L’autosabotaggio

L’autosabotaggio seriale è la conferma di un’ipotesi su di sé. 

Alcuni individui attuano regolarmente comportamenti che fanno saltare piani ormai conclusi: sono i peggiori nemici di loro stessi. 

Questi individui sono scissi tra due o più idee che li riguardano: si tratta di teorie che si escludono a vicenda, e che pertanto sono fonte di travaglio e sofferenza.

(Preciso che sto parlando dell’autosabotaggio seriale perché un singolo evento di autosabotaggio potrebbe essere un fatto di autodifesa, come un lapsus o un atto mancato, ma è fatto più raro, e dal mio punto di vista non patologico, non patogeno, non degno di particolare attenzione.)  

‘Io non sono capace’

Una di queste teorie recita cose del tipo: ‘tu sei un buono a nulla’ oppure ‘chi ti credi di essere, non sei nessuno’ o ‘non sei mai stato capace di fare cose di questo tipo’ ecc… Si tratta di teorie che negano il valore individuale, sono svalutanti o denigranti. Questa narrazione interna convive, da qui arriva il disagio, con un’altra (o più d’una) che al contrario è positiva, che sottolinea la forza e la competenza dell’individuo, che afferma la sua bravura o abilità in qualche ambito. Queste due (o più) teorie, come si vede, non possono convivere. Se intendo, poniamo, scalare una montagna, ma dentro di me c’è un’idea fissa che dice ‘non ci riuscirai mai, chi ti credi di essere’, e al contempo ce n’è un’altra che dice ‘sei bravissimo, ce l’hanno fatta in molti, puoi farcela anche tu’, a chi devo dare ascolto? Se riuscirò nell’impresa dovrò sconfessare una delle due, se non ci riuscirò dovrò sconfessare l’altra. 

Identificazione inconsapevole

Gli autosabotatori hanno sovente avuto un genitore svalutante, violento/aggressivo o denigrante/infamante. (Dico genitore ma intendo caregiver o Altro significativo, non è necessariamente detto che si tratti di un genitore, anche se per lo più è così.) 

La deprivazione affettiva, la spoliazione, o l’intrusione parentale realizzata dal genitore (suo malgrado, molto probabilmente) ha condotto il figlio ad una sorta di identificazione inconsapevole. Il figlio prende le distanze dal genitore, talvolta in maniera netta, se non violenta, ma ne è invaso: la sua identità ne è costituita, la sua personalità ha fatto proprie le teorie del genitore svalutante

L’identificazione inconsapevole con il genitore deprivante, elemento costitutivo  degli spoilt children, è alla base dell’autosabotaggio. 

Il progetto di vita dell’autosabotatore deve essere cambiato anzitutto estraendo dalla sua personalità, dalla sua narrazione interna, la parte costituita da quel ‘tu non sei capace’ che non gli appartiene, e che è frutto del troppo amore che egli ha avuto per quel genitore inadeguato, ma col quale egli è così fortemente identificato. 

Cos’è il food porn?

C’è qualcosa di erotico e al contempo di perverso nel mostrare in rete il piatto che si sta per mangiare. La foto del cibo può scatenare due reazioni: suscitare la fame in chi in quel momento non sente di averla, provocare invidia in chi non può permettersi quel boccone, non dico subito, neppure più tardi. 

Esibizionismo

Esibire qualcosa di sé per ricavare piacere dalle reazioni altrui è una delle più controverse dinamiche umane, e il food porn è lo spostamento sul cibo di questa modalità comportamentale. Tutti devono nutrirsi per sopravvivere, pertanto quale vantaggio ottengo dal gridare al mondo che sto per farlo? O forse dovrei comunicare anche che sto per fare una doccia, o sto per recarmi alla toilette, così da ingelosire il prossimo? Assolutamente no, il food porn è ben altra cosa: scatena reazioni violente anzitutto in chi lo fa, in chi posta le immagini del cibo che ha sotto il naso; E poi c’è chi guarda, e magari mette un like. Ma questo è un altro discorso. 

Erotismo alimentare/disturbo alimentare

Lasciando per un attimo da parte le considerazioni su chi è costretto (suo malgrado?) a osservare e commentare queste immagini, ossia tutto quello che può andare dal voyeurismo all’invidia penis,credo sia importante restare ancora un attimo sull’autore del food porn.  

‘Pizza’ in Italia codifica per ‘piacere’. Non c’è italiano che sappia fare la domanda: ‘stasera pizza?’, senza già sorridere con gli occhi. Ci avete mai fatto caso? Di conseguenza postare la pizza appena sfornata ha un significato fortemente condizionante. Gli stimoli emotivi e affettivi che possono essere elicitati da una pizza fumante posata su una tavola vanno (per noi italiani) dalla cucina della nonna alla partita della nazionale con gli amici, dall’appuntamento con la prima fidanzata, al dopolavoro con i colleghi. E via di questo passo. 

Cibo uguale gioia, felicità, affetto, equazione italica per eccellenza, non deve diventare cibo uguale riempire il vuoto affettivo, equazione costitutiva del disturbo alimentare. 

Il rischio che si corre con il food porn, in altre parole, è quello di investire un’azione consueta, per quanto importante, come quella del cibarsi, con significati aggiunti che non le appartengono, come quelli profondi e massimamente deprivanti che legano cibo e vuoti affettivi. 

Siamo così passati dal sorridere di un termine vagamente esotico ‘food porn’ che sa un po’ di commedia all’italiana, al prenderne un pochino le misure, le distanze, perché potrebbe nascondere insidie e indurre in qualche errore di valutazione. 

Ma ciò non significa che non dobbiamo usarlo, o commentarlo magari anche con grande ironia. Anche in questo consiste la filosofia ‘Sloweb’: conoscere è il primo passo per un utilizzo consapevole.

Il narcisista e la sua distruttività

Un narcisista può distruggere un amore, un’amicizia, un’intera collettività. 

Il disprezzo che il narcisista è in grado di scatenare quando sente di non essere al centro dell’attenzione, di non essere riconosciuto come il migliore, il più bello o il più speciale, può assumere caratteristiche devastanti, per chi ha intorno e di conseguenza anche per se stesso. 

Avere una personalità narcisistica non è una cosa positiva, molto spesso è sinonimo di infelicità.

La vittima del narcisista

La vittima del narcisista, sovente un partner, è esasperata. Vaga alla ricerca di una modalità definitiva per soddisfare questo individuo, senza trovarla, perché non esiste. 

Il vuoto cosmico del narcisista è una fame antica di sguardi e carezze che non dipendano dalla sua esteriorità, o dall’esteriorità di ciò che fa, ma dal valore intrinseco di individuo che egli è. La vittima continua a rinforzare il narcisista su aspetti esteriori del suo operato, come da sua apparente richiesta, rafforzandone, però, in questo modo, la modalità narcisistica e soprattutto scavandone ulteriormente il buco nell’anima. 

Al termine di una relazione, la vittima è stremata, ha perso ogni stima di sé, perché ha visto il proprio amore incapace di soddisfare. Al termine di un’amicizia le vittime del narcisista si sentono svuotate, ma al contrario del partner in loro non c’è delusione, ma solo acredine. 

Un narcisista può anche guidare una collettività, ed il caso peggiore. Quando il narcisismo maligno si scatena, la sua furia può distruggere un intero popolo.  

Esiste un narcisismo buono? 

A questo punto una discussione di buon senso è: esiste una forma moderata, adeguata, sana di narcisismo

Ora, un individuo che non pretenda di essere al centro dell’attenzione, o di essere servito e riverito, o che in una discussione non pretenda di avere ragione a priori non dovrebbe neppure acquisire titolo di narcisista. Del resto se parliamo di una incapacità di relazionarsi con gli altri da pari a pari, di ascoltare e mettersi in relazione, di aprirsi ad un confronto, ‘narcisismo’ è una condizione regressiva, che può essere anche patologica a seconda dei casi. 

Tuttavia amo molto riferirmi a competenze narcisistiche, tratti narcisistici, diciamo pure attitudini narcisistiche come a qualcosa di vitale per l’individuo, se non di profondamente salvifico. 

Se non esiste un ‘narcisismo sano’, credo ci possa essere una modalità di ‘sano narcisismo’: ossia un approccio alle cose e alle situazioni che sia di serafico distacco e di ironica superiorità. Forse qualcuno ha già capito dove voglio arrivare. 

Sognare i genitori morti: il senso di colpa

Recentemente un paziente di circa quarant’anni mi ha raccontato di essere ossessionato da un sogno ricorrente: nel sogno lui e la sorella minore sono bambini, giocano nel giardino della casa di campagna dei nonni. Un normale ricordo d’infanzia, infatti erano soliti passare così le estati dopo la scuola. Ad un tratto arriva il padre, che in realtà nei giorni in cui è ambientato il sogno è già morto da alcuni mesi, e comincia ad arrabbiarsi moltissimo. Scaraventa la bicicletta in un angolo del giardino, requisisce alcuni giocattoli, minaccia di bucare il pallone con un cacciavite. Il mio paziente è terrorizzato, ma il padre, in preda all’ira, tace il vero motivo della sua collera. Il paziente nel sogno sente di essere in colpa: sa di essere colpevole di qualcosa, che non saprebbe individuale. Il sogno in genere si interrompe sempre a questo punto, e al risveglio il paziente ha un attacco di panico, il problema di cui soffre, e per il quale si è rivolto a me.  

Un’altra paziente invece, una donna sulla trentina, mi ha riferito un sogno piuttosto simile nei contenuti emotivi. Nel suo caso questo sogno era presente già da adolescente, dopo che la madre morì improvvisamente per un malore. Nel sogno la paziente è una giovane che sta per sposarsi. Vestita da sposa entra in chiesa accompagnata dal padre, e comincia a percorrere la navata centrale tra due ali di invitati. Ad un tratto la paziente ricorda di avere un impegno che stava per dimenticare, e pertanto non può sposarsi proprio oggi. Nel sogno non ricorda di cosa si tratta, ricorda solo di essere assalita da un’angoscia terribile. Il peso è troppo forte, si sente schiacciare, non può sposarsi. La paziente lascia la cerimonia prima di arrivare all’altare, scappa fuori dalla chiesa. Al risveglio, oggi, come quando era adolescente, la donna è preda di terribili sensi di colpa, così deve chiudersi in cucina e mangiare: alcune cose dolci e poi alcune cose salate, poi di nuovo un po’ di cose dolci, e così via. Fino a quando quel senso di vuoto nello stomaco sembra essersi ridotto. A quel punto, prima che cominci la digestione, corre in bagno e si libera.    

Sognare genitori defunti, come si vede, può diventare un’ossessione tutt’altro che piacevole. 

Ruggini e incomprensioni

Alcune storie famigliari, si sa, sono state molto travagliate: ricche di dissidi, contrasti, incomprensioni. E non di rado, al momento della scomparsa di un membro della famiglia, i malumori erano ancora forti. In quei casi la morte di un genitore ha portato con sé una parte di non detti, di incomprensioni, di pretese di rivalsa, (per non dire di vendetta.) 

Alcuni individui hanno odiato fortemente i propri genitori, arrivando ad augurare loro del male, a causa di dissidi di cui neppure erano responsabili. 

Pensiamo per esempio ai figli non attesi, non desiderati, oppure nati da avventure extraconiugali. Non è detto che siano accolti con piena felicità e senza remore.  

Colpa

E’ così che il dubbio entra a fare parte della vita famigliare. E con esso il senso di sfiducia, per non dire del timore di essere fregati, ossia del complotto, della macchinazione. E’ il grande mondo della colpa e delle sue conseguenze. Che si trasmette da una generazione all’altra, perché se un genitore guarda un figlio con delle remore, sarà guardato da quel figlio con delle remore. E quando quel genitore non ci sarà più, chi saprà sostenere l’angoscia di tutti quegli anni di incomprensioni? 

Provare colpa per un genitore defunto, avere recriminazioni per cosa si è fatto e cosa si poteva fare, per cosa si è detto e invece si è taciuto, è una delle costanti più devastanti della vita adulta. 

Sognare un genitore dopo la sua morte, così, non acquista valenze prodigiose o divinatorie, ma esplicita quei tormenti che altrimenti resterebbero inespressi. Avere un disturbo da attacchi di panico o un disturbo alimentare può essere legato a sentimenti di colpa verso qualcosa del nostro passato con cui non abbiamo totalmente fatto i conti. Per questo vale la pena dedicarci un po’ di tempo, prima o poi. 

Smart working: il problema della leadership

La leadership è sostanzialmente una forma di saper essere, e non è dato saper essere se non ‘in presenza’. 

Se pensiamo ai grandi cambiamenti avvenuti nel mondo in questi ultimi anni, dall’11 settembre alle grandi crisi economiche, dalla pandemia da Covid-19 alla guerra in Ucraina, possiamo costatare che sono state tutte situazioni nuove, impreviste e inattese, almeno nei termini in cui si sono verificate. Significa che i leaders che le hanno dovute affrontare, per quanto fossero preparati, esperti, ben consigliati, hanno dovuto far da sé: hanno dovuto ricombinare le loro competenze per escogitare, ex novo, delle strategie di azione efficaci. Leader non è uno status, ma una forma di saper essere, soprattutto al momento giusto. 

Leader sheep 

Il termine leadership fa riferimento al guidare. Ogni pastore guida le pecore a modo proprio, e sono pronto a scommettere che ci siano tanti modi di guidare un gregge quante sono le combinazioni tra tutti i pastori e tutti i greggi possibili, ossia pressoché infinite. In una valle, per esempio, potremmo avere un pastore irascibile che bastona il suo gregge, che è composto poniamo da individui molto vivaci; Mentre in un’altra potremmo avere un pastore più tranquillo, che ama chattare con gli amici mentre lavora, e che invece ha un gregge di individui più mansueti. Se scambiassimo di posto i due pastori ciascuno cercherebbe di portare nel nuovo gregge il suo specifico modo di lavorare, adattandolo al nuovo gruppo. Suppongo che ne nascerebbe una modalità completamente nuova di guida, ossia una nuova forma di leadership.

Smart working 

Lo smart working, è la delocalizzazione della produzione applicata non ad uno stabilimento o ad un processo produttivo, ma a ciascun individuo. Va da sé che lo smart working (almeno nelle intenzioni) massimizzi i benefici per i dipendenti e minimizzi i costi per l’azienda; Ma al contempo scheletrizza le dinamiche umane del lavoro trasformandole in mere interfacce utente. (Indagherò altrove gli aspetti della comunicazione non verbale o dell’emotività nel lavoro a distanza, ma anche questo è molto interessante: se gli scambi sono interfacce tra utente e macchina, all’altro capo della comunicazione chi si accorgerà se sono nervoso, arrabbiato o una comunicazione ha colpito nel segno?) 

Insomma, come già evidenziato in precedenti contributi lo smart working ha parecchi aspetti negativi: uno di questi riguarda la leadership e i rapporti tra leader e followers.

Impara con gli occhi, si diceva un tempo. Alcuni leader sono in grado di indurre cambiamenti nei loro followers, di farli crescere. E senza proporre loro libri da leggere o corsi da seguire: solamente lavorandoci vicino. La capacità di stimolare gli altri, pungolarli a tal punto da fare crescere in loro il desiderio di migliorarsi, non è cosa che si possa esercitare a distanza. Leader non è uno status, come abbiamo detto, ma un modo di saper essere. Chiedete alle grandi aziende, se non è così. 

Pseudo adattamento: il migrante lacerato tra la cultura madre e la nuova condizione matrigna.

Ogni migrante vive una lacerazione interna: tra l’identità della sua terra di origine, a cui sente profondamente di appartenere, e che non vuole tradire, e l’identità del luogo che lo ha (più o meno calorosamente) accolto. Mi riferisco qui sia ai migranti che lasciano Paesi lontani per raggiungere il ricco (ai loro occhi) Occidente, sia ai migranti domestici, che si spostano all’interno dello stesso Paese, per ricongiungere un amore, o per motivi di studio o lavoro.    

Questa lacerazione interna può trovare diverse forme di integrazione. Può esserci un’adesione totale al nuovo, con rigetto di tutte le componenti della cultura di provenienza. In questo caso l’individuo supera la nostalgia considerando la sua terra come antiquata, sorpassata, incapace di stare al passo con i tempi. Può esserci il rifiuto: il migrante trasferisce al nuovo domicilio soltanto il proprio corpo, ma continua a parlare e pensare nella vecchia lingua (o dialetto) a vivere da lontano le dinamiche della sua città, a relazionarsi con i vecchi amici come se non fosse mai partito. 

Infine c’è lo pseudo adattamento, la condizione più deleteria. 

Pseudo adattamento

Potrei chiamare pseudo adattamento quella situazione in cui il migrante si conforma al nuovo contesto, ma solamente in forma superficiale, esteriore. 

L’individuo sente che partire è stata la scelta giusta, sente che è giusto mostrare rispetto, e in qualche modo gratitudine per il nuovo contesto, ma la nostalgia di casa è troppo forte. Questa nostalgia è penosa, talvolta drammatica, e crea nella mente del migrante una frammentazione a strati. Ad un livello superficiale egli parla come i suoi nuovi concittadini, assimila modi di dire, espressioni gergali, e sente la nuova città come propria. Ad un livello più profondo, però, rimpiange la sua casa, i suoi amici, i bei tempi andati. I suoi sogni sono popolati dagli odori della cucina tradizionale, dai suoni, dai canti della sua terra. L’identità del migrante pseudo adattato è un puzzle di tessere dispari, destabilizzata dall’incapacità di incollare tra loro le diverse anime della sua nuova vita. 

Telaio e uncinetto 

Il migrante pseudo adattato deve fare un lavoro di artigianato. Trovare il giusto compromesso tra le parti dell’identità significa dare a ognuna il suo spazio, riconoscere che nessuna può dominare sull’altra/le altre. 

Lo studente che da Monza si trasferisce a Bari per un corso di aggiornamento, come il migrante che arriva a Cogne dal Benin, devono sapere che non è possibile cancellare con un viaggio una storia, una vita, una rete di legami. Il lavoro che dovrà fare il migrante, o dovrà fare qualcuno per lui, è quello del PR: dovrà organizzare incontri. Perché nella nostra mente non possono esserci parti che si ignorano a vicenda. 

Fratelli coltelli: l’onda lunga del trauma infantile

Il trauma infantile prima o poi presenta il conto. 

Tutti conosciamo, a grandi linee, la storia della principessa di Galles Diana Spencer: morì in un incidente stradale a trentasei anni.

On the turning away

In quei giorni la commozione fu globale: cantanti pop scrissero per lei canzoni piene d’amore, registi e produttori girarono film e documentari, giornalisti versarono fiumi d’inchiostro sulle colonne dei loro giornali. 

Tutti fecero a gara a esprimere il proprio sgomento, perché fu davvero generale, ma proprio perché ciascuno pensava ad esprimere il proprio, nessuno si chiese cosa ne fosse dei famigliari di quella donna: dei suoi genitori, per esempio, dei fratelli, e ovviamente dei figli. Forse si pensava che per loro Diana non fosse importante, o che in virtù dei loro mille impegni non avrebbero sofferto più di tanto. Invece i reali non hanno il sangue blu, sono uguali agli altri esseri umani: hanno un ruolo diverso, ma per il resto funzionano come gli altri. E di fronte ad un grave evento possono restare traumatizzati. 

Del principe Harry non so molto, e non so dire per quale motivo abbia scatenato questa tempesta contro la (già zoppicante?) corona britannica, ma del resto qui non è importante parlare di un caso specifico. Harry di Sussex mi aiuta a dire del trauma infantile, e la morte della principessa Diana è stata certamente un trauma per lui. 

Il trauma infantile presenta sempre il conto, prima o poi. Se non viene condiviso, digerito, elaborato adeguatamente, lascia tracce profonde che da adulti si faranno sentire. 

Infanzie infelici

Immaginate di fare una maratona portando sulle spalle uno zaino pesante. A tutta prima vi accorgete che qualcosa non va, ma se non potete dirlo a nessuno, e soprattutto se nessuno vi chiede perché portate quel peso, probabilmente ve lo terrete per l’intera gara. Il trauma infantile funziona un po’ nello stesso modo: si è costretti a portare un peso senza poterlo condividere. Ma attenzione alle conseguenze, perché se in età adulta avrete un’ernia cervicale sarà tardi, e soprattutto inutile, stabilire se sia colpa della maratona corsa con lo zaino. 

Gli eventi traumatici sono all’ordine del giorno, la cosa importante è impedire che essi trasformino per sempre la nostra vita. Nella crescita di un bambino ci sono episodi felici e altri meno felici, non è in potere di nessuno evitarlo. Ma è assoluta responsabilità degli adulti che un bambino ha intorno fare in modo che un brutto giorno non si trasformi in un’infanzia irrimediabilmente infelice. 

La disforia di classe sociale

La nostra società vive in larga parte al di sopra delle proprie possibilità. 

Molte famiglie sono indebitate, molte aziende private sono indebitate, e anche molti soggetti pubblici lo sono. Molti comuni o regioni sono indebitati, le squadre di calcio sono indebitate, lo Stato, e lo sappiamo bene tutti, è indebitato. Tutto questo indebitamento, va da sé, significa che famiglie, aziende, soggetti pubblici, squadre di calcio, comuni e via via fino allo Stato centrale, hanno qualcosa che non potrebbero permettersi, ossia vivono al di sopra delle loro possibilità. 

Disforia di classe

Tuttavia siamo circondati da persone che ragionano, consumano, (e spesso votano) come se appartenessero ad una classe sociale diversa dalla loro. Come se non accettassero di fare parte del loro contesto economico, e si sforzassero in ogni modo di considerarsi parte di un mondo diverso. 

Aspirare al meglio, sia chiaro, non è patologico: avere ambizioni, puntare a migliorarsi è una dinamica vitale dell’esistenza, che altrimenti sarebbe piatta e involutiva. Ma questo migliorarsi deve essere una tendenza, un ideale, non un’ossessione. 

Se la nostra società vive al di sopra delle sue possibilità, dovrebbe fare riflettere il fatto che molti sono ossessionati dalla crescita economica. Sono insoddisfatti della loro vita a tal punto da perdere di vista la quotidianità pur di lottare per un domani che forse neppure riusciranno a vedere.

La disforia di genere è una condizione che vede la compresenza di due aspetti: una incongruità marcata tra il genere di nascita e quello percepito, e un disagio psichico significativo. Facendo un parallelo, si può definire ‘disforia di classe’ quella condizione in cui un individuo sente di non appartenere alla sua classe sociale, e questo gli causa un notevole disagio. Se per notevole disagio intendiamo ansia, insonnia, irritabilità, e altri malesseri simili, vediamo che sono tante le persone che oggi vivono questa realtà. 

Rifondare l’Umanesimo

Se molti non riescono più a discriminare la differenza tra quello che hanno e quello che potrebbero avere, perché ritengono di meritare molto di più, forse è vero che dovremmo ripensare gran parte del nostro stile di vita. 

La svolta che potrebbe mettere d’accordo tutti, dalle grandi religioni ai maestri di vita, dai fans dell’ambiente ai complottisti, è quella di ripartire dall’Umanesimo. Ma non tanto l’Umanesimo del Quattro e Cinquecento, direi più un Umanesimo a prova di web e di società liquida di massa. 

Mettere l’uomo al centro, partire dalle esigenze degli umani: vuoi in termini di bisogni di sussistenza fisica, vuoi di realizzazione individuale. Se un tempo il confronto tra pari avveniva all’interno di uno spazio limitato, ben definito, dal luogo di lavoro agli amici del bar, al più passando per lo stadio, oggi la mondializzazione del web è più spietata: impone di confrontarsi ogni giorno con il resto del pianeta. 

Per questo è necessaria una rifondazione umanista, togliere l’economia e la tecnica dal centro di ogni dinamica e metterci l’uomo. Se ci interfacciamo ogni volta con il mondo intero ci sarà sempre qualcuno più fortunato di noi. La disforia di classe è una condizione che riguarda il rapporto tra noi stessi e il resto del mondo: è molto pericolosa, perché scatena reazioni profonde come l’insonnia, o problemi dell’umore come la depressione o la facile irritabilità

Il mondo è piena di individui convinti di valere di più, ma sviluppare per questo un malessere clinico non è adattivo. 

Nell’ambito della salute mentale non esistono soluzioni semplici e veloci a problemi complessi: per questo è necessario un cambio, lento, ma progressivo, del modo di rapportarci agli altri. Un ritorno al futuro, come auspicava già Dante Alighieri molto tempo fa. 

Ratzinger e la fine del nichilismo

Joseph Ratzinger, fu Papa Benedetto XVI, è la prova che il nichilismo non è una direzione, un’evoluzione naturale della filosofia, un dato di fatto inevitabile, ma una tendenza, una moda, una scelta di vita. 

Si è detto e scritto tanto su questo personaggio: ai tempi di Giovanni Paolo II, di cui era stretto collaboratore, durante il suo, di papato, tra il 2005 e il 2013, e nell’epoca di Papa Francesco, in cui Ratzinger prese il nome di Papa emerito. Spesso a sproposito, non c’è dubbio, e spesso senza conoscere davvero molte delle verità che hanno indotto le sue scelte, e che verosimilmente continueranno ad esserci ignote.

Una cosa però, credo si possa affermare con buona certezza: l’opera intellettuale di Joseph Ratzinger codifica per la fine del nichilismo, ci dice che il nichilismo, come posizione nei confronti di ciò che facciamo è, nei fatti, una scelta. 

Dopo le dimissioni di Benedetto XVI non c’è più al mondo un interesse personale che non possa essere piegato da un interesse più alto, una carica, un ruolo che non possano cadere per una ragione superiore, per quanto celata ai più. Significa che non tutto è necessariamente relativo, non tutto sfuma necessariamente nel nulla della nostra piccola esistenza, ma può esserci un’idea, una volontà, se vogliamo una speranza che va oltre i nostri interessi particolari. 

Il fatto che il nichilismo possa essere superato equivale a dire, in termini psicologici, che le istanze superiori del nostro cervello, la neocorteccia, le alte capacità cognitive di astrazione e simbolizzazione, possono allearsi con le parti più profonde, il sottocorticale, oltre che alla nostra coscienza, per indirizzare il nostro comportamento

Ossia per determinare la nostra direzione, non essere determinati da questa direzione. 

Non è quello che facciamo che ci induce ad essere chi e come siamo, ma può esserci una ragione superiore che ci aiuta a definire cosa facciamo e come.

Ecco, il nichilismo può essere superato da una ragione superiore, da una motivazione più forte. E se il nichilismo può essere superato significa che non è assoluto, che è relativo, ossia che può essere sconfitto. 

Si è detto e scritto tanto su Ratzinger, spesso a sproposito. Ma credo che questa riflessione farebbe piacere anche a lui, e a chi come lui ha dedicato lunghe ore di studio a questi argomenti. Molto probabilmente Joseph Ratzinger è la fine del nichilismo: forse dovrei cambiare il titolo. 

La bestemmia: tra ipocrisia e paradosso

Tra le bizzarrie umane la bestemmia è senza dubbio una delle meno dotate di senso. La bestemmia infatti è per certi versi un paradosso, ma soprattutto una forma di autodifesa miope e pretestuosa. 

Dante Alighieri e Bob Dylan 

La bestemmia è un paradosso, perché nel tentativo di negare qualcosa in realtà l’afferma con forza. Se nega l’esistenza della divinità, per esempio, per farlo deve prima accettare proprio tale esistenza: le bestemmie sono espressioni che contengono la figura vilipesa, e quindi possono sottintendere il contrario di quanto vanno affermando.  

Se uno non crede in qualcosa, o in qualcuno, non è costretto ad aprire una frase parlandone: può ignorarlo e basta, o argomentare altro. Se per esempio ritiene che Dante Alighieri non sia mai esistito, o che non sia stato il poeta più grande della storia, non ha bisogno di esordire negandone la grandezza, o diffamandone l’onorabilità. Può semplicemente riferirsi, poniamo, a Giorgio Caproni, o a Bob Dylan, come ai più grandi poeti di ogni tempo: sarà poi il suo interlocutore a tirare le somme.

Una difesa meschina e mal costruita

L’altro aspetto inquietante della bestemmia, e che ritengo più importante dal mio punto di vista, è quello legato alla responsabilità. Ho già detto altre volte di quanto per gli uomini l’esigenza di trovare un capro espiatorio sia fondamentale in molte situazioni: ma questo non può diventare un modus operandi, una facile abitudine per dare ad altri la colpa di qualcosa.

Se nella vita raggiungiamo un buon obiettivo, per esempio affettivo, professionale, o economico, ci guardiamo allo specchio come Fonzie, e gongoliamo pieni di noi stessi. Se invece subiamo una sconfitta, o veniamo urtati da una brutta vicenda, ecco che partono le imprecazioni. Questo meccanismo può sembrare comprensibile, ma dal punto di vista psicologico è cosa tutt’altro che matura.

La bestemmia è un atto difensivo che pone fuori da noi stessi la responsabilità di un fallimento. I successi sono tutti nostri, gli insuccessi no. Per questo dico che è una difesa spartana e disperata: mi ricorda quei ladri che colti con le mani nel sacco incolpano i loro creditori.