Il narcisista e la sua distruttività

Un narcisista può distruggere un amore, un’amicizia, un’intera collettività. 

Il disprezzo che il narcisista è in grado di scatenare quando sente di non essere al centro dell’attenzione, di non essere riconosciuto come il migliore, il più bello o il più speciale, può assumere caratteristiche devastanti, per chi ha intorno e di conseguenza anche per se stesso. 

Avere una personalità narcisistica non è una cosa positiva, molto spesso è sinonimo di infelicità.

La vittima del narcisista

La vittima del narcisista, sovente un partner, è esasperata. Vaga alla ricerca di una modalità definitiva per soddisfare questo individuo, senza trovarla, perché non esiste. 

Il vuoto cosmico del narcisista è una fame antica di sguardi e carezze che non dipendano dalla sua esteriorità, o dall’esteriorità di ciò che fa, ma dal valore intrinseco di individuo che egli è. La vittima continua a rinforzare il narcisista su aspetti esteriori del suo operato, come da sua apparente richiesta, rafforzandone, però, in questo modo, la modalità narcisistica e soprattutto scavandone ulteriormente il buco nell’anima. 

Al termine di una relazione, la vittima è stremata, ha perso ogni stima di sé, perché ha visto il proprio amore incapace di soddisfare. Al termine di un’amicizia le vittime del narcisista si sentono svuotate, ma al contrario del partner in loro non c’è delusione, ma solo acredine. 

Un narcisista può anche guidare una collettività, ed il caso peggiore. Quando il narcisismo maligno si scatena, la sua furia può distruggere un intero popolo.  

Esiste un narcisismo buono? 

A questo punto una discussione di buon senso è: esiste una forma moderata, adeguata, sana di narcisismo

Ora, un individuo che non pretenda di essere al centro dell’attenzione, o di essere servito e riverito, o che in una discussione non pretenda di avere ragione a priori non dovrebbe neppure acquisire titolo di narcisista. Del resto se parliamo di una incapacità di relazionarsi con gli altri da pari a pari, di ascoltare e mettersi in relazione, di aprirsi ad un confronto, ‘narcisismo’ è una condizione regressiva, che può essere anche patologica a seconda dei casi. 

Tuttavia amo molto riferirmi a competenze narcisistiche, tratti narcisistici, diciamo pure attitudini narcisistiche come a qualcosa di vitale per l’individuo, se non di profondamente salvifico. 

Se non esiste un ‘narcisismo sano’, credo ci possa essere una modalità di ‘sano narcisismo’: ossia un approccio alle cose e alle situazioni che sia di serafico distacco e di ironica superiorità. Forse qualcuno ha già capito dove voglio arrivare. 

‘La pizza? Bah, niente di che’. Svalutare il buono degli altri come forma di difesa.

A tutti capita di sentire cose del tipo ‘Roma è troppo caotica, non ci vivrei’, oppure ‘La pizza di tua madre non è poi così saporita’, o ancora ‘I film di Kubrick sono belli, ma non eccezionali’. Ammettere che altri siano bravi, competenti o performanti è difficile, perché espone la nostra imperfezione: per questo svalutare a volte ha una funzione difensiva. 

Parti buone, parti cattive

Tutte le cose che ci appartengono hanno aspetti buoni e aspetti meno buoni. In genere siamo ben consapevoli di questi aspetti, e li riconosciamo senza grandi difficoltà. Per qualcuno riconoscere di avere qualità può essere difficile, ma in cuor suo sa di averne, oppure per altri può essere difficile accettare di avere difetti, ma è solo una maschera, perché nel suo profondo ne è consapevole.  

Lo stesso vale per le cose degli altri: se un amico trova una bella spiaggia sconosciuta ai più, o lavora in una buona azienda, non dovremmo faticare ad ammetterlo. Del resto se stiamo bene nella nostra spiaggia o nella nostra azienda, se abbiamo trovato la nostra stabilità, non dovremmo provare troppa invidia per chi ha trovato la propria.

Chi disprezza compra

Altro è quando il buono, bello, confortevole degli altri ci mette a disagio. Alcune persone hanno difficoltà ad ammettere certe verità, anzi sembra che ne siano turbate, al punto che devono prenderne le distanze. C’è chi svaluta Venezia dicendo che sui canali l’aria puzza di umido, o Lecce perché mancano i parcheggi; Oppure chi denigra la bistecca fiorentina perché sa troppo di sangue, o altre cose simili. In questi casi la svalutazione è una forma di difesa. Probabilmente per queste persone accettare che altri facciano cose buone, o abitino città magnifiche, mette a repentaglio l’idea che essi conservano delle loro esperienze personali: il piatto tipico delle loro feste, la piazza della loro città natale ecc… 

Screditare per difesa è simile al detto popolare ‘chi disprezza compra’. C’è un filo sottile, ma invisibile, che lega la svalutazione stizzita con l’interesse. Del resto perché qualcuno dovrebbe denigrare qualcosa (o qualcun altro) quando basterebbe non dire niente, ignorare? Se le cose stanno così è bene fermarsi un attimo, fare mente locale, prenderne coscienza: perché screditare le cose buone degli altri ha sovente come unica conseguenza quella di allontanare il prossimo, non farlo sentire a proprio agio. Che probabilmente è il risultato opposto a quello che si vorrebbe raggiungere. 

Axl Rose e la fame di distruzione

Axl Rose non ha mai fatto mistero di aver avuto un’infanzia difficile, fatta di violenze e abbandoni. E non ha mai nascosto di quanto questa infanzia abbia pesato da un lato sul suo precario equilibrio personale, dall’altro sulla sua travagliata esperienza artistica, legata soprattutto al gruppo rock dal nome non a caso evocativo Guns N’ Roses

Spoilt children

La psicoanalisi definisce spoilt children quei bambini deprivati, spogliati, invasi da un comportamento degli adulti non adeguato o non rispettoso. Questi bambini possono diventare adulti fortemente sofferenti, indipendentemente dal successo che il loro talento gli consente di raggiungere. Significa che l’intrusione operata dagli adulti (deprivazioni, violenze, abusi sessuali, ecc…) è talmente invasiva che resta nella personalità del bambino anche quando è diventato grande, ossia entra a fare parte del suo modo di essere. 

Axl Rose e il suo team di produttori hanno lasciato questo titolo molto emblematico: ‘Appetite for Destruction’. E’ segno di come l’arte sappia talvolta andare oltre la ricerca scientifica, o quanto meno la sappia anticipare. Bramare la distruzione, averne fame, è davvero la condizione che vediamo quotidianamente in alcuni pazienti che hanno avuto un’infanzia infelice

Potremmo dire che ‘Appetite for Destruction’ sia una ricerca scientifica ante litteram sul dolore da abbandono e da intrusione degli adulti nella vita di un bambino: un’opera d’arte che sa spiegare meglio di un convegno a tema quale ricaduta possano avere sulla sua instabilità emotiva, sulla sua ricerca di pericolo o di situazioni potenzialmente pericolose, e sulla sua propensione a distruggere quello che di buono riesce a costruire. 

Arte e psicoterapia

Come ogni grande opera d’inizio carriera, però, in ‘Appetite for DestructionAxl Rose non apre a risposte, cerca soprattutto di esprimere un punto di vista. 

La considerazione che possiamo aggiungere al suo lucido sforzo è che questa fame di distruzione, questa ‘pulsione di morte del bambino male accolto’ usando le parole di Ferenczi, può e deve essere curata prima che diventi distruttività diffusa.   

L’urlo di dolore di chi distrugge deve essere colto, deve essere interpretato come una richiesta di aiuto: per non continuare ad alimentare il trauma dell’abbandono, per non confermare la teoria che ‘io non valgo niente, mi amano solo se li accontento’.

Missili nucleari su Torino

Neppure Mourinho aveva osato tanto. 

All’indomani dell’ultimo Eurovision Song Contest, una giornalista russa ha augurato a Torino di ricevere un missile Sarmat: si tratta di uno di quegli ordigni nucleari che se li vedi arrivare mica lo racconti. 

Confesso che pur nella mia distaccata torinesità, la cosa mi lascia sbigottito. Ora, posto che Torino è città magica, ovvero pacifica per vocazione, posto che siamo terra di santi sociali, (Don Bosco, Cafasso, Cottolengo, Falletti di Barolo,…) che hanno speso la vita a costruire, non certo a distruggere, e posto che i torinesi sono per natura molto inclini alla diplomazia, e molto poco allo scontro diretto, posto tutto questo, come dicevo, e pur nella mia torinesità, la cosa mi lascia sbigottito.

Noi torinesi, si sa, amiamo considerare Torino come un punto nel cuore dell’Europa

A nostro modo di vedere Torino è precisamente a metà strada tra Roma e Parigi, ma anche a metà tra Lisbona e Bucarest (o Kiev, fate voi). O tra Napoli e Londra. Insomma, non lo diamo a vedere, ma nel nostro piccolo ci diamo importanza. Tuttavia sappiamo bene che nella realtà siamo ai margini delle grandi decisioni politiche, dei movimenti culturali di tendenza, della moda ecc… 

E difatti fino ad ora, in questa drammatica guerra, la nostra sostanziale marginalità ci aveva fatto scudo. Alcuni giornalisti russi avevano giocato, in macabre simulazioni, a distruggere le grandi capitali europee: Londra, Parigi, Berlino. Roma non era mai stata nominata, né tantomeno Torino. E questo è un fatto: essere periferia ha i suoi vantaggi. Fino all’Eurovision

Quindi sono sbigottito. Ma non dalla sparata in sé, sia chiaro. Dalla violenza del contenuto. Quanto male devono averti fatto per vomitare tanta cattiveria? Che la vittoria di uno possa scatenare odio per milioni, onestamente deve fare riflettere. Il cratere che resterebbe del Piemonte in caso di missile Sarmat sarebbe visibile, suppongo, dalla Luna. Ora, io non oso immaginare il cratere che debba avere dentro di sé chi dice una cosa del genere. La ferita dell’ego, il dramma esistenziale. Ecco, questo mi turba. Ci sono persone con una tale voragine dentro, che sarebbero in grado di scatenare odio in maniera incontrollata. 

Rabbia al volante: cumulo di stress e malesseri inespressi.

La rabbia al volante è impersonale. Per questo parla di altro, non di quello che succede in strada.

Solitamente proviamo rabbia (o altre emozioni) in grado diverso in base all’evento che le scatena. Prendiamo la tristezza: se muore il nostro cane, ci rubano l’auto o veniamo lasciati da una persona cara avremo un livello di tristezza più alto che se perde la nostra squadra del cuore, o se alle elezioni vince un altro partito. Lo stesso vale per la rabbia. A eventi diversi, ci saranno diversi gradi di rabbia. In alcuni casi riusciremo a gestirla scuotendo la testa, in altri sbufferemo o ci moriremo le labbra, in altri ancora sarà necessario lanciare qualche complimento al responsabile. 

A ben guardare raramente al volante subiamo torti che meriterebbero tanta furia.

Lo scoppio di ira incontrollato, quindi, implica qualcosa di diverso. Le persone che danno in escandescenze al volante, o hanno repentini sbalzi d’umore e reazioni violente, denotano carichi di stress non digerito, o malesseri profondi non adeguatamente espressi.

Esprimere un malessere significa due cose: farlo nei confronti della persona giusta, cioè di chi è effettivamente responsabile di quel malessere, farlo nei termini corretti, cioè in modo che quella persona possa capire e modificare il suo atteggiamento. 

E’ qui che si apre un altro discorso. Ovvero quello della fiducia verso le persone importanti della nostra vita, del grado di sensibilità che hanno verso ciò che ci riguarda, e soprattutto della capacità di comunicare (anche strategica) che abbiamo sviluppato. 

La rabbia al voltante non è compresa tra le capacità di comunicazione con le persone che ci fanno soffrire. Per questo è impersonale, non diretta agli altri automobilisti. 

Ci parla di stress e malesseri profondi, ancora parzialmente inespressi.   

Cos’è l’autolesionismo?

Ripetere il trauma

La prima associazione che andrebbe fatta quando si indaga l’autolesionismo è quella con il trauma.

L’autolesionista ripete. La fissazione al trauma assomiglia quasi ad un attaccamento alla scena traumatica. L’impossibilità di lasciare il momento in cui il trauma è avvenuto, induce il soggetto a ripetere l’evento, o quantomeno le ripercussioni negative dell’evento sul suo corpo.

L’effetto non è quello di lenire il dolore, che anzi ne risulta amplificato, ma quello di tenerlo sotto controllo. Nella ripetizione autolesionista il dolore viene inscatolato, ingabbiato in una sintomatologia, ossia viene controllato in maniera onnipotente.

Prendiamo per esempio chi si procura dei tagli sulle braccia. Alcune di queste persone hanno avuto delle infanzie molto infelici, hanno sopportato il peso di accuse gravissime, e sono cresciute con dei vuoti affettivi. Quando queste persone si procurano delle ferite è come se ripetessero le lacerazioni che hanno subito, e in maniera onnipotente dicessero: ecco adesso sono io che decido se e quando potrò avere una sofferenza così acuta.

Ricerca di attenzione

L’autolesionismo non è un quasi mai un atto di protesta, più frequentemente è una richiesta di attenzione. Purtroppo, come abbiamo detto altre volte, è una richiesta di attenzione sbagliata nei tempi e nei modi, ossia che porta come unica conseguenza l’allontanamento – anziché l’avvicinamento – delle persone.

Ma anche questa purtroppo è una forma di ripetizione: anche in questo aspetto l’autolesionista finisce con il ripetere per intero le condizioni in cui ha subito il trauma: solitudine, indifferenza, colpa.

Quali sono gli stili materni? La Mother Queen, un tipo di madre assente.

Ci sono diversi modi per suddividere e definire gli stili di attaccamento del bambino, ma quali sono i principali stili materni? Ovvero, quanti ‘tipi’ di madre esistono?

Semplificando molto, e riferendomi al tipo di influenza diretta che una madre ha sul presente del bambino, credo si possano indicare una serie (composita) di madri ‘presenti’, una serie (composita) di madri ‘assenti’, e una serie di madri per così dire ‘intermedie’ o ‘moderate’, in grado di modulare prossimità/distanza in base alle situazioni.

Nell’ambito delle madri che (non necessariamente per colpa o dolo) possono essere definite ‘assenti’, quali sono gli stili materni predominanti? Ho accennato alla Mother Superior , vorrei qui fermarmi su quella che amo definire ‘Mother Queen’, la madre ‘regina’.

Una regina ha nei confronti dei suoi sudditi un atteggiamento di benevolo distacco. Ella certamente ama rappresentarli nelle occasioni mondane. Una regina ama rivolgersi ai sudditi facendo leva su gli alti valori della responsabilità e dell’appartenenza alla casa comune. Una regina difende il suo popolo nelle occasioni più importanti. Ma altrettanto certamente possiamo dire che una regina si mescola con le dinamiche dei suoi sudditi solo parzialmente; Si fa ritrarre con alcuni di essi, i più vicini a lei per rango e censo, dicendo che lo fa a nome di tutti gli altri; in quanto regina il patrimonio di cui dispone la differenzia notevolmente dagli altri, talvolta anche da quelli che fanno parte della sua stessa casa reale. Insomma una regina è seducentemente, ma inesorabilmente, irraggiungibile.

La prima caratteristica fondamentale del tipo di madre assente che definisco stile Mother Queen è proprio questa: irraggiungibile. La madre irraggiungibile si pone al di sopra e di lato rispetto ai figli, ne è costantemente cercata dallo sguardo, ma non si sofferma mai su di loro, perché per l’appunto, la sua attenzione è rivolta altrove, verso un orizzonte diverso.

La Mother Queen non è necessariamente una madre assente dal punto di vista fisico. Proprio come una regina non è assente dalla vita dei suoi sudditi: anzi, la sua è una presenza fortemente ingombrante. Ecco, ingombrante è l’altra caratteristica fondamentale della Mother Queen. La combinazione di questi due elementi caratteristici, essere allo stesso tempo irraggiungibile e ingombrante, fa sì che la Mother Queen venga vissuta con deferenza e rispetto, ma anche con frustrazione. Il bambino sente di non poter mai raggiungere questo tipo di madre, sente che qualunque cosa faccia non è mai abbastanza. Una bambina che tutti definiscono brava, per esempio, che tutti ammirano per la sua bravura a scuola, può sentirsi ferita da una madre che non la riconosce come tale, perché abituata, poniamo, ad essere ella stessa al centro delle attenzioni.

Oppure un bambino che tutti definiscono bello, ammirato per la sua bellezza, può nutrire in sé delle insicurezze se la madre non si mostra mai abbastanza appagata da lui.

Ci sono senza dubbio diversi modi in cui una madre possa risultare ‘assente’ dalla vita dei suoi figli, e non necessariamente sono tutti per sua colpa o responsabilità diretta. La Mother Queen è una di queste. Questa donna attraversa un periodo particolare della sua storia: in conseguenza di ciò non riesce a sintonizzarsi sulle frequenze dei figli, ma allo stesso tempo ne ingombra (involontariamente) la strada, e ne frustra, suo malgrado, il cammino.

Life in the fast lane: storie di guida pericolosa

La guida pericolosa è uno dei quei comportamenti poco prudenti che un po’ tutti hanno attuato almeno una volta.

Avere invece sempre condotte al limite, temerarie o incoscienti, giocare a sfiorare il pericolo, essere sfacciatamente sconsiderati è tutta un’altra cosa. Alcuni individui più di altri ne fanno una filosofia di vita: la sfida al pericolo per loro è un modo di essere, un biglietto da visita.

Tra queste condotte mi focalizzo proprio sulla guida pericolosa perché mi sembra la più interessante: il pericolo che essa crea, infatti, non coinvolge soltanto chi la pratica, ma anche il resto della collettività, dal momento in cui il conducente si muove nel traffico tra altre auto.

L’aspetto che per primo vorrei mettere in evidenza riguardo alla guida pericolosa è quello relativo al ‘controllo’. Sottoporre noi stessi ad un rischio ha chiaramente in sé qualcosa di anti conservativo, tuttavia nel farlo abbiamo anche l’illusione del controllo, e di riflesso della conferma della capacità di controllo, per esempio di un pericolo più grande che invece non riusciamo a gestire.

Mi spiego meglio con un esempio. Gli adolescenti sovente guardano film dell’orrore o leggono romanzi gialli, thriller o simili, costume che magari abbandonano con il passare degli anni. Essi attraversano una fase in cui sono travolti dagli eventi e in cui nulla è sotto il loro controllo. Ecco, nel leggere piccoli racconti del brivido, o nel guardare e riguardare film horror di cui conoscono la trama, è come se sperimentassero il controllo, che invece per altri aspetti non hanno. E’ come se dicessero a loro stessi, ‘su questa cosa gigantesca che mi sta succedendo io non ho nessun potere, ma invece per altre cose sì, sono in grado di controllare emozioni, angosce e paure molto profonde che possono nascere dentro di me.’

Allo stesso modo credo che molti di coloro che attuano comportamenti pericolosi, come quelli alla guida, vivano la stessa sensazione. Il vuoto, l’angoscia, il dolore insopportabile per traumi, perdite o ferite ancora dolenti viene in qualche modo spostato, e la narrazione individuale della sconfitta da ciò che non è riusciti a controllare diventa per un attimo la narrazione della vittoria. Una vittoria di Pirro, se vogliamo, fatta a scapito di tutti quelli che rischiano di restare coinvolti.

Ma pur sempre una narrazione vincente, e a volte per la nostra mente è già qualcosa.

Uomini e violenza di genere

Identificare l’uomo con la volitività e l’aggressività è una semplificazione culturale che ha a che fare con l’omologazione sociale e la massificazione dei costumi.

Se prendiamo ad esempio lo sport ci rendiamo conto che questo è tanto più vero quanto più lo sport è ‘popolare’. In Europa gli sport di massa sono quelli in cui l’aggressività, anche cieca, l’espediente, il furore agonistico al limite della rozzezza, sono valori fondativi molto più che in sport per così dire di nicchia, in cui invece il fair play, il terzo tempo, il rispetto per l’avversario vengono addirittura prima del risultato in sé.

In politica le cose non vanno meglio. Un tempo i grandi movimenti politici erano anzitutto fucine di idee e di contenuti. Oggi invece, in tutto il mondo, i grandi partiti sono quelli che convogliano la rabbia, l’aggressività, talvolta l’odio dei loro iscritti, mentre è più facile ascoltare parole di saggezza e lungimiranza al congresso di un piccolo partito. Lo stesso si potrebbe dire per i grandi movimenti di piazza, in cui gli slogan, la semplificazione, l’aggressività passiva, prendono il posto del ragionamento, del confronto, dell’ascolto.

Vengo ora alla violenza di genere. Se un uomo è in grado di esprimere fair play ad una partita di tennis e molto meno sulle tribune di uno stadio di calcio, se riesce ad essere moderato al meeting di un nuovo movimento politico, più che ad un corteo di massa sotto bandiere e cappellini, probabilmente la colpa non risiede nella genetica.

Sono portato a credere che l’aggressività, soprattutto nelle relazioni affettive, sia molto spesso una semplificazione culturale, una scorciatoia filo evolutiva, una rozza imitazione della filosofia politica per cui distruggere un nemico è la migliore certezza di poterlo dominare.

La violenza di genere è sostanzialmente un fatto culturale, per questo può e deve essere superata. Con la cultura, evidentemente. Non con gli slogan.