Autore: Fabio Convertino

  • Violenza di coppia e patriarcato: vediamoci chiaro.✦ IAGenerato con AI

    Violenza di coppia e patriarcato: vediamoci chiaro.

    Sofferenza psichica e cultura sociale nelle dinamiche aggressive.

    C’è una tendenza diffusa a descrivere la violenza di coppia come conseguenza del patriarcato. Posto che il maschilismo, nelle relazioni e negli equilibri familiari, sia sempre una forma di prevaricazione, (come lo sarebbe il femminismo di una società matriarcale), questa connessione non riesce a spiegare tutte le forme di sopraffazione, soprattutto quelle tra membri non uomo-donna o quelle con una preminenza psichiatrica. 

    Violenza patriarcale e non

    Conosco almeno tre tipi di coppie: uomo-donna, uomo-uomo, donna-donna, (o come ciascuno ritiene possa denominare i membri di tali diadi). Da esse discendono almeno quattro direzione in cui la violenza può essere esercitata: nella prima coppia può essere quella commessa da un uomo verso una donna o da una donna verso un uomo, nella seconda è quella di un uomo verso un altro uomo, nella terza è quella di una donna verso un’altra donna. Le forme di coartazione ad esse associate sono di diverso tipo: c’è un tipo di aggressività basata sul, (o che parte dal) possesso, una basata sulla svalutazione, una riguarda la disponibilità o la sua negazione, un’altra si fonda sul ricatto. Probabilmente ce ne sono altre, ma al momento vorrei limitarmi ad analizzare queste. 

    La prima forma di violenza di coppia è quella che in genere identifichiamo con questo nome e riguarda l’uomo verso la donna. È questa che solitamente viene associata al termine patriarcato, ed è esercitata, per lo più, su base di possesso. Tu sei una mia proprietà, non hai il diritto di autodeterminarti, e solo io decido quando potrai uscire di casa e chi vedere, che scuola o lavoro fare ecc… . Questo atteggiamento muove da presupposti fortemente maschilisti, ed è riscontrabile, pur se in gradi differenti, anche in uomini insospettabili, perché origina dalla cultura di riferimento. Tuttavia, dobbiamo dire che questa forma di violenza di coppia prevede tutta una serie di controlli, di verifiche, di macchinazioni. Perché per tener assoggettata a tal modo una persona, intendo per sottomettere veramente qualcuno che invece vorrebbe svincolarsi, bisognerà controllare sovente il suo smartphone, escogitare dei tranelli sui canali social, avere delle talpe nella sua palestra, sul suo posto di lavoro e così via… Insomma, come si vede, il concetto di patriarcato ci aiuta a spiegare questo fenomeno, ma soltanto in parte. Perché, da un certo punto in poi, tale fenomeno tende a sconfinare nell’inadeguato, nel patologico. E allora dovremmo chiederci per quale motivo un uomo si fida di più della propria compagna, rispetto ad un altro, pur appartenendo entrambi alla medesima cultura maschilista? Che cosa rende un marito così geloso da controllare o ascoltare le chiamate della moglie, mentre un altro marito approfitterebbe del tempo di quelle chiamate per guardare i risultati delle partite? Le difficoltà relazionali investono la vita di coppia, sovrapponendosi o superando le rigidità della cultura patriarcale.   

    Un tipo di soprusi che non hanno quasi per niente a che fare con il maschilismo sono quelli perpetrati dalle donne verso gli uomini. Come ben sappiamo, in alcune coppie la smania di farla pagare per un torto subito, (ad esempio un tradimento, ma non solo), può portare una donna a negare la visita dei figli al marito, o metterlo in cattiva luce ai loro occhi, oppure a fargli terra bruciata intorno in famiglia o nella sua cerchia di amici. Oppure ancora può svalutarlo: dandogli del fallito, dicendo che una sua nuova conoscenza la ascolta di più, che è più sensibile o premurosa, e via dicendo. Questi comportamenti, per quanto comprensibili sul piano umano, sono comunque da considerare come aggressivi, e infatti, in genere non aiutano nella soluzione dei conflitti, ma li esacerbano, allontanando, a volte irrimediabilmente. 

    Un altro tipo di violenza della donna verso l’uomo, ma molto presente anche nelle coppie omosessuali, è quella che riguarda la disponibilità. Con questo termine intendiamo l’attitudine a concedersi dal punto di vista sessuale, cosa che rappresenta una grande arma offensiva. E poi ci riferiamo anche a tutto quello che riguarda il Ghosting, vera e propria piaga relazionale del nostro tempo. Evitare qualcuno, non rispondere ai messaggi, bannarlo dalla propria rete social configura una forma di aggressività brutale, feroce, in grado di intaccare l’umore, l’equilibrio, persino di distruggere l’immagine e l’integrità di un individuo. La violenza relativa alla disponibilità, o alla sua negazione, come si vede, non ha niente a che fare con il patriarcato, con gli atteggiamenti maschilisti, o con le tendenza di alcune famiglie a privilegiare i figli maschi, perché ritengono le femmine meno capaci. Ma negare la propria disponibilità può essere altrettanto crudele, spietato, oltraggioso. 

    C’è poi una violenza che si basa sul ricatto. Situazione tipica di alcune coppie omosessuali, come quelle in cui un@ minaccia l’altr@ di svelare il suo reale orientamento, ma può riguardare anche le coppie eterosessuali, ad esempio quelle clandestine. Il ricatto è il collante di molti amori, più di quanto si voglia credere. Talvolta è una minaccia esplicita, talaltra un’allusione implicita. Pensiamo alle coppie formate da individui provenienti da diverse classi sociali: è chiaro che quando la relazione dovesse terminare, una delle due tonerà alla sua condizione originaria.   

    BDSM: la violenza consensuale

    Esiste un altro tipo di coppia, che esprime una forma di violenza tutta sua, è quella BDSM. L’acronimo indica il Bondage, la consuetudine di legare, o bendare il partner, la dominazione, il sadismo e il masochismo. In questa modalità relazionale la violenza non solo è accettata, ma viene concordata, anche con dei contratti, e poi è condivisa, non è a senso unico, può prevedere l’inversione dei ruoli. La coppia BDSM ci svela un particolare tutt’altro che indifferente: la violenza non è sempre inopportuna, ma può essere addirittura considerata piacevole. Tutti hanno sentito il detto popolare “l’amore non è bello se non è litigarello”: beh, se vogliamo anch’esso ruota intorno alla filosofia BDSM, per quanto con caratteristiche e dimensioni totalmente differenti.

    Anche la coppia BDSM, e il tipo di coercizione che la caratterizza, non ha niente a che vedere con il patriarcato, ma unicamente con ciò che ciascuno di noi reputa piacevole o spiacevole per sé.  

    Territorio psy

    Al fondo di queste indagini possiamo fare una considerazione. Se non tutta la violenza di coppia può essere spiegata attraverso la categoria del patriarcato, la tendenza maschilista della società italiana, quale differenza c’è tra gli individui che si relazionano in maniera tutto sommato rispettosa, da quelli che non riescono a modulare le proprie reazioni? La risposta va ricercata nella progressiva frammentazione della psiche contemporanea, conseguente ai traumi plurimi che la nostra società sta attraversando in questi anni. Ricordo il tempo in cui la violenza (anche solo verbale) era confinata sopratutto negli stadi, ossia quando gli individui spostavano la proprie rappresentazioni mentali sulle squadre di calcio. Assistevamo a discussioni accalorate, a volte persino violente, in difesa di quello o quell’altro, accusando una squadra e un arbitro, mentre la propria era sacra, quasi a livello religioso. Evidentemente l’ingaggio personale nel difendere o attaccare le squadre di calcio era uno spostamento, era un modo per attaccare i soprusi che nella vita di tutti i giorni era impossibile fare. Nella fase attuale, invece, questo tipo di aggressività, esce dalla rappresentazione mentale, e anziché sulla massa informe dei tifosi avversari, diventa personale, entra nella vita di coppia, scaricandosi sulla persona che abbiamo accanto. 

    È un’espressione del disagio, per ripetere le parole di Giorgio Girard. Ecco dunque che dall’analisi sociologica del patriarcato, che pur influenza le dinamiche culturali, se non altro impregnando di maschilismo alcuni dei nostri linguaggi, entriamo nel territorio del disagio psichico. Quale sia l’intensità della difficoltà, varia da persona a persona. Non tutti abbiamo le stesse difese, le stesse strutture mentali, non tutti veniamo aggrediti nello stesso modo dalle difficoltà. Quando un aereo attraversa una turbolenza, i passeggeri reagiscono in maniera diversa, a seconda del loro background storico e culturale. C’è chi ha un conato di vomito, chi teme di precipitare, chi, al contrario, si addormenta, confidando nel personale in cabina. Anche attraversare le turbolenze di questi anni scatena reazioni differenti, a seconda delle disposizioni di ciascuno. La violenza di coppia è, drammaticamente, una di queste reazioni. 

  • Giù le mani dai giovani✦ IAGenerato con AI

    Giù le mani dai giovani

    L’ambiente condiziona il nostro umore e il nostro funzionamento. Quando perdiamo un amore, infatti, cambiamo lavoro o ci trasferiamo in un’altra città, notiamo dei mutamenti nel corpo o negli equilibri delle routine. Le riposte che sentiamo nei nostri confronti, in altre parole, rinforzano o indeboliscono l’atteggiamento verso quello che facciamo.

    Dalla Guerra Fredda a Bill Clinton 

    L’evento politico della Generazione X, di cui faccio parte, il primo ricordo pubblico che molti di noi conserviamo della nostra adolescenza, è la caduta del Muro di Berlino. La vittoria della guerra fredda, anche se non conseguita da noi direttamente, ma dalla parte politica e dai valori a cui abbiamo deciso di aderire, ha funzionato da collante della nostra identità. Abbiamo sentito nostro quello che succedeva nei Paesi coinvolti, dalla Berlino del “Tear down this wall” di Ronald Reagan, alla piazza di Bucarest del 1989. E persino negli anni successivi abbiamo percepito come nostri gli strascichi di tale epoca, dalle manifestazioni pro Kuwait, alle simpatiche follie di Bill Clinton. 

    Tutto questo oggi sembra un ricordo sbiadito, al punto che ci chiediamo se davvero l’abbiamo vissuto o non sia piuttosto un sogno di gioventù. La situazione internazionale, unita alla persistente stagnazione economica, non fornisce più punti di riferimento, né motivazioni per affrontare il quotidiano. 

    Dario Fabbri ritiene che i popoli vivano, sostanzialmente, di gloria, e quando non possono farlo, si accontentano, per così dire, dell’economia. Ecco, questo è stato abbastanza vero negli anni a cui mi riferivo, laddove alla vittoria della guerra fredda era associata anche una lenta, ma costante, crescita economica. L’epoca contemporanea, al contrario, è segnata da una graduale perdita di influenza della nostra area geografica sui destini del mondo, nonché da una progressiva diminuzione del potere d’acquisto. 

    Il paradosso di Fabbri 

    La combinazione di questi due fattori definisce quello che potremmo chiamare il paradosso di Fabbri, condizione che egli non prevede, ma che, evidentemente, esiste e ha il suo peso. Laddove un popolo, o un’area geografica, non può vivere di gloria, ossia inseguendo l’influenza geopolitica, né di crescita economica, perché ridotta a cliente di beni o servizi prodotti altrove, vede sfilacciare la propria identità, vede frantumare il proprio psichismo. 

    La frammentazione della vita mentale è quello che resta, a livello individuale, dello smarrimento identitario indotto dal paradosso di Fabbri. Frammentazione significa, in estrema sintesi, il mescolamento di aspetti psichici consci con aspetti rimossi e inconsci, con cui è impossibile fare i conti. Nello specifico della nostra attuale situazione, la frammentazione è data dal conflitto interno che ci può suscitare, ad esempio, (ma ce ne sono molti altri) il turbo capitalismo. Siamo consapevoli che il capitalismo ci ha aiutato a crescere, che definisca i parametri per l’espansione e il progresso, ma averne perso il controllo, esserne diventati, talvolta, le vittime sacrificali, crea in noi tensioni e contraddizioni. 

    Giù le mani dai giovani  

    La riflessione porta ad una strenua difesa della Generazione Z, la più colpita da questa frammentazione. Da che mondo è mondo, i moralismi degli adulti sui giovani non hanno particolare fortuna, anche perché questi ultimi percorrono traiettorie distinte da quelle dei primi e per natura incomprensibili. La frammentazione, lo smarrimento, la rabbia, tuttavia, non sono unicamente giovanili, come ben vediamo ogni sera al telegiornale. La perdita dell’identità indotta dal paradosso di Fabbri riguarda tutti, non soltanto i più giovani. Questi però, hanno una caratteristica peculiare: vivono ogni esperienza in maniera amplificata, talvolta estrema. È nella loro natura di giovani, è parte del loro processo di individuazione. 

    Così io credo che si debba più rispetto e meno sarcasmo alla Gen Z.L’ambiente condiziona il nostro umore e il nostro funzionamento, abbiamo detto in apertura, e non c’è niente di più vero. Però dobbiamo ammettere che l’identità non può fare riferimento unicamente al riscontro che proviene dall’esterno. Ciò che noi siamo è definito anche dalle passioni, dagli ideali, da ciò in cui crediamo, nonché (non me ne voglia Galimberti) da ciò che reputiamo sacro. Ma non nei termini dello spirito assoluto di Hegel, ma in quelli di ciò oltre cui non vogliamo spingerci, ossia quello che riteniamo debba essere difeso ad ogni costo. 

    Se l’ambiente fatica a dare i giusti riscontri alla nostra identità, è dentro di noi che dobbiamo cercarne l’essenza. Forse proprio questa può essere la vera rivoluzione della Generazione Z. Uscire dal paradosso di Fabbri, infatti, è un atto salvifico e al tempo stesso rivoluzionario. Riguarda tutti noi, non soltanto i più giovani. Ma nel loro caso, perché avvenga, servono tempo e sostegno, non certo ostilità e pregiudizio. 

  • La guerra è inevitabile?

    La guerra è inevitabile?

    Albert Einstein e Sigmund Freud furono autori, nel 1932, di un famoso carteggio. Il fisico tedesco aveva ricevuto, dall’allora Società delle Nazioni, il mandato di intavolare un dibattito su un tema di pubblico interesse, e di farlo con un intellettuale a sua scelta. Il premio nobel si rivolse al padre della psicoanalisi e gli pose una domanda diretta: “C’è un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra?”. Il secondo conflitto mondiale era ancora lontano, ma evidentemente nell’aria c’era già odore di bruciato, se il mondo della cultura sentiva il bisogno di affrontare questo argomento. Io credo, purtroppo, che anche in questa nostra epoca si respiri un po’ lo stesso clima. Può essere utile, pertanto, tornare sugli stessi temi e porsi, oggi, la stessa domanda. Esistono, oggi, risposte diverse, da quelle proposte da Sigmund Freud al grande scienziato? Proviamo a capirlo insieme. 

    Democrazia sovranazionale

    Freud rispose ad Einstein con grande stima e con il crudo realismo di cui era intriso. Spiegò della presenza, secondo i risultati delle sue ricerche, della pulsione di vita e della pulsione morte, e di come, seguendo quest’ultima, l’essere umano sia naturalmente orientato alla distruzione. E poi spiegò che anche il diritto è, per certi aspetti, una forma di violenza. Nella sua visione sarebbe una violenza organizzata dalla comunità, per piegare, attraverso le leggi, l’aggressività e la violenza del singolo. 

    Per impedire la nascita dei conflitti tra nazioni, seguendo questa premessa, Freud propose la creazione di enti sovranazionali. Gli Stati avrebbero dovuto, secondo il padre della psicoanalisi, dare origine ad organismi in grado di legare i destini delle collettività, in modo da renderli interdipendenti tra loro e controllabili da enti di diritto centralizzati. Ovviamente, per fare questo, sarebbe stato necessario trasferire parte della sovranità statale a queste organizzazioni. 

    Ora, noi vediamo chiaramente che, anche questa volta, Sigmund Freud aveva pienamente ragione. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale e con il maturare della Pax Americana, sono nati diversi enti di aggregazione tra Stati: l’ONU, l’Unione europea, l’Unione africana e così via. Ma quello che è mancato, affinché queste organizzazioni potessero davvero funzionare, è stata proprio la cessione della sovranità. E infatti oggi molti analisti internazionali accusano l’ONU, l’Unione europea ecc, di essere evanescenti, ma alla loro analisi manca la causa di questa condizione, che è, per l’appunto, la resistenza dei Paesi che le compongono a cedere parte del loro potere.

    Superare il lutto

    Questo avviene per egoismo? Per ottusità? O perché anche le collettività, come gli individui, sono abitate da una pulsione distruttiva, che le rende restie a intraprendere davvero le strade che portano alla pace? La risposta a queste domande travalica ciò che ciascuno di noi può fare come individuo, sono infatti risposte che dovremmo trovare come popolo, insieme agli altri popoli. Ciò che ciascuno di noi può fare, a partire da oggi, è guardare dentro sé stesso. 

    Un conflitto deflagra, in genere, quando frizioni profonde, da molto tempo, scavano malcontento. Lo vediamo anche in ufficio, in coppia o nel condominio. La guerra è qualcosa di più ampio, più pervasivo e di conseguenza possiede dimensioni di gran lunga superiori. Raramente una grande discussione nasce dal nulla, più sovente è il risultato di un clima che si trascina, di eventi che si sono ripetuti, di malesseri mai risolti. Evitare un conflitto passa anche dalla capacità di elaborare il lutto. Qui non intendo lutto come la perdita di una persona cara, ma come la perdita della nostra identità, di come siamo visti dagli altri, di cosa ci si aspetta che noi facciamo. 

    Non a caso accennavo all’ufficio o alla vita di coppia, perché in questo modo ciascun lettore può riportare quello che sto scrivendo ad una sua propria esperienza personale e poi immaginare come potrebbe essere se trasferita a qualcosa di più esteso. Se in coppia, poniamo, l’altra persona non mi considera più affidabile, interessante o appetibile, alzare i toni non cambierà questa realtà. Dovrò affrontare una sorta di lutto, ossia la perdita dell’identità che mi deriva dallo sguardo di quella persona. In genere, purtroppo, è proprio quello che nessuno è pronto a fare. Ci arrabbiamo, chiediamo se non ci sia qualcun altro, vogliamo del tempo per cambiare. Tutto inutile, perché la nostra immagine ai suoi occhi, è già cambiata. 

    Quando nelle relazioni internazionali le frizioni scavano un malcontento, al punto da arrivare ad una guerra, sovente è perché da una parte, o da entrambe, si rifiuta l’immagine e le aspettative dell’altra. Proprio come in coppia, che quando quel modo di essere visti cambia, non c’è più niente da fare. 

    Torniamo, quindi, all’inizio della nostra riflessione e al carteggio tra Albert Einstein e Sigmund Freud. Dopo altri cento anni di psicoanalisi, cosa potremmo rispondere oggi, alla domanda di Einstein: “C’è un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra?”. Ripensando a quello che abbiamo appena detto, credo che ciascuno di noi debba imparare, il prima possibile, a gestire il lutto per la perdita dell’identità. In questa fase storica in cui la frammentazione politica, economica, sociale e culturale, favoriscono, se non determinano, la frammentazione psichica, è di primaria importanza imparare a ripensare chi/cosa siamo e chi/cosa potremmo essere, prima di scatenare un conflitto. 

    L’identità si basa su aspetti individuali, molto più che su cosa vogliono o si aspettano gli altri da noi. Per questo dobbiamo sviluppare la dimestichezza a restare noi stessi, pur nell’indifferenza o nel disaccordo altrui. Credo fermamente che questa qualità potrebbe essere molto utile, per essere più sicuri e meno in balia degli altri, ma anche a liberare gli uomini dalla fatalità della guerra. 

  • Adolescenti in vacanza: il primo incontro con alcol (e droghe)

    Adolescenti in vacanza: il primo incontro con alcol (e droghe)

    Estate, prime bevute: un classico dell’adolescenza. Gruppi di giovani fanno amicizia in spiagge, campeggi, parchi a tema, e alla sera li trovi a bere in compagnia, approfittando della maggiore libertà, offerta dai contesti vacanzieri. Crescere è andare oltre i limiti, sperimentare, oltre ché, ovviamente, fare colpo su chi ci piace. Per questo, riguardo al consumo di alcolici, dobbiamo evitare moralismi, ma fare, comunque, le dovute considerazioni.

    I dati

    Gli adolescenti italiani sono precoci, anche riguardo al consumo di alcol. Se l’età media si abbassa per ogni tipo di esperienza giovanile, le statistiche confermano che anche il consumo di bevande alcoliche (e droghe) si è progressivamente anticipato. Secondo i dati disponibili sono circa un milione i ragazzini italiani tra i dieci e i quattordici anni, che afferma di essersi già ubriacato almeno una volta; e per il 15% di loro, questo è accaduto prima degli undici anni. Quasi la metà degli studenti italiani (46%), inoltre, afferma di avere bevuto alcolici per la prima volta tra i dodici e i quattordici anni. Un’indagine europea, poi, colloca la media italiana del primo contatto con l’alcol a poco più di dodici anni, contro i quattordici del resto del continente.

    Un dato apparentemente in contraddizione con questo quadro, è che il consumo complessivo di alcol tra i minorenni (fonte Istat), sarebbe comunque in calo. Meno ragazzi bevono, per sintetizzare, ma chi comincia, lo fa sempre prima. Tuttavia si conferma la valenza di sostanza gateway dell’alcol, ossia la porta di ingresso all’uso di altre sostanze. Quindi, per riassumere, gli italiani vengono a contatto con l’alcol ad un’età sempre più verde. Questo porta, a casata, delle conseguenze su larga scala. Dalla salute, all’incolumità, perché poi, ad esempio, molti di loro, dopo aver bevuto, salgono su moto, scooter o monopattini elettrici. 

    Amori estivi

    In vacanza ci si lascia andare. Siamo soliti, infatti, allentare la tensione riguardo parecchi aspetti della vita quotidiana, dal cibo ai vizi. È noto che, sovente, in vacanza si prendano dei chili persi con fatica durante l’anno, o si spendano soldi più facilmente, concedendosi dei piccoli extra. Questo vale anche riguardo i ragazzi, che vengono lasciati più liberi di muoversi, di fare tardi, o di frequentare amici che i genitori non conoscano in prima persona. 

    Le compagnie nate in vacanza hanno le stesse dinamiche di quelle più stabili, ma gli equilibri al loro interno devono ancora essere conquistati o negoziati. In quasi ogni gruppo di amici c’è un leader, un organizzatore, un punto di riferimento, oppure c’è il ragazzo più saggio, o il più scapestrato, e così via. Nei gruppi nati in vacanza, tutti questi ruoli vanno ancora individuati, e anche intorno a questa lotta (di potere?) avvengono le dinamiche di gruppo. Si vedono quindi ragazzi normalmente orientati ad essere dei follower, tentare di fare i leader; si vedono i simpatici, i creativi, gli intellettuali, provare a diventare sportivi, cinefili, e così via. E in questa palestra dell’identità, si può inserire il consumo di alcolici. 

    Alcuni possono fare a gara su chi regge meglio l’alcol, altri possono fingersi intenditori, e dissertare di questo o quel tipo di bevanda, ecc… . E poi, soprattutto, ci sono gli amori estivi. Chi non ricorda la prima cotta al mare, o la ragazza vista una sola sera al campeggio? E quanti di questi incontri si sono consumati con una birra, o un bicchiere si sangria? Va quasi da sé, ed è parte della nostra cultura, che l’alcol sia parte della convivialità, dello stare insieme, e quindi anche del corteggiamento. 

    Riti di passaggio, ma non solo

    Immaginare di precludere ai giovani l’incontro con l’alcol (e le droghe) è impossibile, oltre che, francamente, diseducativo. Sappiamo bene che, soprattutto nella cultura italiana, vietare qualcosa è in genere il modo migliore per stuzzicarne la curiosità. Come dovrebbe muoversi, quindi, un genitore, quando scopre che il figlio fa un uso smodato di alcolici? Per rispondere, vorrei fare riflettere su una tendenza diffusa, che può avere risvolti controproducenti, per quanto indesiderati. Molto spesso, quando un genitore scopre che un ragazzo si è ubriacato con gli amici, tende a sottolineare, in maniera ingenua, l’aspetto goliardico dell’evento. Ne ride con gli amici, ironizza in pubblico, è indulgente. In molti casi questo è certamente un atteggiamento corretto, che non assegna troppa importanza all’accaduto, e che risulta adeguatamente canzonatorio. Tuttavia occorre separare bene la valenza del “rito di passaggio”, da quella di un comportamento a rischio. 

    Il rito di passaggio è un evento che certifica l’entrata di un individuo in una differente età della vita. Il consumo di alcolici assume talvolta questa valenza, anche se in maniera impropria. Se un adolescente trascorre per la prima volta la notte fuori casa, poniamo ad una festa con amici, questo è già di per sé un rito di passaggio, molto più che l’eventuale consumo di alcolici correlato. Se va in trasferta per un meeting di atletica, e si trova a dormire in albergo con il resto della squadra, il rito di passaggio è in questo, non tanto nella sigaretta fumata di nascosto dagli allenatori. 

    Alcune volte, la tendenza a sottolineare la bravata, è quasi un endorsement, un’approvazione, un atto di compiacimento del genitore riguardo al figlio. “Ha bevuto con gli amici, sta diventando grande”. Questo atteggiamento potrebbe identificare, agli occhi di un ragazzo, il compiacimento del genitore con il comportamento, piuttosto che con il rito di passaggio. 

    Estate, prime bevute, come dicevamo: un classico dell’adolescenza. A ciascun ragazzo la sua esperienza, a ciascuno genitore la sua sfida quotidiana.

  • Workaholic o stacanovista? Il collega che vive per il lavoro✦ IAGenerato con AI

    Workaholic o stacanovista? Il collega che vive per il lavoro

    I lavoratori instancabili, sempre dediti alla causa, pronti a sacrificare il loro tempo libero per il bene dell’azienda, sono una risorsa importante per i superiori, ma anche dei colleghi difficili per i pari grado. Questi individui, però, non sono solo degli arrampicatori sociali pronti a tutto, alcuni, infatti, soffrono di un vero e proprio disturbo che li lega al lavoro e alle responsabilità. Guardiamoli più da vicino, proviamo a capire cosa li spinge a muoversi in questo modo. 

    Stachanov

    Nel 1935 divenne famoso, in Unione Sovietica, Alexej Stachanov. Questi riuscì, in una serie di test sulla suddivisione del lavoro, a estrarre, nella miniera in cui lavorava, ben quattordici volte la quantità giornaliera media di carbone. Gli studiosi si divisero sulla lettura da attribuire a questa performance, e conclusero che, se da un lato l’organizzazione del lavoro aveva avuto la sua importanza, riducendo i tempi morti, e  migliorando la velocità del team, dall’altro bisognava guardare anche alla psicologia del lavoro. La personale voglia di eccellere, l’orgoglio di mostrare ai superiori la bravura della squadra, nonché la smania di portare fino alle orecchie del Partito il nome della miniera, in altre parole, dovevano avere avuto un peso.

    Da allora, questo esemplare minatore divenne, da un lato, il paladino del lavoro e della dedizione, e dall’altro l’emblema del lavoratore instancabile, tanto che il termine “stacanovista” ha poi assunto un significato altamente dispregiativo. Ora, sappiamo bene che in tutti gli uffici c’è uno stacanovista. In genere è molto amato dai superiori, perché mostra che il lavoro non è poi così pesante, e inviso ai colleghi, più o meno per lo stesso motivo. Ebbene, lo stacanovista è un individuo che sceglie volontariamente di spendersi per il suo lavoro, perché crede fortemente in quello che fa, perché vuole mettersi in mostra, o perché cerca ogni strada per fare carriera. È sbagliato? No. La vita della nostra specie sulla terra si fonda sulla competizione, quindi, chi lo desidera, può legittimamente competere per accrescere la propria condizione, anche in ambito lavorativo. 

    Workaholic

    Altra storia è quella di chi è assalito dal senso di responsabilità, e non riesce a staccare mai dal suo lavoro, neppure quando va a casa o in ferie. Anche questo è un comportamento stacanovista, ma per altre ragioni, e infatti in questo caso, per definire questo individuo, si usa il termine Workaholic. Il Workaholism è un comportamento patologico che sfocia nella dipendenza, e riguarda una irrefrenabile pulsione a occuparsi del proprio lavoro, mettendo tutto il resto in secondo piano. Da grammatica anglosassone, chi ne è affetto prende il nome di Workaholic. Inizialmente, a partire dai primi studi degli anni Sessanta, si riteneva che questo comportamento fosse diffuso soprattutto tra gli artigiani e i professionisti. Per queste categorie di persone, infatti, non sembra a priori strano, o patologico, dedicare molte ore al lavoro, anche dopo la chiusura ufficiale, o talvolta nei giorni di festa. Negli ultimi due decenni, invece, da quando prima internet e gli smartphones, e poi lo Smartworking, hanno cambiato le abitudine lavorative, si è notato che molti individui sentono il bisogno di seguire l’andamento del loro lavoro anche da casa. 

    Aprire, e gestire, la casella della posta lavorativa nel week end, per rispondere a mail a cui non si è avuto il tempo di rispondere, finire la relazione per il capo che nel frattempo è un vacanza, controllare prove di calcolo, e impaginare meglio i risultati. Oppure inviare messaggi audio, specificando “non ascoltare prima di lunedì”, e via dicendo. Questi esempi svelano un’incapacità di restare lontani dal lavoro fuori dall’orario, senza l’effettivo beneficio di un ritorno d’immagine da parte dei superiori o del contesto. 

    Per alcuni, il comportamento assume tratti particolarmente patologici, o per meglio dire tossici, laddove arrivano addirittura a mettere le esigenze dei familiari in secondo piano. In questi casi il Workaholism diventa una vera e propria dipendenza patologica, che assorbe tutte le energie dell’individuo, e lo porta a deteriorare i rapporti con le persone più care. 

    Come si vede, quindi, i lavoratori instancabili hanno diversi profili. Alcuni lottano per primeggiare, possono apparire arroganti, arrivisti, ma pur sempre all’interno di un vitale quadro competitivo. Altri, invece, tradiscono delle difficoltà più profonde. Appaiono assorbiti in maniera più genuina dal loro lavoro, ma nella realtà non riescono a starne lontani, neppure quando in ufficio non c’è più nessuno, e non è rimasto niente da fare.   

  • Siamo solo amici: paura del rifiuto e dipendenza affettiva di chi si “accontenta”✦ IAGenerato con AI

    Siamo solo amici: paura del rifiuto e dipendenza affettiva di chi si “accontenta”

    L’amicizia come ripiego è una tragedia travestita da generosità. Se friendzonare qualcuno è un modo per salvare le apparenze con un innamorato indesiderato, accontentarsi di un’amicizia, quando si vorrebbe altro, è una disfatta, su tutti i fronti.

    Friendzone erotizzate 

    Non è raro imbattersi in innamorati delusi che trasformano i loro sentimenti in una forte e leale amicizia. L’altra faccia della medaglia friendzone, ossia quella riguardante la persona respinta, però, è soprattutto un atto di resa, e dobbiamo dirlo chiaramente. Per andare con ordine, occorre anzitutto distinguere la posizione di chi attraversa un periodo negativo, da chi può nascondere una tendenza alla dipendenza affettiva. 

    Nel primo caso, possiamo osservare il comportamento di persone che normalmente sono forti e decise, che hanno una buona personalità e soprattutto una stabile autostima. Quando individui simili subiscono un lutto, un trauma, o un forte stress (cambiare scuola, lavoro, città, oppure peggio, ad esempio sopravvivere a calamità naturali e simili) possono scoprirsi fragili o vulnerabili, e attaccarsi emotivamente a qualcuno che reputano forte e stabile, come lo erano loro fino a poco tempo fa. 

    Idealizzare chi ci respinge, però, aumenta inevitabilmente il potere che ha su di noi, con la conseguenza che, se questa persona ci mette nella cosiddetta fiendzone, arriviamo a considerare la sua amicizia persino un privilegio. Fare parte della vita di un individuo così speciale, è segno che in fondo tiene a noi, che ha capito il nostro valore, che ci rispetta. Se poi ci introduce anche nella sua cerchia di amici, o nella sua famiglia, la gratificazione aumenta, ma lì davvero il danno è veramente fatto. 

    Una spia molto importante, che ci può aiutare a capire se stiamo perdendo il controllo della situazione, se siamo fagocitati da una friendzone, o se riusciamo a gestirla, è la sua eccessiva erotizzazione. Un rapporto tra amici può avere un livello di complicità anche molto profondo, ma in genere non sfocia mai nell’erotico. Erotizzare situazioni amicali, in una friendzone, come svestirsi davanti all’altro, raccontare esperienza intime, o chiedere consigli in merito, è segno che qualcuno ne sta davvero un po’ approfittando.   

    Dipendenza affettiva 

    Il discorso è diverso quando “accontentarsi” nasconde la tendenza alla dipendenza affettiva. Questa modalità relazionale, sovente alla base anche di altre condotte di dipendenza patologica, può essere devastante per l’autostima e l’autonomia di un individuo.

    Esperienze di grave deprivazione affettiva possono incistarsi nel profondo, sotto forma di convinzioni erronee, come, per esempio, quella di non essere in grado di farcela da soli. Chi sviluppa una dipendenza affettiva, sovente vede il futuro come uno schermo nero, su cui non è possibile scrivere nulla, a meno che qualcun altro non lo aiuti.  

    La traiettoria di sviluppo di ciascun individuo, a partire dalla sua nascita, è sempre quella di una progressiva indipendenza. Questi soggetti, invece, non hanno avuto la fiducia di chi li ha accuditi, che anzi spesso li ha messi a repentaglio, e non hanno mai imparato a esplorare l’ambiente in maniera indipendente. 

    In questo secondo caso, restare risucchiati dalla friendzone è estremamente deleterio, ancora più che nel primo caso. Credo sia molto importante che questi individui trovino la forza di svincolarsi dal tranello, perché accontentarsi di un’amicizia, soprattutto per loro, non è mai davvero una buona idea.  

  • Io scrollo, e tu? Un nuovo soggetto davanti allo smartphone: l’Io-algoritmo.

    Io scrollo, e tu? Un nuovo soggetto davanti allo smartphone: l’Io-algoritmo.

    Negli anni della Tv venivamo indotti a identificarci con un soggetto: il testimonial della pubblicità. Facevamo zapping, ossia cambiavamo canale con il telecomando, schivando gli spot più noiosi, e fermandoci su quelli più interessanti. L’obiettivo della réclame era convincerci di essere anche noi degni dell’oggetto pubblicizzato: “Questa merendina, me la merito, merito, io”; “Uso il seguente shampoo, perché io valgo”; “Bevo un drink vigoroso, fate come me”. Da quando abbiamo in mano gli smartphone, invece, e da quando, per funzionare, i social network utilizzano il meccanismo dell’algoritmo, la ricerca di mercato si è affinata, e noi corriamo il rischio di ignorare l’esistenza del diverso.  

    Dall’Io-pubblicità, all’Io-algoritmo

    Scrollare le pagine dei un social network, per alcuni, è diventata una vera e propria dipendenza. In pochi secondi di utilizzo, l’algoritmo capisce cosa ci interessa, e ci propone certi contenuti. Noi confermiamo la sua inferenza, guardando più alcune cose che altre, e quindi lui ci offre ulteriori rinforzi. Il pattern si ripete, se necessario, all’infinito. Risultato: passiamo intere sessioni a scorrere i post, ma senza mai  incontrare cose nuove, (come invece succedeva con lo zapping) perché sono tutti affini ai nostri interessi. È come se restassimo persi nei nostri pensieri, per questo passano minuti, o anche ore, e non ce ne accorgiamo.

    La sovrapposizione tra il nostro pensiero e i contenuti di un social network può farci pensare al sorgere di una nuova soggettualità, che potremmo definire l’Io-algoritmo. Diverso dall’Io-pubblicità, il cui rinforzo si fondava sull’identificazione con il testimonial, l’Io-algoritmo si basa sul rispecchiamento. Apriamo un social network ed è come se aprissimo la nostra mente, come se guardassimo dentro ai nostri pensieri. L’algoritmo rispecchia ciò in cui crediamo, non ci contraddice (come l’IA, che prima chiede cosa pensiamo, e poi si dice concorde), va sul sicuro. 

    Rintracciare in un flusso di video, post e contenuti, ciò che più ci rispecchia, ha la conseguenza di gettarci in una dimensione alternativa. Una specie di floatation tank experience, quelle vasche in cui ci si immerge in un liquido simil amniotico, e ci si perde nei propri ragionamenti. Con la differenza che, dopo mezz’ora, il titolare della palestra fa suonare un campanello, mentre sul divano di casa ci si può passare le serate. L’Io-algoritmo è quel soggetto che, una volta rispecchiati i suoi pensieri nel flusso dei post, non è più interessato ad averne il controllo. 

    L’algoritmo ci isola

    Seconda conseguenza, se vogliamo, ancora più paradossale, (o patogena, decidete voi). L’Io-algoritmo si abitua a riconoscere soltanto la propria verità. Entrare in un universo di content creator che sostengono le cose in cui crediamo, e ignorano tutte le altre, plasma uno spazio che nella realtà non esiste. Il soggetto che definiamo Io-algoritmo impara ad avere paura del diverso, perché non lo incontra neppure facendo zapping. Chi seguiva Quark, di Piero Angela, ad esempio, cambiando i canali poteva imbattersi nel Grande Fratello, o in Amici, o in Non è la Rai. Programmi rispettabili, ma lontani dai suoi interessi, e dal suo modo di vedere il mondo. Oppure, al contrario, l’appassionato di calcio che guardava il Processo di Biscardi, poteva, malgrado lui, incrociare La notte della Repubblica di Sergio Zavoli, o Il Fatto di Enzo Biagi. Conoscere il diverso, aiuta a crescere, o almeno a non averne paura. 

    Se un soggetto Io-algoritmo, oggi, segue dei contenuti affini, poniamo, a Umberto Galimberti, invece, molto probabilmente resterà nel recinto di quelle riflessioni, e difficilmente entrerà in contatto con Massimo Recalcati, Carlo Bonomi oGiorgio Girard. L’algoritmo limita, separa, isola. Il contrario della ragione per cui sono nate le reti sociali. 

    Scrollare è un passatempo piacevole, da fare nei momenti più impensabili, o vuoti, della nostra giornata. Ma perderne il controllo può essere davvero controproducente, soprattuto per chi, di quel tempo, ne ha sempre troppo poco a disposizione.  

  • Il tradimento agli occhi dei bambini✦ IAGenerato con AI

    Il tradimento agli occhi dei bambini

    Il tradimento, e più in generale la crisi di coppia, non vengono comunicati ai bambini con parole semplici e concetti chiari, ma sovente attraverso espressione fosche, fatte di allusioni incomprensibili, e cariche di emozioni negative. Di conseguenza, invece di farsi una loro idea dell’accaduto, i bambini imparano più che altro ad evitare la rabbia degli adulti. 

    Maschere

    Il bambino si forma un’idea di quello che succede intorno a lui, anche grazie all’aiuto degli educatori che lo circondano. La maestra gli mostra come immedesimarsi con l’altro durante un litigio, e quindi, ad esempio, ad essere più paziente; l’allenatore di calcio, come vedere nel bene della squadra un valore superiore al suo tornaconto personale; un familiare, come interpretare con speranza la morte di un parente, una calamità naturale, e via dicendo. Espressioni come: “Tuo padre è un grandissimo …”; Oppure: “Tua madre è una …”, invece, pronunciate, per di più, con delusione, cattiveria o disperazione, forzano il minore a prendere una posizione di comodo, ma non a costruirsi una verità, sulla fine della relazione dei genitori.  

    Se l’adulto lancia espressioni dal significato oscuro, il bambino non ne coglie il senso reale, e si ferma all’aspetto emotivo. Registrando il dispiacere del genitore, è a questo dispiacere che impara a reagire, piuttosto che all’evento che lo ha scatenato.  

    Una delle conseguenze per la traiettoria di crescita del bambino, in questi casi, è la formazione delle cosiddette maschere, o, se si preferisce, del falso sé. 

    Ricordiamo che un bambino, specie nei primi anni di vita, è in una condizione di dipendenza pressoché totale dalle cure genitoriali, non solo riguardo il contenimento emotivo, ma anche per l’accudimento fisico. Quando un genitore pone ad un figlio domande quali: “Vuoi più bene alla mamma, o al papà?”, oppure: “È più brava la mamma, o il papà?”, e via dicendo, abusa un po’ di posizione dominante, per usare una terminologia di origine economica. Nessun ricercatore ha mai censito la percentuale di risposte relative al genitore assente, ossia, per lo più, la risposta è “la mamma”, se è la mamma che pone la domanda, e così via. Questa astuzia, che poi è soltanto una forma di intelligenza pratica, però, è già parzialmente un “falso sé”. 

    Tale modalità relazionale (qualcuno parla anche di “maschere”), è l’espediente con cui ci conformiamo alle volontà dell’altro, alle sue aspettative,  dopo avere tristemente constatato la sua incapacità di conformarsi alle nostre. Il mondo della tossicodipendenza è pieno di maschere o di falsi sé, ma anche il mondo della psicopatologia grave, lo è. La modalità con cui solitamente viene costruito, ripete all’incirca questo percorso. Il bambino mostra all’adulto di riferimento una sua difficoltà, che può essere un’angoscia, una paura, e così via. L’adulto risponde in maniera non adeguata, minimizzando, o, peggio, ribaltando la responsabilità del malessere sul bambino stesso. Questi percepisce che l’amore dell’adulto dipende dalla reazione che egli mostrerà, e decide di assecondarlo. Così si assume l’onere di mostrare ciò che non è, e tiene per sé tutto ciò che non funziona. Il falso sé è la divisione netta tra un fuori a prova di aspettative dell’altro, e un dentro autentico, che però non viene mostrato a nessuno. Mettere spalle al muro un bambino in seguito alla crisi di coppia, chiedere se preferisce l’uno o l’altro genitore, oppure se preferisce i giochi che ha in questa casa o nell’altra, ecc … , è forzarlo a dare una risposta di comodo, a creare e mostrare un falso sé. 

    Una volta che il falso sé è stato attivato, sperimentato e ha dato i suoi frutti a livello sociale, tuttavia, sarà molto difficile smontarlo. 

    Identificazione inconsapevole 

    Un altro problema in cui incorre un bambino nella crisi di coppia, è l’identificazione inconsapevole. Alcune coppie sono meno irruenti nei confronti dei figli, e non chiedono espressamente di prendere una posizione. Tuttavia, il malessere di alcuni genitori è tale che sono i bambini, in autonomia, a fare dei passi nei loro confronti, e sovente senza rendersene realmente conto. 

    In questi casi, si nota come il minore acquisisca lentamente punti di vista, atteggiamenti, persino giudizi sull’altro genitore. Tutti noi compiamo identificazioni, (ad esempio verso la pubblicità, la politica), e tutti noi sviluppiamo continuamente identificazioni inconsapevoli con i nostri genitori, o con parti della loro personalità. Il meccanismo non è necessariamente patologico, per crescere abbiamo bisogno di aspirare ad “essere come qualcuno”. Qui si tratta di qualcosa di diverso, perché riguarda la crisi di coppia. Il bambino si appropria di un punto di vista, scartando l’altro. Tuttavia, come abbiamo già detto altrove, il tradimento non è sempre il peggiore dei mali, ed è meglio la fine di una coppia morta, che trascinare la finzione della felicità. 

    Al bambino identificato con uno dei due genitori, nessuno insegna il valore di questo aspetto. Poiché per uno dei due, almeno all’inizio, la crisi di coppia ha certamente rappresentato un trauma, il bambino si ferma a questo trauma, e incolpa l’altro genitore di averlo generato. Questa visione non è solo parziale, ma è anche la prima lettura, il primo significato, attribuito ad una separazione, in quanto sarà poi il tempo, a fornire una lettura più matura, più comprensiva. Che però mancherà al bambino, che nel frattempo asi sarà fermato alla prima. 

    Come si vede, il tradimento, la crisi di coppia, la separazione andrebbero gestiti nella maniera più asettica possibile, agli occhi dei bambini, senza imporre loro punti di vista, e soprattutto senza forzarli a prendere una posizione. Ma chi ne è davvero capace?

  • Formati a cosa? Apprendere nelle organizzazioni.✦ IAGenerato con AI

    Formati a cosa? Apprendere nelle organizzazioni.

    L’essere umano inserito in un contesto lavorativo ha delle esigenze specifiche, ed esse sono indipendenti dalla disponibilità del datore di lavoro di accettarle e riconoscerle. Aggiornare e attualizzare lo sguardo su concetti cardine della nostra quotidianità, vuol dire anche analizzare le problematiche del lavoro, consapevoli del fatto che, non guardarle, non significhi cancellarle. Se vogliamo, è lo stesso discorso che facevo alcuni anni fa, quando, in occasione della pandemia da Covid-19, mi scagliavo contro il dilagare, talora immotivato, dello smart working. All’epoca dicevo che i gruppi di lavoro mostrano dinamiche tipiche anche se interagiscono a distanza, (conflitti, antipatie, astio verso i superiori, ecc…) dinamiche che il buon imprenditore farebbe bene a consentire in presenza, se vuole gestirle e non restarne vittima. Il tempo è stato galante, e infatti lo smart working è andato  riducendosi sensibilmente. Ora parliamo di altre caratteristiche del rapporto tra l’uomo e il suo lavoro, ossia di aspetti che sarebbe bene tenere in conto, anzitutto per il bene dell’azione organizzativa. 

    Attribuire significati

    Ogni attività che noi compiamo ha delle implicazioni di vario tipo, che riguardano da un lato il rapporto più diretto con la cosa che facciamo, e dall’altro, il fatto che vi attribuiremo dei significati. Quando un tifoso di calcio, ad esempio, va allo stadio, a seguire la sua squadra del cuore, ha l’esigenza immediata di pagare un biglietto equo, di avere un posto assicurato, e guardare la partita concordata e non un’altra. E poi avrà una serie di esigenze, per così dire, secondarie, che vanno dalla disponibilità di una toilette, di un bar o di un venditore di panini, a quella di guardare uno spettacolo avvincente per creatività, intensità e lealtà, fino a quella di non essere aggredito all’uscita dello stadio, e tornare a casa sano e salvo. Questo secondo ordine di esigenze, come si vede, non è direttamente dipendente dall’organizzazione della partita, e la dirigenza della sua squadra del cuore potrebbe benissimo non tenerne conto. Tuttavia fa parte di quella caratteristica tipicamente umana, di attribuire senso e implicazioni alle nostre azioni. Così se la partita non è stata avvincente, o se il tifoso resterà imbrigliato in tafferugli tra gruppi di scalmanati, potrà decidere di non tornare più allo stadio una prossima volta. E questo anche se l’organizzazione della partita è stata impeccabile, ossia se sono stati rispettati gli accordi base del contratto di vendita del biglietto. 

    Allo stesso modo, nel mondo del lavoro, il lavoratore non ha solo la necessità che gli accordi base vengano rispettati. In quanto essere umano che si confronta con quello che fa, è portatore di esigenze più profonde, che strutturano e definiscono il rapporto tra sé e il suo lavoro. 

    Una di queste esigenze riguarda la formazione. Lavorare per altri, a condizioni sovente ritenute (a torto o ragione) inadeguate, interroga la coscienza. Sentire di avere appreso, o di stare apprendendo, delle competenze, aiuta un lavoratore a definire sé stesso nel rapporto con i suoi colleghi, nel rapporto con la sua mansione, nel rapporto con il settore produttivo in cui è inserito. 

    Gli sforzi riguardanti la formazione lavorativa, lo sappiamo, tendono invece a focalizzarsi sugli aspetti pratici, potremmo dire, manageriali. All’imprenditore serve che il dipendente sappia usare l’ultima versione di un software, non che conosca i linguaggi di programmazione. La formazione veniva differenziata in sapere, saper fare, saper essere. Dove il terzo grado corrispondeva ai livelli più alti della scala gerarchica, al lavoratore veniva chiesto, al massimo, di saper fare. Tuttavia, in ambito organizzativo, è proprio nella cura del dettaglio che si forma l’autocoscienza. Un lavoratore che si sente vecchio, perché conosce logiche superate, e che vede i suoi colleghi più giovani faticare poco e rendere molto, può diventare un problema. E anche un lavoratore che si sente giovane, inesperto, può diventare un problema, se ogni volta manda avanti gli altri, temendo di fare errori. Così oggi è necessario che tutti sappiano essere, ma, per raggiungere questo obiettivo, serve un impegno formativo specifico. 

    Ruoli, confini, aspettative dell’imprenditore 

    Il sogno di ogni imprenditore è che i dipendenti gestiscano l’azienda come se fosse la loro: come se lui fosse lì a guardarli anche quando non c’è, o che sappiano subordinare i propri interessi personali al bene complessivo dell’azione organizzativa. Per garantirsi questo, da sempre ci si appoggia alle disposizioni individuali. In un gruppo di lavoro c’è chi sa mettersi in mostra agli occhi dei superiori, chi fa straordinari non richiesti, chi riporta frasi o punti di vista, ecc… , e per un certo periodo all’imprenditore può anche bastare. 

    Tuttavia, le attuali necessità in continuo cambiamento, impongono di puntare su concetti come rifondare o aggiornare, piuttosto che sul semplice potenziare. La caratteristica più evidente di questa fase è lo sbriciolamento dei ruoli. Prendiamo gli sport di squadra. Gli atleti più ricercati sono quelli in grado di ricoprire diversi ruoli, o che si adattano ad entrare in campo solo in una certa fase della partita. I ruoli definiti dalle regole di quegli sport non esistono più, o, per lo meno, sono soltanto indicativi: sono punto di partenza per poi gestire al momento la situazione contingente. Anche nel mondo del lavoro si è diffusa questa condizione. I ruoli si sovrappongono e intersecano, e chi sa meglio adattarsi, avrà i risultati migliori.

    Esigenze secondarie nel mondo del lavoro: l’apprendimento

    Questo eclettismo va creato e allenato. Il senso di appartenenza di un lavoratore alla sua azienda, e al suo compito, sorgono anche dalla qualità complessiva percepita della sua vita lavorativa. E così torniamo all’inizio dell’articolo: le esigenze secondarie, non direttamente dipendenti dal contratto lavorativo. Guardando al rapporto tra sé e il lavoro che ciascuno di noi fa, è di notevole importanza l’aspetto dell’apprendimento. Quanto imparo tutti i giorni? Sto migliorando rispetto all’inizio? Ho delle competenze in più, che potrei utilizzare, eventualmente, nel mercato del lavoro? 

    È evidente che sia proprio l’imprenditore a non voler sviluppare questi discorsi. Al management interessa che i dipendenti sappiano, o al massimo sappiano fare, lo stretto necessario. Ma pretendere che un dipendente sappia cambiare ruolo, mansione, rapporti dialettici e via dicendo, in base alla situazione, presuppone che abbia una buona consapevolezza di sé come esperto di un certo settore. 

    Così dobbiamo aprire ad un nuovo tipo di prospettiva: il soggetto al lavoro deve essere soddisfatto anzitutto di quello che sta diventando, ogni giorno, nel compiere il suo lavoro. Questa è una delle esigenze di chi trascorre molto tempo in un contesto lavorativo. Presenti anche quando il datore di lavoro si sforza di non vedere o riconoscere. 

  • Don Bosco: quale lezione per il presente?✦ IAGenerato con AI

    Don Bosco: quale lezione per il presente?

    Don Bosco è fonte inesauribile di insegnamenti, per chi si occupa di disagio giovanile. La sua vicenda umana, spirituale, e potremmo dire anche professionale, si svolge in Piemonte nel corso dell’Ottocento, ma offre una lezione universale, ancora oggi incredibilmente attuale. Padre e Maestro della gioventù, Don Bosco si è occupato soprattutto di ragazzi emarginati, “difficili”, diremmo oggi, attirandosi, per questo, il dispetto di tanti potenti dell’epoca. Il sistema educativo da lui promosso, basato sull’amorevolezza, e oggi diffuso in tutto il mondo, ci consente di fare delle valutazioni molto interessanti sul malessere nell’adolescenza e sulla devianza. In larga parte Don Bosco aveva ragione, motivo per cui conviene guardare con interesse alla sua esperienza. Nelle righe che seguono, proveremo a capire perché. 

    Disagio di ieri, disagio di oggi

    In una celebre disputa con Michele Cavour, (il padre di Camillo, primo presidente del Consiglio italiano) che, come capo della polizia gli ordinava di mandare a casa quei ragazzi pericolosi, il santo di Castelnuovo faceva notare come, grazie a lui, essi avessero ridotto le loro condotte delinquenziali. Il disagio giovanile, in altre parole, secondo Don Bosco, ha origini multi fattoriali e multi dimensionali, e non è definibile in termini di buoni e cattivi, come potrebbero credere i più. 

    Nel celebre libro Cuore, ad esempio, uscito più o meno in quegli anni, Edmondo De Amicis disegna la figura di Franti, un ragazzo cattivo senza una precisa ragione. Don Bosco, al contrario, evidenzia che il disagio giovanile può avere un’origine legata all’istruzione, come nel caso della disoccupazione cronica; Può avere origine socio educativa, come certa devianza, legata a piccoli reati di strada; Oppure può anche avere un’origine psichica, o psicosociale, come la tossicodipendenza, (ma anche i disturbi alimentari, e così via.). Non raramente, poi, questi aspetti si legano e mescolano in vario modo. Per questo la sua azione è volta anzitutto ad attrarre, a fornire ai giovani un contesto accogliente, facilitante, talvolta confidenziale. Poi, solo successivamente, si vedrà di cosa ha bisogno ciascuno, ossia si valuterà quale vuoto deve essere colmato per primo. 

    Anche oggi, pensiamo alla generazione Z, ma non solo, il disagio è multi fattoriale. Gli analisti più esuberanti credono di sapere in cosa consista, e propongono ricette facili, dirette, semplicistiche. Tuttavia, come vediamo continuamente, sono ricette sbagliate, non in grado di cogliere l’essenza del problema, che invece peggiora di giorno in giorno. Lo scivolamento del mondo Occidentale verso la catastrofe, la fine del capitalismo come fonte di benessere diffuso, la dissoluzione della verità operata dai social network, l’Intelligenza Artificiale, solo per citare alcuni dei nodi problematici del nostro tempo. Don Bosco sembra dirci questo: attirate i giovani, ma non date subito risposte, perché dareste le vostre. Fatevi prima dire per quale motivo si sono persi. Come non essere d’accordo? 

    Per aiutare: non giudicare.

    L’altro caposaldo della lezione di Don Bosco, per chi fa una professione di aiuto, specie nell’ambito della psicopatologia legata alla devianza, è quello che Egli chiama lo sguardo amorevole. Non lontano, in questo, dall’opera dello psicoanalista ungherese Sandor Ferenczi, il santo dei giovani ci insegna ad avvicinare i ragazzi difficili con simpatia e lealtà, sospendendo il giudizio sul loro passato. 

    Se l’obiettivo più grande è raggiungere chi si sente abbandonato, l’atteggiamento non può essere giudicante. Ciascuno, secondo Don Bosco, ha delle peculiarità e delle capacità. Al suo tempo poteva essere fare il giocoliere al baraccone, suonare il tamburo nella banda, o cantare a squarciagola. Oggi può essere interpretare Massimo Troisi in una pièce teatrale, o fare una mostra di disegni, e così via. Sta di fatto che tutti hanno un lato positivo, un talento, su questo possiamo concordare con il salesiano. Si tratta di individuarlo, e andando incontro a questi ragazzi con entusiasmo e simpatia, e aiutarli così a rafforzare la loro immagine di sé.  

    Per l’epoca, non c’è dubbio, la posizione di Don Bosco era altamente innovativa. Proviamo a rileggerla secondo le nostre esigenze attuali. Ci stupirà, per quanto potrà esserci d’aiuto.