Adolescenti in vacanza: il primo incontro con alcol (e droghe)

Estate, prime bevute: un classico dell’adolescenza. Gruppi di giovani fanno amicizia in spiagge, campeggi, parchi a tema, e alla sera li trovi a bere in compagnia, approfittando della maggiore libertà, offerta dai contesti vacanzieri. Crescere è andare oltre i limiti, sperimentare, oltre ché, ovviamente, fare colpo su chi ci piace. Per questo, riguardo al consumo di alcolici, dobbiamo evitare moralismi, ma fare, comunque, le dovute considerazioni.

I dati

Gli adolescenti italiani sono precoci, anche riguardo al consumo di alcol. Se l’età media si abbassa per ogni tipo di esperienza giovanile, le statistiche confermano che anche il consumo di bevande alcoliche (e droghe) si è progressivamente anticipato. Secondo i dati disponibili sono circa un milione i ragazzini italiani tra i dieci e i quattordici anni, che afferma di essersi già ubriacato almeno una volta; e per il 15% di loro, questo è accaduto prima degli undici anni. Quasi la metà degli studenti italiani (46%), inoltre, afferma di avere bevuto alcolici per la prima volta tra i dodici e i quattordici anni. Un’indagine europea, poi, colloca la media italiana del primo contatto con l’alcol a poco più di dodici anni, contro i quattordici del resto del continente.

Un dato apparentemente in contraddizione con questo quadro, è che il consumo complessivo di alcol tra i minorenni (fonte Istat), sarebbe comunque in calo. Meno ragazzi bevono, per sintetizzare, ma chi comincia, lo fa sempre prima. Tuttavia si conferma la valenza di sostanza gateway dell’alcol, ossia la porta di ingresso all’uso di altre sostanze. Quindi, per riassumere, gli italiani vengono a contatto con l’alcol ad un’età sempre più verde. Questo porta, a casata, delle conseguenze su larga scala. Dalla salute, all’incolumità, perché poi, ad esempio, molti di loro, dopo aver bevuto, salgono su moto, scooter o monopattini elettrici. 

Amori estivi

In vacanza ci si lascia andare. Siamo soliti, infatti, allentare la tensione riguardo parecchi aspetti della vita quotidiana, dal cibo ai vizi. È noto che, sovente, in vacanza si prendano dei chili persi con fatica durante l’anno, o si spendano soldi più facilmente, concedendosi dei piccoli extra. Questo vale anche riguardo i ragazzi, che vengono lasciati più liberi di muoversi, di fare tardi, o di frequentare amici che i genitori non conoscano in prima persona. 

Le compagnie nate in vacanza hanno le stesse dinamiche di quelle più stabili, ma gli equilibri al loro interno devono ancora essere conquistati o negoziati. In quasi ogni gruppo di amici c’è un leader, un organizzatore, un punto di riferimento, oppure c’è il ragazzo più saggio, o il più scapestrato, e così via. Nei gruppi nati in vacanza, tutti questi ruoli vanno ancora individuati, e anche intorno a questa lotta (di potere?) avvengono le dinamiche di gruppo. Si vedono quindi ragazzi normalmente orientati ad essere dei follower, tentare di fare i leader; si vedono i simpatici, i creativi, gli intellettuali, provare a diventare sportivi, cinefili, e così via. E in questa palestra dell’identità, si può inserire il consumo di alcolici. 

Alcuni possono fare a gara su chi regge meglio l’alcol, altri possono fingersi intenditori, e dissertare di questo o quel tipo di bevanda, ecc… . E poi, soprattutto, ci sono gli amori estivi. Chi non ricorda la prima cotta al mare, o la ragazza vista una sola sera al campeggio? E quanti di questi incontri si sono consumati con una birra, o un bicchiere si sangria? Va quasi da sé, ed è parte della nostra cultura, che l’alcol sia parte della convivialità, dello stare insieme, e quindi anche del corteggiamento. 

Riti di passaggio, ma non solo

Immaginare di precludere ai giovani l’incontro con l’alcol (e le droghe) è impossibile, oltre che, francamente, diseducativo. Sappiamo bene che, soprattutto nella cultura italiana, vietare qualcosa è in genere il modo migliore per stuzzicarne la curiosità. Come dovrebbe muoversi, quindi, un genitore, quando scopre che il figlio fa un uso smodato di alcolici? Per rispondere, vorrei fare riflettere su una tendenza diffusa, che può avere risvolti controproducenti, per quanto indesiderati. Molto spesso, quando un genitore scopre che un ragazzo si è ubriacato con gli amici, tende a sottolineare, in maniera ingenua, l’aspetto goliardico dell’evento. Ne ride con gli amici, ironizza in pubblico, è indulgente. In molti casi questo è certamente un atteggiamento corretto, che non assegna troppa importanza all’accaduto, e che risulta adeguatamente canzonatorio. Tuttavia occorre separare bene la valenza del “rito di passaggio”, da quella di un comportamento a rischio. 

Il rito di passaggio è un evento che certifica l’entrata di un individuo in una differente età della vita. Il consumo di alcolici assume talvolta questa valenza, anche se in maniera impropria. Se un adolescente trascorre per la prima volta la notte fuori casa, poniamo ad una festa con amici, questo è già di per sé un rito di passaggio, molto più che l’eventuale consumo di alcolici correlato. Se va in trasferta per un meeting di atletica, e si trova a dormire in albergo con il resto della squadra, il rito di passaggio è in questo, non tanto nella sigaretta fumata di nascosto dagli allenatori. 

Alcune volte, la tendenza a sottolineare la bravata, è quasi un endorsement, un’approvazione, un atto di compiacimento del genitore riguardo al figlio. “Ha bevuto con gli amici, sta diventando grande”. Questo atteggiamento potrebbe identificare, agli occhi di un ragazzo, il compiacimento del genitore con il comportamento, piuttosto che con il rito di passaggio. 

Estate, prime bevute, come dicevamo: un classico dell’adolescenza. A ciascun ragazzo la sua esperienza, a ciascuno genitore la sua sfida quotidiana.