Negli anni della Tv venivamo indotti a identificarci con un soggetto: il testimonial della pubblicità. Facevamo zapping, ossia cambiavamo canale con il telecomando, schivando gli spot più noiosi, e fermandoci su quelli più interessanti. L’obiettivo della réclame era convincerci di essere anche noi degni dell’oggetto pubblicizzato: “Questa merendina, me la merito, merito, io”; “Uso il seguente shampoo, perché io valgo”; “Bevo un drink vigoroso, fate come me”. Da quando abbiamo in mano gli smartphone, invece, e da quando, per funzionare, i social network utilizzano il meccanismo dell’algoritmo, la ricerca di mercato si è affinata, e noi corriamo il rischio di ignorare l’esistenza del diverso.
Dall’Io-pubblicità, all’Io-algoritmo
Scrollare le pagine dei un social network, per alcuni, è diventata una vera e propria dipendenza. In pochi secondi di utilizzo, l’algoritmo capisce cosa ci interessa, e ci propone certi contenuti. Noi confermiamo la sua inferenza, guardando più alcune cose che altre, e quindi lui ci offre ulteriori rinforzi. Il pattern si ripete, se necessario, all’infinito. Risultato: passiamo intere sessioni a scorrere i post, ma senza mai incontrare cose nuove, (come invece succedeva con lo zapping) perché sono tutti affini ai nostri interessi. È come se restassimo persi nei nostri pensieri, per questo passano minuti, o anche ore, e non ce ne accorgiamo.
La sovrapposizione tra il nostro pensiero e i contenuti di un social network può farci pensare al sorgere di una nuova soggettualità, che potremmo definire l’Io-algoritmo. Diverso dall’Io-pubblicità, il cui rinforzo si fondava sull’identificazione con il testimonial, l’Io-algoritmo si basa sul rispecchiamento. Apriamo un social network ed è come se aprissimo la nostra mente, come se guardassimo dentro ai nostri pensieri. L’algoritmo rispecchia ciò in cui crediamo, non ci contraddice (come l’IA, che prima chiede cosa pensiamo, e poi si dice concorde), va sul sicuro.
Rintracciare in un flusso di video, post e contenuti, ciò che più ci rispecchia, ha la conseguenza di gettarci in una dimensione alternativa. Una specie di floatation tank experience, quelle vasche in cui ci si immerge in un liquido simil amniotico, e ci si perde nei propri ragionamenti. Con la differenza che, dopo mezz’ora, il titolare della palestra fa suonare un campanello, mentre sul divano di casa ci si può passare le serate. L’Io-algoritmo è quel soggetto che, una volta rispecchiati i suoi pensieri nel flusso dei post, non è più interessato ad averne il controllo.
L’algoritmo ci isola
Seconda conseguenza, se vogliamo, ancora più paradossale, (o patogena, decidete voi). L’Io-algoritmo si abitua a riconoscere soltanto la propria verità. Entrare in un universo di content creator che sostengono le cose in cui crediamo, e ignorano tutte le altre, plasma uno spazio che nella realtà non esiste. Il soggetto che definiamo Io-algoritmo impara ad avere paura del diverso, perché non lo incontra neppure facendo zapping. Chi seguiva Quark, di Piero Angela, ad esempio, cambiando i canali poteva imbattersi nel Grande Fratello, o in Amici, o in Non è la Rai. Programmi rispettabili, ma lontani dai suoi interessi, e dal suo modo di vedere il mondo. Oppure, al contrario, l’appassionato di calcio che guardava il Processo di Biscardi, poteva, malgrado lui, incrociare La notte della Repubblica di Sergio Zavoli, o Il Fatto di Enzo Biagi. Conoscere il diverso, aiuta a crescere, o almeno a non averne paura.
Se un soggetto Io-algoritmo, oggi, segue dei contenuti affini, poniamo, a Umberto Galimberti, invece, molto probabilmente resterà nel recinto di quelle riflessioni, e difficilmente entrerà in contatto con Massimo Recalcati, Carlo Bonomi oGiorgio Girard. L’algoritmo limita, separa, isola. Il contrario della ragione per cui sono nate le reti sociali.
Scrollare è un passatempo piacevole, da fare nei momenti più impensabili, o vuoti, della nostra giornata. Ma perderne il controllo può essere davvero controproducente, soprattuto per chi, di quel tempo, ne ha sempre troppo poco a disposizione.

