Adozione e psichiatria. Come aiutare bambini adottati che presentano problemi ‘psi’.

L’adozione è un trapianto. Se un bambino viene spostato da una famiglia ad un’altra avrà sempre la nostalgia, o il ricordo, della sua famiglia d’origine, anche se l’ha maltrattato. Se da neonato cambia continente e cresce in tutt’altre condizioni, anche in questo caso avrà fantasie, desideri, diciamo pure rimpianti, riguardanti il suo Paese natale, la città o la famiglia naturale.

L’adozione, lo sappiamo, può non funzionare per diversi motivi: riferibili al retroterra dell’adottato, oppure, come avviene in medicina con il fenomeno del rigetto, ascrivibili alla famiglia adottante.

Faccio un breve cenno al caso dei pazienti psichiatrici. Estremizzando un po’ essi hanno un funzionamento rigido, con delle difese rigide e sono molto frammentati o scissi al loro interno. Per questo a volte è complicato per le famiglie adottanti avere a che fare con pazienti di questo tipo: la naturale flessibilità che costituisce i ritmi e le attività della vita in famiglia poco si adatta alla loro forma mentis.

Questi pazienti hanno la tendenza a mettere ‘fuori da sé’ le cose che non funzionano: aspetti relazionali, difficoltà nel mondo del lavoro, adattamento al contesto, ecc… risultando talvolta ossessionati da allucinazioni (che non a caso i loro canali sensoriali indicano provenienti da fuori) o convinzioni di complotti o persecuzioni (‘loro’, ‘gli altri’, ecc…).

In questo clima di diffidenza i pazienti psichiatrici adottati tendono a scaricare accuse molto forti, magari in maniera inconsapevole, sulle famiglie adottive. Questa è una delle ragioni per cui il clima famigliare potrebbe deteriorarsi.

Questi ragazzi da una parte sono molto affettuosi e grati, ma dall’altra, proprio a causa del loro funzionamento ‘a compartimenti stagni’ continuano a coltivare fantasie che riguardano le famiglie originarie, a discapito delle nuove. Può darsi che nella loro costruzione di senso del mondo, giungano a fare entrare nei complotti e nelle persecuzioni anche queste nuove famiglie, con le conseguenze disastrose che si possono immaginare.

La famiglia adottante, pertanto, si trova davanti a diversi tipi di difficoltà, che da sola potrebbe non superare. Anche l’adozione di un paziente psichiatrico è un trapianto, ma un trapianto che necessita di cure specifiche.

Cos’è l’autolesionismo? La ripetizione del trauma sulla propria pelle.

La prima associazione che andrebbe fatta quando si parla di autolesionismo è anche l’ultima che in genere si ha il coraggio di fare: la ripetizione.

L’autolesionista ripete. La fissazione al trauma, direi quasi l’attaccamento alla scena traumatica. L’impossibilità di lasciare il momento in cui il trauma è avvenuto, induce il soggetto a ripetere l’evento e le sue ripercussioni sul suo corpo.

L’effetto, o almeno l’obiettivo, non è quello di lenire il dolore, che anzi ne risulta amplificato, quanto piuttosto di controllarlo.

Quali sono gli stili materni? La Mother Queen, un tipo di madre assente.

Ci sono diversi modi per suddividere e definire gli stili di attaccamento del bambino, ma quali sono i principali stili materni? Ovvero, quanti ‘tipi’ di madre esistono?

Semplificando molto, e riferendomi al tipo di influenza diretta che una madre ha sul presente del bambino, credo si possano indicare una serie (composita) di madri ‘presenti’, una serie (composita) di madri ‘assenti’, e una serie di madri per così dire ‘intermedie’ o ‘moderate’, in grado di modulare prossimità/distanza in base alle situazioni.

Nell’ambito delle madri che (non necessariamente per colpa o dolo) possono essere definite ‘assenti’, quali sono gli stili materni predominanti? Ho accennato alla Mother Superior , vorrei qui fermarmi su quella che amo definire ‘Mother Queen’, la madre ‘regina’.

Una regina ha nei confronti dei suoi sudditi un atteggiamento di benevolo distacco. Ella certamente ama rappresentarli nelle occasioni mondane. Una regina ama rivolgersi ai sudditi facendo leva su gli alti valori della responsabilità e dell’appartenenza alla casa comune. Una regina difende il suo popolo nelle occasioni più importanti. Ma altrettanto certamente possiamo dire che una regina si mescola con le dinamiche dei suoi sudditi solo parzialmente; Si fa ritrarre con alcuni di essi, i più vicini a lei per rango e censo, dicendo che lo fa a nome di tutti gli altri; in quanto regina il patrimonio di cui dispone la differenzia notevolmente dagli altri, talvolta anche da quelli che fanno parte della sua stessa casa reale. Insomma una regina è seducentemente, ma inesorabilmente, irraggiungibile.

La prima caratteristica fondamentale del tipo di madre assente che definisco stile Mother Queen è proprio questa: irraggiungibile. La madre irraggiungibile si pone al di sopra e di lato rispetto ai figli, ne è costantemente cercata dallo sguardo, ma non si sofferma mai su di loro, perché per l’appunto, la sua attenzione è rivolta altrove, verso un orizzonte diverso.

La Mother Queen non è necessariamente una madre assente dal punto di vista fisico. Proprio come una regina non è assente dalla vita dei suoi sudditi: anzi, la sua è una presenza fortemente ingombrante. Ecco, ingombrante è l’altra caratteristica fondamentale della Mother Queen. La combinazione di questi due elementi caratteristici, essere allo stesso tempo irraggiungibile e ingombrante, fa sì che la Mother Queen venga vissuta con deferenza e rispetto, ma anche con frustrazione. Il bambino sente di non poter mai raggiungere questo tipo di madre, sente che qualunque cosa faccia non è mai abbastanza. Una bambina che tutti definiscono brava, per esempio, che tutti ammirano per la sua bravura a scuola, può sentirsi ferita da una madre che non la riconosce come tale, perché abituata, poniamo, ad essere ella stessa al centro delle attenzioni.

Oppure un bambino che tutti definiscono bello, ammirato per la sua bellezza, può nutrire in sé delle insicurezze se la madre non si mostra mai abbastanza appagata da lui.

Ci sono senza dubbio diversi modi in cui una madre possa risultare ‘assente’ dalla vita dei suoi figli, e non necessariamente sono tutti per sua colpa o responsabilità diretta. La Mother Queen è una di queste. Questa donna attraversa un periodo particolare della sua storia: in conseguenza di ciò non riesce a sintonizzarsi sulle frequenze dei figli, ma allo stesso tempo ne ingombra (involontariamente) la strada, e ne frustra, suo malgrado, il cammino.

Come superare il lutto per la morte di un animale domestico?

Vorrei tornare su un concetto già espresso in passato, per chiarirlo meglio: il lutto per la morte di un animale domestico.

Quello che a volte rende penosamente insuperabile un momento difficile, che sia un lutto, la fine di una relazione affettiva, una fase lavorativa complicata, ecc… è non poter condividere questo momento con nessuno, sentirsi soli, inascoltati. Condividere di per sé non garantisce l’archiviazione rapida di una fase ‘no’, sia chiaro, ma certamente aiuta a chiarire, elaborare e trasformare le emozioni. Dapprima aiuta a trasformare le emozioni in pensieri, e poi, auspicabilmente, in piani di azione.

Un esempio significativo di quanto intendo dire è quello che è avvenuto in seguito agli attacchi terroristici dell’undici settembre del 2001 per gli abitanti di New York e per tutti gli americani. Quella terribile esperienza ha avuto una lunga serie di conseguenze. A livello politico due guerre e diversi rimaneggiamenti nelle relazioni con altri stati; a livello economico numerosi scossoni sulle borse di tutto il mondo, e sui piani industriali di molte aziende multinazionali, che sono stati superati solo diversi mesi dopo; a livello più concreto e organizzativo dei cambiamenti di regole e modalità del viaggio aereo, cambiamenti tuttora non superati; a livello artistico e culturale decine e decine di film, libri, concerti, mostre, aste di cimeli, riconoscimenti al corpo dei vigili del fuoco di New York, e tante altre reazioni e ripercussioni, che ora mi sfuggono, ma che certamente chi legge avrà ben presenti. In conseguenza di questa enorme mole di reazioni, i newyorkesi sono stati segnati dagli eventi di quella mattina meno di quanto molte persone vengano segnate ogni giorno da eventi dalla portata, se vogliamo, meno eclatante. E questo perché gli americani, e in particolare i newyorkesi, hanno avuto la possibilità di parlare a lungo tra di loro e con gli altri, di quanto successo, delle loro paure e delle loro angosce; Hanno avuto modo di documentare con fotografie, ricordi, impressioni, quella giornata drammatica, hanno sentito il calore e la vicinanza di milioni di cittadini del mondo, e infine hanno percepito con straordinaria chiarezza quali conseguenze politiche, militari, ed economiche sono discese da un attacco di tale portata. Il loro dolore, in altri termini, non è stato inascoltato. Ed essi hanno, inoltre, modulato una nuova narrazione di gruppo, anzi di popolo, a quanto avvenuto.

Per tante persone, invece, questo non è possibile. Nella vita quotidiana non si ha sempre la fortuna di poter condividere i drammi, e soprattutto nel condividerli di creare una nuova narrativa che li comprenda. Avete mai assistito a quelle discussioni di gruppo dopo un funerale, in cui viene ricordato il defunto attraverso aneddoti della sua vita, che riguardano anche le persone che li raccontano?

Ecco, quello è un tentativo di narrare la storia che verrà, ovvero quella di cui questo defunto non farà parte, mettendo delle premesse che dicano che no, egli ne farà parte eccome, perché egli sarà sempre nella narrazione di chi racconta quell’episodio, perché è nella sua vita. Affermando che il defunto farà sempre parte del mondo emotivo di chi racconta, viene in qualche modo gettato un ponte sul vuoto di memoria che sarà, e viene costruita una nuova identità di cui farà inesorabilmente parte anche il defunto: viene negata la morte, mantenendo per sempre in vita quella persona dentro alla mente e al cuore di chi parla.

Dicevo, in tantissime occasioni manca la rielaborazione in una relazione, e le persone sentono inespresso un loro dolore.

Una di queste occasioni è quella della morte di un animale domestico. Essa rappresenta molto spesso un lutto largamente non risolto, cosa testimoniata, come ho detto altrove, dal fatto che raramente un secondo animale sarà della stessa razza del primo, né tantomeno avrà lo stesso nome.

La perdita di un piccolo amico prefigura la fine di almeno due elementi nella vita di una persona: le abitudini e una relazione. Tale perdita è vissuta generalmente nella solitudine: parenti e amici, infatti, tendono a minimizzare la portata del lutto, ritengono (e probabilmente non per mancanza di sensibilità) che al più con l’acquisto di un altro animale si potrà superare brillantemente l’impasse.

Le abitudini: chi ha un cane ha delle routine consolidate che probabilmente entrano a fare parte del suo equilibrio, perché chi ama il proprio cane ama anche tutte le cose che fa insieme a lui. Così con un altro cane può darsi che le abitudini non siano più le stesse, gli orari, per esempio, o il negozio degli alimenti, o altro.

La relazione: un animale domestico è un compagno di vita. Restano dentro milioni di frammenti di memoria, condensati in un flash, in cui si ricordano quegli occhi, o il suono delle zampe che scivolano sul pavimento quando suona il campanello. Si è creata una relazione, non c’è che dire, profonda e personale: per esempio si arriva a prevedere ogni sua mossa, ogni suo comportamento: il gatto che salta sul letto al mattino, il muso del cane sulla gamba quando ti servono un piatto al ristorante, ecc… . E’ proprio questa relazione che non verrà mai raccontata, sono quei comportamenti previsti che fanno di una conoscenza un’amicizia.

Il lutto per un animale domestico è la perdita di una serie di abitudini, ma anche di una relazione stretta con un amico silenzioso. E meriterebbe più che qualche battuta buonista.

Uomini e violenza di genere

Identificare l’uomo con la volitività e l’aggressività è una semplificazione culturale che ha a che fare con l’omologazione sociale e la massificazione dei costumi.

Se prendiamo ad esempio lo sport ci rendiamo conto che questo è tanto più vero quanto più lo sport è ‘popolare’. In Europa gli sport di massa sono quelli in cui l’aggressività, anche cieca, l’espediente, il furore agonistico al limite della rozzezza, sono valori fondativi molto più che in sport per così dire di nicchia, in cui invece il fair play, il terzo tempo, il rispetto per l’avversario vengono addirittura prima del risultato in sé.

In politica le cose non vanno meglio. Un tempo i grandi movimenti politici erano anzitutto fucine di idee e di contenuti. Oggi invece, in tutto il mondo, i grandi partiti sono quelli che convogliano la rabbia, l’aggressività, talvolta l’odio dei loro iscritti, mentre è più facile ascoltare parole di saggezza e lungimiranza al congresso di un piccolo partito. Lo stesso si potrebbe dire per i grandi movimenti di piazza, in cui gli slogan, la semplificazione, l’aggressività passiva, prendono il posto del ragionamento, del confronto, dell’ascolto.

Vengo ora alla violenza di genere. Se un uomo è in grado di esprimere fair play ad una partita di tennis e molto meno sulle tribune di uno stadio di calcio, se riesce ad essere moderato al meeting di un nuovo movimento politico, più che ad un corteo di massa sotto bandiere e cappellini, probabilmente la colpa non risiede nella genetica.

Sono portato a credere che l’aggressività, soprattutto nelle relazioni affettive, sia molto spesso una semplificazione culturale, una scorciatoia filo evolutiva, una rozza imitazione della filosofia politica per cui distruggere un nemico è la migliore certezza di poterlo dominare.

La violenza di genere è sostanzialmente un fatto culturale, per questo può e deve essere superata. Con la cultura, evidentemente. Non con gli slogan.

Quali sono gli stili paterni? Il padre con gli stivali

Alcuni padri si sentono proprietari della vita dei figli. Direi di più, proprietari dei figli. E delle figlie.

Il punto qui è la reazione emotivo/comportamentale da parte di chi vede la propria vita appesa al filo della volontà altrui. Il diritto di prelazione che questi padri esercitano sulle scelte dei loro figli conduce a volte questi ultimi ad affrontare la vita con una sorta di apatia, di rassegnazione. Che alla lunga li annulla nella loro essenza più intima.

In alcuni casi si può trattare di abusi, fisici o psichici. In altri nell’obbligo di frequentare delle persone piuttosto che altre, o a seguire degli studi e non altri.

Questi atteggiamenti possono influenzare lo stile relazionale dei loro figli anche per molto tempo.

Faccio un esempio: da adulti alcuni di questi figli potrebbero sentirsi in difetto nei confronti di figure autoritarie, e nutrire verso di loro un’avversione. Altri potrebbero portarsi dietro difficoltà specifiche nel rapporto con gli uomini. Altri ancora potrebbero non amare l’idea di famiglia, rinunciando a volerne creare una propria, in sfregio al male ricevuto.

In queste poche righe volevo mettere in evidenza questo aspetto: le relazioni di accudimento primarie sedimentano dentro di noi e lasciano dei segni, anche a distanza di molti anni. Se sono state deficitarie, o nevrotiche, o insoddisfacenti, come nel caso del ‘padre con gli stivali’ in alcuni momenti particolari della nostra vita queste relazioni possono aprire ferite che non credevamo di avere, o meglio, che pensavamo di avere suturato da molto tempo.

L’abbandono e le sue implicazioni

Quando l’abbandono descrive la ripetizione di un trauma passato è certamente più doloroso e difficile da superare. Quelle che chiamiamo le separazioni premature, o perdite precoci (early losses) scavano nell’individuo una solitudine carica di ansie, angosce e sensi di colpa.

All’inizio, come diceva Freud, un bambino sceglie una figura di riferimento e la investe di energie vitali, per orientarsi nella crescita e identificarsi in un modello vincente. Quando la perdita riguarda questa figura fondamentale il bambino si trova davanti al baratro dell’ignoto. A questi bambini può servire molto tempo per definire la propria identità senza una figura simile, ma la cosa peggiore è che quando nella loro vita vivranno un altro abbandono (non fatevi illusioni, ci passiamo tutti) la ripetizione potrà scatenare i fantasmi di un tempo. O se preferite la metafora neurologica, l’attivazione di quelle aree sottocorticali potrà fare emergere le stesse sensazioni della separazione originaria.

Una seconda implicazione è quella della teoria su di sé. Quando l’abbandono viene letto attraverso la lente della colpa, ovvero ‘Sono stato abbandonato perché non sono abbastanza buono, ho fatto qualcosa di sbagliato’ o simili, la ripetizione dell’abbandono riattualizza la teoria su di sé. Una teoria su di sé è talvolta una narrazione interna silente e preconsapevole, un insieme di sensazioni non del tutto esplicitate che conducono però a conclusioni rigide e definitive del tipo ‘Se anche questa volta sono stato abbandonato, allora è proprio vero che non valgo, non sono degno di amore’ e simili. Questo tipo di narrazione interna basata sulla colpa può condurre l’individuo a percorrere strade diverse: da quelle riparatorie, (ad es. volontariato) a quelle che mirano a colmare o spegnere il vuoto (shopping compulsivo, dipendenze, e simili).

Ripetizione della perdita precoce e riattivazione di una certa teoria su di sé sono pertanto due delle principali implicazioni dell’abbandono.

Ce ne sono altre, ma le metterò a fuoco in un secondo momento.