Alzheimer: come aiutare i caregivers?

Rabbia, impotenza, disperazione, questi alcuni dei vissuti più diffusi tra chi si prende cura di un paziente che soffre di Alzheimer, o di un’altra forma di demenza

Il caregiver del paziente Alzheimer ha davanti a sé una realtà duplice: da una parte vede i propri sforzi svanire come gocce d’acqua nel mare, davanti al peggioramento inarrestabile della malattia, dall’altro sente le proprie energie diminuire sempre più, nel mix di dolore e smarrimento che lo coglie ogni volta che si relaziona il paziente. 

Come aiutare i caregivers dei pazienti Alzheimer

Posto che un aiuto concreto dovrebbe riguardare la presa in carico complessiva del paziente e della famiglia, in termini di banca del tempo o di servizi specifici, (in alcuni contesti questo si fa anche molto bene) per quanto mi riguarda devo limitarmi agli aspetti ‘psi’ dei caregivers. E segnalare che vivere con un paziente di questo tipo è invalidante per l’intero nucleo famigliare. L’entusiasmo si sgretola ogni giorno e lascia posto all’angoscia; L’affetto per il malato fa sorgere un dolore sordo e disperante. 

Per questo sarebbe necessario sostenere psicologicamente i caregivers: in maniera individuale, e ciascuno per il tipo di ruolo che è chiamato a ricoprire nell’equilibrio domestico. Ma i caregivers faticano a lasciarsi andare, faticano a farsi aiutare. 

Vorrei sottolineare con la massima delicatezza possibile che lasciarsi sostenere è fondamentale per il benessere del caregiver, ma anche per quello del paziente. Perché il caregiver sfibrato, alla lunga, cessa di essere utile. 

‘Nonno mi prendi in braccio?’ Le istanze educative dei nonni (troppo spesso negate).

I nonni hanno una funzione educativa che troppo spesso viene negata. 

La pretesa di molti genitori è che i nonni siano di aiuto, ma non invadenti, che sostengano senza intralciare, che facciano molto, ma che parlino poco. 

In breve che forniscano fondi ed energie, ma che non pretendano niente in cambio. 

La dinamica educativa, tuttavia, non è sempre asettica, e questo schema non può essere attuato a comando. Tutti concordano sul fatto che debbano essere i genitori a definire le linee educative dei bambini, ma questa asserzione di massima si scontra con la realtà dei fatti. Se un bambino trascorre più tempo con i nonni che con i genitori, va da sé che le istanze educative si trasferiscano sui nonni. Ovvero che i bambini ne acquisiscano aspetti culturali, morali, comportamentali.

Quando in tv inquadrano un politico, per esempio, e il nonno impreca in dialetto, il nipote ne viene colpito, anche se quel politico è molto amato da suo padre. Allo stesso modo se i nonni hanno verso gli immigrati per strada atteggiamenti diversi da quello dei genitori, i bambini ne restano incuriositi, toccati. Vale anche per il rapporto con le tasse, o con le multe, ecc… quando i bambini trascorrono molto tempo con i nonni, acquisiscono da loro molto più di quanto i genitori vorrebbero, perché le istanze educative non si limitano alle regole, riguardano atteggiamenti verso la morale, verso le altre persone, verso la società. 

La funzione educativa dei nonni, in altre parole, è più estesa e pervasiva di quanto si pensi. Da un punto di vista relazionale, inoltre, aspetti educativi possono passare attraverso l’imitazione, o se vogliamo l’identificazione.

Tutti abbiamo visto nipoti camminare come i nonni, o sbattere gli occhi, o fare movimenti con le spalle. Una parte importante dell’apprendimento si fa per imitazione, identificandosi nell’altra persona. 

Quando in una classe di danza arriva una ragazza più brava molte allieve ne acquisiscono le movenze; Quando in una redazione giornalistica arriva un nuovo direttore molti prendono a usare il suo stesso tono di voce: per alcuni può essere piaggeria, ma per altri è una forma di identificazione inconsapevole.

Un tempo, ricordo, la gente diceva ‘mi consenta’ o ‘consentitemi’ alle assemblee di condomino o nelle discussioni al bar. Era quando andava di moda un uomo politico che usava espressioni di questo tipo. Quelle persone non volevano rendersi ridicole, volevano essere autorevoli o eleganti, e imitavano senza accorgersene quel politico.  

Così i nipoti che stanno a lungo a contatto con i nonni possono acquisire loro aspetti morali o culturali attraverso questo meccanismo. Significa che le istanze educative dei nonni si estendono ben oltre il previsto (e voluto) da parte dei genitori. 

Body shaming: come aiutare le vittime?

Il body shaming è un fatto di bassa autostima. Di chi lo fa, e, semplificando enormemente, anche di chi ne resta ferito più del dovuto. 

Valutare le persone sulla base del loro aspetto fisico non è solo una mancanza di tatto. Non tutte le persone istruite denigrano chi ha studiato meno di loro, non tutti i ricchi  deridono i meno ricchi, non tutti i dotati di charme irridono chi ne è privo. La differenza tra le due posizioni non sta unicamente in una generica ‘mancanza di tatto’. 

Combattere battaglie impari non è segno di cavalleria, ma combattere battaglie impari deridendo l’avversario è persino peggio. Invidia, cinismo e viltà sono gli ingredienti fondamentali della personalità di chi si muove in questo modo.

Essere eccessivamente vulnerabili ai loro attacchi, di contro, evidenzia qualche nervo scoperto. Se chi appartiene alla classe media dovesse sentirsi offeso ogni volta che vede sfrecciare un’auto di lusso, potrebbe viaggiare bendato. Fate voi altri esempi. 

Avere un’immagine sicura di sé significa essere inattaccabili dall’esterno. Significa saper assorbire gli attacchi più duri, diciamo pure i più vili, senza esserne scalfiti. 

Come aiutare la vittima di body shaming? Questo comportamento sadico e vile ferisce, purtroppo, maggiormente dove trova più terreno fertile. Di conseguenza quando siamo difronte ad un soggetto che tende a sentirsi fortemente offeso dal body shaming, il modo migliore è aiutarlo a strutturarsi di più. L’obiettivo non è che non venga più attaccato, ma che impari a respingere gli attacchi, ovvero che non ne venga ferito. 

Si possono immaginare percorsi di psicoterapia ad hoc, oppure percorsi brevi finalizzati. Una forma di psicoterapia eccezionale è quella orientata al transfert: secondo me in questi casi potrebbe essere molto utile in breve tempo. 

Se per togliere un uomo dalla povertà, si diceva un tempo, si debba regalargli una canna da pesca e insegnargli a pescare, allo stesso modo per fronteggiare efficacemente e nel lungo periodo il body shaming si deve insegnare alle vittime a respingerlo al mittente. Anzitutto non lasciandosene ferire. 

Alzheimer: la tragedia degli uomini senza memoria (e delle loro famiglie).

In Italia più di un milione di persone soffre di una forma di demenza, e per almeno la metà di essi questa demenza è l’Alzheimer

La causa dell’Alzheimer è la formazione di piccoli grovigli della proteina beta-amiloide, le cosiddette placche, che ostacolano, e alla lunga bloccano, la trasmissione neuronale. 

La condizione è irreversibile: comporta un’involuzione progressiva del quadro che va da piccole dimenticanze delle informazioni appena registrate, o del ricordo della posizione in casa di oggetti di uso quotidiano, (fasi 1,2) a compromissioni gravi dell’autonomia individuale (fasi 6,7).

Che cos’è un uomo senza memoria? E’ un essere senza identità. Senza memoria un essere umano non è presente a se stesso, può rispondere si o no senza neppure sapere il perché. Secondo alcuni il malato di Alzheimer è molto più simile al bambino che all’adulto, perché ignaro di ciò che è stato ed è, nonché di ciò che è in grado di fare.  

La parte peggiore, tuttavia, riguarda i caregivers, ovvero i familiari del malato di Alzheimer. Essi vivono una condizione disperante. Non hanno tempo per loro stessi, perché la giornata è completamente dedicata alla cura del malato; E sono costantemente avviliti dalla frustrazione, a causa degli sforzi economici, e soprattutto dal vedere il loro caro peggiorare di giorno in giorno. 

Per quanto ogni sforzo debba essere profuso per ricercare una cura per ogni forma di demenza, e soprattuto per l’Alzheimer, va ribadito con forza che anche la cura e il sostegno dei caregivers deve essere centrale. Perché l’unico vero sistema che sostiene il malato è il sistema famiglia, e per niente al mondo deve essere lasciato crollare. 

Cyberbullismo: un fenomeno tra ragazzi impauriti e adulti ignari.

Molti fenomeni sociali si sono spostati sul web: così è nato anche il cyberbullismo

Non significa che il bullismo classico non esista più, tutt’altro, ma che ad esso vada aggiunto anche quell’universo di dinamiche online, che per l’appunto prende il nome di cyberbullismo

Storicamente il bullismo aveva luogo per lo più a scuola o nel tragitto tra casa e scuola. Infatti è quello il contesto in cui bambini e adolescenti sono indotti a stare insieme anche in assenza di motivazioni intrinseche, come potrebbe essere un corso pomeridiano di musica, di arti marziali o di danza.

Il cyberbullismo può attuarsi in diversi modi, tra cui l’uso di programmi di messaggeria e i commenti ai post sui social networks. 

Maschi e femmine usano modalità diverse di relazione, e quindi anche diversi modi per attaccarsi a vicenda. Ne consegue che anche il cyberbullismo assuma connotati diversi se fatto da maschi o da femmine. Mi occuperò di questo in un altro spunto. 

Vorrei qui soffermarmi su un aspetto molto importante del bullismo, che vale anche per il cyberbullismo. Nella maggior parte dei casi di prevaricazione o vittimizzazione gli adulti interessati (genitori di vittima e bullo, e insegnanti) asseriscono di non essere a conoscenza del fenomeno, mentre i ragazzi sostengono di aver segnalato poco o per nulla il loro problema. 

Quindi bullismo e cyberbullismo avvengono nel silenzio, direi quasi nell’ombra. Significa che ogni genitore fiero che il propio figlio sia spigliato e sicuro di sé potrebbe ignorare che egli perpetri atti di questo tipo, così come ogni genitore che sa di avere un figlio tranquillo e pacifico potrebbe non sapere che talvolta egli è vittima di qualcuno. 

Il mio compito qui non è allarmare, ci mancherebbe altro, ma evidenziare. E voglio mettere in evidenza come non sapere dell’esistenza di un problema non corrisponda necessariamente all’assenza del problema. 

Bullismo e cyberbullismo creano disagio e sofferenza. Ogni anno in Italia circa 200 ragazzi sotto i 25 anni si tolgono la vita, e in molti casi uno dei fattori scatenanti è il bullismo. Per questo è molto importante cercare e affrontare il fenomeno. 

Esorto pertanto a considerare questa dinamica vigliacca tra adolescenti come una delle componenti della loro vita, come gli innamoramenti, le fughe da scuola, le prime sigarette. E se questa dinamica assorbirà poca o molta parte della loro energia (o per nulla) sarà effetto dell’interesse e dell’intervento degli adulti. 

Rifondare l’umanesimo: l’umanesimo è un femminismo (che parla di violenza di genere)

Julia Kristeva ci ricorda che l’umanesimo, come tutte le filosofie, si sviluppa per rotture e innovazioni, anzi è in continua rifondazione. 

Il modo migliore per rifondare l’umanesimo è applicarlo ogni giorno: metterlo come il prezzemolo sui piatti poco saporiti, condire la società. 

Se l’umanesimo è un femminismo, prima ancora di emancipazione femminile, di parità salariale, di diritto alla maternità, dovremmo parlare di violenza di genere. 

Osare l’umanesimo nei rapporti di genere è anzitutto fare un discorso sul diritto di proprietà: una compagna non è una ‘cosa’ di cui si dispone, come un vestito, una casa, una somma di denaro. Avere la proprietà di un bene significa che se serve si tiene; Se non serve si getta via, si regala, o si distrugge. 

Una compagna non è una ‘cosa’ di proprietà, non si distrugge quando non se ne riconosce più il valore.  

L’umanesimo, oggi, è un femminismo, e parla di violenza di genere. Rifondare l’umanesimo è applicarlo in questa attuale società. Anche quando è un po’ scomodo.  

Infedeltà sul posto di lavoro. Quando troppe fantasie denotano un problema di coppia.

Tutti hanno fantasie. Fantasie di aggressività, come per esempio quella di insultare chi ti taglia la strada, fantasie alimentari, come il desiderio improvviso di mangiare un cibo particolare o bere alcolici, fantasie erotiche

Una fantasia non è un comportamento: nei casi summenzionati è una fortuna limitarsi alle fantasie. Immaginiamo cosa accadrebbe se tutte le volte che sentiamo l’impulso di colpire una persona scortese, poniamo, in posta o in panetteria, non sapessimo trattenerci. 

A ben guardare una fantasia non è neppure un pensiero vero e proprio, intendo un pensiero strutturato. ‘Pensare’ qualcosa è darle corpo, almeno nella nostra mente. Facciamo un esempio. Un individuo ha la fantasia di assistere al concerto del cantante tal dei tali. Immagina se stesso in compagnia della persona x o y in prima fila, di cantare con lei le canzoni di quel cantante, di passare una bella serata.

Il pensiero che potrebbe dare corpo a questa fantasia è: reperire i biglietti, invitare la persona, trovare parcheggio vicino al teatro. Ovvero la struttura minima, magari già in sequenza, delle immagini che possono concretizzare la fantasia. 

Per trasformare il pensiero in realtà, poi, servirà un piano d’azione. Sarebbe a dire le sequenza dei comportamenti, delle azioni concrete, che porteranno alla meta. 

In questo modo si vede che avere fantasie di infedeltà non è infedeltà, o per lo meno non ancora. Proprio perché per concretizzare una fantasia c’è bisogno anzitutto del pensiero, e poi di un piano di azione. 

Avere molte fantasie ricorrenti dello stesso genere, tuttavia, denota senza dubbio un qualche nervo scoperto. Fantasie ricorrenti legate al cibo o al consumo di alcolici possono fare pensare ad un problema irrisolto in quel campo, o fantasie relative ad aggredire una persona che ci sta antipatica a qualche problema con la gestione della rabbia e dell’aggressività. 

Così avere ricorrenti fantasie di infedeltà, soprattutto sul luogo di lavoro, può denotare qualche problema di coppia. Sottolineo l’elemento ‘sul luogo di lavoro’ perché è un contesto non del tutto appropriato.  

Mi spiego meglio. Entrare in pasticceria ed essere assaliti dalla fantasia alimentare non è patologico. Ben diverso è sentire lo stesso impulso in metropolitana o sull’aereo. Sul luogo di lavoro (in genere) le persone ci si recano per fare un’attività lavorativa, non per praticare infedeltà: la fantasia di infedeltà al lavoro è, sostanzialmente, fuori contesto. 

Riassumendo: la fantasia non è un pensiero né un piano d’azione, ma avere frequenti fantasie di infedeltà può indicare un problema di coppia, specie se riguardano il contesto lavorativo. 

Adolescenti in rete. Quando il numero di likes è scambiato per valore individuale.

Molti adolescenti confondono il numero di likes con il valore di una persona. 

La competizione tra pari sui social networks è più pericolosa e subdola di quella che avveniva nel buio delle discoteche, perché è impietosamente pubblica. 

Se un adolescente diffonde una sua foto, e riceve, poniamo, 1000 mi piace, gli amici saranno costretti a fare i conti con questo dato. Se la loro foto non sarà apprezzata altrettanto si creerà inevitabilmente una gerarchia. 

Le gerarchie c’erano anche quando i ragazzi socializzavano in discoteca, ma lì era buio, ognuno era impegnato a fare per sé, e all’uscita realtà e finzione si mescolavano nei racconti, nell’assenza di reali controprove. 

Sui social networks invece non si può mentire: le controprove sono sempre lì, davanti a tutti. 

Molti giovani finiscono così con l’equiparare il valore individuale al numero di mi piace, dove ricevere pochi apprezzamenti significa sentirsi sminuiti nel gruppo di pari. 

La sfida che hanno davanti a loro questi ragazzi, e quindi i loro genitori, è quella di scindere l’apprezzamento pubblico dalla consapevolezza di sé. Il valore di un individuo non può essere valutato dal numero dei likes che riceve, soprattutto se essi sono giudizi vuoti, non spiegati, non motivati da altre valutazioni. 

Mamme sotto stress. Il sovraccarico mentale come fattore di rischio.

Il sovraccarico di molte mamme odierne è un fattore di rischio per il loro equilibrio mentale

La distribuzione degli impegni dei figli nell’arco dei sette giorni, diversamente da quanto avveniva un tempo, è parte integrante di questa condizione. Oggi il sistema famiglia deve adeguarsi in modo diverso, e non sempre purtroppo le mamme trovano l’adeguato sostegno. 

Le ricadute sulla salute mentale vanno dai problemi del sonno, in genere i primi a comparire, ad ansia generalizzata, a umore altalenante, fino alle caratteropatie. 

Le mamme sotto stress sentono di essere meno lucide, risolvono i problemi più lentamente di prima, e hanno la sensazione che senza il loro contributo tutto può fermarsi. E’ importante sottolineare che queste mamme non sono più stanche fisicamente, il loro sovraccarico è mentale. 

L’aiuto che dovrebbero sollecitare è nel funzionamento del sistema famiglia, del resto lo stesso che le ha condotte a questa condizione perché incapace di sostenerle adeguatamente. Se il sistema è assente, queste mamme devono trovare il modo di scegliere quali impegni dei figli continuare a gestire, e quali invece rimandare al futuro. 

Per la loro salute mentale, e naturalmente per quella dei loro figli.  

Quali sono gli stili paterni? Il padre remissivo: l’uomo senza autorità nelle coppie non violente.

Definisco padre remissivo l’uomo del quieto vivere nelle coppie senza violenza di genere.

Quando una coppia ha piccoli squilibri può darsi che una delle due parti, in questo caso l’uomo, faccia un passo indietro. In questo modo la bilancia resta in equilibrio, ma è una forzatura.

Il padre remissivo sente che la sua autorità è messa in discussione e pian piano smette di esercitarla. La legittimazione e il riconoscimento reciproco sono alla base del vivere democratico in coppia. Dico vivere democratico perché il padre remissivo non è presente nelle coppie violente, in cui c’è violenza di genere.

Per uscire dall’angolo il padre remissivo deve anzitutto recuperare credibilità all’interno della coppia. La credibilità sui figli è solo una conseguenza. La cosa importante, quindi, sarà capire cosa egli significhi ancora agli occhi della compagna, che infatti sovente è la prima che lo dileggia o sminuisce.

In questi termini si capisce perché ho detto che il nuovo equilibrio è una forzatura: perché è un adattamento ad un problema di coppia, che prima o poi farà saltare il banco.

Quando un uomo è eccessivamente remissivo, quindi, nei rapporti di coppia e nei confronti dei figli, è perché qualche ingranaggio, da qualche parte, ha smesso di funzionare da tempo. Per questo sarebbe utile un accompagnamento di coppia, ma ancora di più un sostegno dal punto di vista individuale, per aiutarlo a rafforzare i punti in cui risulta più vulnerabile.