Categoria: Aggressività

  • Violenza di coppia e patriarcato: vediamoci chiaro.✦ IAGenerato con AI

    Violenza di coppia e patriarcato: vediamoci chiaro.

    Sofferenza psichica e cultura sociale nelle dinamiche aggressive.

    C’è una tendenza diffusa a descrivere la violenza di coppia come conseguenza del patriarcato. Posto che il maschilismo, nelle relazioni e negli equilibri familiari, sia sempre una forma di prevaricazione, (come lo sarebbe il femminismo di una società matriarcale), questa connessione non riesce a spiegare tutte le forme di sopraffazione, soprattutto quelle tra membri non uomo-donna o quelle con una preminenza psichiatrica. 

    Violenza patriarcale e non

    Conosco almeno tre tipi di coppie: uomo-donna, uomo-uomo, donna-donna, (o come ciascuno ritiene possa denominare i membri di tali diadi). Da esse discendono almeno quattro direzione in cui la violenza può essere esercitata: nella prima coppia può essere quella commessa da un uomo verso una donna o da una donna verso un uomo, nella seconda è quella di un uomo verso un altro uomo, nella terza è quella di una donna verso un’altra donna. Le forme di coartazione ad esse associate sono di diverso tipo: c’è un tipo di aggressività basata sul, (o che parte dal) possesso, una basata sulla svalutazione, una riguarda la disponibilità o la sua negazione, un’altra si fonda sul ricatto. Probabilmente ce ne sono altre, ma al momento vorrei limitarmi ad analizzare queste. 

    La prima forma di violenza di coppia è quella che in genere identifichiamo con questo nome e riguarda l’uomo verso la donna. È questa che solitamente viene associata al termine patriarcato, ed è esercitata, per lo più, su base di possesso. Tu sei una mia proprietà, non hai il diritto di autodeterminarti, e solo io decido quando potrai uscire di casa e chi vedere, che scuola o lavoro fare ecc… . Questo atteggiamento muove da presupposti fortemente maschilisti, ed è riscontrabile, pur se in gradi differenti, anche in uomini insospettabili, perché origina dalla cultura di riferimento. Tuttavia, dobbiamo dire che questa forma di violenza di coppia prevede tutta una serie di controlli, di verifiche, di macchinazioni. Perché per tener assoggettata a tal modo una persona, intendo per sottomettere veramente qualcuno che invece vorrebbe svincolarsi, bisognerà controllare sovente il suo smartphone, escogitare dei tranelli sui canali social, avere delle talpe nella sua palestra, sul suo posto di lavoro e così via… Insomma, come si vede, il concetto di patriarcato ci aiuta a spiegare questo fenomeno, ma soltanto in parte. Perché, da un certo punto in poi, tale fenomeno tende a sconfinare nell’inadeguato, nel patologico. E allora dovremmo chiederci per quale motivo un uomo si fida di più della propria compagna, rispetto ad un altro, pur appartenendo entrambi alla medesima cultura maschilista? Che cosa rende un marito così geloso da controllare o ascoltare le chiamate della moglie, mentre un altro marito approfitterebbe del tempo di quelle chiamate per guardare i risultati delle partite? Le difficoltà relazionali investono la vita di coppia, sovrapponendosi o superando le rigidità della cultura patriarcale.   

    Un tipo di soprusi che non hanno quasi per niente a che fare con il maschilismo sono quelli perpetrati dalle donne verso gli uomini. Come ben sappiamo, in alcune coppie la smania di farla pagare per un torto subito, (ad esempio un tradimento, ma non solo), può portare una donna a negare la visita dei figli al marito, o metterlo in cattiva luce ai loro occhi, oppure a fargli terra bruciata intorno in famiglia o nella sua cerchia di amici. Oppure ancora può svalutarlo: dandogli del fallito, dicendo che una sua nuova conoscenza la ascolta di più, che è più sensibile o premurosa, e via dicendo. Questi comportamenti, per quanto comprensibili sul piano umano, sono comunque da considerare come aggressivi, e infatti, in genere non aiutano nella soluzione dei conflitti, ma li esacerbano, allontanando, a volte irrimediabilmente. 

    Un altro tipo di violenza della donna verso l’uomo, ma molto presente anche nelle coppie omosessuali, è quella che riguarda la disponibilità. Con questo termine intendiamo l’attitudine a concedersi dal punto di vista sessuale, cosa che rappresenta una grande arma offensiva. E poi ci riferiamo anche a tutto quello che riguarda il Ghosting, vera e propria piaga relazionale del nostro tempo. Evitare qualcuno, non rispondere ai messaggi, bannarlo dalla propria rete social configura una forma di aggressività brutale, feroce, in grado di intaccare l’umore, l’equilibrio, persino di distruggere l’immagine e l’integrità di un individuo. La violenza relativa alla disponibilità, o alla sua negazione, come si vede, non ha niente a che fare con il patriarcato, con gli atteggiamenti maschilisti, o con le tendenza di alcune famiglie a privilegiare i figli maschi, perché ritengono le femmine meno capaci. Ma negare la propria disponibilità può essere altrettanto crudele, spietato, oltraggioso. 

    C’è poi una violenza che si basa sul ricatto. Situazione tipica di alcune coppie omosessuali, come quelle in cui un@ minaccia l’altr@ di svelare il suo reale orientamento, ma può riguardare anche le coppie eterosessuali, ad esempio quelle clandestine. Il ricatto è il collante di molti amori, più di quanto si voglia credere. Talvolta è una minaccia esplicita, talaltra un’allusione implicita. Pensiamo alle coppie formate da individui provenienti da diverse classi sociali: è chiaro che quando la relazione dovesse terminare, una delle due tonerà alla sua condizione originaria.   

    BDSM: la violenza consensuale

    Esiste un altro tipo di coppia, che esprime una forma di violenza tutta sua, è quella BDSM. L’acronimo indica il Bondage, la consuetudine di legare, o bendare il partner, la dominazione, il sadismo e il masochismo. In questa modalità relazionale la violenza non solo è accettata, ma viene concordata, anche con dei contratti, e poi è condivisa, non è a senso unico, può prevedere l’inversione dei ruoli. La coppia BDSM ci svela un particolare tutt’altro che indifferente: la violenza non è sempre inopportuna, ma può essere addirittura considerata piacevole. Tutti hanno sentito il detto popolare “l’amore non è bello se non è litigarello”: beh, se vogliamo anch’esso ruota intorno alla filosofia BDSM, per quanto con caratteristiche e dimensioni totalmente differenti.

    Anche la coppia BDSM, e il tipo di coercizione che la caratterizza, non ha niente a che vedere con il patriarcato, ma unicamente con ciò che ciascuno di noi reputa piacevole o spiacevole per sé.  

    Territorio psy

    Al fondo di queste indagini possiamo fare una considerazione. Se non tutta la violenza di coppia può essere spiegata attraverso la categoria del patriarcato, la tendenza maschilista della società italiana, quale differenza c’è tra gli individui che si relazionano in maniera tutto sommato rispettosa, da quelli che non riescono a modulare le proprie reazioni? La risposta va ricercata nella progressiva frammentazione della psiche contemporanea, conseguente ai traumi plurimi che la nostra società sta attraversando in questi anni. Ricordo il tempo in cui la violenza (anche solo verbale) era confinata sopratutto negli stadi, ossia quando gli individui spostavano la proprie rappresentazioni mentali sulle squadre di calcio. Assistevamo a discussioni accalorate, a volte persino violente, in difesa di quello o quell’altro, accusando una squadra e un arbitro, mentre la propria era sacra, quasi a livello religioso. Evidentemente l’ingaggio personale nel difendere o attaccare le squadre di calcio era uno spostamento, era un modo per attaccare i soprusi che nella vita di tutti i giorni era impossibile fare. Nella fase attuale, invece, questo tipo di aggressività, esce dalla rappresentazione mentale, e anziché sulla massa informe dei tifosi avversari, diventa personale, entra nella vita di coppia, scaricandosi sulla persona che abbiamo accanto. 

    È un’espressione del disagio, per ripetere le parole di Giorgio Girard. Ecco dunque che dall’analisi sociologica del patriarcato, che pur influenza le dinamiche culturali, se non altro impregnando di maschilismo alcuni dei nostri linguaggi, entriamo nel territorio del disagio psichico. Quale sia l’intensità della difficoltà, varia da persona a persona. Non tutti abbiamo le stesse difese, le stesse strutture mentali, non tutti veniamo aggrediti nello stesso modo dalle difficoltà. Quando un aereo attraversa una turbolenza, i passeggeri reagiscono in maniera diversa, a seconda del loro background storico e culturale. C’è chi ha un conato di vomito, chi teme di precipitare, chi, al contrario, si addormenta, confidando nel personale in cabina. Anche attraversare le turbolenze di questi anni scatena reazioni differenti, a seconda delle disposizioni di ciascuno. La violenza di coppia è, drammaticamente, una di queste reazioni. 

  • La guerra è inevitabile?

    La guerra è inevitabile?

    Albert Einstein e Sigmund Freud furono autori, nel 1932, di un famoso carteggio. Il fisico tedesco aveva ricevuto, dall’allora Società delle Nazioni, il mandato di intavolare un dibattito su un tema di pubblico interesse, e di farlo con un intellettuale a sua scelta. Il premio nobel si rivolse al padre della psicoanalisi e gli pose una domanda diretta: “C’è un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra?”. Il secondo conflitto mondiale era ancora lontano, ma evidentemente nell’aria c’era già odore di bruciato, se il mondo della cultura sentiva il bisogno di affrontare questo argomento. Io credo, purtroppo, che anche in questa nostra epoca si respiri un po’ lo stesso clima. Può essere utile, pertanto, tornare sugli stessi temi e porsi, oggi, la stessa domanda. Esistono, oggi, risposte diverse, da quelle proposte da Sigmund Freud al grande scienziato? Proviamo a capirlo insieme. 

    Democrazia sovranazionale

    Freud rispose ad Einstein con grande stima e con il crudo realismo di cui era intriso. Spiegò della presenza, secondo i risultati delle sue ricerche, della pulsione di vita e della pulsione morte, e di come, seguendo quest’ultima, l’essere umano sia naturalmente orientato alla distruzione. E poi spiegò che anche il diritto è, per certi aspetti, una forma di violenza. Nella sua visione sarebbe una violenza organizzata dalla comunità, per piegare, attraverso le leggi, l’aggressività e la violenza del singolo. 

    Per impedire la nascita dei conflitti tra nazioni, seguendo questa premessa, Freud propose la creazione di enti sovranazionali. Gli Stati avrebbero dovuto, secondo il padre della psicoanalisi, dare origine ad organismi in grado di legare i destini delle collettività, in modo da renderli interdipendenti tra loro e controllabili da enti di diritto centralizzati. Ovviamente, per fare questo, sarebbe stato necessario trasferire parte della sovranità statale a queste organizzazioni. 

    Ora, noi vediamo chiaramente che, anche questa volta, Sigmund Freud aveva pienamente ragione. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale e con il maturare della Pax Americana, sono nati diversi enti di aggregazione tra Stati: l’ONU, l’Unione europea, l’Unione africana e così via. Ma quello che è mancato, affinché queste organizzazioni potessero davvero funzionare, è stata proprio la cessione della sovranità. E infatti oggi molti analisti internazionali accusano l’ONU, l’Unione europea ecc, di essere evanescenti, ma alla loro analisi manca la causa di questa condizione, che è, per l’appunto, la resistenza dei Paesi che le compongono a cedere parte del loro potere.

    Superare il lutto

    Questo avviene per egoismo? Per ottusità? O perché anche le collettività, come gli individui, sono abitate da una pulsione distruttiva, che le rende restie a intraprendere davvero le strade che portano alla pace? La risposta a queste domande travalica ciò che ciascuno di noi può fare come individuo, sono infatti risposte che dovremmo trovare come popolo, insieme agli altri popoli. Ciò che ciascuno di noi può fare, a partire da oggi, è guardare dentro sé stesso. 

    Un conflitto deflagra, in genere, quando frizioni profonde, da molto tempo, scavano malcontento. Lo vediamo anche in ufficio, in coppia o nel condominio. La guerra è qualcosa di più ampio, più pervasivo e di conseguenza possiede dimensioni di gran lunga superiori. Raramente una grande discussione nasce dal nulla, più sovente è il risultato di un clima che si trascina, di eventi che si sono ripetuti, di malesseri mai risolti. Evitare un conflitto passa anche dalla capacità di elaborare il lutto. Qui non intendo lutto come la perdita di una persona cara, ma come la perdita della nostra identità, di come siamo visti dagli altri, di cosa ci si aspetta che noi facciamo. 

    Non a caso accennavo all’ufficio o alla vita di coppia, perché in questo modo ciascun lettore può riportare quello che sto scrivendo ad una sua propria esperienza personale e poi immaginare come potrebbe essere se trasferita a qualcosa di più esteso. Se in coppia, poniamo, l’altra persona non mi considera più affidabile, interessante o appetibile, alzare i toni non cambierà questa realtà. Dovrò affrontare una sorta di lutto, ossia la perdita dell’identità che mi deriva dallo sguardo di quella persona. In genere, purtroppo, è proprio quello che nessuno è pronto a fare. Ci arrabbiamo, chiediamo se non ci sia qualcun altro, vogliamo del tempo per cambiare. Tutto inutile, perché la nostra immagine ai suoi occhi, è già cambiata. 

    Quando nelle relazioni internazionali le frizioni scavano un malcontento, al punto da arrivare ad una guerra, sovente è perché da una parte, o da entrambe, si rifiuta l’immagine e le aspettative dell’altra. Proprio come in coppia, che quando quel modo di essere visti cambia, non c’è più niente da fare. 

    Torniamo, quindi, all’inizio della nostra riflessione e al carteggio tra Albert Einstein e Sigmund Freud. Dopo altri cento anni di psicoanalisi, cosa potremmo rispondere oggi, alla domanda di Einstein: “C’è un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra?”. Ripensando a quello che abbiamo appena detto, credo che ciascuno di noi debba imparare, il prima possibile, a gestire il lutto per la perdita dell’identità. In questa fase storica in cui la frammentazione politica, economica, sociale e culturale, favoriscono, se non determinano, la frammentazione psichica, è di primaria importanza imparare a ripensare chi/cosa siamo e chi/cosa potremmo essere, prima di scatenare un conflitto. 

    L’identità si basa su aspetti individuali, molto più che su cosa vogliono o si aspettano gli altri da noi. Per questo dobbiamo sviluppare la dimestichezza a restare noi stessi, pur nell’indifferenza o nel disaccordo altrui. Credo fermamente che questa qualità potrebbe essere molto utile, per essere più sicuri e meno in balia degli altri, ma anche a liberare gli uomini dalla fatalità della guerra. 

  • Z: Generazione solitudine

    Z: Generazione solitudine

    “Noi sappiamo in cosa credere, siamo i ragazzi di oggi noi”. Così cantava Luis Miguel a Sanremo nel 1985, in una delle canzoni più iconiche degli anni Ottanta. La fiducia, l’entusiasmo, la sfrontatezza giovanile si respiravano ovunque in quel tempo, tempo che da lì a poco avrebbe visto la vittoria del modello occidentale nella Guerra Fredda. Oggi le cose sono notevolmente cambiate, soprattutto per le giovani generazioni (Gen Z e dintorni), che come al solito pagano il prezzo più alto di ogni cambiamento. 

    Duemila e non più duemila

    Ai nostri giorni l’Occidente si avvita in una spirale senza fine, e la fiducia nel futuro è un ricordo antico, se è vero che la disillusione galoppa in tutte le sue forme. Le tre promesse occidentali (democrazia, crescita economica, pace) che avrebbero dovuto sancire la fine della storia, e indurre tutti gli umani a diventare come noi, sono entrate tra le leggende dei secoli, come quella del Mille e non più Mille, quella del Prete Gianni o quella di Agilla e Trasimeno. 

    La prima conseguenza di questa situazione riguarda la politica. Milioni di cittadini disertano ormai sistematicamente le urne, non per negligenza, ma per deficit di vera rappresentanza. La seconda riguarda direttamente la salute mentale: psicopatologia e abuso di stupefacenti dilagano, definendo la nostra società come tra le più instabili emotivamente, e forse anche le più infelici, al mondo.

    Come dicevo, sono le giovani generazioni a pagare il prezzo più alto di questa involuzione. Chi ha vissuto il 1989 ricorda che l’entusiasmo per la caduta del Muro di Berlino contagiava tutti, anche chi, amando troppo la Germania, preferiva ce ne fossero due (Cit.). I nati dopo di allora, invece, hanno assistito unicamente allo scivolamento. 11 settembre 2001, Lehmann Brothers, crisi dello spread, Covid-19, guerra in Ucraina. 

    Il sacrificio di Isacco

    La Generazione Z (per comodità narrativa, ma possiamo estendere la riflessione a tutti quelli che hanno memoria unicamente del nuovo secolo) si è trovata con il cerino in mano. I bagordi (che non furono per tutti) sono passati, e la storia, che vive di fatti, chiede a questi ragazzi di fare la loro parte. Nello specifico, chiede spirito di sacrificio. Questo vocabolo desueto, che negli anni Ottanta suonava come una bestemmia, è tornato prepotentemente di moda nel parlare comune, riferito soprattutto ai giovani (categoria generica, bonne à tout faire). 

    “I giovani sono senza ideali”, sento dire, “Non amano il sacrificio”. Espressione di origine religiosa, “sacrificio” indica l’atto di immolare una vittima agli dei per garantirsene il favore. Perché, quindi, questi giovani, che hanno visto solo il declino, dovrebbero amarlo? Ecco il dramma peggiore di questa generazione: la solitudine. 

    La pretesa che chi paga per tutti lo faccia con gioia, è un (ennesimo) paradosso occidentale. Abramo trascina sul monte Moriah suo figlio Isacco, per compiere l’estremo sacrificio a Dio, ma Isacco ne è contento? O è, suo malgrado, vittima degli eventi? Allo stesso modo Gen Z è stretta tra due fuochi. Gli imperativi della storia, e le aspettative della società. 

    Chiedere sacrificio a questi ragazzi potrebbe assomigliare, alcune volte, a spremere un limone: dopo il primo bicchiere, il succo è finito. Ossia, molto probabilmente, Gen Z sta già pagando il cambiamento in atto, più di quanto taluni vorrebbero ammettere. Quando Luis Miguel cantava Ragazzi di oggi era quindicenne, aveva tutto il mondo davanti a lui, e davvero sapeva in cosa credere. La Generazione Z, al contrario, Internet a parte, non è così fortunata. Per questo, credo, andrebbe accusata di meno, e sostenuta un po’ di più.

  • Femminicidio: patriarcato? Disperato

    Femminicidio: patriarcato? Disperato

    Altro femminicidio, stavolta una studentessa di 21 anni. I nomi si confondono nelle statistiche, ormai è difficile persino dare un volto alle vittime e ai loro carnefici. Trovare il coraggio di guardare in faccia alla realtà, tuttavia, significa non banalizzare o semplificare il malessere che può generare tali sciagure. Viviamo una società disperata, senza sogni, e la colpa del femminicidio non può essere (solo) del patriarcato. Nella frammentazione di cui tanto abbiamo parlato, che è anche politica e sociale, oltreché psicologica, dilaga l’angoscia, il nulla (nichilismo, ancora tu!), ma quello che spaventa è quanto le giovani generazioni siano intaccate da questa devastazione.

    Disperati

    Imputare la responsabilità del femminicidio (quale: tutti? Solo alcuni?) al patriarcato, è come imputare all’automobile la responsabilità dei morti sulle strade: si resta nel giusto, senza dubbio, ma fino a quando non si scoprono morti sulle moto, sui monopattini, e così via. Il codice della strada garantisce la sicurezza totale di ogni utente, automobilisti e non, se tutti lo rispettassero non ci sarebbero problemi. Allo stesso modo dobbiamo riconoscere che i giovani italiani non hanno speranza, non hanno sogni di futuro, sono pervasi dal vuoto esistenziale, e questo si riflette nelle loro relazioni reciproche. 

    Sia chiaro che dire “i giovani” non ha di per sé nessun senso, infatti estenderei il ragionamento a tutti noi. Qui però parliamo di giovani, perché in questa fascia d’età la piaga del femminicidio è, se possibile, ancora più drammatica. Cosa spinge un ventenne ad accoltellare una coetanea che vuole lasciarlo? Quale ferita è così profonda da non poter essere rimarginata, a vent’anni? Davvero crede di non poter trovare un’altra ragazza, magari una che voglia condividere con lui più di quanto voglia fare questa, cui lui ora toglie la vita? 

    Vuoto esistenziale

    Ovviamente non abbiamo a disposizione le risposte di questi imputati, e infatti il nostro non deve essere un processo a loro come individui. Vogliamo invece interrogarci sul vuoto, sulla mancanza di visione futura, che accomuna tutta la loro generazione. Sulla speranza di poter incidere sul futuro, se vogliamo: sulla speranza di un domani migliore. 

    Sono dati comprovati che gli Italiani frequentano sempre meno la chiesa, e votano sempre in minore percentuale. Ora, quale speranza nell’avvenire può avere chi non crede in niente? Abbiamo perso la fiducia nei politici, d’accordo, ma la fiducia nella politica, ossia nella possibilità di poter dire la nostra su che mondo vorremmo, è tutt’altra cosa. Siamo una generazione apatica, sempre più chiusa in sé stessa, preda del mondo virtuale, che ci sta togliendo anche la voglia di sognare. 

    Persino i più privilegiati hanno paura: multimilionari hanno facce truci, usano termini sempre più aggressivi. E cosa dovrebbero fare i giovani? Respirano quest’aria, in cosa dovrebbero credere? E infatti in un mondo di influencer, persino OnlyFans è diventato attraente. Vediamo profonda indulgenza su quella che è pur sempre una forma di mercimonio del proprio corpo. Qualcuno si meraviglia? Assolutamente no, altro aspetto inquietante. 

    Dobbiamo perciò evitare di individuare risposte facili a questo problema complesso e drammatico. Ci aveva avvisato Michael Ende, con il suo romanzo La Storia Infinita: se saremo preda dell’angoscia e della disperazione, niente e nessuno potrà venirci a salvare dal baratro finale. E il baratro, mi sa, è dietro l’angolo. 

  • Bondage e dintorni: la coppia BDSM

    Bondage e dintorni: la coppia BDSM

    Con BDSM si intende una serie di pratiche sessuali il cui acronimo sta per:  Bondage (legare), Dominazione, Sadismo, Masochismo. L’argomento è, chiaramente, molto privato, e per questo è difficile avere dati statistici certi. Si stima, tuttavia, che circa il venti per cento degli Italiani abbia utilizzato almeno una volta pratiche di questo tipo. In conseguenza a questa alta diffusione nella popolazione, BDSM non definisce automaticamente un comportamento patologico: c’è chi, infatti, l’ha sperimentato per curiosità, chi per noia, o chi semplicemente perché incuriosito sul tema dal partner o dalle frequentazioni amicali. Vediamo di fissare alcuni punti su cui definire quando il ricorso massivo a condotte sadiche e/o masochistiche può essere definito patologico. 

    Provare dolore per provare piacere

    Il primo elemento da analizzare e su cui riflettere. In genere, per ottenere un piacere ricerchiamo il piacere, e per provocare agli altri un dolore, infliggiamo dolore. La cosa è talmente pacifica che nessuno penserebbe mai di mettere del sale nel caffè, per gustarlo meglio. Così come nessuno calzerebbe delle scarpe strette, per passeggiare più felicemente, o farebbe un bonifico a un suo nemico, per fargli un dispetto. La percezione che abbiamo di ciò che è piacevole e di cosa non lo è, così come appreso negli anni sulla nostra pelle, ci conduce a fare tutti i giorni la scelta più desiderabile, e scartare le altre. Nelle pratiche BDSM, al contrario, vige un’equivalenza differente: per aumentare, o prolungare, il piacere infliggo a me stesso, o all’altro, delle costrizioni o delle punizioni. 

    Avere atteggiamenti sostanzialmente sadomasochistici non è tipico della sfera sessuale. Alcune culture organizzative sono basate proprio sulla capacità stoica di sostenere sforzi eccessivi, nell’attesa di un riconoscimento successivo. Per non parlare delle privazioni previste da certe pratiche religiose, che molti attuano ciclicamente. Nessuno si sogna di definire patologiche tali rinunce. Chiaramente deve esserci una misura, un limite, che può essere quello di quanto, concretamente, si consideri piacevole la privazione, la punizione o l’umiliazione, (nel caso delle pratiche BDSM). Ossia il limite non può essere superato, se la rinuncia diventa un supplizio. Oppure, più propriamente, dovremmo capire quanto essa ci faccia sentire  riconosciuti, quanto ci restituisca un clima confortevole. Perché se un individuo si sente a suo agio quando vilipeso, più di quando non lo è, al punto da aver bisogno di provare dolore, per arrivare a provare piacere, allora le cose cambiano. 

    Il piacere di essere sottomessi

    Un altro punto su cui indagare: la cultura della libertà. Con estrema difficoltà riusciamo a rintracciare tratti comuni del nostro vivere con quello di nostri simili, e infatti, notoriamente, amiamo dividerci su tutto. Tra cittadini italiani, ma anche tra cittadini europei, e così ’ via, non c’è argomento su cui non litighiamo anche ferocemente. La libertà e la democrazia, invece, restano il comune denominatore sotto il quale non siamo disposti a scendere, attaccati come siamo al privilegio di esprimere sempre qualunque nostra posizione, anche la meno sensata, anche la meno richiesta dagli altri.  

    La difesa della libertà, ha condotto, in quest’ultimo periodo, persino alla rivolta del politicamente corretto. Sono state messe al bando espressioni e locuzioni popolari o familiari, perché ritenute irrispettose della dignità e del decoro di individui o della loro professione. Dalle posizioni sessiste al vituperato patriarcato, dalle minoranze linguistiche allo schiavismo, tutto è stato messo in revisione. Luca Ricolfi ci informa che negli Stati Uniti d’America è stata persino modificata la denominazione del cavo per amplificatori musicali jack maschio e jack femmina, perché irrispettosa, e sostituita con la versione più neutra plug e socket. 

    Tutta questa fame per la libertà si stoppa, improvvisamente, davanti al BDSM e alle sue sfumature di grigio. Nel privato qualcuno diventa improvvisamente illiberale, al punto da sottomettere o essere sottomesso. Da dove arriva questa svolta schiavista, quale piacere, concretamente, può fornire? Oppure di nuovo, è un fatto di riconoscimento, di sentirsi accettati, se non altro in quella situazione di sottomissione? 

    Un altro controsenso: il contratto

    Sappiamo di come le pratiche BDSM avvengano, sovente, sotto la copertura di un contratto. Da un lato, evidentemente, il contratto fornisce una difesa in caso di svolta tragica delle torture, anche se ci sarebbe da capire, all’atto pratico, quanto concreta in un’aula di tribunale. Dall’altro lato, cosa secondo me più rilevante, con il contratto si cerca un consenso. 

    Se sto facendo qualcosa di previsto, concordato, moralmente accettabile, a cosa mi serve un accordo? Sappiamo che i debiti di gioco sono sostanzialmente debiti d’onore, e quindi un patto fatto per gioco, ha un potere vincolante maggiore a quello della parola data? La presenza di un contratto, nelle pratiche BDSM, quindi, è l’aspetto più sinistro, quello che svela qualcosa di più sulle logiche profonde che legano i membri della coppia. 

    Sottomettere qualcuno, specie se considerato piacevole, dovrebbe essere secondo la propria coscienza. Essere vilipesi, umiliati, o percossi, se piacevole, dovrebbe essere secondo coscienza. Se, al contrario, sto facendo qualcosa di sbagliato, al punto da avere bisogno di un consenso esplicito, forse c’è qualcosa che non va.   

    La coppia BDSM

    Siamo pronti, quindi, a definire la coppia BDSM, che non è semplicemente quella che saltuariamente, per gioco, fa uso di queste condotte: nella coppia BDSM la modalità relazionale tipo è sadomasochista, e le pratiche di dominazione violenta o umiliante non si limitano alla sfera intima. Al contrario, sono la struttura su cui si fonda l’impianto relazionale della coppia, e che, evidentemente, corrisponde ad alcuni principi cardine della psiche individuale dei due partner. 

    Il sadomasochismo della coppia BDSM, inoltre, ha talvolta un funzionamento talmente patologico da dover essere giustificato, scusato, da un contratto: la cosa che in assoluto più allontana la dinamica di una coppia basata sull’amore e il rispetto reciproco, da una basata sulla perversione.  

  • Tiki-Taka e autolesionismo

    Tiki-Taka e autolesionismo

    Hanno fatto il giro del mondo le immagini di Pep Guardiola, allenatore del Manchester City, e guru mondiale del Tiki-Taka, vittima di piccoli gesti autolesivi. 

    I benpensanti hanno subito accusato il famoso personaggio di non essere pago della sua fortuna, ma si sa, e proprio qui vediamo che non è una frase fatta, i soldi, di per sé, non danno la felicità. Nell’impossibilità di commentare i comportamenti e la psiche di Guardiola, perché non è mio paziente, e anche nel caso non avrei certo potuto farlo, vorrei però fare alcune riflessioni sulla rabbia, l’aggressività e l’autolesionismo. 

    Aggressività passiva

    Il famoso allenatore ci racconta una cosa molto chiaramente. A tutti i livelli è bene sviluppare una buona consapevolezza della nostra parte oscura, e trovare vie adeguate di espressione e manifestazione di rabbia e aggressività. Perché l’autolesionismo è una modalità estrema di espressione di queste emozioni, e soprattuto individua in noi stessi il colpevole di qualcosa di terribile. Qualcosa per cui meritiamo una punizione. 

    Ognuno di noi ha una certa quota di arrabbiature quotidiane, e il modo in cui le superiamo fa la differenza sull’andamento della nostra giornata. 

    Una modalità poco conosciuta di espressione della rabbia è l’aggressività passiva. Ci sono situazioni in cui siamo contenuti, bloccati, ma gettiamo saette con gli occhi, o con battute al veleno. Oppure ancora con sarcasmo pungente, colpendo persone che non hanno nessuna colpa. L’aggressività passiva è un modo molto disadattativo di superare la tensione. 

    Autolesionismo

    Un modo ancora peggiore, è l’autolesionismo. Colpire noi stessi significa anzitutto riconoscere di non essere adeguati alla sfida che stiamo affrontando, perché una sfida non ci può destabilizzare così profondamente. Ma soprattutto significa ammettere di essere stati talmente cattivi da meritare una punizione. 

    Pep Guardiola ha confessato un piccolo gesto autolesivo, quello di ferirsi lievemente la fronte con le unghie, per sua fortuna è al riparo da gesti più eclatanti. Ma alcuni individui arrivano a graffiarsi violentemente il viso, a procurarsi tagli sulle braccia, a sfidare la morte in gare pericolose, o anche di peggio. Ciascuno di noi deve avere un buon rapporto con la sua rabbia, viverla ed esprimerla in termini adeguati e non distruttivi. In fin dei conti la rabbia ci racconta qualcosa di noi stessi, ci dice che siamo insoddisfatti, e capire dove e come lo siamo, non è cosa da poco. 

    Sadismo e Tiki-Taka

    Resta un altro step, quello sportivo. Qualcuno mi ha persino chiesto se il Tiki-Taka non sia, in fondo, una modalità di gioco passivo aggressiva, in cui l’avversario viene sfinito, quasi deriso, senza una vera logica razionale, una sorta di perversione sadica? È una domanda a cui non so rispondere, perché esula dall’ambito della psicologia sportiva. 

    Posso dire, invece, che ogni forma di arte, ogni filosofia, ogni concezione estetica assomigliano intimamente a chi le ha ideate. E sono amate anche da chi, in qualche modo ci si rivede. Ma di questo parleremo in un’altra sede. 

  • Il collega è un narcisista? Ecco cosa fare, e non fare, per difendersi al meglio.

    Il collega è un narcisista? Ecco cosa fare, e non fare, per difendersi al meglio.

    Il narcisismo è una delle reazioni più diffuse alle turbolenze che stiamo attraversando in questi anni. Come diciamo sempre, esistono vari tipi di narcisisti, non tutti ugualmente pericolosi o dannosi per gli altri, ma va da sé che doverci convivere, come in una relazione affettiva, amicale, o tra colleghi in ufficio è talvolta altamente frustrante.

    Origini del narcisismo

    La frantumazione degli equilibri politici, economici, sociali a cui eravamo abituati in passato, sta determinando una progressiva frammentazione del sé e dell’identità individuale. Questo è molto chiaro dagli orientamenti di voto che vengono espressi alle elezioni (meno polarizzati di un tempo), dalla partecipazione alle manifestazioni religiose (meno assidua), dalla fiducia nel futuro (in caduta libera), e da tutta una serie di altri fenomeni popolari che certamente il lettore può facilmente individuare intorno a sé. 

    Per adattarsi a ciò, sono ovviamente possibili diverse reazioni, ma in questo nostro tempo dell’individualismo una delle più comuni è la formazione di tratti di personalità narcisistici. Ossia, un po’ estremizzando, “Le cose vanno male perché nessuno capisce il mio valore.”

    Vivere a contatto di un narcisista è cosa estremamente difficile, perché se da un lato questi crede di necessitare ammirazione incondizionata, dall’altro mostra scarsa empatia verso chiunque. Così avere in ufficio un/una collega narcisista può essere un elemento di disgregazione degli equilibri d’équipe, ammesso, ovviamente, che ne esistano. 

    Come difendersi?

    La reazione più immediata che questi colleghi possono scatenare, infatti, è la creazione (involontaria?, inconscia?) di coalizioni esclusive, che coinvolgano da una parte loro i fans (ovviamente ne avranno) e dall’altra i loro detrattori. Questo tipo di reazione è altamente esaltante per il narcisista, che si sente al centro di contese collettive, ma è anche estremamente pericolosa, in ottica di funzionamento di squadra, perché fa perdere di vista la mission organizzativa.

    Una reazione individuale, invece, che qualcuno potrebbe essere portato a ricercare, è quella della rivalsa: sbugiardare le posizioni del narcisista nel momento in cui mostrano la loro fallacia. Ora, siamo tutti d’accordo che questo sarebbe un piatto al sapore di vendetta, per alcuni certamente gustosissimo, ma anche in questo caso farebbe deragliare il gruppo di lavoro rispetto agli obiettivi per cui è sorto. 

    Inoltre, mai umiliare un narcisista. Le sue reazioni potrebbero essere sconsiderate, proprio in virtù della rigidità con cui si pone verso gli altri, e dell’ammirazione che pretende di avere come il migliore tra i presenti.

  • “Sono io, quindi ho ragione”. Una risposta ad Aldo Cazzullo.

    “Sono io, quindi ho ragione”. Una risposta ad Aldo Cazzullo.

    Alcuni giorni fa, nella sua rubrica “Lo dico al Corriere”, Aldo Cazzullo rispondeva ad un lettore circa il degrado dei rapporti umani, in un bellissimo articolo intitolato “Sono io, quindi ho ragione.”. Non riassumo l’articolo, perché non possiedo il copyright, ma vorrei commentare con un approfondimento. 

    L’imbarbarimento delle relazioni umane, evidente agli occhi di tutti, dipende dalla frustrazione e dall’impotenza. Da alcuni lustri a questa parte ci sentiamo in declino, sia dal punto di vista economico, sia dal punto di vista politico. Percepiamo la nostra voce largamente inascoltata, e anzi molti hanno perso la speranza che mai lo potrà essere. 

    La storia del trauma ci insegna che l’impossibilità di comunicare una condizione di sofferenza, o peggio sentire che essa sia tollerata, se non addirittura giustificata, crea fratture dentro di sé, e risentimenti verso l’altro. Le condizioni psicopatologiche che ne derivano, poi, possono andare dalla grave scissione mentale, a varie forme di aggressività (più o meno passiva) agita in maniera scriteriata. 

    Ora, io credo che nell’analizzare l’imbarbarimento delle relazioni umane, sia necessario anche definire la cornice del quadro entro cui tale imbarbarimento prende corpo, che è, per l’appunto, di progressiva e ineluttabile perdita di potere sul nostro presente, e di fiducia riguardo il nostro futuro. 

    Così, oltre a segnalare con un certo disprezzo e superiorità questa situazione, dovremmo anche cominciare a fare qualcosa prima che diventi endemica. Ossia, prima che si perda la fiducia nella politica, prima che si smetta di cercare lavoro, perché “tanto non c’è”, prima che si prenda a vomitare odio per strada, al lavoro, sui social network, perché davanti c’è soltanto qualcuno che non può difendersi. 

    Rileggendo l’ultima frase penso che forse queste cose stiano già avvenendo. Se è così, allora, è tardi anche solo per lamentarsi. 

  • Il Ghosting. Tra narcisismo e paura della relazione

    Il Ghosting. Tra narcisismo e paura della relazione

    Insieme ad Angela Critelli e Sonia Sabato (^) ho tenuto una conferenza dal titolo “Il Ghosting: tra narcisismo e paura della relazione”. Riporto di seguito i principali argomenti toccati, nella consapevolezza che il tema meriterebbe ben più che un incontro per essere affrontato nella sua interezza.

    Il Ghosting 

    Partiamo anzitutto da una definizione. Il ghosting è il comportamento di chi decide di interrompere bruscamente una relazione sentimentale e di scomparire dalla vita del partner, rendendosi irreperibile. Inseriamo questo argomento tra le attività didattiche riguardanti l’educazione affettiva, poiché rappresenta, a tutti gli effetti, una nuova forma di violenza psicologica. 

    Altri comportamenti simili, come non rispondere a messaggi, chiamate o email, o disattivare le notifiche di consegna, non rientrano nella definizione stretta di ghosting, ma configurano lo stesso tipo di atteggiamento narcisistico e passivamente aggressivo. Per questo le considerazioni che seguono valgono per tutte le forme di violenza legate alle comunicazioni digitali, non soltanto a quelle incluse dalla definizione standard. 

    Il termine ghosting è nato negli anni Novanta del Novecento, con le prime comunicazioni a distanza consentite da internet, ma è diventato di uso comune nel corso degli anni 2000, dopo che un giornalista americano lo ha utilizzato per definire l’atteggiamento di una star di Hollywood, che per rompere la relazione con una partner, aveva preso a “comportarsi come un fantasma”. 

    Ghosting, dunque, è un modo brusco per terminare una relazione senza doverlo dire, e schivando ogni responsabilità. Può essere utilizzato per chiudere qualunque tipo di relazione, ma riguarda per lo più le relazioni affettive, ossia quelle nelle quali può essere più difficile assumersi responsabilità. 

    Narcisismo 

    Il ghosting è legato alle opportunità consentite dalle nuove tecnologie, che si legano alle tendenze della nostra società individualista, ma livello psicologico è sovente associato al narcisismo, il grande comune denominatore di molti atteggiamenti e comportamenti disfunzionali, nelle relazioni contemporanee.

    Il narcisismo è l’atteggiamento di chi fa di sé stesso il centro esclusivo del proprio interesse, nonché oggetto di ammirazione, mentre resta più o meno indifferente agli altri, di cui ignora o disprezza il valore. Il narcisismo è sempre un atteggiamento negativo, soprattutto nelle sue espressioni più radicali e patologiche, ma si può anche affermare che, entro certi limiti, saper ignorare i commenti degli altri, o riconoscersi del valore dopo un successo (sportivo, scolastico, lavorativo) sia una componente vitale di un sé adulto. 

    Empatia

    Se per empatia intendiamo la capacità di mettersi al posto dell’altro, di sentire cosa sente, come se fossimo in lui (lei), il ghosting condivide con il narcisismo proprio la totale mancanza di empatia. Ignorare l’altro è una pratica violenta in quanto ignora l’altra persona, ne svaluta l’importanza nella relazione, che invece dovrebbe essere di reciprocità e di riconoscimento reciproco. 

    Come il narcisista svuota l’altro di valore, e vede soltanto sé stesso, allo stesso modo il ghoster riconosce nella relazione soltanto le proprie esigenze e le proprie bieche motivazioni. Le conseguenze sono plurime e deleterie. Da un lato il ghostato si sente sminuito proprio agli occhi della persona amata, per cui sperava di contare qualcosa,

    ma dall’altro, fenomeno che tra i giovani può avere un impatto persino peggiore, può venire svalutato e deriso nel gruppo di pari. 

    Un percorso di educazione affettiva dovrebbe porre al centro la relazione, termine sempre più desueto nel cyberspazio, in cui per definizione navighiamo da soli. Relazione significa promuovere lo spostamento dello sguardo dal “me” delle mie esigenze, al “noi” di una relazione, che può essere a due, se la relazione è affettiva, ma anche a molti, se la relazione è di gruppo, per esempio in una classe, o in una squadra. E tenendo, infine, presente, che se allarghiamo una relazione a un “noi” di moltissimi, allora parliamo del nostro vivere all’interno di una società.  

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    (^) Angela Critelli, sociologa, e Sonia Sabato, psicologa clinica, hanno presentato con me “Il ghosting, tra narcisismo e paura della relazione”, nell’ambito di un percorso di educazione affettiva, in una scuola superiore di Torino. 

  • Insoddisfatti al lavoro: come migliorare il clima aziendale?

    Insoddisfatti al lavoro: come migliorare il clima aziendale?

    Tra le cause del crescente malessere esistenziale, che per molti diventa malessere psichico, quando non grave patologia mentale, c’è senza dubbio anche la crisi del lavoro e dei lavoratori. 


    Insoddisfatti e non rimborsati

    Passiamo al lavoro una quantità considerevole della nostra vita, e il logoramento delle condizioni lavorative tradizionali, unito all’intrusività permessa dalla tecnologia, fa di noi dei lavoratori a tempo pieno, che ogni tanto si prendono piccoli spazi per una cena à deux, o una serata tra amici. 
    L’insoddisfazione sul piano del lavoro, di conseguenza, entra nel nostro quotidiano più di quanto avvenisse un tempo, quando usciti dalla fabbrica si potevano cancellare dalla mente nomi, mansioni, dinamiche relazionali. 


    Così urge un’analisi sul clima e sul benessere lavorativo, che vada al di là di quei tempi e quegli spazi che hanno caratterizzato la vita produttiva del Novecento. Smart working, smart mobbing, leadership diffusa, globalizzazione, e soprattutto apprendimento continuo, diventano le nuove parole del lavoro, parole su cui è necessario soffermarsi, se non vogliamo che le organizzazioni diventino grandi serbatoi di patologia mentale.  


    Smile, please


    Il clima aziendale è determinato dalle scelte organizzative, non c’è dubbio, ma in ultima analisi è creato ogni giorno dalle persone che fanno parte delle dinamiche aziendali, che stingono relazioni, che mandano mail, o scrivono sui gruppi WhatsApp. Insomma, quando entriamo in un contesto lavorativo, per quanto male organizzato, ci entriamo col nostro nome e la nostra faccia, e siamo anche noi i responsabili del clima che respira chi ci lavora vicino. 


    Il primo asset del clima lavorativo è la disponibilità. Immaginiamo di entrare in ufficio in ritardo, mal vestiti e di pessimo umore. Quali reazioni potremmo suscitare? Sovente dimentichiamo che il lavoro è un fatto sociale, che non riguarda soltanto il compito, ma anche le interazioni di gruppo che conducono alla sua realizzazione. 


    In molti contesti lavorativi bisognerebbe insegnare a sorridere, ad essere disponibili, a creare empatia, se non simpatia, per i colleghi. Il malessere e l’insoddisfazione sul lavoro dipendono anche dall’aria che si respira in ufficio, e un ambiente lugubre non ha mai giovato a nessuno.   Migliorare il clima aziendale si può, almeno fino a un certo punto, e dipende da ciascuno di noi. Proviamo a pensarci, la prossima volta che vorremmo rispondere al veleno ad una mail di gruppo. Esiste anche l’ironia: ed è un detonatore fortissimo.