Perché la bella della classe non sceglie mai il compagno di banco?

Alcune coppie nascono sulla base di condizionamenti esterni. La bella della classe, per esempio, non guarda mai al suo vicino di banco, che la ama segretamente, ma punta istintivamente al bello dell’altra classe, desiderato da tutte le ragazze della scuola. Le implicazioni di questa tendenza sono fortissime: viene stilata una gerarchia basata sul potere della seduzione, ossia sulla competizione sessuale. 

La coppia male assortita e le affinità elettive

Darwin sarebbe soddisfatto, non c’è dubbio, ma una coppia che nasce sull’esigenza di un riconoscimento esterno, è una coppia male assortita. Per natura avrà vita incerta, travagliata, solitamente breve, e amo distinguerla da un altro tipo di coppia, quella che Goethe definiva delle affinità elettive. Il più delle volte il vicino di banco è proprio il ragazzo di cui la bella della classe si fida di più: è bravo a scuola, è rispettoso, e sa dare buoni consigli. È l’amico perfetto, tanto che, molti anni dopo, è ancora tra i contatti sui social network. Quindi, se il ragazzo appariscente è sparito dagli orizzonti, mentre il vicino di banco, in quegli orizzonti, c’è sempre rimasto, verrebbe da chiedersi: per quale motivo la bella della classe non ha scelto il vicino di banco? 

La questione non è banale, perché un po’ tutti abbiamo fatto una scelta di questo tipo. E c’è di più, è una scelta che, con il passare del tempo, tendiamo a ripetere. Tra gli amici delle vacanze, nei gruppi studio dell’università, e più tardi tra i colleghi di lavoro. C’è sempre una persona di cui istintivamente ci fidiamo, ma con cui mai e poi mai andremmo a cena, e poi c’è la persona con cui andremmo a cena, e non solo, ma che poi perdiamo di vista nel giro di pochi mesi. 

Quanto è importante sedurre?

La cocciutaggine con cui inseguiamo una coppia male assortita, e rifiutiamo una coppia che invece potrebbe funzionare, è la cifra della nostra difficoltà di ignorare l’effetto sociale delle nostre scelte, ossia le ricadute che determinano nell’ambiente in cui ci muoviamo. 

Così ci stiamo avvicinando ad alcuni scomodi interrogativi: preferiamo avere un ruolo sociale di dominio, in cui tutti apprezzano le nostre doti di seduttori, piuttosto che una felice vita di coppia? E se sì, quanto tempo deve passare, prima che decidiamo di prenderne atto? 

Diego Maradona, Ayrton Senna, Valentino Mazzola. Mito, destino e consolazione.

Nei giorni scorsi abbiamo celebrato l’anniversario della morte di Ayrton Senna e della scomparsa del Grande Torino. La loro vicenda è simile a quella di un altro grande mito dello sport mondiale, Diego Armando Maradona. È simile perché tutti e tre questi pezzi di storia dello sport, condividono un fato avverso e terribile, che li ha piegati proprio nel momento di massimo splendore.

Amati in vita, compianti dopo, la ragione del mito che li circonda, tuttavia, non sta nella loro popolarità. Questi eroi del nostro tempo sono stati, come molte persone che conosciamo, battuti dal destino. Non è un caso se il motto che accompagna i tifosi del Grande Torino, sulla faccia oscura del colle di Superga, è “solo il fato li vinse”. 

Abbiamo bisogno di fissare nella nostra coscienza, individuale e collettiva, alcuni punti cardinali, alcune lezioni, che ci guidino quando siamo nel buio. Una di queste riguarda il lutto e il suo superamento. Il campione dello sport nel fiore della sua carriera, e che sarebbe stata ancora lunghissima, è il migliore emblema di una fine inaspettata e inspiegabile. 

Ayrton Senna è morto nel momento del suo massimo splendore, quando, si dice, avesse nel cassetto un contratto con la Ferrari. Diego Armando Maradona è stato fermato dal suo demone quando il mondo del calcio aveva più bisogno di lui. L’aereo del Grande Torino è caduto proprio alla fine degli anni Quaranta, quando l’Italia stava per prendere il volo. 

Il mito è saggezza popolare, è cristallizzare una lezione affinché non venga dimenticata. Se c’è un insegnamento dietro al mito di Valentino Mazzola, di Ayrton Senna e di Diego Maradona, è che la vita non guarda in faccia a nessuno. È la consolazione che l’inevitabilità del destino non riguarda solo noi persone comuni, ma anche loro, gli dei dell’olimpo dello sport. È questa loro umanità che ce li fa amare così tanto, proprio loro che tanto umani, in fondo, davvero non sembravano. 

La coppia infantile.

Il percorso di crescita è in genere una corsa verso l’età adulta, una sua anticipazione, talvolta persino uno scimmiottamento. Vi sono individui, invece, che in coppia rifiutano il ruolo di adulti, e giocano a fare i bambini. 

“Io sono grande”

Sappiamo tutti di quanto i bambini tengano a sottolineare il loro grado di sviluppo, e quanto vengano rafforzati in questo dagli adulti che si occupano di loro. A scuola, per esempio, amano aiutare dei compagni più piccoli, per senso di responsabilità, oppure a casa assicurano di poter assumere certe iniziative, perché “io sono grande”. 

Il mondo che li circonda, del resto, tende a premiare questo atteggiamento, per insegnare loro l’autonomia, e renderli consapevoli delle loro azioni.

Questa dinamica non si perde con la prima infanzia, anzi continua ad essere presente in ogni fase di crescita. L’adolescente e il giovane rincorrono l’adultità come se fosse uno status sociale. I ragazzi sognano di guidare l’auto, di uscire da soli con gli amici, di firmare i libretti scolastici. I giovani adulti sognano cose diverse, ma pur sempre cose “da grandi”: tutti abbiamo sentito la frase: “Oggi compi 18 anni, finalmente potrai…”. Al bambino e al giovane, sovente, la loro condizione sta stretta. 

Responsabilità

Vediamo coppie, invece, in cui la situazione si ribalta, e invece di fare gli adulti, i loro componenti giocano a fare i bambini. Anche questo è un caso di coppia sul viale del tramonto, ma in maniera diversa dalle altre. La cosa che sorprende di più non è la difficoltà di prendere atto della crisi, piuttosto la fuga (immaginata) dal ruolo di adulto e dalle responsabilità che esso prevede. E ovviamente tra le responsabilità c’è anche quella di fare parte di un progetto di vita condiviso. 

Supponiamo per un istante di entrare in una sala operatoria durante un intervento, e di imbatterci in una equipe che si comporta come una classe di bambini. L’anestesista che rincorre l’infermiere, disordine ovunque, e tra urla e schiamazzi il paziente abbandonato in un angolo. E poi supponiamo ancora di entrare in un parlamento e trovare una situazione analoga: aeroplanini di carta, sbadigli, chiacchiere a mezza voce. Che impressione ne avremmo? Penseremmo senza dubbio che le persone che vediamo vorrebbero essere altrove, che non hanno nessuna voglia di fare quello che stanno facendo, e che trovano più divertimento nei comportamenti infantili, che soddisfazione professionale dal loro impegno. 

Questa è la stessa impressione che si può avere dalle coppie infantili. Quando due persone si divertono di più a fare giochi, sketch, battute infantili, piuttosto che vivere il presente o progettare cose da fare insieme, molto spesso è perché queste ultime non darebbero maggiore soddisfazione, o più semplicemente queste persone vorrebbero essere altrove. 

Quindi la riflessione si sposta dal fatto stesso che la coppia sia in crisi, al peso della responsabilità di doverlo ammettere. E come abbiamo detto, è proprio la responsabilità una differenza importante tra l’infanzia e l’età adulta.  

Coppie al capolinea. Come riconoscerle, come uscirne.

La prima relazione in cui siamo coinvolti, appena dopo la nostra nascita, è all’interno di una coppia. La dimensione duale del rapporto con la madre, (o con chi ne fa le veci) influenza, di conseguenza, ogni rapporto a due che incontriamo nel corso della vita. Ci sono relazioni che ci ricordano quella primaria modalità di accudimento, ce ne sono altre totalmente diverse, e altre ancora che ne condividono soltanto alcuni aspetti. Vivere in coppia è difficile, perché arriva sempre il momento in cui la persona amata non risponde alle nostre aspettative, che derivano da quella esperienza primordiale. 

Relazioni tossiche

Ad ogni modo, non tutte le dinamiche che non rispettano le aspettative sono finite, ad alcune, in realtà, ci si può adeguare. Del resto a questo serve l’innamoramento, a trovare la forza di superare le differenze, per preservare qualcosa di più grande. Ci sono invece altre relazioni, che palesemente hanno esaurito la loro carica propulsiva, in cui le differenze diventano ogni giorno più pesanti. In questi casi non serve resistere, nascondersi dietro l’amore che si prova, perché il più delle volte è un amore “tossico”, e queste coppie sono al capolinea. Un esempio di relazione tossica è quella basata sull’asimmetria. Se c’è uno sbilanciamento di potere, come nel caso della violenza di genere, o della dipendenza affettiva o economica, in cui una delle due parti è soggiogata all’altra, l’“amore” che si prova non è sempre genuino, perché “intossicato” dalla necessità. 

Mind games

Quando in una coppia la comunicazione è dominata dai “mind games” (ne ho parlato in precedenza) ossia da quelle giravolte verbali che mirano solo a mistificare i fatti, anche questa coppia è al capolinea. I mind games sono attacchi vili che generano insicurezze, mentre un rapporto maturo dovrebbe emancipare, non legare. Una delle motivazioni alla base dei mind games è l’infedeltà. Le coppie infedeli amano mistificare i fatti, per poter continuare a mantenere l’attuale equilibrio. 

Identità di genere

Non se ne parla mai, ma è un’occasione di grande sofferenza in coppia. Se uno dei due partner smette di identificarsi nel rapporto di genere in atto, le cose si fanno molto difficili. Diamo per scontato che se un individuo forma una coppia con un altro individuo del genere opposto, l’identità di genere che ne deriva sia stabile o intoccabile. Poiché questo non è vero per tutti, può capitare che l’equilibrio si spezzi, e anche in questi casi la coppia è al capolinea. 

Se nella vita di coppia sentiamo echeggiare uno o più di questi aspetti, l’asimmetria, i mind games, e l’identità di genere, fermiamoci. Potrebbe andarne del bene dell’altra persona, del futuro che insieme pensiamo di costruire, ma anche del nostro benessere personale.   

Migranti interni: il dialetto come collante dell’unità familiare

L’argomento migrazioni interne è ormai stabilmente scomparso dal dibattito pubblico, come se non fosse più cosa di attualità. L’Italia è una patria, gli italiani sono a casa loro ovunque, quindi perché parlarne? Eppure non è sempre così, considerato l’alto livello di malessere che attraversa tutt’oggi chi deve spostarsi per necessità, che sia studio, lavoro, o altro. 

Tradizioni popolari, cibo, dialetto 

Aspetti fortemente indicativi del malessere di chi cambia residenza, sono dati dal rinnovato attaccamento alle tradizioni popolari della città d’origine, talvolta mai considerate in precedenza, e dall’idealizzazione della sua cultura gastronomica, con il contemporaneo rifiuto di quelli del luogo di arrivo. E poi, altro elemento oggi fortemente identitario, l’uso massivo del dialetto, o di espressioni gergali/dialettali, anche nel rapporto quotidiano con i nuovi conterranei. 

Lasciando per ora da parte l’attaccamento alle tradizioni locali e alla cultura gastronomica, vorrei soffermarmi un attimo sull’uso del dialetto. Nel corso del Novecento, gli spostamenti dalle campagne verso le città sono stati accompagnati da profondi vissuti di inferiorità. La produzione in fabbrica, la “città mostro” che tenta i giovani, il progresso, ecc…, sono stati vissuti con deferenza dai contadini, che si sentivano fuori posto anche a causa delle difficoltà comunicative. 

La gente di campagna si vergognava a parlare dialetto in città, sentiva di non essere come gli altri. La scuola dell’obbligo ha insegnato la lingua italiana, e questo ha consentito a persone provenienti dalla val Brembana di comunicare con chi era nato a Palermo, e così via. 

Oggi assistiamo al processo inverso, chi cambia città non prova a dimenticare il dialetto, ma anzi ne ricerca la forza espressiva, per colorare il suo discorso, e anche, inutile negarlo, per escludere chi non capisce.

Dialetto come legame familiare?

Si struttura un’idiosincrasia a doppia mandata. Da un lato il nuovo arrivato è spaesato, non conosce nessuno, deve ambientarsi. Dall’altro, però, alcune volte, fa di tutto per non integrarsi, per tenere gli altri a distanza. È così che nasce un sospetto. Quali vincoli profondi legano un persona che cambia vita alla sua città di origine? Prendiamo un torinese che sogni di imbarcarsi sulle navi: una volta partito per mare, che senso avrebbe tenersi strette tutte le sue tradizioni, dialetto compreso? 

Qui occorre ribadire la distinzione tra pubblico e privato. Nel pubblico, ad oggi, i dialetti sono praticamente scomparsi. Sono stato in vacanza a San Vito Lo Capo, in Sicilia, e a Ceriale, in Liguria. Ho potuto notare che in entrambe le realtà il prete dice messa in italiano (e non in dialetto), i menu dei ristoranti sono scritti in italiano, i pescatori al mercato del pesce usano l’italiano, per vendere le loro primizie. Così possiamo chiederci: se un abitante di San Vito Lo Capo o di Ceriale sente parlare il suo dialetto, a cosa pensa? Al suo parroco, alla sua amata pizzeria, al mercato del pesce al mattino? Io credo di no. Dico, invece, che a sentire il dialetto penserà, sostanzialmente, alla sua casa, alla sua famiglia, alla nonna che lo chiamava quando era bambino. 

Se nel Novecento il dialetto era segno di arretratezza culturale, oggi, che non abbiamo più aree arretrate, è segno di appartenenza. Escludere, o sorprendere, gli altri parlando in dialetto, non ha il senso di dichiarare il proprio analfabetismo, ma piuttosto il proprio attaccamento al contesto di partenza. 

O forse, più direttamente, alla famiglia d’origine. 

Alessandro Baricco, il nostro classico

È stato con un misto di commozione e gratitudine che ho accolto Abel, il nuovo libro di Alessandro Baricco. Con l’occasione vorrei definire, se non il peso specifico, almeno le coordinate della figura di Baricco nel nostro tempo. E arrivare, così, ad affermare, che se non possiamo ancora chiamarlo classico, poco ci manca. 

Il Max Biaggi della cultura italiana

Baricco è stato sovente definito il Max Biaggi della cultura italiana. La presenza di Umberto Eco, il gigante per eccellenza, sul suo stesso palcoscenico, ne ha inevitabilmente adombrato la fama, per molti anni. Così, è proprio oggi che Eco non c’è più, e la cultura italiana è costellata di acculturati faziosi e rancorosi, che riscopriamo il talento smisurato di Alessandro Baricco. 

Scrittore, drammaturgo, fondatore di una “scuola per narratori”, Baricco è forse il nostro ultimo vero intellettuale. L’uomo di intelletto non è colui che va in tv a dire come educare i figli, scrive libri in difesa di gente indifendibile, o si affaccia ai balconi ad annunciare la fine (o il tramonto) del nostro tempo. L’intellettuale fa cose. 

Toccare le coscienze è un fatto di talento, e proprio questo stupisce di Alessandro Baricco, il suo smisurato talento, specie se paragonato ai contemporanei. Pensiamo per un attimo a Herman Hesse, alla sospensione del tempo interiore nei suoi libri. Intere generazioni hanno amato Il lupo della steppa, Tempo di fieno, o lo sfortunato Peter Camenzind.  E li hanno amati perché da quei libri hanno ricevuto qualcosa. 

Scommetto che tutti noi ricordiamo almeno un’immagine di Siddharta, e ricordiamo anche l’epoca in cui lo abbiamo letto per la prima volta. Perché i classici sono sempre attuali, se non altro dentro di noi. 

Fuoriclasse, e fuori dalla classe

Alessandro Baricco è un fuoriclasse assoluto, come Hesse, Hemingway, o Michael Ende. La sua opera supera il tempo, ci emoziona, e soprattutto ci interroga. In questo differisce dai contemporanei, che non gettano domande, ma sparano risposte. Soltanto che quelle risposte, che loro sentono buone, non lo sono necessariamente per tutti noi. 

La grande opera artistica e intellettuale, e qui ci torna utile Umberto Eco, è più simile al Pendolo di Foucault, che apre, stimola, inquieta, che non al consiglio generico “Va dove ti porta il cuore”, che riempie di sicurezza, e lascia addormentare sereni. O se vogliamo, è più simile ad una seduta di psicoterapia, in cui le certezze vengono messe in dubbio, non fortificate. 

Accadono cose che sono come domande. Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde.” Scelgo questo segmento, non me ne vogliano i fans, a emblema dell’intera opera di Alessandro Baricco. In questa scansione di Castelli di rabbia c’è più di una frase fatta: c’è un progetto di ricerca che è filosofica, spirituale, ma anche psicoanalitica. Perché i libri che fanno dormire sereni, sono più simili ai fumetti che ai grandi romanzi. E poi c’è una sensazione: che uscito dall’ombra di Umberto Eco, daremo finalmente a Baricco ciò che è di Baricco. Ovvero, che se non possiamo ancora chiamarlo classico, in fondo, poco ci manca. 

Come resistere al bello e dannato? Il fascino perverso del narcisista e le implicazioni distruttive per le sue vittime.

Il successo del narcisista si basa sul ritorno di immagine per chi se ne invaghisce. Sedurre un individuo pieno di sé, infatti, molto amato e ricercato, rinforza, inevitabilmente, l’autostima. Ed è proprio la bassa autostima, quindi, il punto debole su cui fa leva la sua irresistibile fascinazione. 


Bello e dannato


Gli individui “belli e dannati” vantano livelli di consenso spropositati e per lo più immeritati. Il segreto di questo successo sta proprio nello spazio che le vittime consentono loro all’interno delle relazioni, che siano affettive o amicali. 


A tutti può capitare, in una certa fase della vita, di sentirsi poco amabili, indegni di attenzioni, o addirittura un po’ da buttare via. È proprio allora che si è più vulnerabili al fascino dei narcisisti, ossia quegli individui incapaci di relazionarsi con gli altri, perché concentrati unicamente sui propri bisogni. 


In quella fase, incontrare un individuo che emana fascino può essere un grosso inconveniente. Da un lato, riuscire a sedurlo potrebbe dare una grande carica di autostima, ma dall’altro, proprio l’impossibilità di conquistarlo totalmente, una volta per tutte, potrebbe attivare un vortice distruttivo.  


Autostima 

Il narcisista, per definizione, non è mai pago dei rimandi degli altri. Per questo la “vittima” potrebbe entrare in un loop drammatico, uno scontro con l’immagine di sé più profonda. Perché se da un lato il bello e dannato offre riscatto e visibilità, dall’altro non può che confermare il deficit di autostima.


Cosa fare in questi casi? La “vittima” del narcisista deve anzitutto chiedersi: perché questo individuo esercita su di me un fascino così irresistibile? Qual è il ruolo della mia autostima, in tutto questo coinvolgimento? 


Le risposte a queste domande, come si vede, comportano già una presa di posizione, un progetto. Perché un rapporto interpersonale non si può fondare sulla disparità di potere, di influenza, di spazio. Di nessun tipo. 

Dove mettere gli amori del passato?

Gli “ex” rappresentano un pezzo di vita, che, per quanto passata, è pur sempre la  nostra. Nasce così il dilemma di cosa fare delle emozioni, dei ricordi, delle esperienze fatte nelle storie che li comprendono. Stracciarle, bruciarle, come il tempo che ci ha legati a loro, o salvarle, e così renderle parte della nostra identità?


Estremismi


Le reazioni di fronte alla fine di un amore tendono a polarizzarsi intorno a due estremi. C’è chi trattiene l’altro in un abbraccio mentale, rimodulando i ruoli, per garantirgli comunque un posto nella propria vita. “Siamo stati e saremo buoni amici”, “La inviterò senz’altro al mio matrimonio”, “Voglio che sia il padrino di mio figlio”. E poi c’è chi, con vari gradi di astio e rigetto reciproci, mira a svilire o cancellare dalla memoria ogni minuto passato insieme. “Odio Parigi, perché ci sono stata con…”, “Baricco? Non so chi sia, me lo leggeva …”, “Non vedo Fulvio da quando non sto più con…”. 


Vorrei dire che entrambi questi atteggiamenti sono irrispettosi: anzitutto della persona del nostro presente, e poi anche di noi stessi, della nostra specificità.  Garantire all’“ex” un ruolo di prestigio nel nostro presente equivale a dire al partner attuale: “Stai al tuo posto, non ti esaltare, lui/lei rimane comunque sul podio.”. Chi dice questa cosa probabilmente è un po’ insicuro del nuovo compagno, fatica a lasciarsi andare, a fidarsi, e vuole tenersi una porta aperta. Ma come si può fare un viaggio in auto, o in aereo, lasciando la porta aperta? Garantire all’ex un ruolo, è gravemente irrispettoso del nuovo partner, e infatti bisognerebbe chiedere a queste persone cosa penserebbero se la stessa scelta fosse fatta dall’altro? 


Inoltre devo dire che chi trattiene l’ex nel proprio presente è un po’ insicuro anche di sé stesso, della scelta fatta. Se un partner diventa “ex”, significa che qualcosa non ha funzionato. Forse è questo che si fatica ad accettare? Forse l’amore per l’altro è talmente radicato che si vuole negare la sua fine, anche a costo di trasformarlo, contro natura, in qualcosa che amore non è?


Veniamo all’altra polarità, quella distruttiva. Anche questa non è rispettosa, del nuovo partner come di sé stessi. Se in una relazione precedente ho letto Baricco, perché mi era stato consigliato, farei un grave torto, oggi, se non lo consigliassi a mia volta. Inoltre farei un grave torto anche a me stesso, se mi precludessi di frequentare tutti i posti e le persone a cui ero legato prima.


Il kintsugi dell’anima 


Come uscire da questo impasse? Come ho scritto nel mio libro, in questi casi bisognerebbe fare il “kintsugi dell’anima”. Il kintsugi è una la tecnica giapponese di riparazione della ceramica, in cui i frammenti vengono uniti con una colla intrisa di polvere d’oro. Il risultato è che un kintsugi vale più dello stesso vaso prima della rottura. 


Con l’espressione “il kintsugi dell’anima” mi riferisco alla possibilità di collegare, unire e saldare fra loro parti della nostra storia. Tutti abbiamo frammenti di passato che non si parlano, che sono situati in tempi, luoghi, situazioni diverse. Uno di questi casi è rappresentato, per l’appunto, dagli amori. 
A partire dall’adolescenza, si susseguono alcuni o diversi partner, che lasciano (o tolgono) qualcosa. Questi pezzi sono tessere di puzzle diversi, frammenti che non riusciamo a inserire nello stesso disegno, quello del nostro presente. Per mettere insieme questi pezzi, occorre un’operazione delicata e paziente di kintsugi, ossia incollare un frammento all’altro con mentale polvere d’oro.


Solo a quel punto il nostro passato ci apparirà come un disegno unitario, e non ci sarà più bisogno di garantire ruoli agli ex partner, né di buttare al rogo, insieme al loro ricordo, le cose fatte insieme. 

Sentirsi in colpa

A tutti è capitato di sentire nello stomaco un peso fatto di ansia e angoscia, e di imputarlo al senso di colpa, ossia alla reazione emotiva per aver fatto, o non fatto, qualcosa. 


Responsabilità 


Sentirsi in colpa per una mancanza è certamente cosa buona, e anzi definisce il senso di responsabilità, ossia, se volgiamo, l’attitudine a vivere all’interno di un gruppo o di una collettività. Sentirsi responsabili di un danno arrecato, apre la strada alla possibilità di recuperare, di riparare il misfatto. 


Sin dai tempi di Melania Klein, e dei suoi primi studi su Sigmund Freud, questo è stato correlato con una buona integrazione del . In quest’ottica, chiosava Speziale Bagliacca, “la colpa non è un fenomeno umano primitivo, per sentire colpa occorre avere raggiunto una certa maturità”. Il che significa che le persone in grado di sentirsi in colpa sono persone migliori di altre, che hanno una grande sensibilità, e sanno mettersi nei panni di chi hanno davanti. 


Se parcheggiando urto l’auto del mio collega, o in a discussione mi accorgo di essere andato oltre le righe, è buon segno sentire il bisogno di recuperare, di fare qualcosa per segnalare la mia presa di consapevolezza. 


Colpa senza dolo


Tuttavia non tutti i misfatti comportano lo stesso senso di colpa, e questo significa, di contro, che non tutte le volte che ci sentiamo in colpa ce ne sia un’effettiva ragione. Quando il senso di colpa per aver fatto qualcosa di sbagliato, e soprattutto per aver causato la sofferenza di qualcuno, eccede la normale tollerabilità, per usare un’espressione non psicologica, questo senso di colpa è la spia di una paura più profonda, una paura che ha soltanto trovato un’altra occasione per uscire allo scoperto. 


Prendiamo il caso di due fidanzati che interrompono la loro relazione. Senza dubbio uno dei due cercherà di fare sentire in colpa l’altro, di indurlo a tornare sui suoi passi. Come ben sappiamo, in genere questi tentativi restano vani, non hanno nessun esito. Ossia, quando si decide di troncare una relazione, non c’è senso di colpa che tenga. Pertanto, se esistono misfatti senza colpa, per quale motivo debbano esistere sensi di colpa in assenza di veri misfatti? 

È così che il focus deve spostarsi su quella sensazione di disagio, su quell’esigenza così pressante di riparare alle nostre mancanze. Se quel pensiero dura oltremisura, e arriva a rovinarci un’intera giornata, è segno che merita di essere affrontato una volta per tutte. 

Il mio ultimo libro

Il Kintsugi dell'anima

Una raccolta di scritti brevi che offre speranza e crescita personale, affrontando temi universali come famiglia, lavoro, sport e attualità. Invita i lettori a scoprire opportunità di miglioramento anche nelle difficoltà, trasformando la fragilità in forza.