Perché un leader è meglio di un trascinatore? L’esempio degli sport di squadra.

In tema di leadership è molto importante la differenza tra leader e trascinatore. Prendiamo ad esempio gli sport di squadra: un leader sovente è anche un trascinatore, ma non tutti i trascinatori sono dei leaders.

Molti credono che saper portare una squadra alla vittoria sia capacità di leadership. Che anche dare l’esempio sia leadership, che compattare lo spogliatoio sia segno di leadership, ecc… . Queste caratteristiche sono parzialmente anche quelle del leader, non c’è dubbio, ma sono soprattutto tipiche di un trascinatore. 

Il condottiero amato dal pubblico, che si ‘prende la squadra sulle spalle’, che suona la carica, quello è un trascinatore. 

Sia chiaro, il trascinatore è utilissimo ad un gruppo; inoltre è molto amato dal pubblico. 

Ma il trascinatore non è necessariamente anche un leader. 

Nella concezione contemporanea il leader non è solo uno che dà l’esempio: il leader induce gli altri a fare cose, ad agire come corpo unico. 

Il leader per esempio determina un comportamento senza richiederlo. Oppure induce un pensiero, (di gruppo) o al momento opportuno sa indurre cambiamento. Il leader porta un gruppo a pensare prima ancora dei singoli, ad essere entità autonoma, un qualcosa di più della somma degli individui.

La differenza è sostanziale: negli sport di squadra, ma non solo, è meglio un leader che un trascinatore

Come gestire lo stress di gara? Un consiglio pratico.

Per gli sportivi è consueto avere ‘momenti no’. Per alcuni si concentrano in fasi particolari della stagione agonistica, come le eliminatorie, le finali, le olimpiadi, ecc, oppure si presentano all’interno di una partita o gara, come per esempio il tie -break, i calci di rigore o le fughe solitarie.

Questi atleti soffrono di una particolare forma di ansia o stress di gara che potremmo definire l’‘ansia dell’ultimo giro’. Durante l’ultimo giro infatti la mente dell’atleta è disturbata da stimoli che riducono la concentrazione e minano la self confidence.

La capacità di gestire questi stimoli, di ridurre il disturbo che essi determinano, può discriminare tra una bella vittoria e una disonorevole sconfitta.

Come gestire, pertanto, lo stress di gara? Come ridurre quella particolare ansia di prestazione?

Va detto anzitutto che i percorsi di auto convincimento, per quanto utili in fasi standard della vita di un atleta, non lo sono nei momenti di crisi. Gli atleti sanno già che devono avere grinta e determinazione, che devono impegnarsi a fondo per dare il meglio e che devono avere fiducia nelle loro capacità. Che se lo ripetano da soli non aumenta questa consapevolezza. L’‘ansia dell’ultimo giro’, invece, è una forma di stress di gara che non viene controllata dall’auto convincimento, perché deriva da zone profonde della mente. In questi casi è necessario chiedersi: perché sopraggiunge proprio in quel momento? Qual è la molla che la fa scattare?

Nell’attesa di trovare queste risposte, e di eliminarlo sul nascere, per gestire lo stress di gara consiglio di seguire questa strategia. Bisogna ingannare la mente e concentrarsi su un particolare che non riguardi il risultato, ma esclusivamente il gesto tecnico.

Per esempio, il tennista al tie – break può pensare al vertice del campo, e dire a se stesso: ecco, adesso devo mettere la palla in quel punto. In questo modo la concentrazione si sposta dal risultato del tie – break all’obiettivo di mandare la palla il più vicino possibile al punto definito.

Oppure il motociclista può pensare al cordolo: concentrarsi su una particolare manovra che riguardi il cordolo e dire, poniamo, adesso devo stare all’interno della pista. In questo modo la parte cosciente della mente è costretta a distogliere l’attenzione da ciò che viene da lontano, per mettere a fuoco il proposito stabilito.

Un tempo un giocatore di calcio ebbe l’incarico di calciare un rigore decisivo. Prese la palla e disse ai compagni: ‘Adesso faccio il cucchiaio’. Egli posizionò il pallone sul dischetto, prese la rincorsa e colpì a pallonetto: segnò il rigore, ma soprattutto tenne fede a quanto promesso.

Ammetterete che spostare l’attenzione dal rigore e dalla sua importanza, al cucchiaio e all’impegno preso con i compagni, è un bel modo per incanalare lo stress di gara.

Consiglio a chiunque di provare.

Genitori e piccoli sportivi: sogni, speranze e delusioni.

Qual è il ruolo dei genitori nello sport dei bambini? La loro influenza può essere positiva o negativa?

Non c’è dubbio, molti genitori vedono nel rapporto tra i loro figli e lo sport un prolungamento del rapporto che essi stessi hanno avuto con quello sport.

Avviene per esempio di imbattersi in padri/allenatori che discutono di tattica con l’allenatore, in padri/ortopedici che delineano i tempi di recupero dei piccoli infortunati, in padri/motivatori che mandano i figli in campo come se fosse alla guerra.

Anche questo è un caso di ‘intrusione parentale’, ovvero di inserimento nella vita dei bambini di significati che non appartengono ai bambini, ma esclusivamente ai loro genitori.

Allora qual è il giusto ruolo dei genitori nello sport dei bambini?

Facciamo chiarezza. Non c’è dubbio che una parte considerevole dell’energia che un bambino mette in un’attività dipenda dall’entusiasmo con cui un genitore gliela propone. Inoltre il risultato conseguito dipende certamente anche dalle aspettative degli adulti. Ma questo non deve travalicare il senso personale che il bambino attribuisce ad un’attività, sport o passatempo che sia. I bambini e gli adolescenti cambiano idea rapidamente, a volte fanno qualcosa perché è la passione di un amico, o perché la fa il protagonista di un film che hanno amato. Questo è il motivo per cui l’adulto dovrebbe astenersi il più possibile da inserire significati personali nelle attività dei bambini.

Quando ci chiediamo qual è il giusto ruolo, la giusta posizione, dei genitori nello sport dei bambini, la risposta migliore è sempre la stessa: quello che lascia creare al bambino i suoi propri significati.

Questi significati possono essere superficiali o profondi, stabili o momentanei, non deve fare nessuna differenza. Il bambino deve poter vivere una sua attività investendola della sua propria energia non di quella di altri.

Sport: allenare la concentrazione

La concentrazione è la competenza più importante per uno sportivo.

Se le caratteristiche tecniche discriminano tra fuoriclasse e mediocre, tra professionista e dilettante, e tra cultore e appassionato, la concentrazione discrimina in maniera trasversale nelle categorie, ed è l’unico talento capace di consentire un salto di qualità ad uno sportivo.

Saper gestire la concentrazione durante un evento può significare per un atleta rendere al suo massimo. A tutti è noto quali scherzi possano giocare ansia, preoccupazioni o stress, mentre chi sa concentrarsi al momento e nel modo giusto riesce ad esprimere il cento per cento in ogni situazione, e non per esempio, ‘solo’ in allenamento o nelle gare eliminatorie.

La concentrazione è ‘allenabile’. Come tutte le competenze cerebrali, la concentrazione può essere potenziata, con ricadute assai positive sulle prestazioni.

Lo sport è passione, dedizione, cura dei dettagli. E la concentrazione è quel dettaglio che può valere il dieci o il quindici per cento del totale, ovvero il dettaglio che può trasformare una sconfitta in una vittoria.

Foto di Rawan Yasser via Unsplash