La notte dell’Heysel: trauma e narrazione

La tragedia 

La sera del 29 maggio 1985 si consumò una delle più grandi tragedie del calcio italiano. Poco prima della finale di Coppa dei Campioni tra la Juventus e il Liverpool, un muro interno dello stadio Heysel crollò sotto il peso del pubblico, provocando 39 morti e almeno 600 feriti. 

Nella memoria collettiva di chi quel giorno era allo stadio, e di chi invece era solo lontano spettatore, quella vicenda venne registrata come un autentico trauma

Il trauma 

Migliaia di appassionati faticano ancora oggi ad avere un pensiero critico riguardo questa storia drammatica. Si dividono tra tifoserie scambiandosi critiche, accuse, veleni come se chi hanno davanti fosse in qualche modo responsabile dell’accaduto. 

Questo significa, evidentemente, che sono stati segnati da molto vicino: ossia che non sono ancora riusciti a elaborare la tragedia e sistemarla in qualche cassetto della mente. 

Il trauma dei presenti sopravvissuti sta tutto nelle immagini e nelle storie che abbiamo visto, sentito e risentito. Un tempo senza smartphones, in un paese straniero, con una lingua straniera. Nessuna organizzazione, tassisti arroganti, riconoscere i morti nelle tende di notte con l’aiuto di torce.  

E poi c’è il trauma di chi guardava in tv. Ritengo che l’aspetto che abbia favorito la registrazione traumatica sia stato da un lato l’esposizione non mediata all’evento. La tv quella sera ha fatto da finestra aperta sullo stadio. Se sotto casa c’è un incidente, per non vederlo devi chiudere la finestra: allo stesso modo quella sera gli spettatori avrebbero avuto come unica alternativa quella di spegnere gli apparecchi. Questo mi fa pensare, per esempio, a quei bambini che sono testimoni di atti violenti a casa, magari compiuti anche ai loro danni. Dover guardare impotenti senza poter fare o dire niente, perché non è previsto. Se ci pensate è la stessa cosa che è avvenuta la notte dell’Heysel: spettatori impotenti davanti ad una finestra.

Dall’altro lato, un secondo aspetto che ha favorito la registrazione traumatica, è stata la mancanza di preparazione della regia televisiva, che non è stata in grado di fornire una lettura ‘digerita’ al pubblico. 

Superamento del trauma e lettura narrativa 

Inserire un evento traumatico in una narrazione integrata della propria storia è la chiave per superarlo e non restarne vittima. 

Quello che è mancato a molti spettatori della notte dell’Heysel è la ricostruzione a posteriori: non tanto dell’evento in sé, quanto delle loro personali reazioni emotive e cognitive. Il sensazionalismo dei media, questo sì deprecabile, e molto, ha soffiato sul fuoco dell’evento mediatico, cavalcando la polemica tra le fazioni, e non accorgendosi che non sempre dire tutto quello che si può è meglio che dire quello che si deve.

Porre domande del tipo: ‘Cos’altro avrebbero potuto fare gli organizzatori?’ O ‘Cos’altro avrebbero potuto fare le società, i giocatori, gli spettatori sopravvissuti?’ Avrebbe certamente aiutato gli italiani a razionalizzare, ossia a trasformare una tempesta emotiva in pensieri, progetti, azioni. Ma non è stato fatto, e del resto non ci si può aspettare analisi, pensiero, restituzione da chi passa la vita a descrivere la polvere, senza mai chiedersi che cosa l’abbia provocata.

Non so se parlando della tragedia dell’Heysel sono riuscito a dire qualcosa che ancora non era stato detto. Sicuramente, però, sono riuscito a parlare del trauma, e di come anche un evento della vita quotidiana, se non correttamente elaborato, può diventare un insuperabile trauma personale e collettivo. 

Il Grande Torino: orgoglio e simboli di una città che non c’è più.

Sono molti i simboli di una Torino che oggi non c’è più. Potrei dire dell’Avvocato Agnelli, di Vincenzo Lancia, o di Gustavo Rol. Oppure potrei parlare di Rita Levi Montalcini, di Norberto Bobbio o di Valletta. Oppure ancora della bella Rosina, di Camillo Cavour o del famoso ‘bicerin

Il Grande Torino

Invece voglio partire dal basso, dal mito popolare per eccellenza: il Grande Torino

Il mito di questa squadra di calcio appartiene a, e si fonda su, due epoche storiche differenti: quella sportiva, che va fino al 4 maggio del 1949, data della tragedia di Superga, e quella successiva, che potremmo chiamare della memoria. 

La stagione sportiva del Grande Torino è entrata nel mito per lo straordinario numero di vittorie e di record macinati. Si tratta, tra l’altro, di cinque scudetti consecutivi, (a cavallo della guerra, ovvero con altri due non assegnati) e una fornitura di eccellenza di titolari alla squadra nazionale. Nessuno degli appassionati che ha seguito quei tempi è oggi in vita, nessuno può testimoniare di persona, ma gli almanacchi parlano chiaro: Roma, Milano, Firenze ecc… ad ogni trasferta erano lezioni per tutti. Ed è superfluo dire di come quelli fossero altri tempi: i campi, i palloni, le scarpe, tutto era diverso da oggi; Giocare novanta minuti era difficile, e mietere successi indisturbati, soprattutto in trasferta, lo era certamente ancora di più. 

Il quarto d’ora granata

E poi c’è la stagione della memoria. Si sa, quando perdiamo qualcosa, la idealizziamo: ma immaginate perdere qualcosa che era già idealizzata. La memoria collettiva dei tifosi del Torino, infatti, è piena dei rimpianti legati a questi personaggi straordinari. Io stesso ne so qualcosa, avendo militato nella squadra intitolata a Gabetto, uno di quegli invincibili. 

Nella memoria idealizzata del Grande Torino c’è un particolare, probabilmente la cosa più torinese che abbia mai sentito. E’ il quarto d’ora granata

Durante le partite in casa, allo stadio Filadelfia, ad un tratto un tale estraeva dalla tasca la sua cornetta da capostazione: si voltava verso i suoi beniamini e ci soffiava a gran forza. Lo squillo rimbombava per lo stadio, e svegliata da quell’acuto il Grande Torino, letteralmente, si trasformava. Cominciava così un terribile quarto d’ora, e per gli avversari erano dolori. 

Come dicevo il quarto d’ora granata è la cosa più torinese che abbia mai sentito. E’ un concentrato di determinazione e di responsabilità. E’ come la sveglia del capo famiglia, che vorrebbe dormire ancora un po’, ma sa che deve andare a lavorare per i suoi. 

Ecco un simbolo di Torino, (di una Torino che non c’è più?) la cultura del lavoro, la passione per il lavoro. Testa bassa, responsabilità, determinazione. Non c’è dubbio, il quarto d’ora granata non è entrato nel mito perché rappresenta il Grande Torino, ma perché rappresenta la cultura, il sentimento, l’identità profonda di una intera città.   

Avrei potuto parlare dell’Avvocato Agnelli, di Vincenzo Lancia, o di Gustavo Rol. Oppure di Rita Levi Montalcini, di Norberto Bobbio o di Vittorio Valletta. O ancora della bella Rosina e del suo mausoleo, di Camillo Cavour e le donne, del famoso ‘bicerin’, di Piero Angela, del Museo Egizio o della Mole Antonelliana

Ma ho voluto partire dal basso, dal mito popolare per eccellenza. E dal quel quarto d’ora di fuoco, in vero orgoglio e simbolo non solo del Grande Torino, ma dell’intero territorio che lo ha generato. 

Perché un leader è meglio di un trascinatore? L’esempio degli sport di squadra.

In tema di leadership è molto importante la differenza tra leader e trascinatore. Prendiamo ad esempio gli sport di squadra: un leader sovente è anche un trascinatore, ma non tutti i trascinatori sono dei leaders.

Molti credono che saper portare una squadra alla vittoria sia capacità di leadership. Che anche dare l’esempio sia leadership, che compattare lo spogliatoio sia segno di leadership, ecc… . Queste caratteristiche sono parzialmente anche quelle del leader, non c’è dubbio, ma sono soprattutto tipiche di un trascinatore. 

Il condottiero amato dal pubblico, che si ‘prende la squadra sulle spalle’, che suona la carica, quello è un trascinatore. 

Sia chiaro, il trascinatore è utilissimo ad un gruppo; inoltre è molto amato dal pubblico. 

Ma il trascinatore non è necessariamente anche un leader. 

Nella concezione contemporanea il leader non è solo uno che dà l’esempio: il leader induce gli altri a fare cose, ad agire come corpo unico. 

Il leader per esempio determina un comportamento senza richiederlo. Oppure induce un pensiero, (di gruppo) o al momento opportuno sa indurre cambiamento. Il leader porta un gruppo a pensare prima ancora dei singoli, ad essere entità autonoma, un qualcosa di più della somma degli individui.

La differenza è sostanziale: negli sport di squadra, ma non solo, è meglio un leader che un trascinatore

Ansia da prestazione e stress di gara. Un consiglio pratico: ‘je faccio er cucchiaio’.

Stress di gara

Per gli sportivi è consueto avere dei ‘momenti no’. Per alcuni arrivano in fasi particolari della stagione agonistica, come le eliminatorie, le finali, le olimpiadi, ecc. Per altri, invece, questi ‘momenti no’ sono più frequenti: si presentano all’interno di una partita o gara a seconda della posta in palio. Per esempio al tie -break per i tennisti, ai calci di rigore per i calciatori, o durante le fughe solitarie negli sport che le prevedono, come il ciclismo.

Gli atleti vulnerabili a questo tipo di stress soffrono di un’ansia da prestazione che potremmo definire ‘paura dell’ultimo giro’. E’ durante l’ultimo giro, infatti, che la mente dell’atleta è disturbata da stimoli che riducono la concentrazione e possono minare la self confidence.

La capacità di gestire questi stimoli, di ridurre il disturbo che essi determinano, può discriminare tra una bella vittoria e una brutta sconfitta.

Quindi come gestire lo stress di gara? Come ridurre l’ansia da prestazione?

I percorsi di auto aiuto

Va detto anzitutto che i percorsi di auto convincimento, o auto aiuto, per quanto utili in fasi standard della vita di un atleta, non lo sono nei momenti di crisi. Gli atleti sanno già che devono avere grinta e determinazione, che devono impegnarsi a fondo e credere nelle loro capacità. Ripeterselo ascoltando musica rilassate non aumenta la loro consapevolezza. La ’paura dell’ultimo giro’ è una forma di stress di gara che non viene controllata dall’auto convincimento, perché deriva da zone molto profonde della mente. In questi casi sarà necessario chiedersi perché sopraggiunga proprio in quella fase della gara, e per quale motivo. E che significato l’individuo attribuisca alla vittoria, al successo, piuttosto che alla sconfitta.

‘Je faccio er cucchiaio’

Nell’attesa di trovare queste risposte è necessario imparare a ingannare la mente. Per fare questo è necessario concentrarsi su un particolare che non riguardi il risultato, ma esclusivamente il gesto tecnico.

Il tennista al tie – break, per esempio, può pensare al vertice del campo, e dire a se stesso: ecco, adesso devo mettere la palla in quel punto. In questo modo la concentrazione si sposta dal risultato del tie – break all’obiettivo di mandare la palla nel punto definito.

Oppure il motociclista può pensare al cordolo: concentrarsi su una particolare manovra che riguardi il cordolo e dire, poniamo, al prossimo passaggio devo stare all’interno della pista. In questo modo la parte cosciente della mente è costretta a distogliere l’attenzione da ciò che viene da lontano, per mettere a fuoco il proposito stabilito.

Il migliore degli esempi possibili di questa tecnica è quello di Francesco Totti, ex giocatore della nazionale di calcio. Dovendo calciare un rigore decisivo prese la palla e disse ai compagni: ‘Adesso faccio il cucchiaio’. Posizionò il pallone sul dischetto, prese una breve rincorsa e colpì a pallonetto: come tutti ricordiamo segnò il rigore, ma soprattutto tenne fede alla promessa fatta ai compagni.

Ammetterete che spostare l’attenzione dal quel fatidico rigore e dalla sua importanza, al cucchiaio e all’impegno preso con i compagni, è un bel modo per incanalare lo stress di gara.

Consiglio a chiunque di provare.

Genitori e piccoli sportivi: sogni, speranze e delusioni.

Qual è il ruolo dei genitori nello sport dei bambini? La loro influenza può essere positiva o negativa?

Non c’è dubbio, molti genitori vedono nel rapporto tra i loro figli e lo sport un prolungamento del rapporto che essi stessi hanno avuto con quello sport.

Avviene per esempio di imbattersi in padri/allenatori che discutono di tattica con l’allenatore, in padri/ortopedici che delineano i tempi di recupero dei piccoli infortunati, in padri/motivatori che mandano i figli in campo come se fosse alla guerra.

Anche questo è un caso di ‘intrusione parentale’, ovvero di inserimento nella vita dei bambini di significati che non appartengono ai bambini, ma esclusivamente ai loro genitori.

Allora qual è il giusto ruolo dei genitori nello sport dei bambini?

Facciamo chiarezza. Non c’è dubbio che una parte considerevole dell’energia che un bambino mette in un’attività dipenda dall’entusiasmo con cui un genitore gliela propone. Inoltre il risultato conseguito dipende certamente anche dalle aspettative degli adulti. Ma questo non deve travalicare il senso personale che il bambino attribuisce ad un’attività, sport o passatempo che sia. I bambini e gli adolescenti cambiano idea rapidamente, a volte fanno qualcosa perché è la passione di un amico, o perché la fa il protagonista di un film che hanno amato. Questo è il motivo per cui l’adulto dovrebbe astenersi il più possibile da inserire significati personali nelle attività dei bambini.

Quando ci chiediamo qual è il giusto ruolo, la giusta posizione, dei genitori nello sport dei bambini, la risposta migliore è sempre la stessa: quello che lascia creare al bambino i suoi propri significati.

Questi significati possono essere superficiali o profondi, stabili o momentanei, non deve fare nessuna differenza. Il bambino deve poter vivere una sua attività investendola della sua propria energia non di quella di altri.

Sport: allenare la concentrazione

La concentrazione è la competenza più importante per uno sportivo.

Se le caratteristiche tecniche discriminano tra fuoriclasse e mediocre, tra professionista e dilettante, e tra cultore e appassionato, la concentrazione discrimina in maniera trasversale nelle categorie, ed è l’unico talento capace di consentire un salto di qualità ad uno sportivo.

Saper gestire la concentrazione durante un evento può significare per un atleta rendere al suo massimo. A tutti è noto quali scherzi possano giocare ansia, preoccupazioni o stress, mentre chi sa concentrarsi al momento e nel modo giusto riesce ad esprimere il cento per cento in ogni situazione, e non per esempio, ‘solo’ in allenamento o nelle gare eliminatorie.

La concentrazione è ‘allenabile’. Come tutte le competenze cerebrali, la concentrazione può essere potenziata, con ricadute assai positive sulle prestazioni.

Lo sport è passione, dedizione, cura dei dettagli. E la concentrazione è quel dettaglio che può valere il dieci o il quindici per cento del totale, ovvero il dettaglio che può trasformare una sconfitta in una vittoria.

Foto di Rawan Yasser via Unsplash