Autore: Fabio Convertino

  • “Adesso ve lo buco, sto pallone”. Gli italiani e la fine del calcio come cultura popolare.✦ IAGenerato con AI

    “Adesso ve lo buco, sto pallone”. Gli italiani e la fine del calcio come cultura popolare.

    In Italia c’è stato il tempo del ciclismo, (Bartali, Coppi, Moser) , c’è stato il tempo del calcio, (Gigi Riva, Boninsegna, Paolo Rossi), e oggi c’è un tempo completamente nuovo: del tennis, dello sci, e di altri sport dapprima meno popolari. La mancata qualificazione a tre consecutivi mondiali di calcio, ci autorizza a fare riflessioni sul nostro modo di vivere l’impegno e lo spirito di gruppo. Dobbiamo rassegnarci ad estati senza nazionale italiana? Forse sì, ma proviamo a capire perché. 

    Un uomo solo è al comando

    Le passioni cambiano, lo sappiamo bene. Da bambini amavamo quel cartone animato, che a quattordici anni avremmo persino rinnegato, se ce ne fosse stato bisogno, davanti agli amici di scuola. Da adolescenti avevamo dei cantanti preferiti, che, però, abbiamo dimenticato abbastanza in fretta, davanti alle traversie della prima età adulta. E poi abbiamo collezionato film, libri, autografi, di artisti che oggi stenteremmo a riconoscere, se li incontrassimo per strada. Per le passioni collettive, vale lo stesso principio. Ci sono tendenze che si accordano ad alcune fasi storiche, ma che risultano fuori tempo in epoche successive. 

    Come italiani, abbiamo avuto gli anni della bicicletta. Il dopoguerra, i film neorealisti, la gioia di muoversi in libertà. A Torino, negli anni Cinquanta, c’era chi faceva chilometri in bici, per raggiungere il posto di lavoro. Il rapporto con la bicicletta ha pervaso la nostra cultura profonda, e in effetti, per decenni, il ciclismo è stato sport seguitissimo, fucina di miti popolari, come Gino Bartali e Fausto Coppi.

    Campioni del mondo

    Poi c’è stata l’ascesa del calcio. Se il ciclismo era fatica, pericolo, anonimato, il calcio, sin da subito, è stato per molti il sogno del benessere, oltreché della notorietà. Dapprima, era un fatto di stadio alla domenica. Il tram nella nebbia per San Siro, i mignon di liquori nel borsello, la Gazzetta e il catenaccio di Gianni Brera. Ma poi la nazionale ha cominciato a vincere, di pari passo con le squadre di club, e il calcio si è fatto sempre più fenomeno di costume. Si è spostato sui banchi di scuola, nelle discussioni in ufficio, e soprattutto nelle strade, al parco, in spiaggia. Tutti giocavano a calcio, in qualunque momento della giornata, persino aspettando l’autobus. La frase più sentita, dalla mia generazione, era una velata minaccia che riguardava il pallone. La pronunciava un anziano, o la mamma di un neonato, che restituivano la palla finita sul loro balcone, sull’auto, o sulla stuoia. Ringhiavano che quella sarebbe stata l’ultima volta: “Adesso ve lo buco, sto pallone!” E aggiungevano: “Andate a giocare da un’altra parte.” Ecco, non siamo andati da un’altra parte, abbiamo cambiato gioco. Altri sport hanno superato il calcio, hanno più appeal, come a suo tempo il calcio affascinava più del ciclismo.   

    La nazionale non si è più qualificata alla fase finale di un mondiale, probabilmente anche perché il calcio non rispecchia più le esigenze profonde del popolo italiano. Una linea di tendenza che vedo chiaramente, nel mio lavoro quotidiano, è lo spostamento della fatica, da un piano di gruppo, ad un piano individuale. Alcuni sostengono che la retorica del sacrificio sia superata, e che gli italiani non vogliano più faticare per raggiungere degli obiettivi, specie se vaghi o troppo lontani nel tempo. Non credo, ho l’impressione che l’abnegazione, l’impegno, la rinuncia, ci siano ancora, ma siano declinati soprattutto al presente singolare. Fare un video su Instagram richiede ore di lavoro, talvolta giorni, ma la gratificazione è tutta personale, non va condivisa con altri. 

    Cinque sostituzioni 

    Il calcio di oggi prevede tanta preparazione fisica (fatica), alta velocità di azione (stare poco al centro della scena), e, soprattutto, di essere buttati via appena non si è abbastanza utili (cinque sostituzioni). Solo a me pare uno sport invecchiato, superato, fuori dal tempo? In molti casi, inoltre, la vera star di una squadra di calcio è l’allenatore, che guadagna cifre spropositate, e che prende su di sé i meriti dei successi, scaricando sugli altri la colpa delle sconfitte. Tutto questo in un’epoca in cui le esigenze del mercato, e della pubblicità, ci hanno trasformati in individualisti egocentrici. Risultato finale? Il calcio non è più un’urgenza delle attuali generazioni. 

    Molto probabilmente ci sono altri sport, in grado di esprimere meglio le inclinazioni e le esigenze di oggi. Ad esempio il tennis, (ma anche lo sci, e via dicendo). Il tennis prevede la partecipazione ad una gara per intero, non si viene sostituiti. Richiede una buona preparazione fisica, ma non è solo sudore e velocità. E poi consente di usare la propria componete fantasiosa e creativa, cosa ormai totalmente sradicata dal calcio. Inoltre, e credetemi, non è cosa da poco, quando un tennista vince, è sempre per merito suo, mai del Mister che ha dato i numeri in conferenza stampa. E quando perde, non è mai per colpa dell’arbitro. 

    L’Italia fuori dai mondiali di calcio decreta il declino di uno sport, ma anche il cambiamento di una collettività. Che rifiuta di adeguarsi all’individualismo soltanto per motivi commerciali, ma che sogna di esprimersi liberamente, senza censure, almeno nella pratica sportiva, e nello svago. Alla fine ce l’hanno bucato, quel pallone. L’avevano detto. 

  • Sognare pazienti nelle professioni sanitarie: burnout o compassione?✦ IAGenerato con AI

    Sognare pazienti nelle professioni sanitarie: burnout o compassione?

    Sognare i pazienti, per chi fa una professione d’aiuto, è fenomeno decisamente comune. Questo tipo di attività onirica non è necessariamente sintomo di malessere, o sovraccarico di lavoro, ma va analizzata, soprattutto se ricorrente, o se le sensazioni al risveglio sono molto negative.

    Terapia e pallottole 

    In un film del 1999, Terapia e pallottole, un boss mafioso, interpretato da Robert De Niro, va in terapia dallo psicoterapeuta Billy Crystal. La pellicola resta sul piano della commedia leggera, fino a quando il professionista non ha un sogno, molto interessante dal punto di vista cinematografico, ma ancora di più da quello psicoanalitico. Il sogno, infatti, riguarda la famosa scena di un altro capolavoro del cinema, Il Padrino, ma in cui i ruoli vengono spostati e invertiti. La scena è quella dell’attentato a Marlon Brando, quando esce dall’auto per comprare della frutta ad una bancarella sulla strada. Nel sogno, però, lo psicologo è Don Vito, e Robert De Niro è suo figlio, il quale, per goffaggine, non riesce a difendere il padre nella sparatoria. Nello svolgimento del film, questo sogno è molto importante, perché aiuta lo psicologo a capire che il paziente ha un trauma infantile irrisolto, legato proprio all’omicidio di suo padre, quando era bambino. 

    Anche nella vita vera, per tornare a noi, i sanitari hanno sogni riguardanti i loro pazienti. Talvolta sono dirette costruzioni della psiche degli assistiti, come nel film di cui abbiamo detto, talvolta originano dal passato del curante, ed è il motivo per cui non riguardano tutti i pazienti, indiscriminatamente, ma soggetti specifici, con un passato particolare, o con un determinato stile di personalità. 

    Partecipazione emotiva

    Nel lavoro di aiuto, la reazione emotiva è una componente centrale della dinamica clinica. Non tutte le persone che incontriamo nella nostra vita quotidiana possono esserci ugualmente simpatiche, e non a tutti possiamo andare a genio allo stesso modo. Tuttavia, si suppone che, se abbiamo scelto una professione di aiuto, sia perché amiamo stare a contatto con i pazienti, con le loro difficoltà, e farci carico del loro malessere.

    In alcuni casi, tuttavia, la simpatia o l’antipatia sono troppo forti, e rischiano di sfuggirci di mano. Sono i casi in cui qualcuno si innamora, o stringe amicizia con un paziente, o in cui, al contrario, ci entra in simmetria, e litiga furiosamente. Come nel film di Robert De Niro, però, dobbiamo ricordare che la partecipazione affettiva del paziente non è mai rivolta a noi come persona, ma come figura di riferimento. Così, anche una reazione spropositata da parte del sanitario, non è mai diretta a quell’individuo in sé (del resto lo conosciamo anche poco), ma riguarda suoi tratti di personalità, o modalità relazionali, che evidentemente scatenano in noi vissuti profondi. 

    Il sogno è un’attività involontaria che non possiamo controllare, ma che possiamo, al più, analizzare. Soprattutto, possiamo indagare, e interpretare, lo specifico quadro emotivo che abbiamo al risveglio da un sogno. In effetti, quando abbiamo sogni che riguardano, anche in senso lato, un paziente e la sua storia, non si tratta mai di esperienze generalizzate, ma di casi che definiscono sempre qualcosa di chiaro. La pratica clinica ci mostra che, ad esempio, se siamo particolarmente infastiditi da pazienti con tratti narcisistici (oggi vanno di gran moda), difficilmente lo siamo anche da pazienti con tratti depressivi, o con tratti psicotici, e così via. Questo significherà ben qualcosa. Quando questi aspetti entrano nei nostri sogni, al punto da farci svegliare con ansia, irritazione o disgusto, probabilmente dobbiamo fermarci a riflettere. 

    Colpa

    Da una mini ricerca su un campione di clinici, ho osservato che uno dei vissuti più diffusi, al risveglio da sogni che riguardino pazienti, è quello della colpa. Alcuni individui riescono a entrare nella nostra psiche talmente in profondità, da scatenare la colpa per non averli aiutati a sufficienza. Ora, va detto che, nella nostra cultura cristiana/platonico-cartesiana, la colpa è legata direttamente al concetto di responsabilità, infatti è sempre bene separare la colpa reattiva dalla colpa persecutoria. Tuttavia andrebbe analizzato il rapporto tra la nostra tendenza a sentirci in colpa (oggi siamo più sensibili, e abbiamo sensazioni di colpa per aver trascurato l’ambiente, per non aver aiutato le minoranze, e così via…), e la tendenza a esperire altri tipi di reazioni emotive, ad esempio a sentirci svalutati, o adulati. 

    Laddove il paziente svalutante, o quello adulante, non riesce a metterci in crisi, quanto quello che ci suscita colpa, potremmo essere di fronte ad un corto circuito mentale. La sua accusa, in altre parole, per quanto velata, potrebbe riecheggiare una qualche altra forma di accusa, che la nostra mente avanza a noi stessi.  

  • Adozione: colpa e distruttività

    Adozione: colpa e distruttività

    Molti ragazzi adottati sono un enigma per le loro famiglie. Le difficoltà comunicative dipendono in larga parte da un malinteso di base, ossia che l’adozione sia – a priori – una grande fortuna, per la quale gli adottati dovrebbero essere grati. La cosa é certamente vera, ma questi individui sono spesso troppo sofferenti per poterlo ammettere (anzitutto a sé stessi), e soprattutto troppo in colpa verso la famiglia naturale, per poter amare senza riserve i genitori adottivi. 

    Mi Tierra

    Il senso di colpa, nel bambino adottato, è quanto di più indicibile, e, al contempo, divisivo, possa esserci, all’interno dei nuovi equilibri familiari. La psicoanalisi ci ha mostrato come gran parte della nostra crescita come individui avvenga attraverso un’identificazione inconsapevole con i genitori (o i care giver), ossia con i loro sogni, desideri, passioni ecc… . Ed è così, per esempio, che ciascuno di noi tifa per una squadra di calcio, o ama un certo artista, forse proprio perché ne ha sentito parlare in casa da bambino. Questa dinamica è presente un po’ in tutti noi, non c’è da stupirsi, e in genere dura fino a quando, con l’adolescenza, non diventino più importanti i gusti, e le opinioni, del gruppo di pari. Anche il bambino adottato è pervaso dei sogni, delle ambizioni, dei desideri della sua famiglia naturale, (o che suppone siano), per questo fatica ad acquisire quelli della nuova famiglia. Ma c’è di più. Dal momento in cui viene accolto in un contesto, che, per esempio, è più ricco, o ha un’istruzione più alta, non raramente nel suo profondo comincia a covare un certo senso di colpa. Il bambino si ripete domande del tipo: “Ma davvero me lo merito?”, “Non avrei dovuto restare, e aiutare i miei familiari?”. Oppure può cominciare a intraprendere condotte fortemente in contrasto con i valori della famiglia adottiva, ma comunque consonanti con quelli dei genitori naturali. 

    Un esempio concreto è quello dei tanti bambini provenienti dall’Europa dell’est, dal sud America o dall’estremo oriente. In Italia sono stati accolti da famiglie amorevoli, animate da valori positivi, ma, verosimilmente, valori in contrasto con quelli delle famiglie di provenienza. E infatti non è raro sentire storie di ragazzi che mantengono un legame viscerale con il loro passato, un legame nutrito proprio dal senso di colpa per avere accettato le lusinghe di una vita più agevole, e di aver abbandonato chi stava peggio. Per questo senso di colpa, come dicevamo, la famiglia adottante non è minimamente preparata. È semplicemente inimmaginabile – anzi – che un bambino possa avere delle remore a lasciare una situazione di svantaggio per una migliore. Ed è per questo, invece, che tutta la sofferenza causata da questo cortocircuito resta solitamente inespressa, non accolta. 

    Laddove i bambini non sanno nulla dei loro genitori naturali, poi, in realtà sentono, percepiscono, dal clima che li circonda, un certo pregiudizio, una specie di pretesa superiorità. Ecco, quindi, che alcuni possano covare nel profondo una specie di identificazione con quella cultura, quei valori, a scapito di quelli proposti dai nuovi genitori. 

    Distruggere: una missione 

    Una reazione al senso di colpa può essere il rigetto. La polemica aperta, le condotte in contrasto con i valori degli adottanti, la strenua difesa del diritto a “farmi una mia vita, perché voi non mi capite”, sfociano, talvolta, in una tendenza a fagocitare e distruggere. Autolesionismo, tossicodipendenza, aggressività verbale e fisica, sono alcune delle modalità in cui si può declinare una tendenza a sminuire, denigrare, danneggiare, rompere. Se il bambino adottato sente colpa per aver lasciato i Suoi, il nuovo papà non sarà mai abbastanza bravo, la nuova mamma non sarà mai sufficientemente buona, la nuova casa mai realmente accogliente. 

    E così nascono piccoli/grandi sabotaggi. Polemiche, dispetti, furti in casa: tutto quello che, in qualche modo, può svilire, allontanare, desacralizzare. Distruggere, potremmo dire, diventa quasi una missione, il cui scopo è condurre l’adozione al punto più basso possibile. Ossia a quel punto in cui le due parti, esauste, arriveranno, prima o poi, a dire: “ma chi ce l’ha fatto fare?”. 

  • Hikikomori✦ IAModificato con AI

    Hikikomori

    Hikikomori è una modalità comportamentale prolungata di ritiro dalla vita sociale, dalle attività lavorative o scolastiche, dalle relazioni. Il termine indica tanto il comportamento, quanto gli individui che lo compiono. Inizialmente osservato in Giappone, come una forma di opposizione alla cultura nipponica tradizionale, estremamente competitiva, Hikikomori non definisce necessariamente una patologia psichiatrica: per questo è utile conoscerne le basi psichiche, al fine di porre delle contromisure più che al suo insorgere, al suo cronicizzarsi. 

    Giappone anni Ottanta  

    Verso la fine degli anni Ottanta, in Giappone, gli esperti di comportamenti giovanili hanno cominciato a osservare una forma di rifiuto della cultura classica basata sulla competizione (scuola, tecnologia, arti marziali). I giovani si chiudevano volontariamente in casa per lunghi periodi di tempo, e si dedicavano a passatempi di varia natura, quali i videogame, i fumetti manga, la meditazione. In alcuni casi il ritiro appariva particolarmente problematico: includeva, infatti, abbandono scolastico, uscita da relazioni affettive o amicali, e persino di rifiuto di intrattenere rapporti con i familiari. A questa modalità comportamentale, i giapponesi diedero nome Hikikomori, da “hiku” (tirare), e “komoru” (chiudersi, ritirarsi).

    Approfondendo, con gli anni, l’indagine del fenomeno, si è poi notato che Hikikomori non era un comportamento unicamente giapponese, ma se ne trovavano varianti anche negli Stati Uniti e in Europa occidentale. Di conseguenza, possiamo fare una prima distinzione, e dire che se la polemica contro la tradizione, (tipica di molti adolescenti), è trasversale rispetto ai Paesi d’origine, allora dobbiamo separare i comportamenti patologici da quelli più tipicamente culturali/adolescenziali. Ossia, non tutte le condotte Hikikomori sono patologiche. 

    Gli adolescenti hanno le stesse emozioni e le stesse reazioni di tutti gli altri individui, ma amplificate per elevazione a potenza. Il rifiuto della “legge dei padri” è un passaggio tipico, e a volte molto duro, dell’adolescenza. Per individuarsi, un giovane deve anzitutto abbandonare le indicazioni che riceve dagli altri, se  vuole trovare da sé la propria strada. Così, trascorrere del tempo in casa negandosi agli amici e giocando ai videogame, è cosa talmente diffusa che non basta a definire un periodo di disagio. Quando, invece, il ritiro diventa sostanziale, riguarda tutte le sfere della vita sociale e affettiva, e intacca persino il rapporto con la famiglia, possiamo cominciare a parlare di comportamento Hikikomori patologico. 

    Adolescenti: dal conflitto al disaccordo

    Certa filosofia elegge il conflitto a origine di ogni cosa. Alcuni arrivano persino a incoraggiare il conflitto, in nome di una insopprimibile spinta a trovare il proprio posto nel mondo. Tuttavia, l’attuale situazione internazionale ci mostra i limiti di tale approccio all’esistenza. Continuando ad aprire conflitti dialettici con gli altri, in nome del mio diritto ad essere riconosciuto, corro il rischio di trovare qualcuno più testardo di me. Per questo direi che dobbiamo fare i conti con il “disaccordo”, piuttosto che con il “conflitto”. 

    Andare d’accordo con tutti non è immaginabile. Il disaccordo è parte integrante della relazione con gli altri, pensiamo, per fare un esempio, alla vita di coppia. Aprire conflitti su qualunque questione, significa andare alla regola del più forte, e in coppia, dove potrebbero mancare testimoni, non è una buona soluzione. Al contrario, sarebbe più funzionale accettare l’esistenza del disaccordo, e trovare la forza di starci dentro. 

    Nel lavoro con gli adolescenti, vedo sovente la difficoltà di raccontarsi il disaccordo. Molti ragazzi sentono di avere ragione, come se la ragione fosse un loro diritto inalienabile, e rifiutano il confronto, ad ogni livello. Concepiscono unicamente lo scontro. Lo vediamo anche nel rapporto con le istituzioni statali o religiose. Un cittadino, per capirci, può fare parte di uno Stato, o un fedele può fare parte di una confessione religiosa, pur non approvando alcuni aspetti della loro struttura organizzativa. Invece vediamo la tendenza (non solo giovanile, per la verità, ma come detto per gli adolescenti questi aspetti assumono dimensioni più eclatanti), a considerare come tutto negativo ciò che non piace, e a espellerlo dalla propria vita, o a considerarlo come un nemico giurato. Così i giovani (ma non solo) non votano più, perché “la politica non mi piace”, non vanno in chiesa perché “questa Chiesa a me non piace”, e così via. Non sono in grado di comunicare il disaccordo, o, una volta comunicato, di sostenerlo come un dato di fatto. L’unico dato di fatto che sono in grado di concepire è avere ragione, l’alternativa ad avere ragione, è il conflitto. 

    Convincere, conquistare, sedurre.

    L’Hikikomori è un ragazzo che rifiuta di comunicare, o sostenere, il disaccordo con chi lo circonda, e si chiude in un mondo autoreferenziale di cui è il sovrano assoluto. Posto che, nei casi più gravi, questa condizione si associa a forme di sofferenza psichiatrica più profonde, resta comunque la difficoltà a sostenere un dialogo paritario con chi non viene sentito consonante. La diffidenza verso la relazione da parte dell’Hikikomori, e che lo porta all’isolamento, muove dalla sfiducia di vedere riconosciute le sue istanze, o di poterle comunque ottenere. Se vogliamo, Hikikomori è il superamento del conflitto attraverso un conflitto ancora più grande, quello dell’uscita di scena. Per certi versi mi fa pensare al Ghosting, la pratica di scomparire quando si vuole chiudere una relazione, anziché comunicarlo chiaramente. 

    Quale può essere, quindi, l’antidoto all’isolamento? Questi ragazzi devono recuperare la capacità di stare nel disaccordo, e capire che quello che non c’è, può essere raggiunto. Convincere, conquistare, sedurre, detto in sintesi. Nel mondo sempre più individualista, la sfiducia verso l’altro diventa cecità: se esisto solo io, non posso vedere altri che me. Se l’altro, al contrario, è per me di una qualche importanza, e soprattutto se io ritengo di avere una qualche qualità, una qualche forma di intelligenza, dovrò anche essere in grado di raggiungere ciò che non è direttamente disponibile. Nello sport, ad esempio, vediamo continuamente grandi professionisti aumentare le loro prestazioni di giorno in giorno. Non soltanto in termini fisici, ma anche nel senso della capacità strategica, della programmazione, e così via. I risultati non immediatamente disponibili, si possono raggiungere. 

    La tendenza, e ripeto un concetto già espresso, al di là del comportamento strettamente Hikikomori, è quella del rifiuto della competizione, in nome di un supposto diritto a vedersi riconosciuti a priori. Questo, per la maggior parte degli esseri umani non è possibile. Se non ci si vuole chiudere ad ogni forma di relazione, conviene mettere alla prova le proprie qualità, e provare a conquistare  anche quei risultati che vorremmo dare per scontati.   

  • Come maneggiare l’Intelligenza Artificiale?

    Come maneggiare l’Intelligenza Artificiale?

    L’Intelligenza Artificiale non stira le camicie (per ora). Elon Musk, in verità, ha già messo in commercio un robot umanoide che fa i lavori di casa, una specie di Caterina, l’assistente che Rossano Brazzi consigliava ad Alberto Sordi, in un vecchio film nostrano. Pare, tuttavia, che, per fortuna, il robot di Musk sia ancora un po’ lento, rigido, nonché alle prime armi. In ogni caso ci andrà del tempo, e, per semplificare, diciamo, appunto, che l’Intelligenza Artificiale non stira le camicie. Per tutto il resto, invece, dobbiamo farcene una ragione. Dallo shopping al marketing, dalla sanità all’istruzione, dalla finanza al giornalismo, quest’ultimo sviluppo dell’informatica pare in grado di soppiantare qualunque attività umana, specie le più evolute intellettivamente. In Albania è apparsa, addirittura, per fare un esempio, una ministra del governo interamente digitale. 

    Aristotele, Cartesio, Musk

    Dobbiamo, a questo punto, trovare una chiave di lettura, una strategia, in grado di farci interagire serenamente con tutta questa tecnologia. Per cominciare direi che, anche in questo caso, vale il discorso già fatto in precedenza per la cultura di coppia, o per il rapporto con l’arte: le categorie umanistiche a cui siamo abituati devono essere riviste, rivisitate, perché non sono più adeguate al mondo in cui ci muoviamo. Questo se non vogliamo trovarci, un bel giorno, ad un tavolo dove tutti giocano a Poker, ma in cui conosciamo solo le regole della Scopa. 

    Quando nel Seicento la scienza aristotelica, contemplativa, crollò, aprendo la strada al metodo scientifico sperimentale, che utilizziamo ancora oggi, non fu soltanto merito di Cartesio, Newton e Galileo. Questi ebbero la capacità di condensare, in semplici assiomi, un clima culturale che andava maturando ovunque già da un po’. La meccanica, ad esempio, si stava sviluppando a grande velocità, e quindi anche il rapporto che i tecnici avevano con quei nuovi aggeggi favoriva il nuovo clima culturale. L’Intelligenza Artificiale, oggi, è un dato di fatto, e con il passare del tempo non è immaginabile che il suo utilizzo possa regredire. Occorre quindi guardarla da vicino, e capire come maneggiarla, senza esserne manipolati. 

    Coscienza/incoscienza

    Alcuni aspetti da cui possiamo partire sono quelli della dicotomia coscienza/incoscienza e dal concetto di intenzionalità. Quando la psicoanalisi ha fatto la sua comparsa a inizio Novecento, l’elemento che più ha scosso la comunità scientifica è stata la scoperta dell’inconscio. Per i positivisti del tempo, infatti, pensare che ci fosse qualcosa dentro di noi, di cui ci sfuggisse il controllo, era decisamente inquietante. Ognuno di noi possiede una coscienza critica. Si tratta di una consapevolezza di sé, ma anche una cognizione dei propri processi mentali. E difatti ognuno di noi ha anche una certa quantità di pensieri inconsci, non direttamente accessibili, ma comunque recuperabili. Lo stesso, ma solo in parte, possiamo dire per gli animali. Noi non sappiamo se un cane, per esempio, o un gatto, abbiano una coscienza di sé, ossia se sappiano di essere cane, o gatto, né se siano consapevoli di avere dei diritti, se credano nella democrazia, o cose di questo tipo. Tuttavia siamo abbastanza certi che abbiano dei processi mentali, e che probabilmente abbiano anche una forma di inconscio. A tutti, ad esempio, è capitato di vedere cani o gatti spaventarsi quando prendiamo una scopa, anche se non abbiamo mai fatto loro del male. Ciò significa che, in seguito a qualche evento spiacevole, hanno registrato lo stimolo scopa come un pericolo alla loro incolumità. 

    Ora, tutta questa discussione sulla coscienza di sé, e sulla presenza di pensieri inconsci, non si può trasferire sull’IA. Per quanto possa sembrare, l’Intelligenza Artificiale non sa cosa stia facendo, anche se ci risponde con cortesia, o mostrando soddisfazione per ciò che ci restituisce. Questo si può evincere dal tipo di errori che commette, quando, poniamo, scrive un testo sotto comando, fa un disegno, o compone una melodia. Notiamo facilmente che non riesce a dare il senso che avremmo voluto, o il contenuto emotivo, e questo proprio perché, in realtà, non ha una coscienza di sé, né un’esperienza passata cui attingere, né una componente inconscia. 

    Intenzionalità

    Il discorso sulla consapevolezza ci accompagna ad un’altra riflessione, stavolta relativa all’intenzionalità. Nel film 2001: Odissea nello spazio, di Stanley Kubrick, il computer di bordo dell’astronave Discovery, il famigerato Hal 9000, è il prototipo di Intelligenza Artificiale dotato di intenzionalità. Esso tesse le trame di ciò che succede durante il viaggio, comprese le dinamiche tra gli astronauti, arrivando a mettere a repentaglio la sicurezza dell’equipaggio, nonché la sua. Ora, questa intenzionalità manca del tutto nell’attuale Intelligenza Artificiale, e dobbiamo assolutamente tenerne conto. Questo perché l’elaborazione dei dati è un processo fine a se stesso se manca una logica di utilizzo, di questi dati. E l’IA non può averla, a meno che non gliel’abbia fornita qualcuno in precedenza. 

    Ecco dunque che una strategia per prendere le distanze dall’Intelligenza Artificiale generativa, o per maneggiarla, se vogliamo, può essere quella di valutare la presenza o meno di coscienza, o di intenzione. Se queste dovessero effettivamente apparirci presenti, potremmo pensare di essere all’interno di una relazione, in cui dall’altra parte non c’è la macchina, ma chi l’ha progettata. 

  • Z: Generazione solitudine

    Z: Generazione solitudine

    “Noi sappiamo in cosa credere, siamo i ragazzi di oggi noi”. Così cantava Luis Miguel a Sanremo nel 1985, in una delle canzoni più iconiche degli anni Ottanta. La fiducia, l’entusiasmo, la sfrontatezza giovanile si respiravano ovunque in quel tempo, tempo che da lì a poco avrebbe visto la vittoria del modello occidentale nella Guerra Fredda. Oggi le cose sono notevolmente cambiate, soprattutto per le giovani generazioni (Gen Z e dintorni), che come al solito pagano il prezzo più alto di ogni cambiamento. 

    Duemila e non più duemila

    Ai nostri giorni l’Occidente si avvita in una spirale senza fine, e la fiducia nel futuro è un ricordo antico, se è vero che la disillusione galoppa in tutte le sue forme. Le tre promesse occidentali (democrazia, crescita economica, pace) che avrebbero dovuto sancire la fine della storia, e indurre tutti gli umani a diventare come noi, sono entrate tra le leggende dei secoli, come quella del Mille e non più Mille, quella del Prete Gianni o quella di Agilla e Trasimeno. 

    La prima conseguenza di questa situazione riguarda la politica. Milioni di cittadini disertano ormai sistematicamente le urne, non per negligenza, ma per deficit di vera rappresentanza. La seconda riguarda direttamente la salute mentale: psicopatologia e abuso di stupefacenti dilagano, definendo la nostra società come tra le più instabili emotivamente, e forse anche le più infelici, al mondo.

    Come dicevo, sono le giovani generazioni a pagare il prezzo più alto di questa involuzione. Chi ha vissuto il 1989 ricorda che l’entusiasmo per la caduta del Muro di Berlino contagiava tutti, anche chi, amando troppo la Germania, preferiva ce ne fossero due (Cit.). I nati dopo di allora, invece, hanno assistito unicamente allo scivolamento. 11 settembre 2001, Lehmann Brothers, crisi dello spread, Covid-19, guerra in Ucraina. 

    Il sacrificio di Isacco

    La Generazione Z (per comodità narrativa, ma possiamo estendere la riflessione a tutti quelli che hanno memoria unicamente del nuovo secolo) si è trovata con il cerino in mano. I bagordi (che non furono per tutti) sono passati, e la storia, che vive di fatti, chiede a questi ragazzi di fare la loro parte. Nello specifico, chiede spirito di sacrificio. Questo vocabolo desueto, che negli anni Ottanta suonava come una bestemmia, è tornato prepotentemente di moda nel parlare comune, riferito soprattutto ai giovani (categoria generica, bonne à tout faire). 

    “I giovani sono senza ideali”, sento dire, “Non amano il sacrificio”. Espressione di origine religiosa, “sacrificio” indica l’atto di immolare una vittima agli dei per garantirsene il favore. Perché, quindi, questi giovani, che hanno visto solo il declino, dovrebbero amarlo? Ecco il dramma peggiore di questa generazione: la solitudine. 

    La pretesa che chi paga per tutti lo faccia con gioia, è un (ennesimo) paradosso occidentale. Abramo trascina sul monte Moriah suo figlio Isacco, per compiere l’estremo sacrificio a Dio, ma Isacco ne è contento? O è, suo malgrado, vittima degli eventi? Allo stesso modo Gen Z è stretta tra due fuochi. Gli imperativi della storia, e le aspettative della società. 

    Chiedere sacrificio a questi ragazzi potrebbe assomigliare, alcune volte, a spremere un limone: dopo il primo bicchiere, il succo è finito. Ossia, molto probabilmente, Gen Z sta già pagando il cambiamento in atto, più di quanto taluni vorrebbero ammettere. Quando Luis Miguel cantava Ragazzi di oggi era quindicenne, aveva tutto il mondo davanti a lui, e davvero sapeva in cosa credere. La Generazione Z, al contrario, Internet a parte, non è così fortunata. Per questo, credo, andrebbe accusata di meno, e sostenuta un po’ di più.

  • La fine dell’Io-pubblicità: oggi, chi siamo?

    La fine dell’Io-pubblicità: oggi, chi siamo?

    L’Io-pubblicità

    Il tramonto del modello politico-socio-economico del capitalismo di stampo americano ci lascia senza identità. La convinzione che il benessere fosse legato al PIL, ossia alla produzione e al consumo di beni, con quella correlazione più o meno diretta tra il suo aumento e il miglioramento delle condizioni di tutti, ci aveva trasformati, nonostante gli avvertimenti, in compratori seriali. Potremmo dire che, ad un certo punto della nostra vita, la tv abbia condizionato i nostri bisogni a tal punto da creare una vera e propria forma di Io-pubblicità.

    Lo spostamento della produzione nei Paesi più svantaggiati, poi, ci ha man mano lasciati soli in questo processo. Inizialmente produttori, siamo rimasti meri consumatori di beni prodotti altrove. E il nostro Io-pubblicità, quel famoso “me lo merito, merito io” della merendina confezionata, ha pian piano cominciato a sgonfiarsi, laddove i vantaggi del nostro identificarci con la dittatura del PIL, non ricadevano più su di noi. Ecco, allora, che l’Io-pubblicità è entrato in crisi, rendendoci sempre più rancorosi, e alla ricerca di altri modi per auto definirci. 

    E dove cercare, quindi, una nuova forma di identità? Sulla base di cosa poter definire chi siamo, chi vorremmo essere domani, e cosa cambiare rispetto a ieri?

    Come nell’Argentina del dopo crisi economica, anche qui ha preso a tornare attuale la  vicenda culturale, scientifica e umana di Sigmund Freud, il padre della psicoanalisi. Sin dalle sue prime battute, il testo freudiano, e il movimento da lui inaugurato, ruota attorno alla definizione michelangiolesca di scultura, quel “via di levare” che la differenzia dalla altre forme artistiche. Levare è per Freud, (e per tutti noi, suoi nipoti) sinonimo di liberare. Svincolare dai condizionamenti, dalle paure, dalle nevrosi, indotte, inevitabilmente, da altri. 

    Michelangelo: per via di levare

    Se l’Io-pubblicità era il risultato del mettere, dell’aggiungere, (fino a soverchiare) bisogni fittizi, al punto che Vittorio Sgarbi arrivò a dire che è il superfluo a rendere felici (Sgarbi quotidiani), la psicoterapia di stampo psicoanalitico inverte questo paradigma. L’identità di ciascuno di noi è ciò che resta dopo aver tolto ciò che gli altri vorrebbero che fossimo. Sin da bambini sentiamo entusiasmo intorno a noi quando facciamo alcune cose, e questo può trasformarsi in un progetto identitario. Fino a quando, da adulti, non sappiamo se siamo più simili a come volevano, o a come avremmo voluto noi. Ricordo di un paziente piuttosto bravo a giocare a calcio, ma interessato più che altro al tennis. Un amico di famiglia disse ai suoi genitori, quando era bambino, di andarne fieri, perché grazie a lui si sarebbero molto arricchiti. Quella battuta divenne quasi una profezia: il giovane entrò in una spirale di aspettative familiari, volte rinforzare ogni tentativo di fare carriera nel calcio, a scapito della passione tennistica. 

    Questo esempio fa capire cosa intendo per levare. Abbandonare la logica consumistica che non ci alimenta più, dovrebbe aiutarci ad andare verso una ridefinizione della nostra identità come uno spogliarci delle pretese, o dei desideri, altrui. Potrebbe costare fatica, non c’è dubbio. Ma correremmo il rischio, finalmente, di essere felici. 

  • Madri maiuscole, figli minuscoli

    Madri maiuscole, figli minuscoli

    La madre che incombe sul bambino, limita la sua libertà, sceglie i suoi amici e si suoi svaghi. Danièle Brun la chiamava Mère Majuscule (aveva letto Freud), John Lennon la definiva Mother Superior, (ce l’aveva in casa). Al di là delle sfumature (più idealizzata quella dell’ex Beatles), questi termini esprimono tutti una relazione – asimmetrica – e un destino. Il grado di autonomia di un bambino con una madre maiuscola, o, peggio, con una badessa superiora, non è solo limitato nello spazio, ma anche nella definizione della propria traiettoria di crescita.

    “She won’t let you fly, but she might let you sing…”

    La madre presente, al punto da costituire un ostacolo per la crescita del bambino, appare un paradosso nell’epoca dell’indipendenza individualista. Tuttavia, in alcune occasioni, la madre è legata da un doppio filo al figlio. Teme di esserne abbandonata, o che egli cresca al di fuori dei suoi canoni di riferimento. Può essere che la madre abbia dentro un vuoto, che in qualche modo il figlio riempie, almeno parzialmente. Un vuoto esistenziale, ad esempio vede in lui qualcuno che vedrà un futuro che lei ha sempre sentito nebuloso o minaccioso. Oppure un vuoto relazionale, ossia la madre ha dubbi sull’uomo che ha accanto, il padre del bambino, che può essere un violento, oppure un uomo senza direzione, oppure ancora che non sente di amare fino in fondo.  

    Le madri maiuscole tengono il bambino nel raggio di azione del loro sguardo, ed egli impara a muoversi, per quieto vivere, all’interno di questa zona di consenso. Ma inevitabilmente, il bisogno di legare a sé il figlio, porta la madre ad attuare atteggiamenti che esprimono (o negano) il permesso di allontanarsi, anche da qualcosa di altro. È quell’uomo ideale che loro hanno in mente, ma che il padre del bambino non è riuscito ad essere. Così, la delusione per una vita di coppia insoddisfacente, entra nel rapporto con il figlio, che diventa, agli occhi della donna, l’uomo che il marito non è stato. 

    Il figlio non percepisce queste cose, che il più delle volte restano sotto traccia, mai razionalizzate, né tanto meno verbalizzate, ma le sente attraverso l’approvazione dello sguardo materno. Un madre maiuscola è tale se ha vicino qualcosa di minuscolo, e questi è il figlio, che, per ricevere l’approvazione, si conforma alle aspettative. 

    “…Mother should I build a wall?”

    Se il bisogno di conformarsi all’idea materna è più forte di ogni spinta indipendentista, il figlio è purtroppo in grado di rinunciare ai propri progetti di vita. Quando la delusione della madre risale al rapporto di coppia, il bambino può sviluppare una specie di intelligenza relazionale, e nel tentativo di non dare anche lui una delusione alla donna che lo accudisce, può trasformarsi nel “bravo bambino”. 

    A questo punto incorre in due pericoli, altrettanto insidiosi. Può sviluppare un falso sé, una maschera, e continuare a mostrare pubblicamente l’immagine gradita alla madre maiuscola, mentre segretamente vive la sua vita. Oppure può tagliare ogni legame con la propria storia, e accettare il destino impostogli. In entrambi i casi non sarà un ragazzo felice. Ma questo, ha una qualche importanza? 

  • Dario Fabbri e la Geopolitica Umana: il ritorno dell’inconscio nella cultura occidentale.

    Dario Fabbri e la Geopolitica Umana: il ritorno dell’inconscio nella cultura occidentale.

    Apprezzo molto gli sforzi di Dario Fabbri, e del movimento culturale da lui creato, di chiarire le dinamiche storiche attraverso una nuova teoria geopolitica. Non sono un cultore della materia, e non commenterò nel merito, ma posso affermare che il successo di popolarità del suo lavoro è dato anche da una piccola, ma coraggiosa, innovazione. Egli rimette l’inconscio al centro del funzionamento degli esseri umani, e anzi ne evidenzia il ruolo di guida, per quanto sotto traccia, di tutta la loro condotta. 

    Geopolitica umana, o inconscio?

    Il lavoro dello studioso romano muove dalla convinzione che i popoli abbiano un’ identità profonda che ne determina le scelte strategiche, scelte che sarebbero indotte, più da aspetti istintuali, primordiali, che dalla ragione, o, peggio, dai leader, questi ultimi, a suo parere, totalmente irrilevanti. 

    Ora, posto che, come detto, non ho titoli per commentare scientificamente questa posizione, vorrei, però, evidenziare quanto segue. Ciò che Fabbri chiama la “cifra antropologica” di un popolo, o di un individuo, si avvicina molto a quello che la psicoanalisi definisce inconscio. Ossia, l’assunto per cui il nostro comportamento è fortemente influenzato da quella parte della nostra mente che sfugge all’attenzione (diretta) della nostra mente. 

    La cultura scientista di cui siamo intrisi, che muove dalla necessità di trovare certezze che tornino utili al nostro vivere quotidiano, più che da quella di sviluppare competenze strategiche, ha man mano espulso l’inconscio dal nostro orizzonte. Tuttavia l’inconscio continua a esistere, e a influenzarci, anche quando lo ignoriamo, e bravo Fabbri ad averlo fatto notare. Affermare che non siamo realmente padroni di noi stessi, perché i condizionamenti interni ci guidano al di là del nostro volere razionale, infatti, converge con gli assunti di base della Geopolitica Umana. 

    Per quale motivo, quindi, Fabbri deve arrendersi a questa verità? La psicoanalisi è stata un terremoto nella storia del pensiero. Non tanto perché abbia portato novità alla logica, all’epistemologia, e alle altre arti parti della filosofia. Ma perché ha prodotto uno sguardo diverso sull’uomo che indaga, e sulla mente, che egli usa per compiere tale operazione. Se l’io non è padrone in casa sua (Freud), se le nostre scelte non sono veramente libere, perché condizionate dall’inconscio, il dipartimento di filosofia si trasferisce nella stanza di analisi. Non c’è più una metafisica, potrebbe dire qualcuno, ma ci sono tante metafisiche quanti sono i soggetti pensanti, e così via. 

    Rileggere i movimenti della storia in base a costrutti culturali arcaici, preverbali, ossia a quegli asset identitari che assorbiamo dall’ambiente prima ancora che sia la nostra mente a produrli, è posizione molto saggia. Ci ricorda che persino quando ci iscriviamo all’università, non sappiamo se lo stiamo facendo per noi stessi, o per soddisfare l’aspettativa che altri hanno su di noi.  

    Conflitti interiori

    L’inconscio agisce dentro di noi, ma non è altro da noi. È quella serie di discorsi che abbiamo sempre avuto in fondo alla nostra anima, anche quando non li abbiamo voluti ascoltare. È il nonno che diceva: “Conta sempre il resto del negoziate, non farti fregare”. O l’allenatore che gridava da bordo campo: “Sei un idiota, non arriverai mai in Serie A!”. L’inconscio è una narrazione, una teoria su noi stessi, e che difficilmente riusciamo ad abbandonare, anche quando affermiamo con tutte le forze di volerlo fare. 

    E allora come affrontare questo inconscio? Qui la mia visione di terapeuta si discosta da quella di Fabbri, che ritiene, sostanzialmente, non ci sia niente da fare. Se i condizionamenti sono freni che vengono dal passato, se li sentiamo stridere con il nostro presente, se ci fanno soffrire, allora si possono smontare. Freud amava citare Michelangelo, che vedeva già la sua opera d’arte nel blocco di marmo. Basta levare il marmo in eccesso, diceva, per liberarne la scultura imprigionata. Così Freud aveva trovato una teoria, e poi una tecnica, che agiva “per via di levare”, ossia che non intendeva la cura come un “mettere” qualcosa nella mente del paziente, ma soltanto come un togliere il marmo in eccesso. 

    Se Fabbri ha avuto il merito di riportare l’inconscio in primo piano nella cultura occidentale, però, a questo punto non possiamo fermarci. Dobbiamo ammettere che con la giusta teoria, e la giusta tecnica, saremo in grado di superare ogni impasse, di smontare ogni freno che arriva dal passato, di liberare la nostra scultura imprigionata nel blocco di marmo. Per fare questo sarà necessario abbandonare un po’ di quella cultura scientista di cui siamo intrisi, e tornare a familiarizzare con i concetti più classici della psicoanalisi. Chissà che in questa epoca di smarrimento, non ci aiuti a trovare una strada, o quantomeno una direzione in cui cercarla. 

  • Fine della verità e frammentazione psichica

    Fine della verità e frammentazione psichica

    Come già osservato a più riprese, attraversiamo una fase di decostruzione della verità e del senso dell’essere. La cosa investe anche psicologicamente il soggetto contemporaneo, e non solo nella sua azione pubblica, ma anche nella sua dimensione privata. La conseguenza di questa polverizzazione del vero e del riconoscibile, è una frammentazione della nostra soggettualità. Registriamo quotidianamente da un lato una diffusione esponenziale della patologia mentale, anche grave, da un altro il ricorso smisurato a sostanze stupefacenti o alcolici, da un altro ancora alla disperata ricerca di punti fermi su cui costruire, o ridefinire, la nostra identità, come ad esempio quello della squadra di calcio o del luogo di nascita. Proprio quest’ultimo punto diventa, oltrepassata una certa “normale tollerabilità”, addirittura paradossale, se è vero che lo stesso Dante Alighieri affermava di avere per patria il mondo. 

    Thruth!

    Il presidente americano Donal J. Trump ha fondato, nel 2022, un proprio social network, a cui ha dato nome Truth, verità. Posto che un presidente degli Stati Uniti sia di per sé una voce autorevole, e per alcuni dovrebbe comunque dire sempre la verità, il fatto che abbia chiamato “Verità” un social network, la dice lunga sul rapporto che abbiamo sviluppato con questo concetto, già di per sé indefinibile. Perché se un presidente afferma di dire la verità sul suo social, verrebbe da chiedergli: quante verità pensi che esistano? Nel mondo le verità sono tante, siamo d’accordo, ma dovrebbe andare da sé che per ciascuno di noi ce ne sia una sola, ed evidentemente non è così. 

    La mia generazione ha studiato sui libri di Gianni Vattimo e Umberto Eco, ai tempi del pensiero debole, del post modernismo, e del crepuscolo della verità. Ora, dobbiamo ammettere che il crepuscolo è stato superato da un pezzo, e ai giorni nostri sulla verità è calata ampiamente la notte. Più della formula di Bauman “società liquida”, quindi, credo dovremmo dotarci del concetto di “frammentazione”. Il mondo è in via di frammentazione, e con lui lo è anche la nostra identità, sulla scorta di quel meccanismo che la psicoanalisi ha individuato come reazione al trauma e al traumatico. 

    Se pensiamo alla politica internazionale, siamo praticamente privi di punti di riferimento, diversamente, ad esempio, dagli anni della Guerra Fredda. All’epoca stavi con gli Stati Uniti o con l’Unione Sovietica, le due cose si escludevano a vicenda, generando conseguenze. Soprattutto, questa dicotomia ti aiutava a definirti, a fissare la tua identità. Poi è crollato il Comunismo, e in Italia, ad esempio, è arrivato Berlusconi. Non ci siamo più divisi più tra capitalisti e socialisti, ma eravamo comunque divisi tra pro e contro il Cavaliere, e insomma, anche lì la politica ci aiutava a fare una “scelta di campo”, a compattare la nostra identità. 

    Oggi la politica si è frammentata, a livello internazionale come locale, ed è difficile prendere una posizione netta e definitiva. Anzi, è diventato molto facile cambiare partito, o anche schieramento. La frammentazione ha investito la Policy, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti.  Anche l’economia si è fortemente frammentata. Le classi sociali non esistono più nei termini di qualche anno fa, economicamente gli italiani sembrano essere scivolati in un incubo alla Stephen King, da cui nessuno riesce a svegliarli. E così, a ruota, la frammentazione ha colpito ogni settore della nostra vita, fino al lavoro e allo sport, dove non esistono più posizioni e mansioni di una volta, siamo chiamati a ricoprire diversi ruoli, con le conseguenze che ciascuno di noi conosce benissimo. 

    Frammentazione psichica 

    Secondo lo psicoanalista ungherese Sandor Ferenczi, la frammentazione può essere la reazione ad un trauma, o ad un evento impensabile. In termini pop, siamo frammentati quando a tutta prima prendiamo una posizione, ma poi ci pensiamo sù, ci vengono in mente altre argomentazioni, e la nostra idea vacilla. 

    Un esempio straordinario di quanto siamo frammentati, è la guerra fra Russia e Ucraina. Se torniamo ai primi tempi di questa guerra, ricordiamo che l’opinione pubblica, a parte poche eccezioni, prese posizione immediata per Kiev. Su ogni organo di stampa, sui social network e davanti ai caffè, gli italiani avevano una posizione netta, chiara e incrollabile. Durò alcuni mesi, poi emerse la frammentazione, e le posizioni si polverizzarono in miriadi di atteggiamenti differenti: chi continuava a sostenere l’Ucraina, chi attribuiva le colpe della guerra alla Nato, chi appoggiava direttamente le istanze russe, sostenendo che, in fondo, fossero legittime. La difficoltà di prendere una posizione in merito a questa, come ad altre questioni, (femminicidio/patriarcato, svolta green, istruzione pubblica, e potrei continuare) denota un problema identitario, una frammentazione della nostra identità. 

    Seguendo il modello psicoanalitico di Ferenczi, come dicevo, potremmo sostenere che questa frammentazione sia la conseguenza di un macro trauma, o una serie di traumi, a cui non siamo riusciti a trovare un buon adattamento. Il mio mestiere non è quello storico, se non dello storico delle persone, ma posso indicare in almeno un paio di grandi cambiamenti sociali, i traumi a cui fatichiamo a fare fronte: la rivoluzione digitale e la fine del mondo a guida occidentale. 

    La moltiplicazione delle opportunità comunicative avvenuta in questi venticinque/trent’anni, in cui siamo passati dal primo personal computer casalingo con masterizzatore (era il non plus ultra), ai social network, definisce la perdita del rapporto con la verità, come accennavo più sopra, e lo scivolamento delle certezze identitarie. 

    La rivoluzione digitale è certamente traumatica per gli umani. Comporta, tanto per cominciare, l’indebolimento del rapporto con i media, e infatti siamo noi per primi ad essere coinvolti nel processo di decriptazione delle informazioni. Il web ci offre contenuti sulla base dell’algoritmo, non sulla base della veridicità, che lui per primo non è stato progettato a riconoscere. Così abbiamo sulla stessa schermata i post del Corriere della Sera e di opinionisti impreparati: la Home Page dei social network è una dichiarazione di guerra alla nostra stabilità mentale. Per non parlare, inoltre, dei cambiamenti legati alle relazioni affettive o amicali. C’è stato un tempo in cui i giochi di sguardi si facevano nel buio delle discoteche. Oggi i like sono pubblici, e se il mio amico ne avrà più di me, potrei uscirne molto male.

    Il secondo punto coinvolge in maniera particolarmente profonda il nostro processo di strutturazione. Nel mondo contadino, o cittadino, del medioevo, del Settecento, e così via, non avevamo molti stimoli a metterci in dubbio. Le persone strane venivano bollate di stregoneria e relegate ai margini, i matti venivano chiusi nei manicomi, e la vita era meno complessa. All’epoca del boom americano, in cui tutti sognavamo a stelle e strisce, non eravamo (molto) frammentati. Fatta la scelta est/ovest, collocavamo noi dalla parte del bene, del giusto e del trendy, e gli altri dall’altra parte. 

    Al tempo attuale scopriamo che la stragrande maggioranza dell’umanità ci considera dei viziati, degli scrocconi, quando non degli approfittatori, e non vede l’ora di prendere le distanze da noi, e dal nostro modo di vivere. Anche questo è un trauma che mina le basi della nostra identità, che frantuma il nostro Sé in pezzi ignoti fra loro. E infatti sentiamo colpa per la fame nel mondo, pur sprecando molto cibo, per il cambiamento climatico, pur facendo post sui social che bruciano energia, e via di questo passo. 

    Quale identità? L’inganno del territorio

    Come affrontare, dunque, questa frammentazione? Quale identità perseguire, a quale Sé dover dare conferma? È qui che la cosa si complica, infatti siamo portati a ricercare risposte semplici, rapide, anche per dare soluzione a problemi complessi, ma questo non è assolutamente verosimile. Un inganno molto comune è quello dell’idealizzazione del territorio di provenienza, artificio cognitivo che comporta la confusione tra il normale senso di appartenenza e la struttura dell’identità. 

    Il mondo dell’enogastronomia conosce molto bene la differenza tra prodotti simili provenienti da territori diversi. Un vino toscano è profondamente diverso da un vino siciliano, per profumo, gusto, corposità, ecc… ma lo è anche un vino toscano del chianti, rispetto, poniamo, ad un vino di Grosseto. Nel caso dei prodotti enogastronomici, quella terra, quel clima, quel tipo di umidità, ne determinano l’identità profonda. Per gli esseri umani le cose non possono essere assimilabili, eppure molti continuano a identificare loro stessi con il luogo di nascita. Ricordiamo tutti quei brexiters che orgogliosamente gridavano: “Io sono inglese, non britannico”, per buona pace dei fans delle Spice Girls o dei Queen, che si sentivano simili ai loro eroi, pur se italiani, francesi o tedeschi. 

    Gli umani nascono in un territorio, ma non da un territorio, poggiano i piedi sulla terra, ma non vi sono ancorati all’interno. Il nutrimento che prendiamo dal luogo natale, è un nutrimento anzitutto psichico, spirituale, molto più che fattuale. L’appartenenza, più che ad una regione fisica, è ad una famiglia, una rete di affetti, un complesso di dinamiche relazionali che ci hanno visto crescere. 

    Dante Alighieri, artista, e italiano, che dovremmo conoscere meglio, diceva: “Io che ho il mondo per patria, come i pesci hanno il mare, benché abbia bevuto all’Arno prima di mettere i denti…”. Perché Dante riteneva che la sua patria fosse il mondo? Era un grande intellettuale, non c’è dubbio, ma evidentemente sapeva, o quantomeno sentiva, che l’unità del Sé non si può fondare sugli aspetti idealizzati di un territorio di provenienza, che, per quanto magnifico, avrà anche dei difetti. 

    Se in seguito ai traumi che il nostro tempo ci fa attraversare, abbiamo visto frammentare la nostra identità, insieme alle certezze che da sempre ci portiamo dietro, il processo di ricostruzione deve partire da dentro di noi, da ciò che siamo, da quello che in cuor nostro avremmo voluto essere. Considerando che la traiettoria di crescita, raramente sarebbe stata diversa se fossimo nati in un’altro luogo.