Diego Maradona, Ayrton Senna, Valentino Mazzola. Mito, destino e consolazione.

Nei giorni scorsi abbiamo celebrato l’anniversario della morte di Ayrton Senna e della scomparsa del Grande Torino. La loro vicenda è simile a quella di un altro grande mito dello sport mondiale, Diego Armando Maradona. È simile perché tutti e tre questi pezzi di storia dello sport, condividono un fato avverso e terribile, che li ha piegati proprio nel momento di massimo splendore.

Amati in vita, compianti dopo, la ragione del mito che li circonda, tuttavia, non sta nella loro popolarità. Questi eroi del nostro tempo sono stati, come molte persone che conosciamo, battuti dal destino. Non è un caso se il motto che accompagna i tifosi del Grande Torino, sulla faccia oscura del colle di Superga, è “solo il fato li vinse”. 

Abbiamo bisogno di fissare nella nostra coscienza, individuale e collettiva, alcuni punti cardinali, alcune lezioni, che ci guidino quando siamo nel buio. Una di queste riguarda il lutto e il suo superamento. Il campione dello sport nel fiore della sua carriera, e che sarebbe stata ancora lunghissima, è il migliore emblema di una fine inaspettata e inspiegabile. 

Ayrton Senna è morto nel momento del suo massimo splendore, quando, si dice, avesse nel cassetto un contratto con la Ferrari. Diego Armando Maradona è stato fermato dal suo demone quando il mondo del calcio aveva più bisogno di lui. L’aereo del Grande Torino è caduto proprio alla fine degli anni Quaranta, quando l’Italia stava per prendere il volo. 

Il mito è saggezza popolare, è cristallizzare una lezione affinché non venga dimenticata. Se c’è un insegnamento dietro al mito di Valentino Mazzola, di Ayrton Senna e di Diego Maradona, è che la vita non guarda in faccia a nessuno. È la consolazione che l’inevitabilità del destino non riguarda solo noi persone comuni, ma anche loro, gli dei dell’olimpo dello sport. È questa loro umanità che ce li fa amare così tanto, proprio loro che tanto umani, in fondo, davvero non sembravano. 

Jannik Sinner: la cultura della fatica.

Il training psicologico nello sport riguarda competenze che, come le abilità tecniche, possono essere potenziate. Il caso Jannik Sinner, giovane orgoglio del tennis italiano, mette in evidenza una capacità sottostimata, nello sport professionistico: la resilienza alla fatica e al sacrificio. 

Competenze allenabili, e non allenabili

Nello sport si contano almeno tre categorie di aspetti mentali. Quelli donati dalla natura, come la capacità di gestire lo stress di gara, o la concentrazione. Quelli condizionati dall’inconscio, o da eventi del passato dell’atleta, come la paura di infortunarsi nei contrasti, la fiducia in sé stessi, o la tendenza a serbare rancore. E poi vi sono gli aspetti più dipendenti dalla volontà, o quantomeno dalla motivazione interna, come seguire una dieta alimentare, avere una vita regolare, ecc… . L’attitudine al sacrificio, al lavoro duro, e più in generale la resilienza alla fatica, appartengono al terzo tipo. 

Ciascuna di queste tre categorie prevede percorsi diversi di preparazione mentale, ma quella che abbiamo citata per ultima risulta la meno “allenabile”, almeno per gli atleti maturi. Essa è infatti più legata alla personalità dell’individuo, alle sue disposizioni interiori. Diego Maradona, in Italia, amava molto frequentare gli amici, mentre Cristiano Ronaldo faceva una vita ritirata, mettendo al primo posto il suo lavoro. E potrei fare altri esempi. Gli sportivi affermati hanno già strutturato una loro modalità di integrare vita privata e attività agonistica, ma gli emergenti possono fare ancora molto per aggiungere questo aspetto nel loro bagaglio professionale. 

La cultura della fatica è un asset strategico dell’atleta

Jannik Sinner ci mostra che la resilienza alla fatica e al sacrificio non è una competenza secondaria. La motivazione interiore, diremmo intrinseca, nell’affrontare qualunque attività della vita, ma soprattutto nello sport professionistico, codifica per una maggiore tendenza al costante miglioramento, o al mantenimento dei livelli raggiunti. 

Esistono diversi espedienti per migliorare la motivazione intrinseca, uno di questi è fare leva sull’orgoglio, un altro sugli obiettivi personali, e così via. La cosa importante è che il giovane atleta, il suo staff tecnico, e tutte le persone che lo circondano, non sottovalutino la portata di questo che è a tutti gli effetti un asset della sua vita professionale. 

La cultura della fatica, in altre parole, non è un valore da proporre soltanto agli atleti meno dotati, quelli che devono sopperire con il duro lavoro alle lacune tecniche, ma può fare la fortuna anche dei più bravi. E la parabola di Jannik Sinner lo testimonia chiaramente.  

La notte dell’Heysel: trauma e narrazione

La tragedia 

La sera del 29 maggio 1985 si consumò una delle più grandi tragedie del calcio italiano. Poco prima della finale di Coppa dei Campioni tra la Juventus e il Liverpool, un muro interno dello stadio Heysel crollò sotto il peso del pubblico, provocando 39 morti e almeno 600 feriti. 

Nella memoria collettiva di chi quel giorno era allo stadio, e di chi invece era solo lontano spettatore, quella vicenda venne registrata come un autentico trauma

Il trauma 

Migliaia di appassionati faticano ancora oggi ad avere un pensiero critico riguardo questa storia drammatica. Si dividono tra tifoserie scambiandosi critiche, accuse, veleni come se chi hanno davanti fosse in qualche modo responsabile dell’accaduto. 

Questo significa, evidentemente, che sono stati segnati da molto vicino: ossia che non sono ancora riusciti a elaborare la tragedia e sistemarla in qualche cassetto della mente. 

Il trauma dei presenti sopravvissuti sta tutto nelle immagini e nelle storie che abbiamo visto, sentito e risentito. Un tempo senza smartphones, in un paese straniero, con una lingua straniera. Nessuna organizzazione, tassisti arroganti, riconoscere i morti nelle tende di notte con l’aiuto di torce.  

E poi c’è il trauma di chi guardava in tv. Ritengo che l’aspetto che abbia favorito la registrazione traumatica sia stato da un lato l’esposizione non mediata all’evento. La tv quella sera ha fatto da finestra aperta sullo stadio. Se sotto casa c’è un incidente, per non vederlo devi chiudere la finestra: allo stesso modo quella sera gli spettatori avrebbero avuto come unica alternativa quella di spegnere gli apparecchi. Questo mi fa pensare, per esempio, a quei bambini che sono testimoni di atti violenti a casa, magari compiuti anche ai loro danni. Dover guardare impotenti senza poter fare o dire niente, perché non è previsto. Se ci pensate è la stessa cosa che è avvenuta la notte dell’Heysel: spettatori impotenti davanti ad una finestra.

Dall’altro lato, un secondo aspetto che ha favorito la registrazione traumatica, è stata la mancanza di preparazione della regia televisiva, che non è stata in grado di fornire una lettura ‘digerita’ al pubblico. 

Superamento del trauma e lettura narrativa 

Inserire un evento traumatico in una narrazione integrata della propria storia è la chiave per superarlo e non restarne vittima. 

Quello che è mancato a molti spettatori della notte dell’Heysel è la ricostruzione a posteriori: non tanto dell’evento in sé, quanto delle loro personali reazioni emotive e cognitive. Il sensazionalismo dei media, questo sì deprecabile, e molto, ha soffiato sul fuoco dell’evento mediatico, cavalcando la polemica tra le fazioni, e non accorgendosi che non sempre dire tutto quello che si può è meglio che dire quello che si deve.

Porre domande del tipo: ‘Cos’altro avrebbero potuto fare gli organizzatori?’ O ‘Cos’altro avrebbero potuto fare le società, i giocatori, gli spettatori sopravvissuti?’ Avrebbe certamente aiutato gli italiani a razionalizzare, ossia a trasformare una tempesta emotiva in pensieri, progetti, azioni. Ma non è stato fatto, e del resto non ci si può aspettare analisi, pensiero, restituzione da chi passa la vita a descrivere la polvere, senza mai chiedersi che cosa l’abbia provocata.

Non so se parlando della tragedia dell’Heysel sono riuscito a dire qualcosa che ancora non era stato detto. Sicuramente, però, sono riuscito a parlare del trauma, e di come anche un evento della vita quotidiana, se non correttamente elaborato, può diventare un insuperabile trauma personale e collettivo. 

Il Grande Torino: orgoglio e simboli di una città che non c’è più.

Sono molti i simboli di una Torino che oggi non c’è più. Potrei dire dell’Avvocato Agnelli, di Vincenzo Lancia, o di Gustavo Rol. Oppure potrei parlare di Rita Levi Montalcini, di Norberto Bobbio o di Valletta. Oppure ancora della bella Rosina, di Camillo Cavour o del famoso ‘bicerin

Il Grande Torino

Invece voglio partire dal basso, dal mito popolare per eccellenza: il Grande Torino

Il mito di questa squadra di calcio appartiene a, e si fonda su, due epoche storiche differenti: quella sportiva, che va fino al 4 maggio del 1949, data della tragedia di Superga, e quella successiva, che potremmo chiamare della memoria. 

La stagione sportiva del Grande Torino è entrata nel mito per lo straordinario numero di vittorie e di record macinati. Si tratta, tra l’altro, di cinque scudetti consecutivi, (a cavallo della guerra, ovvero con altri due non assegnati) e una fornitura di eccellenza di titolari alla squadra nazionale. Nessuno degli appassionati che ha seguito quei tempi è oggi in vita, nessuno può testimoniare di persona, ma gli almanacchi parlano chiaro: Roma, Milano, Firenze ecc… ad ogni trasferta erano lezioni per tutti. Ed è superfluo dire di come quelli fossero altri tempi: i campi, i palloni, le scarpe, tutto era diverso da oggi; Giocare novanta minuti era difficile, e mietere successi indisturbati, soprattutto in trasferta, lo era certamente ancora di più. 

Il quarto d’ora granata

E poi c’è la stagione della memoria. Si sa, quando perdiamo qualcosa, la idealizziamo: ma immaginate perdere qualcosa che era già idealizzata. La memoria collettiva dei tifosi del Torino, infatti, è piena dei rimpianti legati a questi personaggi straordinari. Io stesso ne so qualcosa, avendo militato nella squadra intitolata a Gabetto, uno di quegli invincibili. 

Nella memoria idealizzata del Grande Torino c’è un particolare, probabilmente la cosa più torinese che abbia mai sentito. E’ il quarto d’ora granata

Durante le partite in casa, allo stadio Filadelfia, ad un tratto un tale estraeva dalla tasca la sua cornetta da capostazione: si voltava verso i suoi beniamini e ci soffiava a gran forza. Lo squillo rimbombava per lo stadio, e svegliata da quell’acuto il Grande Torino, letteralmente, si trasformava. Cominciava così un terribile quarto d’ora, e per gli avversari erano dolori. 

Come dicevo il quarto d’ora granata è la cosa più torinese che abbia mai sentito. E’ un concentrato di determinazione e di responsabilità. E’ come la sveglia del capo famiglia, che vorrebbe dormire ancora un po’, ma sa che deve andare a lavorare per i suoi. 

Ecco un simbolo di Torino, (di una Torino che non c’è più?) la cultura del lavoro, la passione per il lavoro. Testa bassa, responsabilità, determinazione. Non c’è dubbio, il quarto d’ora granata non è entrato nel mito perché rappresenta il Grande Torino, ma perché rappresenta la cultura, il sentimento, l’identità profonda di una intera città.   

Avrei potuto parlare dell’Avvocato Agnelli, di Vincenzo Lancia, o di Gustavo Rol. Oppure di Rita Levi Montalcini, di Norberto Bobbio o di Vittorio Valletta. O ancora della bella Rosina e del suo mausoleo, di Camillo Cavour e le donne, del famoso ‘bicerin’, di Piero Angela, del Museo Egizio o della Mole Antonelliana

Ma ho voluto partire dal basso, dal mito popolare per eccellenza. E dal quel quarto d’ora di fuoco, in vero orgoglio e simbolo non solo del Grande Torino, ma dell’intero territorio che lo ha generato. 

Perché un leader è meglio di un trascinatore? L’esempio degli sport di squadra.

In tema di leadership è molto importante la differenza tra leader e trascinatore. Prendiamo ad esempio gli sport di squadra: un leader sovente è anche un trascinatore, ma non tutti i trascinatori sono dei leaders.

Molti credono che saper portare una squadra alla vittoria sia capacità di leadership. Che anche dare l’esempio sia leadership, che compattare lo spogliatoio sia segno di leadership, ecc… . Queste caratteristiche sono parzialmente anche quelle del leader, non c’è dubbio, ma sono soprattutto tipiche di un trascinatore. 

Il condottiero amato dal pubblico, che si ‘prende la squadra sulle spalle’, che suona la carica, quello è un trascinatore. 

Sia chiaro, il trascinatore è utilissimo ad un gruppo; inoltre è molto amato dal pubblico. 

Ma il trascinatore non è necessariamente anche un leader. 

Nella concezione contemporanea il leader non è solo uno che dà l’esempio: il leader induce gli altri a fare cose, ad agire come corpo unico. 

Il leader per esempio determina un comportamento senza richiederlo. Oppure induce un pensiero, (di gruppo) o al momento opportuno sa indurre cambiamento. Il leader porta un gruppo a pensare prima ancora dei singoli, ad essere entità autonoma, un qualcosa di più della somma degli individui.

La differenza è sostanziale: negli sport di squadra, ma non solo, è meglio un leader che un trascinatore

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