Il tradimento, e più in generale la crisi di coppia, non vengono comunicati ai bambini con parole semplici e concetti chiari, ma sovente attraverso espressione fosche, fatte di allusioni incomprensibili, e cariche di emozioni negative. Di conseguenza, invece di farsi una loro idea dell’accaduto, i bambini imparano più che altro ad evitare la rabbia degli adulti.
Maschere
Il bambino si forma un’idea di quello che succede intorno a lui, anche grazie all’aiuto degli educatori che lo circondano. La maestra gli mostra come immedesimarsi con l’altro durante un litigio, e quindi, ad esempio, ad essere più paziente; l’allenatore di calcio, come vedere nel bene della squadra un valore superiore al suo tornaconto personale; un familiare, come interpretare con speranza la morte di un parente, una calamità naturale, e via dicendo. Espressioni come: “Tuo padre è un grandissimo …”; Oppure: “Tua madre è una …”, invece, pronunciate, per di più, con delusione, cattiveria o disperazione, forzano il minore a prendere una posizione di comodo, ma non a costruirsi una verità, sulla fine della relazione dei genitori.
Se l’adulto lancia espressioni dal significato oscuro, il bambino non ne coglie il senso reale, e si ferma all’aspetto emotivo. Registrando il dispiacere del genitore, è a questo dispiacere che impara a reagire, piuttosto che all’evento che lo ha scatenato.
Una delle conseguenze per la traiettoria di crescita del bambino, in questi casi, è la formazione delle cosiddette maschere, o, se si preferisce, del falso sé.
Ricordiamo che un bambino, specie nei primi anni di vita, è in una condizione di dipendenza pressoché totale dalle cure genitoriali, non solo riguardo il contenimento emotivo, ma anche per l’accudimento fisico. Quando un genitore pone ad un figlio domande quali: “Vuoi più bene alla mamma, o al papà?”, oppure: “È più brava la mamma, o il papà?”, e via dicendo, abusa un po’ di posizione dominante, per usare una terminologia di origine economica. Nessun ricercatore ha mai censito la percentuale di risposte relative al genitore assente, ossia, per lo più, la risposta è “la mamma”, se è la mamma che pone la domanda, e così via. Questa astuzia, che poi è soltanto una forma di intelligenza pratica, però, è già parzialmente un “falso sé”.
Tale modalità relazionale (qualcuno parla anche di “maschere”), è l’espediente con cui ci conformiamo alle volontà dell’altro, alle sue aspettative, dopo avere tristemente constatato la sua incapacità di conformarsi alle nostre. Il mondo della tossicodipendenza è pieno di maschere o di falsi sé, ma anche il mondo della psicopatologia grave, lo è. La modalità con cui solitamente viene costruito, ripete all’incirca questo percorso. Il bambino mostra all’adulto di riferimento una sua difficoltà, che può essere un’angoscia, una paura, e così via. L’adulto risponde in maniera non adeguata, minimizzando, o, peggio, ribaltando la responsabilità del malessere sul bambino stesso. Questi percepisce che l’amore dell’adulto dipende dalla reazione che egli mostrerà, e decide di assecondarlo. Così si assume l’onere di mostrare ciò che non è, e tiene per sé tutto ciò che non funziona. Il falso sé è la divisione netta tra un fuori a prova di aspettative dell’altro, e un dentro autentico, che però non viene mostrato a nessuno. Mettere spalle al muro un bambino in seguito alla crisi di coppia, chiedere se preferisce l’uno o l’altro genitore, oppure se preferisce i giochi che ha in questa casa o nell’altra, ecc … , è forzarlo a dare una risposta di comodo, a creare e mostrare un falso sé.
Una volta che il falso sé è stato attivato, sperimentato e ha dato i suoi frutti a livello sociale, tuttavia, sarà molto difficile smontarlo.
Identificazione inconsapevole
Un altro problema in cui incorre un bambino nella crisi di coppia, è l’identificazione inconsapevole. Alcune coppie sono meno irruenti nei confronti dei figli, e non chiedono espressamente di prendere una posizione. Tuttavia, il malessere di alcuni genitori è tale che sono i bambini, in autonomia, a fare dei passi nei loro confronti, e sovente senza rendersene realmente conto.
In questi casi, si nota come il minore acquisisca lentamente punti di vista, atteggiamenti, persino giudizi sull’altro genitore. Tutti noi compiamo identificazioni, (ad esempio verso la pubblicità, la politica), e tutti noi sviluppiamo continuamente identificazioni inconsapevoli con i nostri genitori, o con parti della loro personalità. Il meccanismo non è necessariamente patologico, per crescere abbiamo bisogno di aspirare ad “essere come qualcuno”. Qui si tratta di qualcosa di diverso, perché riguarda la crisi di coppia. Il bambino si appropria di un punto di vista, scartando l’altro. Tuttavia, come abbiamo già detto altrove, il tradimento non è sempre il peggiore dei mali, ed è meglio la fine di una coppia morta, che trascinare la finzione della felicità.
Al bambino identificato con uno dei due genitori, nessuno insegna il valore di questo aspetto. Poiché per uno dei due, almeno all’inizio, la crisi di coppia ha certamente rappresentato un trauma, il bambino si ferma a questo trauma, e incolpa l’altro genitore di averlo generato. Questa visione non è solo parziale, ma è anche la prima lettura, il primo significato, attribuito ad una separazione, in quanto sarà poi il tempo, a fornire una lettura più matura, più comprensiva. Che però mancherà al bambino, che nel frattempo asi sarà fermato alla prima.
Come si vede, il tradimento, la crisi di coppia, la separazione andrebbero gestiti nella maniera più asettica possibile, agli occhi dei bambini, senza imporre loro punti di vista, e soprattutto senza forzarli a prendere una posizione. Ma chi ne è davvero capace?

