Categoria: Famiglia

  • Guerra, clima, economia. Come sopravvivere al caos?

    Guerra, clima, economia. Come sopravvivere al caos?

    Abbiamo già definito la condizione attuale, quella che è andata definendosi dopo la pandemia da Covid-19 e la guerra di Ucraina, come la grande frammentazione. Per frammentazione psichica intendiamo la frantumazione della psiche in parti consce e inconsce, che può avvenire in seguito ad un trauma. Nella fattispecie, abbiamo detto di come la nostra opinione sui fatti del mondo sia nella sostanza ambivalente e non definitiva, e di come questa ambivalenza sia il frutto del trauma che ci ha investiti in questa fase storica. Ad esempio, qualcosa dentro di noi ci dice, a tutta prima, che dovremmo stare da una certa parte, e ne siamo assolutamente convinti. Poi, però, dopo averci pensato sù,  cominciamo a non esserne più così sicuri: qualcos’altro ci dice che potremmo stare benissimo anche dall’altra parte. Ecco, servita la frammentazione. 

    Frullato di verità e populismo

    Lo spezzettamento della verità, direi anzi, il frullato di verità, (come quello che ci viene offerto dai social network), corrisponde al frullato della nostra identità, che infatti è sempre meno definita sotto tanti punti di vista. Avete mai notato che nello sport, pensiamo al calcio, ma non solo, non esistono più i ruoli predefiniti? Oggi si dice che un difensore deve sapere fare anche il centrocampista, che l’attaccante deve avere compiti difensivi, e via dicendo. Vale lo stesso nel tennis, nel ciclismo, e così via. Nel nostro lavoro quotidiano, in cui siamo chiamati a ricoprire diversi ruoli, funziona allo stesso modo, in virtù della frammentazione delle logiche produttive, e di conseguenza delle mansioni operative. 

    Il social network è l’emblema del frullato di verità, perché per funzionare ha bisogno di un algoritmo. Se apro un social network, mi appare un elenco di stimoli che in qualche modo confermano le mie preferenze. Ma se, senza volerlo, induco l’algoritmo a propormi un contenuto affine e parzialmente alternativo, oppure è l’algoritmo stesso che decide di gettarmi sabbia negli occhi, il social network mi apparirà come un frullato di contenuti, dal gusto più o meno omogeneo, ma che non assomiglia a nessun elemento conosciuto. Ossia, avrà reso la verità come qualcosa di non afferrabile.  

    In questa nebbia, va da sé che il populismo diventi una lanterna. Il populismo è la scomposizione di un teorema in micro vignette, la soluzione di un problema complesso in poche semplici operazioni. 

    Dal caos al desiderio

    Una soluzione che parta dal basso, invece, e che investa la nebbia nel suo processo di formazione, è quella della rifondazione dell’Umanesimo. Nel discorso che interessa qui, dobbiamo dirci che la fine del desiderio, del sogno e della speranza, è la vera responsabile della disperazione contemporanea. La frammentazione psichica indotta dal trauma socio-politico che ci circonda, e il frullato della verità favorito dalle innovazioni informatiche, non vanno aggrediti con il populismo, ma con la rifondazione dell’Umanesimo. Nella fattispecie, con la rinascita del desiderio

    Sappiamo bene di come gli Italiani abbiano smesso di frequentare la chiesa, di andare a votare, e più in generale di credere nel futuro. La disperazione ci circonda a tutti i livelli, e i dati sul consumo di alcol e droghe, non fa che confermare queste considerazioni. C’è inoltre l’elemento della violenza di genere, che nasconde un grave vuoto interiore, per non dire una recrudescenza psicopatologica, a dispetto di letture sociologiche e semplicistiche. 

    L’importanza di avere qualcosa in cui credere, non è di valore unicamente spirituale (che non sarebbe comunque poco), ma identitario. Muoversi con una prospettiva metafisica, spirituale, inseguire un ideale, è qualcosa che riempie di significato ogni istante della nostra vita. Avere fiducia nella politica e nella rappresentanza democratica, per essere più espliciti, non consente solo di partecipare alla vita pubblica, fornisce anche una ragione per sperare di cambiare domani ciò che oggi non ci piace. E infatti un elettorato che diserta le urne, perché privo di fiducia nel sistema politico, è un elettorato amareggiato, senza sogni, disperato, preda, di conseguenza di suggestioni e fascinazioni. 

    Ecco perché insistiamo sulla necessità di investire in qualcosa che dia significato personale, al di là della corsa individualista all’apparire. Lo sport, l’arte, l’associazionismo, tutto quello che può farci alzare nel cuore della notte per raggiungere un meeting, una biennale, una manifestazione, è un modo per sconfiggere il vuoto interiore, e riempirlo di sogni, ambizioni, significati. In una parola, di desideri.   

  • Studentessa e lavoratore: crescere insieme quando le strade divergono

    Studentessa e lavoratore: crescere insieme quando le strade divergono

    Un tipo di coppia che ha certamente fatto parte delle nostre vite, in maniera diretta o indiretta, è quella in cui due ragazzi che si frequentano dai tempi della scuola, prendono diverse strade di crescita. Uno continua gli studi, l’altro entra nel mondo del lavoro. Questo caso è esemplare, perché smonta la tesi romantica dell’amore come unione delle anime, al di là del background socio-economico-culturale. Ed è per questo che va usato come lente per osservare anche altre dinamiche di coppia

    Il lavoratore

    Entrare nel mondo del lavoro modifica la percezione che uno dei due ha della coppia, e devo dire istigato in questo anche dai suoi familiari. Avere un’occupazione, se non altro in una prima fase, determina indipendenza economica, maggiore libertà, possibilità di guardare al futuro in maniera progettuale. Il partner lavoratore ha quindi la possibilità di sostenere il partner studente, ma anche di averne, di conseguenza, una visione di subalternità. Se il lavoratore è la colonna della coppia, è quello più forte. 

    Il lavoratore guarda alle prossime vacanze, progetta svaghi, magari investe del denaro in una casa. Alla lunga, può cominciare a sentirsi in credito, senza dirlo. Sotto sotto possono nascere delle incomprensioni, un senso di rivalsa, “Ecco tu fai tutte queste cose grazie a me”. Il più delle volte, però, come è giusto che sia in una coppia, le energie investite sono a fondo perduto. Se faccio qualcosa per l’altra persona, non può essere nell’attesa di una sua restituzione. Così, sostenere lo studente con regali, pagando le vacanze, facendo investimenti che ricadano sulla coppia, dovrebbe essere fatto di cuore, pensando unicamente che ciò che è bene per l’altro, sarà di conseguenza anche un bene per me.  

    Lo studente

    Niente di più forzato, e, talvolta, di più illusorio. Il partner studente pensa alla sua carriera universitaria, si circonda di nuovi amici, ha tutti i giorni nuovi problemi. L’università riguarda anzitutto sé stesso, il suo futuro, la sua crescita professionale. Inevitabilmente riguarda anche l’altro, ma di riflesso. E poi durante gli studi, il mondo del lavoro sembra lontano, non se ne ha un’idea nitida, e il ventaglio di professioni possibili, modifica di molto le prospettive. 

    Lo studente affronta una scalata socio-culturale (oggi non più economica), rispetto al livello diploma che lo lega al compagno. Per questo potrebbe vedersi quasi come un eroe, e sentire che quello che gli altri gli (le) danno, è sostanzialmente dovuto. Per molti universitari, inoltre, allargare il sapere non ha la conseguenza di renderli più saggi, ma soltanto più altezzosi e arroganti. Questa cosa forse li accomuna ai colleghi di corso, e infatti nel rapporto quotidiano nessuno di loro ha mai questa percezione. Ma quando ciò è vero, il solco che si scava con il partner lavoratore è sempre più profondo e insuperabile. 

    Prospettive sovrapponibili

    Il background socio-economico-culturale, come dicevamo all’inizio, non è sempre determinante, a volte l’amore è veramente un’unione romantica di anime. Ma molto spesso no, questo non basta. Il rapporto di coppia deve basarsi anche sulla condivisione di valori, di narrazioni condivise, di prospettive sovrapponibili sulla vita e sul futuro. Crescere insieme quando le strade divergono, come nel caso che abbiamo definito della studentessa e del lavoratore, è molto pericoloso. Ci vuole intelligenza, da entrambe le parti, senso pratico e pazienza. E soprattuto la costanza di considerare sempre anche l’altro nei progetti che ogni giorno aggiorniamo riguardo noi stessi. 

  • Femminicidio: patriarcato? Disperato

    Femminicidio: patriarcato? Disperato

    Altro femminicidio, stavolta una studentessa di 21 anni. I nomi si confondono nelle statistiche, ormai è difficile persino dare un volto alle vittime e ai loro carnefici. Trovare il coraggio di guardare in faccia alla realtà, tuttavia, significa non banalizzare o semplificare il malessere che può generare tali sciagure. Viviamo una società disperata, senza sogni, e la colpa del femminicidio non può essere (solo) del patriarcato. Nella frammentazione di cui tanto abbiamo parlato, che è anche politica e sociale, oltreché psicologica, dilaga l’angoscia, il nulla (nichilismo, ancora tu!), ma quello che spaventa è quanto le giovani generazioni siano intaccate da questa devastazione.

    Disperati

    Imputare la responsabilità del femminicidio (quale: tutti? Solo alcuni?) al patriarcato, è come imputare all’automobile la responsabilità dei morti sulle strade: si resta nel giusto, senza dubbio, ma fino a quando non si scoprono morti sulle moto, sui monopattini, e così via. Il codice della strada garantisce la sicurezza totale di ogni utente, automobilisti e non, se tutti lo rispettassero non ci sarebbero problemi. Allo stesso modo dobbiamo riconoscere che i giovani italiani non hanno speranza, non hanno sogni di futuro, sono pervasi dal vuoto esistenziale, e questo si riflette nelle loro relazioni reciproche. 

    Sia chiaro che dire “i giovani” non ha di per sé nessun senso, infatti estenderei il ragionamento a tutti noi. Qui però parliamo di giovani, perché in questa fascia d’età la piaga del femminicidio è, se possibile, ancora più drammatica. Cosa spinge un ventenne ad accoltellare una coetanea che vuole lasciarlo? Quale ferita è così profonda da non poter essere rimarginata, a vent’anni? Davvero crede di non poter trovare un’altra ragazza, magari una che voglia condividere con lui più di quanto voglia fare questa, cui lui ora toglie la vita? 

    Vuoto esistenziale

    Ovviamente non abbiamo a disposizione le risposte di questi imputati, e infatti il nostro non deve essere un processo a loro come individui. Vogliamo invece interrogarci sul vuoto, sulla mancanza di visione futura, che accomuna tutta la loro generazione. Sulla speranza di poter incidere sul futuro, se vogliamo: sulla speranza di un domani migliore. 

    Sono dati comprovati che gli Italiani frequentano sempre meno la chiesa, e votano sempre in minore percentuale. Ora, quale speranza nell’avvenire può avere chi non crede in niente? Abbiamo perso la fiducia nei politici, d’accordo, ma la fiducia nella politica, ossia nella possibilità di poter dire la nostra su che mondo vorremmo, è tutt’altra cosa. Siamo una generazione apatica, sempre più chiusa in sé stessa, preda del mondo virtuale, che ci sta togliendo anche la voglia di sognare. 

    Persino i più privilegiati hanno paura: multimilionari hanno facce truci, usano termini sempre più aggressivi. E cosa dovrebbero fare i giovani? Respirano quest’aria, in cosa dovrebbero credere? E infatti in un mondo di influencer, persino OnlyFans è diventato attraente. Vediamo profonda indulgenza su quella che è pur sempre una forma di mercimonio del proprio corpo. Qualcuno si meraviglia? Assolutamente no, altro aspetto inquietante. 

    Dobbiamo perciò evitare di individuare risposte facili a questo problema complesso e drammatico. Ci aveva avvisato Michael Ende, con il suo romanzo La Storia Infinita: se saremo preda dell’angoscia e della disperazione, niente e nessuno potrà venirci a salvare dal baratro finale. E il baratro, mi sa, è dietro l’angolo. 

  • La “terapia dell’orgasmo”: fantasia erotica e desiderio nella donna matura

    La “terapia dell’orgasmo”: fantasia erotica e desiderio nella donna matura

    Arriva un’età in cui la sessualità si svuota un po’ dai classici significati puramente affettivi, si libera da certi vincoli morali, ed entra in contatto con l’autostima e il senso di desiderabilità personale. Per la donna dopo gli “-anta”, (in modo particolare) il desiderio si lega anche al confronto con le nuove generazioni, al dubbio di essere ancora piacente, in definitiva al rapporto con il tempo che passa. 

    Avere un confidente

    La sessualità per la donna matura assume sfumature diverse, soprattutto al tempo dei social network. La fantasia erotica può prendere, ad esempio, la forma intellettualizzata dell’amicizia con un confidente. Avere un’intimità mentale, basata sulla condivisione di opinioni politiche, punti di vista sul mondo, o simili, può dare la sensazione di essere capiti, ma soprattutto la certezza di piacere all’altro. 

    Dico intellettualizzata perché, in una prima fase, confrontarsi sulle idee politiche, o sulle squadre di calcio, ecc… , accorcia le distanze, senza necessariamente esporre verso un interesse, o un coinvolgimento, più diretti. 

    L’amico social ha il ruolo che un tempo poteva essere del corrispondente: a volte soltanto un conoscente, a volte, chi lo sa, anche qualcosa di più. La differenza, enorme, sta nel fatto che ora lo scambio è più veloce, può essere multimediale, e soprattutto privatissimo e sconosciuto agli altri. Inoltre l’amicizia social può essere fisicamente distante, un altro elemento che aiuta a non farla sfuggire di mano, nel caso in cui le confidenze dovessero diventare più esplicite. 

    Fantasia e desiderio 

    Il rapporto della donna matura con la sessualità è condizionato dai cambiamenti nel corpo e nei suoi ritmi. La fantasia erotica e il desiderio, tuttavia, continuano a essere determinanti per il suo equilibrio mentale, come nelle altre epoche della vita. La differenza sta nella difficoltà di esprimere questa esigenza, di parlarne con il partner, perché a volte creduta fuori luogo. 

    La sessualità riflette, come detto, l’esigenza di avere un rimando di amabilità, la conferma di piacere, e di non essere giudicati. In casi come questo la consulenza sessuale si lega al processo di coppia e diventa percorso a due, per riavviare un dialogo che non prescinda dai cambiamenti del corpo, ma ne discenda. 

    Più che in altre occasioni, in questa vale la regola di non affidarsi ai tutorial online, di non ascoltare maestri improvvisati, o consigli generici validi un po’ per tutto. Al contrario, sarebbe molto più importante intraprendere un viaggio insieme al partner, per esplorare fino a che punto le fantasie possono essere condivise, e, possibilmente, inseguite insieme. 

  • “Torna con me, sono cambiato”: implorare l’altro nella crisi di coppia

    “Torna con me, sono cambiato”: implorare l’altro nella crisi di coppia

    Implorare di non essere lasciati, durante una crisi di coppia, è senz’altro la reazione più naturale che possiamo avere, ma anche la peggiore.

    Non ti merito più

    Sono rare le occasioni in cui entrambi i partner accettano la crisi, e la vivono come il naturale decorso di un progetto in declino. Quando una coppia affronta una battuta d’arresto, invece, il più delle volte è in seguito ad un travaglio interiore di uno dei due, che in maniera molto sofferta giunge a delle conclusioni. Mentre l’altro giura di non sapere, di non capire. Posto che ci sarebbe da indagare se davvero uno non abbia mai subodorato nulla, credo sia anche giusto lasciare a ciascuno le proprie difese. Chi nega i problemi, in genere, lo fa perché non riuscirebbe a sostenerne il peso.

    Dicevamo, uno dei due attraversa una fase di dubbio, di tormento, chiede consigli ad amici, e alla fine prende una decisione. Il primo punto da chiarire è il ruolo dell’eventuale amante, o soggetto terzo. Sovente si ritiene che una coppia si separi per colpa di qualcuno che “rompe le uova nel paniere”. Niente di più sbagliato. Nessun terzo incomodo potrà mai sciogliere una coppia sana, in salute, in fase progettuale. La domanda più diffusa, agli incontri di chiarimento, è: “Hai un altro?”. Questa domanda è stupida, e disegna una sconfitta. Quale risposta ci aspettiamo? Sarebbe più facile accettare di essere lasciati per un altro, piuttosto che sapere di aver fallito? E infatti solitamente la risposta è: “Ma no, non ho nessuno, è solo un periodo un po’ così”. Anzi, se va bene chi lascia si prende anche delle colpe, si fustiga, ammette responsabilità: “Non ti merito più”, afferma. Quindi, direi, peggio di prima.

    Ti prego, torna: ti dimostro di essere cambiato

    L’eventuale amante, terzo incomodo, o come lo si voglia chiamare, quando c’è, può senz’altro avere un ruolo fondamentale. Ad esempio può dare al partner indeciso più coraggio, spingerlo ad innescare la separazione. Ma la nuova conoscenza non è mai la vera ragione della rottura. Ed è così che l’altra reazione classica, comprensibile, quasi inevitabile, diventa profondamente cieca, inutile, anzi dannosissima: “Torna con me, stavolta sono cambiato”. 

    Il corollario di tentativi disperati di recuperare, facendo ciò che non si è fatto per mesi, o per anni, non è solo patetico, ma deleterio. Se chi rompe non lo fa perché ha un sostituto, ma perché ha maturato una scelta, vede questi tentativi come una sceneggiata, fuori luogo, prima ancora che fuori tempo. 

    Questi atti disperati distruggono quel poco di dignità che resta, quel poco di appeal (anche erotica), e di credibilità. Poi anziché a ricredersi, aiutano a pensare di aver fatto la cosa giusta. Se una persona è incapace per anni di dire o fare delle cose, e invece ora le fa a ripetizione, perché teme di essere abbandonata, allora forse la storia merita davvero di essere chiusa. 

    Implorare di non essere lasciati, durante una crisi di coppia, è un altro tentativo di mettere sé stessi, le proprie esigenze, davanti alle ragioni dell’altro. È un atto di puro egoismo, ossia proprio l’ultima cosa da mostrare ad un partner preso dai dubbi, a cui abbiamo cominciato ad andare stretti.  

  • Adolescenti: invisibili in cerca di like

    Adolescenti: invisibili in cerca di like

    Nei giorni scorsi un adolescente si è tolto la vita, pare in seguito ad alcuni scambi avuti su un social network con i suoi follower. Il giudizio popolare è stato immediato: la gogna mediatica ha travolto gli strumenti informatici, la pratica delle comunicazioni tra sconosciuti, il costume di raccontare cose intime attraverso post, video o meme. Se il ragazzo è incorso in questo drammatico exitus, tuttavia, la colpa non è dei social network. Il bullismo esisteva anche prima delle reti sociali, ma quello che è cambiato, forse, è il modo in cui gli adolescenti vi fanno fronte: aiutati, o non aiutati, dal loro contesto quotidiano. È di questo che dobbiamo parlare, se vogliamo fornire loro strumenti mentali, e non pretesti. 

    Prima del cyberbullismo 

    Nel 1992 una mia cara amica venne bullizzata in occasione del concerto dei Guns N’ Roses. Su una rivista per giovani, questa ragazza pubblicò il suo numero di telefono sotto all’inserzione in cui cercava compagnia, per non fare il viaggio da sola. Nei giorni prima del concerto, avvenne che un gruppo di baldi, credendola molto brutta, la chiamò a quel numero, e la apostrofò dileggiandola volgarmente. La mia amica per tutta risposta scoppiò in lacrime, e fu lì che avvenne qualcosa che, oggi, potrebbe avere dell’incredibile. Il padre, fan dei Ricchi e Poveri, comprò due biglietti per lo stadio, e pensò lui stesso a portarla a vedere Axl Rose e compagni. 

    Ora, questo esempio deve fare concludere una sola cosa: l’adolescente sul social network non è stato ucciso dal cyberbullismo, ma dalla solitudine. Il padre della ragazza ha colto al volo la difficoltà della figlia, l’ha presa seriamente, e ha creato anzitutto un ambiente facilitante. Molto probabilmente quel ragazzo non ha trovato, per esempio a scuola, un contesto in cui portare il suo disagio. L’ha espresso, invece, sui social network, esponendosi all’aggressione dei bulli. Quindi chi ha sbagliato: lui, o chi non gli ha fornito questo contesto? 

    Come, ragionevolmente, non possiamo immaginare un mondo senza guerra, perché la prevaricazione fisica tra umani è un dato di fatto del loro modo di relazionarsi, allo stesso modo non possiamo sognare un mondo senza bullismo, o cyberbullismo. Quello che possiamo immaginare, invece, è la costruzione, e la diffusione, di strumenti atti alla difesa. 

    Adolescenti in palestra

    L’adolescente ha bisogno di una palestra. Intendo di un luogo, che non deve essere solo fisico, in cui sperimentare diverse capacità, apprendere o affinare quelle in cui scarseggia, e, se necessario, abbandonare quelle che non fanno per lui. 

    Il contesto scolastico, o quello familiare, devono fornire questo luogo, in maniera diretta, o anche indiretta. Da un lato sarebbe importante che gli adolescenti avessero spazi propri di confronto, anche in gruppo, sulle tematiche del loro mondo interiore. Dall’altro, però, anche i genitori e gli insegnanti dovrebbero avere uno spazio simile. Sono gli adulti a costruire l’ambiente in cui gli adolescenti si muovono, e questo ambiente non è solo fisico, è anche un ambiente mentale. Così, ancor prima di approdare sulle piattaforme online, i ragazzi frequentano luoghi e contesti, che hanno la responsabilità di essere accoglienti e facilitanti. 

    L’adolescente invisibile a casa, a scuola, in parrocchia, al campo di allenamento, va inevitabilmente in cerca di like. Per avere, se non altro, qualche rimando: su ciò che è, ma soprattutto su ciò che vorrebbe diventare. 

  • La coppia separata dalla morte

    La coppia separata dalla morte

    Nel film Ghost del 1990, Demi Moore e Patrick Swayze interpretano una coppia spezzata da una morte accidentale. I due ragazzi, tuttavia, rifiutano la nuova condizione, e attraverso una serie di espedienti trovano il modo di tenere in vita la loro relazione. Al netto della finzione cinematografica, questa condizione non è così rara. Sono tanti, infatti, gli individui che negano fortemente la dipartita del congiunto, e in maniera magica ne perpetuano il ricordo, continuando a considerarlo parte dalla loro vita quotidiana. 

    Negazione

    La tendenza a considerare il compagno deceduto come ancora vivo, presente, e protagonista nella vita di chi resta, è una lama a doppio taglio tutt’altro che facile da manovrare. Da un certo punto di vista, è assolutamente comprensibile portare avanti dei progetti, sapendo che sono stati sognati e condivisi con l’altra persona. E una volta raggiunti, è naturale che il pensiero corra anzitutto a chi ha visto nascere quel cantiere, che mai vedrà concludere. 

    Alcune persone, però, conservano molte abitudini della coppia, persino un’identità a due, come se l’altro non fosse mai andato. Qualcuno lascia vuoto il posto a tavola,  qualcuno mantiene gli stessi orari, c’è persino chi continua “a fare come se” l’altro ci fosse ancora. Il pensiero magico, in questi casi, è dietro l’angolo: alcuni arrivano a considerare telefonate, incontri casuali per la strada, piccoli/grandi eventi quotidiani come indotti direttamente dalla presenza dell’altro. 

    La negazione è il primo ostacolo che riguarda la scomparsa di un compagno. Quando la coppia separata dalla morte continua a esistere nella mente di chi resta, che insiste a sentirsene parte, molto sovente si tratta del preludio ad una caduta depressiva più importante. La negazione, infatti, non può protrarsi a lungo, proprio perché la sua perpetrazione potrebbe portare a distorsioni importanti del piano di realtà. 

    Per capirci, potremmo citare un altro film celebre, Psycho di Alfred Hitchcock. In quel caso la negazione della morte (della madre, nella fattispecie) raggiunge un livello di rigidità tale da sfociare nel grave disturbo mentale. 

    La sorte della coppia

    È giusto mantenere in vita una coppia sciolta da una causa esterna? In tutti i casi di separazione, la prima cosa da metabolizzare è che l’altra persona non c’è più. Quando   una coppia finisce, sovente c’è un periodo di strenui tentativi, anche disperati, di ricucire, di recuperare, di mostrarsi diversi. È una cosa dannosissima per la salute di entrambi: di chi lascia, perché in cuor suo ha già metabolizzato, e sente solo come invadente tale atteggiamento, e di chi viene lasciato, che cerca di andare contro la propria natura. 

    Prima si comprende che la relazione tra due persone è diventata impossibile, e meglio è per entrambi. Al di là delle credenze religiose, che rispetto, ma che non fanno parte di questa trattazione, la convinzione che la relazione con una persona deceduta possa continuare, è, per quanto commuovente nelle ambizioni, fortemente deleteria nelle conseguenze. 

    La più importare delle quali è che chi resta non supera il vuoto della perdita. Anzi, nel negare che la perdita sia mai avvenuta, ritarda la presa di coscienza del dono che l’altro ci ha fatto, regalandoci il suo tempo terreno. Come tutte le cose passate, che non solo rivivono nel ricordo, ma si strutturano dentro di noi diventando parte della nostra identità profonda, anche le relazioni, persino le più negative, mettono dei mattoncini nella nostra storia. 

    “L’amore che hai dentro, portalo con te” con queste parole Patrick Swayze saluta Demi Moore, nel film da cui siamo partiti. Molto probabilmente è qui la svolta per sopravvivere alla morte di un partner: si tratta, infatti, delle parole che non sentiremo mai, ma le uniche che ci autorizzerebbero ad andare avanti da soli. 

  • La notte della verità e il senso della psicoanalisi.

    La notte della verità e il senso della psicoanalisi.

    Quale verità?

    La fine della verità e l’esplosione del fake hanno condotto, come vediamo ogni giorno, al crollo della fiducia in qualunque tipo di comunicazione. La crisi del significato si accompagna, potremmo dire, alla crisi di credibilità del significante, ossia alla forma, o alla struttura, con cui un messaggio viene inviato. 

    Nella difficoltà di interpretare il significato di quello che ci accade, di attribuire un senso al nostro presente, dilaga, di conseguenza, qualunque forma di lettura, dalla più fantasiosa, alla più distorta. Come nella psicopatologia, che in molti casi altro non è che il tentativo di trovare un senso logico a qualcosa di incomprensibile. 

    Così assistiamo alla crisi endemica di ogni istituzione o sovrastruttura deputata alla lettura e all’interpretazione del senso e del significato: compreso il senso profondo dell’essere e del rapporto tra l’uomo e la sua stessa vita, il senso del rapporto tra l’uomo e i suoi simili, anche quelli vissuti in passato, o che vivranno in futuro, il senso del rapporto tra l’uomo e la natura, e, ultimo, anche se, ovviamente, non per ultimo, il senso del sacro, del religioso e del divino.

    Cuoricini

    Fuor di metafora. La politica non è più un modo per decriptare il presente e intuire una traiettoria in cui situarsi, e infatti la gente ha smesso di votare. L’arte, nelle sue varie forme, non è più creativa (nonostante le esponenziali opportunità offerte da 

    stampanti 3D, IA, e autotune), e stentiamo a cogliere in essa quel brivido di infinito che devono aver sentito i primi osservatori della Pietà di Michelangelo. Le chiese sono vuote, al punto che ci chiediamo se vi sia ancora una domanda di sacro e di infinito nell’uomo contemporaneo, o ci sia soltanto la più vuota rincorsa al “cuoricino”, ultima misura di valore individuale. 

    In questo scialbo inizio della fine (dove altro potremmo andare, se non verso l’inverno nucleare?), pare resistere un ultimo baluardo: quella serie di accidentate vicende che avvengono dietro la porta del dottor S. , e che prendono il nome, assai generalizzato, di psicoanalisi

    Psicoanalisi: una verità rivoluzionaria 

    La costellazione psicoanalitica di trattamenti si fonda su un’innegabile novità: nella relazione terapeutica viene presa in atto una verità sul paziente che è totalmente alternativa rispetto a quella a cui è abituato nella vita quotidiana, una verità talmente rivoluzionaria, da cambiare (radicalmente) il modo in cui egli sente di essere percepito. 

    Nella notte della lettura e dell’attribuzione di significato, direi la notte della verità, la psicoanalisi resta l’ultima vicenda umana e intellettuale, a fornire all’uomo odierno un incontro con le domande più pervasive della sua storia. I trattamenti sorti dalla teoria psicoanalitica sono gli ultimi a vincolarsi a un qualsivoglia algoritmo (purché fatti di persona), non dipendono dai sondaggi, non hanno per mercato che un solo individuo per volta. 

    Ecco che l’avventura “psi”, o meglio, la complessa raccolta di storie che avvengono intorno a quella scrivania, raccolta che soltanto ad un certo punto acquisirà statuto di romanzo, rimane, nella sua privata segretezza, l’ultima ad affrontare il senso dell’essere e del significato personale. E con buona pace della nostra immagine pubblica, quella così ben raccontata dai profili social, in cui siamo sempre vincenti, ultra performanti, e contornati da amici fantastici.  

  • Friend zone: cosa fare per non finirci.

    Friend zone: cosa fare per non finirci.

    Friend zone, o (friendzone), zona dell’amico, è la situazione in cui, in una coppia di amici, uno dei due è segretamente innamorato dell’altro, o comunque fortemente attratto, ma non può esprimere i priori sentimenti, perché sente di essere visto, per l’appunto, “soltanto” come un amico. 

    Friendzonare qualcuno, quindi, significa inserirlo in quella lista di persone che non ci sentiamo di definire in altro modo che come dei buoni amici. 

    Errata comunicazione

    Nel film Yesterday di Danny Boyle (2019), Jack Malik è un cantautore di scarsa fortuna, che suona nei pub e ai festival di terza categoria, che si tengono nella sua città natale. Nessuno crede in lui come artista, per lo meno fino a quando non trova il modo di riproporre i classici dei Beatles, che nel frattempo il resto del mondo ha dimenticato. Nessuno, dicevo, crede in Jack, tranne la sua manager, autista, amica e confidente Ellie Appleton. Alla festa di addio, con amici e parenti, prima della partenza di Jack per Hollywood, Danny Boyle piazza una scena cruciale: Ellie, in lacrime, confessa di essere da sempre innamorata di Jack, e gli chiede come sia stato possibile che l’abbia inserita nella “colonna sbagliata”, ossia nella colonna “amica”, anziché nella colonna “fidanzata”. Jack trasecola, e scopre di avere friendzonato Ellie, ma il guaio peggiore è che non si è mai accorto di averlo fatto.

    Osservando la coppia di questi due ragazzi, possiamo chiederci se la relazione che culmina con la friend zone non abbia delle caratteristiche tipiche, ricorrenti, che possono essere osservate in anticipo.  

    Anzitutto direi di distinguere la friend zone in due macro categorie: quella in cui si viene friendzonati, e quella in cui, invece, si finisce per friendzonare qualcun altro.  

    Ora, dobbiamo ammettere che la prima motivazione in assoluto per cui si viene visti come semplici amici sia lo scarso interesse. Se non suscitiamo attrazione, se l’altra persona non si sente attratta da noi, sarà molto più facile che ci veda come amico, e difficilmente riusciremo a conquistarla. 

    Una seconda motivazione per cui si finisce in una friend zone, però, riguarda la comunicazione. Se nella vita affettiva ci capita questo spiacevole imprevisto, e soprattutto se ci capita più di una volta, dovremmo chiederci: quale messaggio stiamo inviando? L’errore di comunicazione è più diffuso di quanto si creda, ed è sovente collegato all’insicurezza, o alla paura di essere respinti. In questi casi, talvolta, si tende a mantenere un profilo più basso e distaccato di quanto si vorrebbe, per paura che l’altro capisca il nostro interesse e ci allontani. Il caso di Ellie e Jack, nel film Yesterday, può rientrare in questa seconda casistica. E infatti il ragazzo si innamora immediatamente della sua ex manager, non appena scopre i veri sentimenti di lei. 

    L’assioma di Miss Liceo

    L’altra grande categoria è quella in cui si mette qualcuno nella friend zone, salvo poi pentirsene amaramente. Potremmo definire questa sventurata eventualità come l’assioma di Miss Liceo. Sappiamo tutti che l’alunna, o l’alunno, più in vista della scuola, raramente si fidanza con il compagno di banco, il ragazzino affidabile e premuroso, sempre gentile, disponibile ad aiutare nei compiti. Questa situazione, che certamente può essere indotta da opportunismo, non raramente nasconde, invece, qualcosa di più profondo. Miss Liceo (Mr Liceo) ha un potere enorme su tutti i compagni della scuola. È popolare, fa tendenza, ma soprattutto non ha veri nemici, nessuno contraddice le sue mosse. 

    Immaginiamo Miss Liceo innamorata del compagno di banco: cosa resterebbe della sua popolarità? Dovendo scegliere tra il potere e l’amore, sarebbe indotta a friendzonare l’amico? L’assioma di Miss Liceo, che per la verità si ripete anche in ufficio, in palestra, in spiaggia, e via dicendo, ci suggerisce una riflessione molto importante su noi stessi. Quando siamo noi a friendzonare qualcuno, potremmo chiederci: per quale motivo questa ragazza/ragazzo, non ci piace abbastanza? Siamo davvero sicuri che non sarebbe un successo accettare le sue avance? E ancora, ma qui ci vuole davvero tanta elasticità mentale: quale tipo di immagine interiore di noi stessi metterebbe in crisi, allacciare una relazione con questa persona? 

  • Nuovi problemi sessuali: paura del corpo, della competizione e del politicamente scorretto.

    Nuovi problemi sessuali: paura del corpo, della competizione e del politicamente scorretto.

    Nella mia pratica quotidiana incontro sempre più frequentemente problemi sessuali, anche di forme diverse rispetto a quelle, per così dire, tradizionali. Disfunzioni erettili occasionali o episodi di eiaculazione precoce per gli uomini, difficoltà legate all’orgasmo o perdita dell’interesse sessuale per le donne, ecc… . 

    La paura del corpo e il politicamente corretto

    Una delle ragioni di quella che possiamo definire un’involuzione delle dinamiche relazionali, è certamente l’ondata di terrore per il corpo che si è propagata nel post pandemia da Covid-19. Le tecnologie oggi consentono relazioni asettiche, con scambio istantaneo di immagini e video privati, che alla lunga creano una bolla di comfort informatico. Da un lato, questi scambi mettono al riparo da rischi di contagio che inevitabilmente la prossimità umana comporta. Dall’altro, vediamo che il contatto in presenza non è più necessariamente l’inizio di una relazione, ma talvolta il passo successivo a scambi di messaggi, foto o video andati a buon fine. Così avviene che per alcuni il passaggio al corpo, e al corporeo, è una prova dei fatti (declamati,  millantati?) non facile da sostenere.  

    E poi c’è la concomitante esplosione (sacrosanta) del politicamente corretto. Se da un lato, finalmente, tutti si sentono meno autorizzati a fare quelle odiose battute a doppio senso, quelle allusioni viscide, che da sempre mettono in imbarazzo non solo chi ne è il bersaglio, il rovescio della medaglia è un raffreddamento generale della self confidence. I più timidi (di ogni genere) possono sentirsi sotto esame ogni volta che fanno qualche approccio, e più in generale possono percepire su di sé giudizi o aspettative che un tempo non si pensava di avere. 

    Fuga dalla competizione

    Ad un livello più profondo, i nuovi problemi legati alla relazione, e che si manifestano soprattutto nell’attività sessuale, sono associati ad una sempre maggiore difficoltà di entrare in competizione. Vediamo comunemente, ormai, condotte di evitamento attivo della competizione, in ogni ambito della vita del nostro Paese. I politici in crisi di consensi cambiano partito, anziché impegnarsi a recuperare voti con quello a cui sono iscritti. Sportivi professionisti chiedono ai procuratori di cambiare società o campionato, quando sentono di non avere fiducia da parte dell’ambiente, anziché mettersi di impegno per mostrare il loro valore. E via di questo passo. 

    La tendenza a pretendere a priori un certo tipo di riconoscimento, prima ancora di aver dimostrato di meritarlo, è parte di molti atteggiamenti che a vario titolo abbiamo definito egocentrici, egoistici, individualistici, narcisistici ecc… . Ossia atteggiamenti di chi non è disposto a conquistare qualcosa, perché ritiene gli sia dovuta. 

    Se nella coppia in una crisi questo può portare, nei casi più gravi, a scontri violenti, nella coppia in divenire può definire difficoltà sul piano sessuale. Perché devo impegnarmi a fare qualcosa che mi è dovuta? Perché devo raggiungere, conquistare, sedurre? L’intimità necessita di un certo impegno, ma probabilmente non tutti lo sanno. Anche di questo si parla sempre troppo poco, e, malauguratamente, anche sempre troppo a vanvera.