Categoria: Crescita personale

  • Siamo solo amici: paura del rifiuto e dipendenza affettiva di chi si “accontenta”

    Siamo solo amici: paura del rifiuto e dipendenza affettiva di chi si “accontenta”

    L’amicizia come ripiego è una tragedia travestita da generosità. Se friendzonare qualcuno è un modo per salvare le apparenze con un innamorato indesiderato, accontentarsi di un’amicizia, quando si vorrebbe altro, è una disfatta, su tutti i fronti.

    Friendzone erotizzate 

    Non è raro imbattersi in innamorati delusi che trasformano i loro sentimenti in una forte e leale amicizia. L’altra faccia della medaglia friendzone, ossia quella riguardante la persona respinta, però, è soprattutto un atto di resa, e dobbiamo dirlo chiaramente. Per andare con ordine, occorre anzitutto distinguere la posizione di chi attraversa un periodo negativo, da chi può nascondere una tendenza alla dipendenza affettiva

    Nel primo caso, possiamo osservare il comportamento di persone che normalmente sono forti e decise, che hanno una buona personalità e soprattutto una stabile autostima. Quando individui simili subiscono un lutto, un trauma, o un forte stress (cambiare scuola, lavoro, città, oppure peggio, ad esempio sopravvivere a calamità naturali e simili) possono scoprirsi fragili o vulnerabili, e attaccarsi emotivamente a qualcuno che reputano forte e stabile, come lo erano loro fino a poco tempo fa. 

    Idealizzare chi ci respinge, però, aumenta inevitabilmente il potere che ha su di noi, con la conseguenza che, se questa persona ci mette nella cosiddetta fiendzone, arriviamo a considerare la sua amicizia persino un privilegio. Fare parte della vita di un individuo così speciale, è segno che in fondo tiene a noi, che ha capito il nostro valore, che ci rispetta. Se poi ci introduce anche nella sua cerchia di amici, o nella sua famiglia, la gratificazione aumenta, ma lì davvero il danno è veramente fatto. 

    Una spia molto importante, che ci può aiutare a capire se stiamo perdendo il controllo della situazione, se siamo fagocitati da una friendzone, o se riusciamo a gestirla, è la sua eccessiva erotizzazione. Un rapporto tra amici può avere un livello di complicità anche molto profondo, ma in genere non sfocia mai nell’erotico. Erotizzare situazioni amicali, in una friendzone, come svestirsi davanti all’altro, raccontare esperienza intime, o chiedere consigli in merito, è segno che qualcuno ne sta davvero un po’ approfittando.   

    Dipendenza affettiva 

    Il discorso è diverso quando “accontentarsi” nasconde la tendenza alla dipendenza affettiva. Questa modalità relazionale, sovente alla base anche di altre condotte di dipendenza patologica, può essere devastante per l’autostima e l’autonomia di un individuo.

    Esperienze di grave deprivazione affettiva possono incistarsi nel profondo, sotto forma di convinzioni erronee, come, per esempio, quella di non essere in grado di farcela da soli. Chi sviluppa una dipendenza affettiva, sovente vede il futuro come uno schermo nero, su cui non è possibile scrivere nulla, a meno che qualcun altro non lo aiuti.  

    La traiettoria di sviluppo di ciascun individuo, a partire dalla sua nascita, è sempre quella di una progressiva indipendenza. Questi soggetti, invece, non hanno avuto la fiducia di chi li ha accuditi, che anzi spesso li ha messi a repentaglio, e non hanno mai imparato a esplorare l’ambiente in maniera indipendente. 

    In questo secondo caso, restare risucchiati dalla friendzone è estremamente deleterio, ancora più che nel primo caso. Credo sia molto importante che questi individui trovino la forza di svincolarsi dal tranello, perché accontentarsi di un’amicizia, soprattutto per loro, non è mai davvero una buona idea.  

  • Io scrollo, e tu? Un nuovo soggetto davanti allo smartphone: l’Io-algoritmo.

    Io scrollo, e tu? Un nuovo soggetto davanti allo smartphone: l’Io-algoritmo.

    Negli anni della Tv venivamo indotti a identificarci con un soggetto: il testimonial della pubblicità. Facevamo zapping, ossia cambiavamo canale con il telecomando, schivando gli spot più noiosi, e fermandoci su quelli più interessanti. L’obiettivo della réclame era convincerci di essere anche noi degni dell’oggetto pubblicizzato: “Questa merendina, me la merito, merito, io”; “Uso il seguente shampoo, perché io valgo”; “Bevo un drink vigoroso, fate come me”. Da quando abbiamo in mano gli smartphone, invece, e da quando, per funzionare, i social network utilizzano il meccanismo dell’algoritmo, la ricerca di mercato si è affinata, e noi corriamo il rischio di ignorare l’esistenza del diverso.  

    Dall’Io-pubblicità, all’Io-algoritmo

    Scrollare le pagine dei un social network, per alcuni, è diventata una vera e propria dipendenza. In pochi secondi di utilizzo, l’algoritmo capisce cosa ci interessa, e ci propone certi contenuti. Noi confermiamo la sua inferenza, guardando più alcune cose che altre, e quindi lui ci offre ulteriori rinforzi. Il pattern si ripete, se necessario, all’infinito. Risultato: passiamo intere sessioni a scorrere i post, ma senza mai  incontrare cose nuove, (come invece succedeva con lo zapping) perché sono tutti affini ai nostri interessi. È come se restassimo persi nei nostri pensieri, per questo passano minuti, o anche ore, e non ce ne accorgiamo.

    La sovrapposizione tra il nostro pensiero e i contenuti di un social network può farci pensare al sorgere di una nuova soggettualità, che potremmo definire l’Io-algoritmo. Diverso dall’Io-pubblicità, il cui rinforzo si fondava sull’identificazione con il testimonial, l’Io-algoritmo si basa sul rispecchiamento. Apriamo un social network ed è come se aprissimo la nostra mente, come se guardassimo dentro ai nostri pensieri. L’algoritmo rispecchia ciò in cui crediamo, non ci contraddice (come l’IA, che prima chiede cosa pensiamo, e poi si dice concorde), va sul sicuro. 

    Rintracciare in un flusso di video, post e contenuti, ciò che più ci rispecchia, ha la conseguenza di gettarci in una dimensione alternativa. Una specie di floatation tank experience, quelle vasche in cui ci si immerge in un liquido simil amniotico, e ci si perde nei propri ragionamenti. Con la differenza che, dopo mezz’ora, il titolare della palestra fa suonare un campanello, mentre sul divano di casa ci si può passare le serate. L’Io-algoritmo è quel soggetto che, una volta rispecchiati i suoi pensieri nel flusso dei post, non è più interessato ad averne il controllo. 

    L’algoritmo ci isola

    Seconda conseguenza, se vogliamo, ancora più paradossale, (o patogena, decidete voi). L’Io-algoritmo si abitua a riconoscere soltanto la propria verità. Entrare in un universo di content creator che sostengono le cose in cui crediamo, e ignorano tutte le altre, plasma uno spazio che nella realtà non esiste. Il soggetto che definiamo Io-algoritmo impara ad avere paura del diverso, perché non lo incontra neppure facendo zapping. Chi seguiva Quark, di Piero Angela, ad esempio, cambiando i canali poteva imbattersi nel Grande Fratello, o in Amici, o in Non è la Rai. Programmi rispettabili, ma lontani dai suoi interessi, e dal suo modo di vedere il mondo. Oppure, al contrario, l’appassionato di calcio che guardava il Processo di Biscardi, poteva, malgrado lui, incrociare La notte della Repubblica di Sergio Zavoli, o Il Fatto di Enzo Biagi. Conoscere il diverso, aiuta a crescere, o almeno a non averne paura. 

    Se un soggetto Io-algoritmo, oggi, segue dei contenuti affini, poniamo, a Umberto Galimberti, invece, molto probabilmente resterà nel recinto di quelle riflessioni, e difficilmente entrerà in contatto con Massimo Recalcati, Carlo Bonomi oGiorgio Girard. L’algoritmo limita, separa, isola. Il contrario della ragione per cui sono nate le reti sociali. 

    Scrollare è un passatempo piacevole, da fare nei momenti più impensabili, o vuoti, della nostra giornata. Ma perderne il controllo può essere davvero controproducente, soprattuto per chi, di quel tempo, ne ha sempre troppo poco a disposizione.  

  • Il tradimento agli occhi dei bambini

    Il tradimento agli occhi dei bambini

    Il tradimento, e più in generale la crisi di coppia, non vengono comunicati ai bambini con parole semplici e concetti chiari, ma sovente attraverso espressione fosche, fatte di allusioni incomprensibili, e cariche di emozioni negative. Di conseguenza, invece di farsi una loro idea dell’accaduto, i bambini imparano più che altro ad evitare la rabbia degli adulti

    Maschere

    Il bambino si forma un’idea di quello che succede intorno a lui, anche grazie all’aiuto degli educatori che lo circondano. La maestra gli mostra come immedesimarsi con l’altro durante un litigio, e quindi, ad esempio, ad essere più paziente; l’allenatore di calcio, come vedere nel bene della squadra un valore superiore al suo tornaconto personale; un familiare, come interpretare con speranza la morte di un parente, una calamità naturale, e via dicendo. Espressioni come: “Tuo padre è un grandissimo …”; Oppure: “Tua madre è una …”, invece, pronunciate, per di più, con delusione, cattiveria o disperazione, forzano il minore a prendere una posizione di comodo, ma non a costruirsi una verità, sulla fine della relazione dei genitori.  

    Se l’adulto lancia espressioni dal significato oscuro, il bambino non ne coglie il senso reale, e si ferma all’aspetto emotivo. Registrando il dispiacere del genitore, è a questo dispiacere che impara a reagire, piuttosto che all’evento che lo ha scatenato.  

    Una delle conseguenze per la traiettoria di crescita del bambino, in questi casi, è la formazione delle cosiddette maschere, o, se si preferisce, del falso sé

    Ricordiamo che un bambino, specie nei primi anni di vita, è in una condizione di dipendenza pressoché totale dalle cure genitoriali, non solo riguardo il contenimento emotivo, ma anche per l’accudimento fisico. Quando un genitore pone ad un figlio domande quali: “Vuoi più bene alla mamma, o al papà?”, oppure: “È più brava la mamma, o il papà?”, e via dicendo, abusa un po’ di posizione dominante, per usare una terminologia di origine economica. Nessun ricercatore ha mai censito la percentuale di risposte relative al genitore assente, ossia, per lo più, la risposta è “la mamma”, se è la mamma che pone la domanda, e così via. Questa astuzia, che poi è soltanto una forma di intelligenza pratica, però, è già parzialmente un “falso sé”. 

    Tale modalità relazionale (qualcuno parla anche di “maschere”), è l’espediente con cui ci conformiamo alle volontà dell’altro, alle sue aspettative,  dopo avere tristemente constatato la sua incapacità di conformarsi alle nostre. Il mondo della tossicodipendenza è pieno di maschere o di falsi sé, ma anche il mondo della psicopatologia grave, lo è. La modalità con cui solitamente viene costruito, ripete all’incirca questo percorso. Il bambino mostra all’adulto di riferimento una sua difficoltà, che può essere un’angoscia, una paura, e così via. L’adulto risponde in maniera non adeguata, minimizzando, o, peggio, ribaltando la responsabilità del malessere sul bambino stesso. Questi percepisce che l’amore dell’adulto dipende dalla reazione che egli mostrerà, e decide di assecondarlo. Così si assume l’onere di mostrare ciò che non è, e tiene per sé tutto ciò che non funziona. Il falso sé è la divisione netta tra un fuori a prova di aspettative dell’altro, e un dentro autentico, che però non viene mostrato a nessuno. Mettere spalle al muro un bambino in seguito alla crisi di coppia, chiedere se preferisce l’uno o l’altro genitore, oppure se preferisce i giochi che ha in questa casa o nell’altra, ecc … , è forzarlo a dare una risposta di comodo, a creare e mostrare un falso sé

    Una volta che il falso sé è stato attivato, sperimentato e ha dato i suoi frutti a livello sociale, tuttavia, sarà molto difficile smontarlo. 

    Identificazione inconsapevole 

    Un altro problema in cui incorre un bambino nella crisi di coppia, è l’identificazione inconsapevole. Alcune coppie sono meno irruenti nei confronti dei figli, e non chiedono espressamente di prendere una posizione. Tuttavia, il malessere di alcuni genitori è tale che sono i bambini, in autonomia, a fare dei passi nei loro confronti, e sovente senza rendersene realmente conto. 

    In questi casi, si nota come il minore acquisisca lentamente punti di vista, atteggiamenti, persino giudizi sull’altro genitore. Tutti noi compiamo identificazioni, (ad esempio verso la pubblicità, la politica), e tutti noi sviluppiamo continuamente identificazioni inconsapevoli con i nostri genitori, o con parti della loro personalità. Il meccanismo non è necessariamente patologico, per crescere abbiamo bisogno di aspirare ad “essere come qualcuno”. Qui si tratta di qualcosa di diverso, perché riguarda la crisi di coppia. Il bambino si appropria di un punto di vista, scartando l’altro. Tuttavia, come abbiamo già detto altrove, il tradimento non è sempre il peggiore dei mali, ed è meglio la fine di una coppia morta, che trascinare la finzione della felicità. 

    Al bambino identificato con uno dei due genitori, nessuno insegna il valore di questo aspetto. Poiché per uno dei due, almeno all’inizio, la crisi di coppia ha certamente rappresentato un trauma, il bambino si ferma a questo trauma, e incolpa l’altro genitore di averlo generato. Questa visione non è solo parziale, ma è anche la prima lettura, il primo significato, attribuito ad una separazione, in quanto sarà poi il tempo, a fornire una lettura più matura, più comprensiva. Che però mancherà al bambino, che nel frattempo asi sarà fermato alla prima. 

    Come si vede, il tradimento, la crisi di coppia, la separazione andrebbero gestiti nella maniera più asettica possibile, agli occhi dei bambini, senza imporre loro punti di vista, e soprattutto senza forzarli a prendere una posizione. Ma chi ne è davvero capace?

  • Formati a cosa? Apprendere nelle organizzazioni.

    Formati a cosa? Apprendere nelle organizzazioni.

    L’essere umano inserito in un contesto lavorativo ha delle esigenze specifiche, ed esse sono indipendenti dalla disponibilità del datore di lavoro di accettarle e riconoscerle. Aggiornare e attualizzare lo sguardo su concetti cardine della nostra quotidianità, vuol dire anche analizzare le problematiche del lavoro, consapevoli del fatto che, non guardarle, non significhi cancellarle. Se vogliamo, è lo stesso discorso che facevo alcuni anni fa, quando, in occasione della pandemia da Covid-19, mi scagliavo contro il dilagare, talora immotivato, dello smart working. All’epoca dicevo che i gruppi di lavoro mostrano dinamiche tipiche anche se interagiscono a distanza, (conflitti, antipatie, astio verso i superiori, ecc…) dinamiche che il buon imprenditore farebbe bene a consentire in presenza, se vuole gestirle e non restarne vittima. Il tempo è stato galante, e infatti lo smart working è andato  riducendosi sensibilmente. Ora parliamo di altre caratteristiche del rapporto tra l’uomo e il suo lavoro, ossia di aspetti che sarebbe bene tenere in conto, anzitutto per il bene dell’azione organizzativa. 

    Attribuire significati

    Ogni attività che noi compiamo ha delle implicazioni di vario tipo, che riguardano da un lato il rapporto più diretto con la cosa che facciamo, e dall’altro, il fatto che vi attribuiremo dei significati. Quando un tifoso di calcio, ad esempio, va allo stadio, a seguire la sua squadra del cuore, ha l’esigenza immediata di pagare un biglietto equo, di avere un posto assicurato, e guardare la partita concordata e non un’altra. E poi avrà una serie di esigenze, per così dire, secondarie, che vanno dalla disponibilità di una toilette, di un bar o di un venditore di panini, a quella di guardare uno spettacolo avvincente per creatività, intensità e lealtà, fino a quella di non essere aggredito all’uscita dello stadio, e tornare a casa sano e salvo. Questo secondo ordine di esigenze, come si vede, non è direttamente dipendente dall’organizzazione della partita, e la dirigenza della sua squadra del cuore potrebbe benissimo non tenerne conto. Tuttavia fa parte di quella caratteristica tipicamente umana, di attribuire senso e implicazioni alle nostre azioni. Così se la partita non è stata avvincente, o se il tifoso resterà imbrigliato in tafferugli tra gruppi di scalmanati, potrà decidere di non tornare più allo stadio una prossima volta. E questo anche se l’organizzazione della partita è stata impeccabile, ossia se sono stati rispettati gli accordi base del contratto di vendita del biglietto. 

    Allo stesso modo, nel mondo del lavoro, il lavoratore non ha solo la necessità che gli accordi base vengano rispettati. In quanto essere umano che si confronta con quello che fa, è portatore di esigenze più profonde, che strutturano e definiscono il rapporto tra sé e il suo lavoro. 

    Una di queste esigenze riguarda la formazione. Lavorare per altri, a condizioni sovente ritenute (a torto o ragione) inadeguate, interroga la coscienza. Sentire di avere appreso, o di stare apprendendo, delle competenze, aiuta un lavoratore a definire sé stesso nel rapporto con i suoi colleghi, nel rapporto con la sua mansione, nel rapporto con il settore produttivo in cui è inserito. 

    Gli sforzi riguardanti la formazione lavorativa, lo sappiamo, tendono invece a focalizzarsi sugli aspetti pratici, potremmo dire, manageriali. All’imprenditore serve che il dipendente sappia usare l’ultima versione di un software, non che conosca i linguaggi di programmazione. La formazione veniva differenziata in sapere, saper fare, saper essere. Dove il terzo grado corrispondeva ai livelli più alti della scala gerarchica, al lavoratore veniva chiesto, al massimo, di saper fare. Tuttavia, in ambito organizzativo, è proprio nella cura del dettaglio che si forma l’autocoscienza. Un lavoratore che si sente vecchio, perché conosce logiche superate, e che vede i suoi colleghi più giovani faticare poco e rendere molto, può diventare un problema. E anche un lavoratore che si sente giovane, inesperto, può diventare un problema, se ogni volta manda avanti gli altri, temendo di fare errori. Così oggi è necessario che tutti sappiano essere, ma, per raggiungere questo obiettivo, serve un impegno formativo specifico. 

    Ruoli, confini, aspettative dell’imprenditore 

    Il sogno di ogni imprenditore è che i dipendenti gestiscano l’azienda come se fosse la loro: come se lui fosse lì a guardarli anche quando non c’è, o che sappiano subordinare i propri interessi personali al bene complessivo dell’azione organizzativa. Per garantirsi questo, da sempre ci si appoggia alle disposizioni individuali. In un gruppo di lavoro c’è chi sa mettersi in mostra agli occhi dei superiori, chi fa straordinari non richiesti, chi riporta frasi o punti di vista, ecc… , e per un certo periodo all’imprenditore può anche bastare. 

    Tuttavia, le attuali necessità in continuo cambiamento, impongono di puntare su concetti come rifondare o aggiornare, piuttosto che sul semplice potenziare. La caratteristica più evidente di questa fase è lo sbriciolamento dei ruoli. Prendiamo gli sport di squadra. Gli atleti più ricercati sono quelli in grado di ricoprire diversi ruoli, o che si adattano ad entrare in campo solo in una certa fase della partita. I ruoli definiti dalle regole di quegli sport non esistono più, o, per lo meno, sono soltanto indicativi: sono punto di partenza per poi gestire al momento la situazione contingente. Anche nel mondo del lavoro si è diffusa questa condizione. I ruoli si sovrappongono e intersecano, e chi sa meglio adattarsi, avrà i risultati migliori.

    Esigenze secondarie nel mondo del lavoro: l’apprendimento

    Questo eclettismo va creato e allenato. Il senso di appartenenza di un lavoratore alla sua azienda, e al suo compito, sorgono anche dalla qualità complessiva percepita della sua vita lavorativa. E così torniamo all’inizio dell’articolo: le esigenze secondarie, non direttamente dipendenti dal contratto lavorativo. Guardando al rapporto tra sé e il lavoro che ciascuno di noi fa, è di notevole importanza l’aspetto dell’apprendimento. Quanto imparo tutti i giorni? Sto migliorando rispetto all’inizio? Ho delle competenze in più, che potrei utilizzare, eventualmente, nel mercato del lavoro? 

    È evidente che sia proprio l’imprenditore a non voler sviluppare questi discorsi. Al management interessa che i dipendenti sappiano, o al massimo sappiano fare, lo stretto necessario. Ma pretendere che un dipendente sappia cambiare ruolo, mansione, rapporti dialettici e via dicendo, in base alla situazione, presuppone che abbia una buona consapevolezza di sé come esperto di un certo settore. 

    Così dobbiamo aprire ad un nuovo tipo di prospettiva: il soggetto al lavoro deve essere soddisfatto anzitutto di quello che sta diventando, ogni giorno, nel compiere il suo lavoro. Questa è una delle esigenze di chi trascorre molto tempo in un contesto lavorativo. Presenti anche quando il datore di lavoro si sforza di non vedere o riconoscere. 

  • Don Bosco: quale lezione per il presente?

    Don Bosco: quale lezione per il presente?

    Don Bosco è fonte inesauribile di insegnamenti, per chi si occupa di disagio giovanile. La sua vicenda umana, spirituale, e potremmo dire anche professionale, si svolge in Piemonte nel corso dell’Ottocento, ma offre una lezione universale, ancora oggi incredibilmente attuale. Padre e Maestro della gioventù, Don Bosco si è occupato soprattutto di ragazzi emarginati, “difficili”, diremmo oggi, attirandosi, per questo, il dispetto di tanti potenti dell’epoca. Il sistema educativo da lui promosso, basato sull’amorevolezza, e oggi diffuso in tutto il mondo, ci consente di fare delle valutazioni molto interessanti sul malessere nell’adolescenza e sulla devianza. In larga parte Don Bosco aveva ragione, motivo per cui conviene guardare con interesse alla sua esperienza. Nelle righe che seguono, proveremo a capire perché. 

    Disagio di ieri, disagio di oggi

    In una celebre disputa con Michele Cavour, (il padre di Camillo, primo presidente del Consiglio italiano) che, come capo della polizia gli ordinava di mandare a casa quei ragazzi pericolosi, il santo di Castelnuovo faceva notare come, grazie a lui, essi avessero ridotto le loro condotte delinquenziali. Il disagio giovanile, in altre parole, secondo Don Bosco, ha origini multi fattoriali e multi dimensionali, e non è definibile in termini di buoni e cattivi, come potrebbero credere i più. 

    Nel celebre libro Cuore, ad esempio, uscito più o meno in quegli anni, Edmondo De Amicis disegna la figura di Franti, un ragazzo cattivo senza una precisa ragione. Don Bosco, al contrario, evidenzia che il disagio giovanile può avere un’origine legata all’istruzione, come nel caso della disoccupazione cronica; Può avere origine socio educativa, come certa devianza, legata a piccoli reati di strada; Oppure può anche avere un’origine psichica, o psicosociale, come la tossicodipendenza, (ma anche i disturbi alimentari, e così via.). Non raramente, poi, questi aspetti si legano e mescolano in vario modo. Per questo la sua azione è volta anzitutto ad attrarre, a fornire ai giovani un contesto accogliente, facilitante, talvolta confidenziale. Poi, solo successivamente, si vedrà di cosa ha bisogno ciascuno, ossia si valuterà quale vuoto deve essere colmato per primo. 

    Anche oggi, pensiamo alla generazione Z, ma non solo, il disagio è multi fattoriale. Gli analisti più esuberanti credono di sapere in cosa consista, e propongono ricette facili, dirette, semplicistiche. Tuttavia, come vediamo continuamente, sono ricette sbagliate, non in grado di cogliere l’essenza del problema, che invece peggiora di giorno in giorno. Lo scivolamento del mondo Occidentale verso la catastrofe, la fine del capitalismo come fonte di benessere diffuso, la dissoluzione della verità operata dai social network, l’Intelligenza Artificiale, solo per citare alcuni dei nodi problematici del nostro tempo. Don Bosco sembra dirci questo: attirate i giovani, ma non date subito risposte, perché dareste le vostre. Fatevi prima dire per quale motivo si sono persi. Come non essere d’accordo? 

    Per aiutare: non giudicare.

    L’altro caposaldo della lezione di Don Bosco, per chi fa una professione di aiuto, specie nell’ambito della psicopatologia legata alla devianza, è quello che Egli chiama lo sguardo amorevole. Non lontano, in questo, dall’opera dello psicoanalista ungherese Sandor Ferenczi, il santo dei giovani ci insegna ad avvicinare i ragazzi difficili con simpatia e lealtà, sospendendo il giudizio sul loro passato. 

    Se l’obiettivo più grande è raggiungere chi si sente abbandonato, l’atteggiamento non può essere giudicante. Ciascuno, secondo Don Bosco, ha delle peculiarità e delle capacità. Al suo tempo poteva essere fare il giocoliere al baraccone, suonare il tamburo nella banda, o cantare a squarciagola. Oggi può essere interpretare Massimo Troisi in una pièce teatrale, o fare una mostra di disegni, e così via. Sta di fatto che tutti hanno un lato positivo, un talento, su questo possiamo concordare con il salesiano. Si tratta di individuarlo, e andando incontro a questi ragazzi con entusiasmo e simpatia, e aiutarli così a rafforzare la loro immagine di sé.  

    Per l’epoca, non c’è dubbio, la posizione di Don Bosco era altamente innovativa. Proviamo a rileggerla secondo le nostre esigenze attuali. Ci stupirà, per quanto potrà esserci d’aiuto.  

  • “Adesso ve lo buco, sto pallone”. Gli italiani e la fine del calcio come cultura popolare.

    “Adesso ve lo buco, sto pallone”. Gli italiani e la fine del calcio come cultura popolare.

    In Italia c’è stato il tempo del ciclismo, (Bartali, Coppi, Moser) , c’è stato il tempo del calcio, (Gigi Riva, Boninsegna, Paolo Rossi), e oggi c’è un tempo completamente nuovo: del tennis, dello sci, e di altri sport dapprima meno popolari. La mancata qualificazione a tre consecutivi mondiali di calcio, ci autorizza a fare riflessioni sul nostro modo di vivere l’impegno e lo spirito di gruppo. Dobbiamo rassegnarci ad estati senza nazionale italiana? Forse sì, ma proviamo a capire perché. 

    Un uomo solo è al comando

    Le passioni cambiano, lo sappiamo bene. Da bambini amavamo quel cartone animato, che a quattordici anni avremmo persino rinnegato, se ce ne fosse stato bisogno, davanti agli amici di scuola. Da adolescenti avevamo dei cantanti preferiti, che, però, abbiamo dimenticato abbastanza in fretta, davanti alle traversie della prima età adulta. E poi abbiamo collezionato film, libri, autografi, di artisti che oggi stenteremmo a riconoscere, se li incontrassimo per strada. Per le passioni collettive, vale lo stesso principio. Ci sono tendenze che si accordano ad alcune fasi storiche, ma che risultano fuori tempo in epoche successive. 

    Come italiani, abbiamo avuto gli anni della bicicletta. Il dopoguerra, i film neorealisti, la gioia di muoversi in libertà. A Torino, negli anni Cinquanta, c’era chi faceva chilometri in bici, per raggiungere il posto di lavoro. Il rapporto con la bicicletta ha pervaso la nostra cultura profonda, e in effetti, per decenni, il ciclismo è stato sport seguitissimo, fucina di miti popolari, come Gino Bartali e Fausto Coppi.

    Campioni del mondo

    Poi c’è stata l’ascesa del calcio. Se il ciclismo era fatica, pericolo, anonimato, il calcio, sin da subito, è stato per molti il sogno del benessere, oltreché della notorietà. Dapprima, era un fatto di stadio alla domenica. Il tram nella nebbia per San Siro, i mignon di liquori nel borsello, la Gazzetta e il catenaccio di Gianni Brera. Ma poi la nazionale ha cominciato a vincere, di pari passo con le squadre di club, e il calcio si è fatto sempre più fenomeno di costume. Si è spostato sui banchi di scuola, nelle discussioni in ufficio, e soprattutto nelle strade, al parco, in spiaggia. Tutti giocavano a calcio, in qualunque momento della giornata, persino aspettando l’autobus. La frase più sentita, dalla mia generazione, era una velata minaccia che riguardava il pallone. La pronunciava un anziano, o la mamma di un neonato, che restituivano la palla finita sul loro balcone, sull’auto, o sulla stuoia. Ringhiavano che quella sarebbe stata l’ultima volta: “Adesso ve lo buco, sto pallone!” E aggiungevano: “Andate a giocare da un’altra parte.” Ecco, non siamo andati da un’altra parte, abbiamo cambiato gioco. Altri sport hanno superato il calcio, hanno più appeal, come a suo tempo il calcio affascinava più del ciclismo.   

    La nazionale non si è più qualificata alla fase finale di un mondiale, probabilmente anche perché il calcio non rispecchia più le esigenze profonde del popolo italiano. Una linea di tendenza che vedo chiaramente, nel mio lavoro quotidiano, è lo spostamento della fatica, da un piano di gruppo, ad un piano individuale. Alcuni sostengono che la retorica del sacrificio sia superata, e che gli italiani non vogliano più faticare per raggiungere degli obiettivi, specie se vaghi o troppo lontani nel tempo. Non credo, ho l’impressione che l’abnegazione, l’impegno, la rinuncia, ci siano ancora, ma siano declinati soprattutto al presente singolare. Fare un video su Instagram richiede ore di lavoro, talvolta giorni, ma la gratificazione è tutta personale, non va condivisa con altri. 

    Cinque sostituzioni 

    Il calcio di oggi prevede tanta preparazione fisica (fatica), alta velocità di azione (stare poco al centro della scena), e, soprattutto, di essere buttati via appena non si è abbastanza utili (cinque sostituzioni). Solo a me pare uno sport invecchiato, superato, fuori dal tempo? In molti casi, inoltre, la vera star di una squadra di calcio è l’allenatore, che guadagna cifre spropositate, e che prende su di sé i meriti dei successi, scaricando sugli altri la colpa delle sconfitte. Tutto questo in un’epoca in cui le esigenze del mercato, e della pubblicità, ci hanno trasformati in individualisti egocentrici. Risultato finale? Il calcio non è più un’urgenza delle attuali generazioni. 

    Molto probabilmente ci sono altri sport, in grado di esprimere meglio le inclinazioni e le esigenze di oggi. Ad esempio il tennis, (ma anche lo sci, e via dicendo). Il tennis prevede la partecipazione ad una gara per intero, non si viene sostituiti. Richiede una buona preparazione fisica, ma non è solo sudore e velocità. E poi consente di usare la propria componete fantasiosa e creativa, cosa ormai totalmente sradicata dal calcio. Inoltre, e credetemi, non è cosa da poco, quando un tennista vince, è sempre per merito suo, mai del Mister che ha dato i numeri in conferenza stampa. E quando perde, non è mai per colpa dell’arbitro. 

    L’Italia fuori dai mondiali di calcio decreta il declino di uno sport, ma anche il cambiamento di una collettività. Che rifiuta di adeguarsi all’individualismo soltanto per motivi commerciali, ma che sogna di esprimersi liberamente, senza censure, almeno nella pratica sportiva, e nello svago. Alla fine ce l’hanno bucato, quel pallone. L’avevano detto. 

  • Sognare pazienti nelle professioni sanitarie: burnout o compassione?

    Sognare pazienti nelle professioni sanitarie: burnout o compassione?

    Sognare i pazienti, per chi fa una professione d’aiuto, è fenomeno decisamente comune. Questo tipo di attività onirica non è necessariamente sintomo di malessere, o sovraccarico di lavoro, ma va analizzata, soprattutto se ricorrente, o se le sensazioni al risveglio sono molto negative.

    Terapia e pallottole 

    In un film del 1999, Terapia e pallottole, un boss mafioso, interpretato da Robert De Niro, va in terapia dallo psicoterapeuta Billy Crystal. La pellicola resta sul piano della commedia leggera, fino a quando il professionista non ha un sogno, molto interessante dal punto di vista cinematografico, ma ancora di più da quello psicoanalitico. Il sogno, infatti, riguarda la famosa scena di un altro capolavoro del cinema, Il Padrino, ma in cui i ruoli vengono spostati e invertiti. La scena è quella dell’attentato a Marlon Brando, quando esce dall’auto per comprare della frutta ad una bancarella sulla strada. Nel sogno, però, lo psicologo è Don Vito, e Robert De Niro è suo figlio, il quale, per goffaggine, non riesce a difendere il padre nella sparatoria. Nello svolgimento del film, questo sogno è molto importante, perché aiuta lo psicologo a capire che il paziente ha un trauma infantile irrisolto, legato proprio all’omicidio di suo padre, quando era bambino. 

    Anche nella vita vera, per tornare a noi, i sanitari hanno sogni riguardanti i loro pazienti. Talvolta sono dirette costruzioni della psiche degli assistiti, come nel film di cui abbiamo detto, talvolta originano dal passato del curante, ed è il motivo per cui non riguardano tutti i pazienti, indiscriminatamente, ma soggetti specifici, con un passato particolare, o con un determinato stile di personalità. 

    Partecipazione emotiva

    Nel lavoro di aiuto, la reazione emotiva è una componente centrale della dinamica clinica. Non tutte le persone che incontriamo nella nostra vita quotidiana possono esserci ugualmente simpatiche, e non a tutti possiamo andare a genio allo stesso modo. Tuttavia, si suppone che, se abbiamo scelto una professione di aiuto, sia perché amiamo stare a contatto con i pazienti, con le loro difficoltà, e farci carico del loro malessere.

    In alcuni casi, tuttavia, la simpatia o l’antipatia sono troppo forti, e rischiano di sfuggirci di mano. Sono i casi in cui qualcuno si innamora, o stringe amicizia con un paziente, o in cui, al contrario, ci entra in simmetria, e litiga furiosamente. Come nel film di Robert De Niro, però, dobbiamo ricordare che la partecipazione affettiva del paziente non è mai rivolta a noi come persona, ma come figura di riferimento. Così, anche una reazione spropositata da parte del sanitario, non è mai diretta a quell’individuo in sé (del resto lo conosciamo anche poco), ma riguarda suoi tratti di personalità, o modalità relazionali, che evidentemente scatenano in noi vissuti profondi. 

    Il sogno è un’attività involontaria che non possiamo controllare, ma che possiamo, al più, analizzare. Soprattutto, possiamo indagare, e interpretare, lo specifico quadro emotivo che abbiamo al risveglio da un sogno. In effetti, quando abbiamo sogni che riguardano, anche in senso lato, un paziente e la sua storia, non si tratta mai di esperienze generalizzate, ma di casi che definiscono sempre qualcosa di chiaro. La pratica clinica ci mostra che, ad esempio, se siamo particolarmente infastiditi da pazienti con tratti narcisistici (oggi vanno di gran moda), difficilmente lo siamo anche da pazienti con tratti depressivi, o con tratti psicotici, e così via. Questo significherà ben qualcosa. Quando questi aspetti entrano nei nostri sogni, al punto da farci svegliare con ansia, irritazione o disgusto, probabilmente dobbiamo fermarci a riflettere. 

    Colpa

    Da una mini ricerca su un campione di clinici, ho osservato che uno dei vissuti più diffusi, al risveglio da sogni che riguardino pazienti, è quello della colpa. Alcuni individui riescono a entrare nella nostra psiche talmente in profondità, da scatenare la colpa per non averli aiutati a sufficienza. Ora, va detto che, nella nostra cultura cristiana/platonico-cartesiana, la colpa è legata direttamente al concetto di responsabilità, infatti è sempre bene separare la colpa reattiva dalla colpa persecutoria. Tuttavia andrebbe analizzato il rapporto tra la nostra tendenza a sentirci in colpa (oggi siamo più sensibili, e abbiamo sensazioni di colpa per aver trascurato l’ambiente, per non aver aiutato le minoranze, e così via…), e la tendenza a esperire altri tipi di reazioni emotive, ad esempio a sentirci svalutati, o adulati. 

    Laddove il paziente svalutante, o quello adulante, non riesce a metterci in crisi, quanto quello che ci suscita colpa, potremmo essere di fronte ad un corto circuito mentale. La sua accusa, in altre parole, per quanto velata, potrebbe riecheggiare una qualche altra forma di accusa, che la nostra mente avanza a noi stessi.  

  • Z: Generazione solitudine

    Z: Generazione solitudine

    Noi sappiamo in cosa credere, siamo i ragazzi di oggi noi”. Così cantava Luis Miguel a Sanremo nel 1985, in una delle canzoni più iconiche degli anni Ottanta. La fiducia, l’entusiasmo, la sfrontatezza giovanile si respiravano ovunque in quel tempo, tempo che da lì a poco avrebbe visto la vittoria del modello occidentale nella Guerra Fredda. Oggi le cose sono notevolmente cambiate, soprattutto per le giovani generazioni (Gen Z e dintorni), che come al solito pagano il prezzo più alto di ogni cambiamento. 

    Duemila e non più duemila

    Ai nostri giorni l’Occidente si avvita in una spirale senza fine, e la fiducia nel futuro è un ricordo antico, se è vero che la disillusione galoppa in tutte le sue forme. Le tre promesse occidentali (democrazia, crescita economica, pace) che avrebbero dovuto sancire la fine della storia, e indurre tutti gli umani a diventare come noi, sono entrate tra le leggende dei secoli, come quella del Mille e non più Mille, quella del Prete Gianni o quella di Agilla e Trasimeno. 

    La prima conseguenza di questa situazione riguarda la politica. Milioni di cittadini disertano ormai sistematicamente le urne, non per negligenza, ma per deficit di vera rappresentanza. La seconda riguarda direttamente la salute mentale: psicopatologia e abuso di stupefacenti dilagano, definendo la nostra società come tra le più instabili emotivamente, e forse anche le più infelici, al mondo.

    Come dicevo, sono le giovani generazioni a pagare il prezzo più alto di questa involuzione. Chi ha vissuto il 1989 ricorda che l’entusiasmo per la caduta del Muro di Berlino contagiava tutti, anche chi, amando troppo la Germania, preferiva ce ne fossero due (Cit.). I nati dopo di allora, invece, hanno assistito unicamente allo scivolamento. 11 settembre 2001, Lehmann Brothers, crisi dello spread, Covid-19, guerra in Ucraina. 

    Il sacrificio di Isacco

    La Generazione Z (per comodità narrativa, ma possiamo estendere la riflessione a tutti quelli che hanno memoria unicamente del nuovo secolo) si è trovata con il cerino in mano. I bagordi (che non furono per tutti) sono passati, e la storia, che vive di fatti, chiede a questi ragazzi di fare la loro parte. Nello specifico, chiede spirito di sacrificio. Questo vocabolo desueto, che negli anni Ottanta suonava come una bestemmia, è tornato prepotentemente di moda nel parlare comune, riferito soprattutto ai giovani (categoria generica, bonne à tout faire). 

    “I giovani sono senza ideali”, sento dire, “Non amano il sacrificio”. Espressione di origine religiosa, “sacrificio” indica l’atto di immolare una vittima agli dei per garantirsene il favore. Perché, quindi, questi giovani, che hanno visto solo il declino, dovrebbero amarlo? Ecco il dramma peggiore di questa generazione: la solitudine

    La pretesa che chi paga per tutti lo faccia con gioia, è un (ennesimo) paradosso occidentale. Abramo trascina sul monte Moriah suo figlio Isacco, per compiere l’estremo sacrificio a Dio, ma Isacco ne è contento? O è, suo malgrado, vittima degli eventi? Allo stesso modo Gen Z è stretta tra due fuochi. Gli imperativi della storia, e le aspettative della società. 

    Chiedere sacrificio a questi ragazzi potrebbe assomigliare, alcune volte, a spremere un limone: dopo il primo bicchiere, il succo è finito. Ossia, molto probabilmente, Gen Z sta già pagando il cambiamento in atto, più di quanto taluni vorrebbero ammettere. Quando Luis Miguel cantava Ragazzi di oggi era quindicenne, aveva tutto il mondo davanti a lui, e davvero sapeva in cosa credere. La Generazione Z, al contrario, Internet a parte, non è così fortunata. Per questo, credo, andrebbe accusata di meno, e sostenuta un po’ di più.

  • La fine dell’Io-pubblicità: oggi, chi siamo?

    La fine dell’Io-pubblicità: oggi, chi siamo?

    L’Io-pubblicità

    Il tramonto del modello politico-socio-economico del capitalismo di stampo americano ci lascia senza identità. La convinzione che il benessere fosse legato al PIL, ossia alla produzione e al consumo di beni, con quella correlazione più o meno diretta tra il suo aumento e il miglioramento delle condizioni di tutti, ci aveva trasformati, nonostante gli avvertimenti, in compratori seriali. Potremmo dire che, ad un certo punto della nostra vita, la tv abbia condizionato i nostri bisogni a tal punto da creare una vera e propria forma di Io-pubblicità.

    Lo spostamento della produzione nei Paesi più svantaggiati, poi, ci ha man mano lasciati soli in questo processo. Inizialmente produttori, siamo rimasti meri consumatori di beni prodotti altrove. E il nostro Io-pubblicità, quel famoso “me lo merito, merito io” della merendina confezionata, ha pian piano cominciato a sgonfiarsi, laddove i vantaggi del nostro identificarci con la dittatura del PIL, non ricadevano più su di noi. Ecco, allora, che l’Io-pubblicità è entrato in crisi, rendendoci sempre più rancorosi, e alla ricerca di altri modi per auto definirci. 

    E dove cercare, quindi, una nuova forma di identità? Sulla base di cosa poter definire chi siamo, chi vorremmo essere domani, e cosa cambiare rispetto a ieri?

    Come nell’Argentina del dopo crisi economica, anche qui ha preso a tornare attuale la  vicenda culturale, scientifica e umana di Sigmund Freud, il padre della psicoanalisi. Sin dalle sue prime battute, il testo freudiano, e il movimento da lui inaugurato, ruota attorno alla definizione michelangiolesca di scultura, quel “via di levare” che la differenzia dalla altre forme artistiche. Levare è per Freud, (e per tutti noi, suoi nipoti) sinonimo di liberare. Svincolare dai condizionamenti, dalle paure, dalle nevrosi, indotte, inevitabilmente, da altri. 

    Michelangelo: per via di levare

    Se l’Io-pubblicità era il risultato del mettere, dell’aggiungere, (fino a soverchiare) bisogni fittizi, al punto che Vittorio Sgarbi arrivò a dire che è il superfluo a rendere felici (Sgarbi quotidiani), la psicoterapia di stampo psicoanalitico inverte questo paradigma. L’identità di ciascuno di noi è ciò che resta dopo aver tolto ciò che gli altri vorrebbero che fossimo. Sin da bambini sentiamo entusiasmo intorno a noi quando facciamo alcune cose, e questo può trasformarsi in un progetto identitario. Fino a quando, da adulti, non sappiamo se siamo più simili a come volevano, o a come avremmo voluto noi. Ricordo di un paziente piuttosto bravo a giocare a calcio, ma interessato più che altro al tennis. Un amico di famiglia disse ai suoi genitori, quando era bambino, di andarne fieri, perché grazie a lui si sarebbero molto arricchiti. Quella battuta divenne quasi una profezia: il giovane entrò in una spirale di aspettative familiari, volte rinforzare ogni tentativo di fare carriera nel calcio, a scapito della passione tennistica. 

    Questo esempio fa capire cosa intendo per levare. Abbandonare la logica consumistica che non ci alimenta più, dovrebbe aiutarci ad andare verso una ridefinizione della nostra identità come uno spogliarci delle pretese, o dei desideri, altrui. Potrebbe costare fatica, non c’è dubbio. Ma correremmo il rischio, finalmente, di essere felici. 

  • Madri maiuscole, figli minuscoli

    Madri maiuscole, figli minuscoli

    La madre che incombe sul bambino, limita la sua libertà, sceglie i suoi amici e si suoi svaghi. Danièle Brun la chiamava Mère Majuscule (aveva letto Freud), John Lennon la definiva Mother Superior, (ce l’aveva in casa). Al di là delle sfumature (più idealizzata quella dell’ex Beatles), questi termini esprimono tutti una relazione – asimmetrica – e un destino. Il grado di autonomia di un bambino con una madre maiuscola, o, peggio, con una badessa superiora, non è solo limitato nello spazio, ma anche nella definizione della propria traiettoria di crescita.

    She won’t let you fly, but she might let you sing…

    La madre presente, al punto da costituire un ostacolo per la crescita del bambino, appare un paradosso nell’epoca dell’indipendenza individualista. Tuttavia, in alcune occasioni, la madre è legata da un doppio filo al figlio. Teme di esserne abbandonata, o che egli cresca al di fuori dei suoi canoni di riferimento. Può essere che la madre abbia dentro un vuoto, che in qualche modo il figlio riempie, almeno parzialmente. Un vuoto esistenziale, ad esempio vede in lui qualcuno che vedrà un futuro che lei ha sempre sentito nebuloso o minaccioso. Oppure un vuoto relazionale, ossia la madre ha dubbi sull’uomo che ha accanto, il padre del bambino, che può essere un violento, oppure un uomo senza direzione, oppure ancora che non sente di amare fino in fondo.  

    Le madri maiuscole tengono il bambino nel raggio di azione del loro sguardo, ed egli impara a muoversi, per quieto vivere, all’interno di questa zona di consenso. Ma inevitabilmente, il bisogno di legare a sé il figlio, porta la madre ad attuare atteggiamenti che esprimono (o negano) il permesso di allontanarsi, anche da qualcosa di altro. È quell’uomo ideale che loro hanno in mente, ma che il padre del bambino non è riuscito ad essere. Così, la delusione per una vita di coppia insoddisfacente, entra nel rapporto con il figlio, che diventa, agli occhi della donna, l’uomo che il marito non è stato. 

    Il figlio non percepisce queste cose, che il più delle volte restano sotto traccia, mai razionalizzate, né tanto meno verbalizzate, ma le sente attraverso l’approvazione dello sguardo materno. Un madre maiuscola è tale se ha vicino qualcosa di minuscolo, e questi è il figlio, che, per ricevere l’approvazione, si conforma alle aspettative. 

    “…Mother should I build a wall?

    Se il bisogno di conformarsi all’idea materna è più forte di ogni spinta indipendentista, il figlio è purtroppo in grado di rinunciare ai propri progetti di vita. Quando la delusione della madre risale al rapporto di coppia, il bambino può sviluppare una specie di intelligenza relazionale, e nel tentativo di non dare anche lui una delusione alla donna che lo accudisce, può trasformarsi nel “bravo bambino”. 

    A questo punto incorre in due pericoli, altrettanto insidiosi. Può sviluppare un falso sé, una maschera, e continuare a mostrare pubblicamente l’immagine gradita alla madre maiuscola, mentre segretamente vive la sua vita. Oppure può tagliare ogni legame con la propria storia, e accettare il destino impostogli. In entrambi i casi non sarà un ragazzo felice. Ma questo, ha una qualche importanza?