Cos’è il food porn?

C’è qualcosa di erotico e al contempo di perverso nel mostrare in rete il piatto che si sta per mangiare. La foto del cibo può scatenare due reazioni: suscitare la fame in chi in quel momento non sente di averla, provocare invidia in chi non può permettersi quel boccone, non dico subito, neppure più tardi. 

Esibizionismo

Esibire qualcosa di sé per ricavare piacere dalle reazioni altrui è una delle più controverse dinamiche umane, e il food porn è lo spostamento sul cibo di questa modalità comportamentale. Tutti devono nutrirsi per sopravvivere, pertanto quale vantaggio ottengo dal gridare al mondo che sto per farlo? O forse dovrei comunicare anche che sto per fare una doccia, o sto per recarmi alla toilette, così da ingelosire il prossimo? Assolutamente no, il food porn è ben altra cosa: scatena reazioni violente anzitutto in chi lo fa, in chi posta le immagini del cibo che ha sotto il naso; E poi c’è chi guarda, e magari mette un like. Ma questo è un altro discorso. 

Erotismo alimentare/disturbo alimentare

Lasciando per un attimo da parte le considerazioni su chi è costretto (suo malgrado?) a osservare e commentare queste immagini, ossia tutto quello che può andare dal voyeurismo all’invidia penis,credo sia importante restare ancora un attimo sull’autore del food porn.  

‘Pizza’ in Italia codifica per ‘piacere’. Non c’è italiano che sappia fare la domanda: ‘stasera pizza?’, senza già sorridere con gli occhi. Ci avete mai fatto caso? Di conseguenza postare la pizza appena sfornata ha un significato fortemente condizionante. Gli stimoli emotivi e affettivi che possono essere elicitati da una pizza fumante posata su una tavola vanno (per noi italiani) dalla cucina della nonna alla partita della nazionale con gli amici, dall’appuntamento con la prima fidanzata, al dopolavoro con i colleghi. E via di questo passo. 

Cibo uguale gioia, felicità, affetto, equazione italica per eccellenza, non deve diventare cibo uguale riempire il vuoto affettivo, equazione costitutiva del disturbo alimentare. 

Il rischio che si corre con il food porn, in altre parole, è quello di investire un’azione consueta, per quanto importante, come quella del cibarsi, con significati aggiunti che non le appartengono, come quelli profondi e massimamente deprivanti che legano cibo e vuoti affettivi. 

Siamo così passati dal sorridere di un termine vagamente esotico ‘food porn’ che sa un po’ di commedia all’italiana, al prenderne un pochino le misure, le distanze, perché potrebbe nascondere insidie e indurre in qualche errore di valutazione. 

Ma ciò non significa che non dobbiamo usarlo, o commentarlo magari anche con grande ironia. Anche in questo consiste la filosofia ‘Sloweb’: conoscere è il primo passo per un utilizzo consapevole.

Natale: cosa regalare ai bambini?

C’è una distanza molto sottile che separa la creatività dall’egoismo. 

I bambini e i ragazzi sono soliti chiedere per Natale regali che soddisfano un piacere istintivo, non ragionato, viscerale. Gli adulti, di contro, hanno la pretesa di fare regali utili. Tuttavia i bambini hanno la capacità di parlare per allusioni, ed è molto difficile capire quando quando ci chiedono qualcosa in maniera velata. 

Ascoltare con il terzo orecchio

Amo molto questa espressione: allude al fatto che a volte si dicano cose intendendone altre. E a buon intenditor, poche parole. Se un bambino a Natale chiede un gioco che riguarda, poniamo, il corpo umano, potrebbe essere perché l’ha visto a casa di un amico, oppure perché è attratto da qualche cosa. Non lasciamo cadere lì una richiesta poco chiara, facciamo sempre qualche domanda in più, potremmo toglierci dubbi o perplessità. La vita emotiva dei bambini è più ricca e complessa di quanto la si voglia ritenere, soprattutto oggi, con gli stimoli che ricevono dal web.

Creatività, croce e delizia dei genitori 

Quando i bambini per Natale chiedono palloni, fucili, canne da pesca e simili non incontrano mai ostacoli. Le cose vanno molto diversamente quando invece chiedono strumenti artistici. Tavolozze, cavalletti e pennelli, oppure creta e argilla, o strumenti musicali, ecc… Quella di un regalo che ha anche fare con la creatività, è una richiesta molto particolare, che io non lascerei mai cadere nel vuoto. Per quale motivo un bambino vorrebbe suonare la chitarra? Oppure, per quale motivo vorrebbe dipingere su una tavolozza vera? Noi comunichiamo l’esigenza espressiva in molti modi, uno di questi è l’arte. Se un bambino chiede di potersi esprimere, anzitutto ascoltiamolo. E poi agevoliamo questa sua richiesta, perché è facile per un adulto cominciare a scrivere versi o decidere di entrare in un negozio di strumenti musicali, per un bambino invece è molto più difficile. Per questo è necessario saper drizzare le antenne, ascoltare col terzo orecchio: alcune cose potrebbero dircele una volta soltanto. 

Adozione: il Kintsugi dell’anima. (Come integrare il bambino adottato nella nuova famiglia?)

L’adozione è come un trapianto: può andare a buon fine, oppure può avere diversi gradi di insuccesso. 

Siamo abituati a immaginare l’adozione come una relazione fortemente sbilanciata, in cui una parte in difficoltà chiede aiuto e un’altra parte, dall’alto della sua stabilità, ne offre in maniera disinteressata. E quindi crediamo che la parte debole trabocchi di gratitudine e riconoscenza, mentre la famiglia adottante sia infinitamente tollerante, e sappia offrire con estrema pazienza il contenimento necessario. 

Tuttavia le cose non stanno necessariamente in questo modo: non sempre il bambino accetta l’innesto senza remore, angosce o sensi di colpa. Così come non sempre la famiglia adottante riesce ad adeguarsi al bambino, almeno nei termini in cui il nuovo arrivato vorrebbe. 

Per questo a margine dell’adozione occorre un lavoro fitto e sapiente: per aiutare le due parti a cucirsi insieme, rispettando anzitutto ognuna le esigenze dell’altra. 

Colpa e rigetto 

Il sentimento di colpa è sovente costitutivo della storia emotiva di un bambino adottato. Egli sa bene che nel suo Paese d’origine, nella sua famiglia d’origine, ci sono dei problemi: disagio, rinunce, talvolta povertà. Ed egli sa bene di essere un privilegiato, anzi probabilmente è quello che gli viene ripetuto più volte, per convincerlo, (e questo non diminuisce di certo il suo malessere.) Sapere di aver ‘lasciato’ il suo contesto lo fa sentire alla stregua di un traditore, di un vigliacco, che non ha condiviso la sorte degli altri, di chi è rimasto. 

Il bambino adottato, d’altra parte, non può permettersi di esprimere questi pensieri perché farebbe soffrire la nuova famiglia: così si arrovella, si interroga, e alla fine genera le risposte più diverse, anche in base alle sue capacità di bambino. E soprattuto l’adottato può mostrare segni di ‘rigetto’: smonta la credibilità della nuova famiglia, idealizzando la prima, che nella sua fantasia diventa vittima delle angherie della vita, e persino, in ultima analisi, della brama della nuova famiglia adottiva. 

Il rigetto può assumere la forma di una strisciante cleptomania, o di una rabbia distruttiva verso le cose della famiglia adottiva. Il rigetto del nuovo contesto si accompagna talvolta a fantasie di riscatto o grandezza: così il bambino sogna un ritorno in grande stile, da salvatore della patria; Oppure si immagina assegnatario di una missione, secondo la quale crede di dover portare il soccorso a tutti i bambini che vivono situazioni come la sua. Per questo infatti alcuni di questi bambini possono arrivare a mostrare sintomatologie psichiatriche. Per non dire, altresì, che molti di questi ragazzi, crescendo, usano droghe: per autoregolare l’ansia o la depressione, con le conseguenze che si possono immaginare. 

Il Kintsugi dell’anima 

A mio modo di vedere l’integrazione deve essere una specie di cucitura, ossia deve tenere insieme nell’attuale mondo del bambino l’identità del suo presente e del suo passato. Questo significa che i due mondi famigliari non possono entrare in conflitto: nessuno può sostenere un conflitto dentro di sé. Non è immaginabile pensare che una persona si adatti completamente alla nuova identità senza farsi fantasie sul suo mondo precedente. ‘Di chi veramente sono figlio? Cosa avrei fatto, chi avrei frequentato se fossi rimasto nel mio Paese d’origine?’ Queste domande, e altre simili, sono domande che i bambini adottati si pongono continuamente. Le due storie del bambino adottato vanno cucite insieme, devono costituire insieme l’identità dell’adulto che sarà. 

Mi piace fare la metafora del Kintsugi, l’antica arte giapponese della riparazione della ceramica. Nel Kintsugi la ceramica viene riparata con una lacca ripassata in oro, in questo modo dopo la riparazione acquisisce più valore di quanto ne avesse prima della rottura. Ecco, credo che l’identità del bambino adottato debba essere una specie di Kintsugi. Le ferite non sono vere ferite, ma punti di contatto tra vecchio e nuovo.  

Solo così l’adozione sarà storia di vero impreziosire, di vero miglioramento delle condizioni di partenza. E solo così il bambino potrà guardare al suo passato senza sentimenti di colpa: perché non l’avrà rinnegato, ma anzi lo terrà stretto a sé, sarà sempre parte del suo nuovo presente. 

Qual è il significato dei disturbi alimentari? I vuoti affettivi dietro il controllo della fame.

Il disturbo alimentare è correlato ad una sensazione di vuoto. Gestire lo stimolo della fame dà la percezione di controllare altre forme di vuoto che abitano la nostra pancia.

Il rapporto con il cibo, inoltre, fa pensare alla tavola, alla famiglia: per questo non è raro che individui con disturbi alimentari abbiano dei vuoti affettivi correlati a persone importanti del loro passato.

Questo non significa che le madri e i padri di ragazzi con disturbi alimentari siano stati dei cattivi genitori. Significa che questi ragazzi hanno registrato con sofferenza alcuni frammenti della loro storia emotiva, e che hanno imparato a gestire il vuoto ad essi associato attraverso la dinamica alimentare.

Disimparare questa modalità per sostituirla con una meno distruttiva non è facile e richiede impegno. Ma soprattutto è necessario trovare il modo per gestire – e non negare – il vuoto affettivo, ovvero il real name del disturbo alimentare.

Quali sono le conseguenze della DAD sui giovani studenti?

La scuola in presenza

Centro di formazione primaria, ma ancora prima terreno di incontro e scontro tra coetanei e tra generazioni, la scuola è una galassia di relazioni, tensioni, emozioni, mode, paradigmi, filosofie politiche e soprattutto di sentimenti consonanti, assonanti, dissonanti e contrastanti. Ovvero, tutto e il suo contrario, come avrebbe detto Umberto Eco, che di giovani ne sapeva assai. 

Se penso a quali sono le principali conseguenze della DAD (Didattica A Distanza) sugli studenti, e se mi focalizzo su quelle non specificamente legate all’insegnamento, me ne vengono in mente almeno due. Per essere più chiaro dirò delle conseguenze della DAD parlando di aspetti positivi specifici della didattica in presenza. In essa vedo (almeno) due aspetti relazionali fondamentali per gli allievi di ogni tempo e di ogni livello, che codificano per due gravi conseguenza della DAD, ovvero due deficit: uno è il confronto tra bravi e meno bravi.

Lui è più bravo di me

I musicisti studiano i loro colleghi famosi, ne seguono i concerti, ne divorano le produzioni. Lo fanno perché solo il confronto con chi è più bravo ti stimola e ti aiuta a crescere. Lo stesso, se ci pensiamo, avviene sulla pista da sci, sul campo di tennis, alla guida, ovvero in tutte quelle occasioni in cui ci rapportiamo con persone più brave di noi a fare qualcosa. E ovviamente avviene nella formazione. Parlare con i più bravi, capire come studiano, cosa pensano, oppure sapere che interessi hanno oltre la scuola, è di fondamentale importanza per migliorare. Quando la competizione è sana, non esasperata, e si fonda sulla stima e l’ammirazione, è assolutamente vitale, soprattutto per gli studenti, ovvero in quella fase della vita che definiamo evolutiva. Nella DAD tutto questo non può esserci: ecco allora che sarebbe opportuno che qualcuno ci pensasse, magari anche genitori, non necessariamente degli insegnanti. Trovare il modo di fare questo tipo di confronto evita allo studente di sentirsi troppo al centro del proprio mondo (educativo), ovvero lo aiuta a vedersi come parte di una società, quella scolastica, in cui non c’è solo lui nel rapporto con gli insegnanti, ma ci sono anche gli altri che sono bravi, meno bravi e molto bravi. 

Generazioni a confronto

L’altro aspetto relazionale fondamentale nella formazione in presenza è il rapporto/confronto/scontro con i ragazzi poco più grandi e i ragazzi poco più piccoli. L’assenza di questo elemento rappresenta una della conseguenze negative della DAD. 

Si cresce anche osservando. Per imitazione, se volete, e per differenziazione. 

Osservare i più grandi è fattore di crescita fondamentale: guardare come si vestono, come si muovono, come parlano. Questo raffronto implicito, nell’età evolutiva, è importante almeno quanto imparare concetti scolastici. Pensiamo per un attimo alla fermata dell’autobus: quanti sguardi si posano sui ragazzi e le ragazze più grandi? Quale quota di immedesimazione può discendere da quegli sguardi? 

Lo stesso si potrebbe dire per il rapporto che nella scuola in presenza si genera con i più piccoli. Osservare i più piccoli che scherzano tra loro può scatenare emozioni e reazioni anche forti, come ricorderanno i lettori del libro Cuore. 

Ritengo che anche questo aspetto dovrebbe essere tenuto in conto, quando si fa ricorso alla DAD, e intendo ad ogni livello, dalla scuola dell’obbligo alle grandi scuole di formazione post universitaria.

Con questo poche righe non intendo lasciare un’invettiva contro la DAD, sia chiaro. 

A volte è necessaria ed è bene farvi ricorso, essa rappresenta una grande risorsa della nostra epoca. Ma è bene mettere in chiaro anche alcuni aspetti negativi, che la riguardano, e sottolineare come questi possano determinare dei vuoti formativi ed evolutivi per gli studenti, che nel lungo periodo possono essere persino più profondi dei benefici che essa ha garantito.