì, stiamo parlando ancora del brano concepito da John, o di un’altra cosa, sospesa tra passato e futuro? 


Inoltre c’è un passaggio intermedio, tutt’altro che trascurabile. Sulla cassetta con le incisioni c’era scritto “per Paul”, ma Lennon non l’ha mai inviata all’amico. È stata Yoko Ono a dare la cassetta a Macca, mesi dopo la morte di John. Quindi vediamo un po’, Yoko Ono un giorno nel Dakota Building apre un cassetto, trova il nastro, legge che è per Paul McCartney. Cosa fa la vedova Lennon? Se seguisse il suo primo istinto, alla vista di quel nome andrebbe su tutte le furie, distruggerebbe il tutto e buonanotte al secchio. Invece no, Yoko ha un sussulto, si morde le labbra, apre la porta ai fantasmi del passato. Lascia passare un po’ di tempo, Yoko Ono, e alla fine telefona a Paul. 

Senza considerare che il nastro poteva tranquillamente andare perso, il rovello interiore di Yoko Ono, e il suo gesto, entrano di diritto nel tempo della creazione. Anzi, dovremmo ammettere che lo dissolvono: perché senza quella fase il brano non avrebbe mai visto la luce. La scelta di Yoko, dunque, si pone al di fuori delle consuete tempistiche creative, le supera, anzi le sfalda. 


  Veniamo a tempi più recenti, é il 2022: Paul McCartney e il suo team hanno nuovi programmi informatici, sentono che il lavoro non è ancora finito, tornano sulla vecchia traccia. Con l’intelligenza artificiale riescono a isolare dal pianoforte la voce di Lennon, “crystal clear” dice sir Paul incredulo: il problema del ’95 è superato!  Si riapre il cantiere, ma nel frattempo Harrison non c’è più. Poco male, ci sono i video del ’95, gli arpeggi, gli accordi. Ci sono i disegni di George, la moglie è d’accordo, andranno bene per la copertina. Il basso si può risuonare, Ringo è un mago nei cori, e poi c’è la stoffa, tanta: e così sarà Paul a fare un assolo di chitarra, in stile George Harrison. Eh, quanta confusione! Il lavoro è finito, osserviamo meglio: la voce è di Lennon, ma il brano c’è per volere di Yoko, c’è grazie all’AI che separa le tracce, e grazie al fatto che nel trambusto dell’otto dicembre non è andato perso. Harrison c’è grazie ai video del ’95, grazie ai disegni dati dalla moglie, e grazie al talento di Paul. Quando esce il singolo è il giorno dei morti, e non è a caso: Now and then arriva dall’al di là, più che dal di qua. Per questo possiamo davvero dire che che è un brano senza tempo: è impossibile ricomporre le fasi della sua creazione, se non dicendo che è appunto il Tempo, nel suo insieme, che ce lo ha consegnato. 


Il tempo della lettura e dell’interpretazione

Ammetterete che leggere un meme su Instagram sia più veloce che leggere La Repubblica di Platone. E anche la sua decifrazione, con tutto il rispetto, è più immediata. Now and then scioglie il concetto di tempo di lettura e di interpretazione di un’opera d’arte. Ci avevano già provato con Get Back, I Beatles, l’ultimo brano dell’ultimo album (della prima fase). Già in quel caso non erano tanto Jo Jo e Loretta  Martin a dover tornare indietro, ma l’intero popolo beatlesiano. In un eterno ritorno alle radici, in un perpetuo vagabondare tra le pieghe del tempo passato, ritornare ai 16 anni di I saw her standing there era negare, insieme alla fine del gruppo, la fine dell’adolescenza. È così per ciascuno di noi, che giunto ai trent’anni, per la prima volta, ripensa ad un tempo passato. 


Ma ora è diverso, Now and then dura pochi minuti, ma non finisce con l’inchino dei quattro. Anzi, è proprio allora che i fans asciugano la lacrima, afferrano la chitarra, e premono rec sullo smartphone. Oggi ci sono i social, tutto si può condividere. La storia dei Beatles si intreccia con la storia dei loro fans, con la storia delle loro emozioni, dei loro amori, delle loro delusioni.


Questa volta l’ascolto e l’interpretazione di una traccia audio non avrà fine. Ogni ascolto indurrà l’ascolto di altri brani, e la sua interpretazione porterà a fare confronti, discussioni, parallelismi. Come avviene con il testo freudiano in psicoanalisi, con la Critica della ragione di Kant, con la poesia romantica inglese. Now and then polverizza il rapporto classico tra l’arte e il tempo. 


Now and then: ma quando di preciso?


“C’era una volta, tanto tempo fa…” così iniziavano le fiabe. La letteratura definisce il tempo narrativo in vari modi, a volte più esplicitamente, a volte meno, ma in genere sempre con un decorso lineare. Il principe Andreij ama segretamente Natasha, ai tempi delle guerre napoleoniche, il matrimonio di Renzo e Lucia non s’ha da fare, ai tempi della peste, Pisa è vituperio delle genti italiche, ai tempi del conte Ugolino. Che fosse una volta tanto tempo fa, senza altre indicazioni, o che fosse precisamente ai tempi di Napoleone, di don Abbondio o di Dante, la storia che viene raccontata ha un prima, un durante, un dopo. Al più, come in alcuni film gialli, potrà raccontare uno o più flash back, ma sempre all’interno di un frammento spazio-temporale definito.   

Now and then è una matassa intricata di memorie, che definisce la dissoluzione del tempo narrativo e interpretativo. Lennon canta nel 1977, quindi si riferisce in maniera assai vaga a qualcosa che riguarda quegli anni. Ma si rivolge a Yoko Ono, o a Paul McCartney? Perché se si riferisce a Yoko, (il loro incontro risale al 1966), il Now and then riguarda gli anni tra il 1977 e il 1966. Se invece si riferisce a Paul, amico di infanzia, il riferimento si sposta a molto tempo prima. Oppure in un verso accenna a Stuart Suttcliff, l’amico morto prima del grande successo? In quel caso Now and then definirebbe un frammento di storia precedente all’incontro con Yoko, ma successivo a quello con Paul. 


Come abbiamo detto, inoltre, il brano non esiste per solo merito di Lennon, quindi in quel “Now and then” vanno considerati gli accidenti del 1980, del 1981 (il ritrovamento), e del 1995. Ossia accidenti che riguardano la traccia che ascoltiamo, ma non gli intenti di chi la canta. Non esistono le coordinate spazio-temporali di Now and then


E poi ci siamo noi, il pubblico. Anche noi, ascoltando, pensiamo al nostro “Now and then”: ma quand’è di preciso? Dante esce dalla selva a 35 anni, e noi con lui, pensiamo a quando, più o meno alla stessa età, ci volgemmo a rimirar lo passo che non lasciò persona viva. Quando Bastian si chiude nella soffitta della scuola, con la testa tra il mondo di Fantàsia e la principessa dei suoi sogni, lui (e noi) ha tra i 12 e i 16 anni. Quando Kid Rock canta Sweet home Alabama, a metà strada tra ragazzo e uomo, sappiamo bene cosa intende. Ma Now and then, quando la situiamo? Oggi che ascoltiamo, oppure quella volta che ci siamo innamorati? Oppure forse pensiamo a quando eravamo bambini, o a quando abbiamo visto per l’ultima volta colui che non ritorna, e ci manca così tanto? 


Se non sappiamo rispondere a queste domande, o meglio se ogni volta a queste domande sorge una risposta diversa, significa che il tempo non viene più rappresentato, ma resta sospeso, come nella memoria. E che cosa fa sì che nella memoria un ricordo sia più vivido di un altro? Il connotato emotivo che vi si associa. Ecco allora che la rappresentazione del tempo perde i connotati narrativi, razionali, esteriori, che ha sempre avuto nell’arte, e ne acquisisce di differenti.  Ed ecco l’ennesima magia di John Lennon, che ci lascia un brano fuori dal tempo, che è insieme grande illusione psichedelica, monumento alla civiltà virtuale, seduta psicanalitica in libere associazioni.

Perché amiamo la “persona sbagliata”?

Dagli adolescenti agli studenti universitari, dagli imprenditori fino ai grandi uomini e donne di Stato, a tutti capita di innamorarsi della persona sbagliata. Tuttavia quando arriva una delusione, puntiamo il dito su quella persona, e giuriamo che è solo colpa sua, perché non ci ha mai dato quello che avremmo voluto.


Cambiare per amore?


Ma questa posizione è ingiusta: alcuni se ne accorgeranno anni dopo, mentre altri non riusciranno mai ad ammetterlo. È ingiusta perché “narcisistica”, ossia non prevede nessuna responsabilità per chi la esprime, ed è ingiusta perché svuota l’altra persona della propria specificità. 


Un’altra accusa classica è che l’altro non voglia cambiare per noi, per il nostro amore. Anche questo è sbagliato: parte dal presupposto che nella relazione ci siamo noi al centro, mentre l’altro ci ruota intorno, come un satellite. Ma perché dovrebbe “cambiare” per noi? E se fossero gli altri a chiederci di “cambiare” per loro, come la prenderemmo? 


Come si vede, quando nelle relazioni qualcosa va storto, siamo sempre pronti a scaricare le colpe, senza accettare che le cose, come si diceva un tempo, si fanno in due. Le stesse considerazioni valgono per tutti gli altri problemi di coppia, dal tradimento, al ghosting temporaneo, fino ai “periodi di pausa”. L’altro è, e deve restare, se stesso. Possiamo, piuttosto, chiederci, perché crediamo, ci affidiamo, alle persone sbagliate?


La “persona sbagliata”


Anzitutto dire che qualcuno sia sbagliato è ingeneroso. Io preferisco spostare il fuoco sulle aspettative: verso gli altri abbiamo alcune aspettative che sono ragionevoli, e altre che lo sono meno. Perché, dunque, abbiamo aspettative sbagliate? 


Le aspettative nelle relazioni dipendono da come siamo abituati, da quale ambiente proveniamo: è quello che ci fa sentire a disagio o meno, è quello che determina ciò che vorremmo, o ciò da cui fuggiamo. Vale il vecchio esempio psicoanalitico dell’eschimese sulla riviera romagnola. Se ci va in vacanza si trova bene, ma se si trasferisce stabilmente, rischia di ammalarsi, perché è abituato ad un clima diverso.


Allo stesso modo, se in una relazione troviamo molto calore e comprensione, quando per varie ragioni non vi siamo abituati, la cosa all’inizio ci potrebbe piacere, ma alla lunga potrebbe creare claustrofobia. Vale lo stesso per le relazioni violente, tossiche, o deprivanti. Se qualcuno ci attrae, ma non ci convince fino in fondo, dovremmo chiederci: quali aspettative abbiamo, come vorremmo che si comportasse? 


Attese e aspettative


C’è sempre una ragione profonda, che riguarda noi stessi, il nostro passato, se qualcuno ci attira, se ce ne invaghiamo. L’aspettativa è qualcosa di individuale, dipende da noi, non da come si pone l’altro. 
Così passerei dal “perché amiamo persone sbagliate?” a “per quali motivi riponiamo aspettative in chi non è in grado di rispettarle?”.

La domanda è più impegnativa, me ne rendo conto, e costa fatica. Ma se non altro ci consentirà, in futuro, di non ricadere negli stessi errori. 

Laureati: come trovare lavoro?

Laureato e intellettuale

La formazione universitaria lascia una competenza tecnica (le conoscenze professionali in un certo ambito), e una competenza strategica (saper impiegare tatticamente tali conoscenze, per poter affrontare casi specifici).
Ne discende che al termine di un percorso di laurea uno studente abbia sviluppato parallelamente almeno due diverse capacità, una direttamente collegata all’oggetto di studio, l’altra al suo utilizzo. 
Proprio questa capacità di utilizzare la conoscenza andrebbe presa in esame quando ci si mette alla ricerca di un impiego, perché lo sappiamo bene, il mercato del lavoro è cambiato, e la mansione pura non esiste quasi più. 


Tutti influencer  

La smania con cui molti laureati si scatenano a pubblicare video online, è la cifra dell’illusione di avere grandi risultati con minimi sforzi. Se questo è vero per alcuni fortunati, non può, tuttavia, valere per tutti, e in linea di massima per avere successo, anche poco, è sempre necessario faticare molto, moltissimo. 
È stato così per i grandi musicisti, per i poeti e gli scienziati di ogni tempo, è così anche oggi, che la globalizzazione ha azzerato le distanze, e aumentato esponenzialmente, come vediamo ogni giorno, l’aggressività. 
Quando il laureato si mette alla ricerca di un impiego, quindi, dovrebbe anzitutto fare due operazioni. La prima è non dare per scontato che l’ambito di questo lavoro sia quello della sua formazione. L’università è anzitutto una maestra, e insegna a usare la testa. La seconda, partire dall’analisi del contesto di riferimento. E qui intendo quello fisico, non quello virtuale, dato che a parte il lavoro di influencer tutti gli altri lavori si svolgono in uno spazio e in un tempo ben definiti. 


Cosa so fare?


La ricerca di un lavoro, così, è sempre più un chiedersi: con le mie caratteristiche, le mie competenze e i miei interessi (ossia con le competenze che oggi non ho, ma che potrei avere domani) quale mansione potrei ricoprire? In quel ambito potrei apportare un mio contributo? 


L’abbiamo detto, il lavoro è cambiato. Per questo deve cambiare drasticamente anche l’atteggiamento verso il lavoro, a partire dalla fase in cui si entra nel mercato e si cerca un impiego, ossia in cui si offre la propria competenza di saper fare qualcosa. 

Insoddisfatti al lavoro: come migliorare il clima aziendale?

Tra le cause del crescente malessere esistenziale, che per molti diventa malessere psichico, quando non grave patologia mentale, c’è senza dubbio anche la crisi del lavoro e dei lavoratori. 


Insoddisfatti e non rimborsati

Passiamo al lavoro una quantità considerevole della nostra vita, e il logoramento delle condizioni lavorative tradizionali, unito all’intrusività permessa dalla tecnologia, fa di noi dei lavoratori a tempo pieno, che ogni tanto si prendono piccoli spazi per una cena à deux, o una serata tra amici. 
L’insoddisfazione sul piano del lavoro, di conseguenza, entra nel nostro quotidiano più di quanto avvenisse un tempo, quando usciti dalla fabbrica si potevano cancellare dalla mente nomi, mansioni, dinamiche relazionali. 


Così urge un’analisi sul clima e sul benessere lavorativo, che vada al di là di quei tempi e quegli spazi che hanno caratterizzato la vita produttiva del Novecento. Smart working, smart mobbing, leadership diffusa, globalizzazione, e soprattutto apprendimento continuo, diventano le nuove parole del lavoro, parole su cui è necessario soffermarsi, se non vogliamo che le organizzazioni diventino grandi serbatoi di patologia mentale.  


Smile, please


Il clima aziendale è determinato dalle scelte organizzative, non c’è dubbio, ma in ultima analisi è creato ogni giorno dalle persone che fanno parte delle dinamiche aziendali, che stingono relazioni, che mandano mail, o scrivono sui gruppi WhatsApp. Insomma, quando entriamo in un contesto lavorativo, per quanto male organizzato, ci entriamo col nostro nome e la nostra faccia, e siamo anche noi i responsabili del clima che respira chi ci lavora vicino. 


Il primo asset del clima lavorativo è la disponibilità. Immaginiamo di entrare in ufficio in ritardo, mal vestiti e di pessimo umore. Quali reazioni potremmo suscitare? Sovente dimentichiamo che il lavoro è un fatto sociale, che non riguarda soltanto il compito, ma anche le interazioni di gruppo che conducono alla sua realizzazione. 


In molti contesti lavorativi bisognerebbe insegnare a sorridere, ad essere disponibili, a creare empatia, se non simpatia, per i colleghi. Il malessere e l’insoddisfazione sul lavoro dipendono anche dall’aria che si respira in ufficio, e un ambiente lugubre non ha mai giovato a nessuno.   Migliorare il clima aziendale si può, almeno fino a un certo punto, e dipende da ciascuno di noi. Proviamo a pensarci, la prossima volta che vorremmo rispondere al veleno ad una mail di gruppo. Esiste anche l’ironia: ed è un detonatore fortissimo. 

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