Autore: Fabio Convertino

  • Da Vivian Maier a John Lennon: l’arte come cura del sé. La fase due della psicoterapia.

    Da Vivian Maier a John Lennon: l’arte come cura del sé. La fase due della psicoterapia.

    Nella fase due della psicoterapia sovente chiedo ai pazienti di fare arte. Non pretendo opere immortali, ma produzione creativa, estro: per quello che riescono e secondo le loro disposizioni. 

    Uscire dal silenzio e dare corpo a stati interni può essere molto salutare. Ma solo se è anche consapevolezza e autodeterminazione: ossia comunicazione con l’altro, richiesta di riconoscimento. 

    Ho recentemente visitato la mostra d’arte della fotografa Vivian Maier. Ho notato che la mia richiesta nella fase due della psicoterapia assomiglia alla distanza tra l’operare di questa artista e quello di un altro gigante del Novecento: John Lennon

    La fotografa Vivian Maier ha trascorso la sua vita nel silenzio: quasi nascosta tra la gente, ha scattato migliaia di fotografie che ha praticamente tenuto per sé. E’ l’ideale dell’arte fatta per fare arte, della tensione ideale, della purezza, se vogliamo, dell’artista come poeta del creato. Non c’è la pretesa di dire niente agli altri, di suggerire, di affermare, ma solo il piacere di una narrazione intimistica, come quella di un diario segreto. Per John Lennon è il contrario. Il suo rapporto con l’arte è una passione viva che va oltre il denaro, le convenzioni sociali, il successo. Egli vuole comunicare, costi quello che costi: perdere amici, soldi, o addirittura essere espulso dagli Stati Uniti. L’esigenza comunicativa è la spina dorsale della sua storia artistica: per questo abbandona il suo fortunato gruppo. Non importa se quello che dirà sarà scomodo, l’importante è riuscire a dirlo, essere ascoltati. 

    La fase due della psicoterapia è quella in cui un individuo guarda gli altri negli occhi: da pari a pari avanza le proprie richieste. Fare arte diventa così la metafora del coraggio narrativo, il coraggio di chi smette di dire e fare solo cose che fanno piacere agli altri, ma comincia a dire e fare anche qualcosa che agli altri può essere scomodo. 

    Consiglio a tutti di incontrare l’opera di questi due monumenti del nostro tempo. E consiglio a tutti di osservare la differenza tra la qualità della vita di chi trova il modo di dire quello che sente, e di chi invece lo tiene per sé, forse nella paura che possa non piacere. 

  • La religiosità è un’alternativa alla psicoterapia? La differenza tra ‘sopportare’ ed ‘elaborare’.

    La religiosità è un’alternativa alla psicoterapia? La differenza tra ‘sopportare’ ed ‘elaborare’.

    Molti movimenti religiosi perseguono la felicità dell’uomo. 

    Le religioni in genere (spero di non essere troppo generico né generalista) hanno come obiettivo la salvezza dell’anima. Esse offrono un impianto di credenze che definiscono il funzionamento delle cose ultime, e di conseguenza una serie di riti a cui attenersi per raggiungere l’obiettivo della salvezza. Che però è un obiettivo dell’‘al di là’. 

    Non c’è dubbio che le credenze religiose diano serenità e felicità agli uomini anche ‘al di qua’, ma si tratta per lo più di una conseguenza, non è l’intento principale. 

    Vi sono poi i movimenti religiosi, ovvero quelle forme di spiritualità che hanno come target il miglioramento della vita attuale degli esseri umani. Questi movimenti lasciano più che altro sullo sfondo riflessioni sulla vita eterna e sulla salvezza dell’anima, non hanno una teoria circa il culto dei defunti, né una serie di pratiche rituali definite e standardizzate. Si concentrano sul presente.  

    In molti casi queste forme di spiritualità si propongono come alternative alla psicoterapia. Nei loro libri si parla di ‘auto efficacia’, di ‘respirazione consapevole’, di ‘ritrovare se stessi’ ecc…,  pratiche che vengono anche proposte per il trattamento della fobia sociale, della depressione o del Disturbo Post Traumatico da Stress

    Si sa che una parte decisiva nella cura è compiuta dall’aspettativa, per lo meno per quanto riguarda il mettersi a disposizione, l’aprirsi a possibili soluzioni alternative. Però c’è una differenza sostanziale tra imparare a sopportare un peso o lasciarsi scivolare addosso un problema, e invece trovare delle soluzioni. 

    La religiosità non è un’alternativa alla psicoterapia. Imparare a respirare o orientare il letto ad est non sono in grado di sciogliere i conflitti: ce ne accorgiamo soprattutto quando dobbiamo affrontare traumi profondi come la violenza o gli abusi, oppure problemi che riguardano il rapporto con il cibo, come i disturbi alimentari, o difficoltà relazionali come il saper lasciare andare. In tutti questi casi non si tratta di fortificare se stessi per ‘sostenere’ meglio i pesi della vita, ma si tratta di elaborare, digerire. 

    Chi ha subito un trauma non lo supera convincendosi di esserne in grado, soprattutto se questo trauma nel frattempo ha creato ferite profonde.

    Allo stesso modo chi non riesce a entrare in una galleria difficilmente lo farà senza modificare le implicazioni profonde, i significati simbolici che egli attribuisce alla galleria. 

    Le nuove forme di spiritualità insegnano agli individui a essere più riflessivi, sereni, a trovare la felicità. Ma non sono un sostituto della psicoterapia. In estrema sintesi insegnano ad adattarsi, non promuovono il cambiamento. 

  • Mamme sotto stress. Il sovraccarico mentale come fattore di rischio.

    Mamme sotto stress. Il sovraccarico mentale come fattore di rischio.

    Il sovraccarico di molte mamme odierne è un fattore di rischio per il loro equilibrio mentale

    La distribuzione degli impegni dei figli nell’arco dei sette giorni, diversamente da quanto avveniva un tempo, è parte integrante di questa condizione. Oggi il sistema famiglia deve adeguarsi in modo diverso, e non sempre purtroppo le mamme trovano l’adeguato sostegno. 

    Le ricadute sulla salute mentale vanno dai problemi del sonno, in genere i primi a comparire, ad ansia generalizzata, a umore altalenante, fino alle caratteropatie. 

    Le mamme sotto stress sentono di essere meno lucide, risolvono i problemi più lentamente di prima, e hanno la sensazione che senza il loro contributo tutto può fermarsi. E’ importante sottolineare che queste mamme non sono più stanche fisicamente, il loro sovraccarico è mentale. 

    L’aiuto che dovrebbero sollecitare è nel funzionamento del sistema famiglia, del resto lo stesso che le ha condotte a questa condizione perché incapace di sostenerle adeguatamente. Se il sistema è assente, queste mamme devono trovare il modo di scegliere quali impegni dei figli continuare a gestire, e quali invece rimandare al futuro. 

    Per la loro salute mentale, e naturalmente per quella dei loro figli.  

  • Venezia puzza

    Venezia puzza

    Sento sovente affermazioni lapidarie del tipo ‘Eastwood non sa recitare’, oppure ‘Andreotti è stato un politico mediocre’, oppure ancora ‘Venezia puzza’.

    Sono sparate da discussioni semiserie davanti ad un caffè, d’accordo, ma tutte nascondono una tendenza comune: quella di racchiudere bene e male in compartimenti stagni di persone o cose. Se a queste affermazioni sostituissimo ‘Miss Italia quando corre traspira’, oppure ‘Pavarotti non era un granché alla chitarra’ o ancora ‘Nietzsche era completamente pazzo’, coglieremmo tutta la paradossale incompiutezza di cui sono costituite.

    Considerare un oggetto come totalmente buono o totalmente cattivo, è una modalità difensiva che tutela i nostri ideali, ma non compatta le lacerazioni del nostro Sé; anzi le scava ulteriormente. Per questo è necessario fare uno sforzo di integrazione, per imparare a vedere che le persone e le cose a noi care (il nostro attore preferito, la nostra città natale, o i nostri genitori) non sono totalmente buone, cioè non corrispondono alla rappresentazione ideale che abbiamo di loro, ma hanno anche degli aspetti negativi, cioè hanno dei difetti. In altri termini diremmo che sono umani.

    In questo modo affermare che Venezia sia una città meravigliosa non metterebbe in forse il nostro amore per il piccolo paese in cui siamo nati, così come accettare che Pavarotti abbia fatto una carriera eccezionale non significa che il nostro cantante preferito sia un buono a nulla, e via di questo passo.

    Uno dei costi maggiori della crescita è scoprire come le cose, o le persone, che abbiamo idealizzato da bambini abbiano anche degli aspetti negativi.

    Se sapremo farlo resistendo alla frustrazione, ameremo queste cose, e queste persone, ancora di più.

    Photo di gryffyn m via Unsplash

  • Geni incompresi

    Geni incompresi

    Metto ora in evidenza un particolare tipo di condizione identitaria, quella del genio incompreso.

    Va detto che a turno nella vita è successo a tutti di sentirsi incompresi, e magari con la sensazione di avere detto cose molto interessanti nell’indifferenza generale. Ma il genio incompreso è un tipo di individuo particolarmente convinto della sua unicità, e soprattutto che legge la propria solitudine come il risultato dell’appiattimento verso il basso dell’ambiente circostante.

    Il genio incompreso non può neppure rifugiarsi in quella che Umberto Eco avrebbe definito la classe degli apocalittici, in quanto a suo modo di vedere non c’è nessuno in grado di condividere le
    sue stesse intuizioni. Egli pertanto sente un solitudine fredda che non fa che aumentare ogni volta che qualcosa conferma la sua opinione.

    Per non scivolare verso questa condizione è molto importante imparare a sostenere il confronto con i pari, e a fare valere le proprie ragioni non tanto sulla base di una supposta verità soggettiva,
    quanto sulla forza della concreta capacità di adattamento e di problem solving.

    Farsi valere, non farsi detestare. Ecco un buon sistema per non diventare un ‘genio incompreso’.

    Un po’ tutti lo siamo ogni tanto, o almeno ci piace crederlo.

    Foto di pawel szvmanski via Unsplash

  • Depressione

    Una percentuale molto alta di individui soffre di disturbi dell’umore sotto traccia, o sotto soglia, se preferite. Sono quei disturbi che si palesano di tanto in tanto in forma di stanchezza eccessiva e apparentemente immotivata, di problemi del sonno, o di eccessiva trasandatezza e scarso amor proprio. Ma soprattutto come un calo della voglia di fare, un sentimento di vuoto persistente, una preoccupazione eccessiva per ogni cosa. 

    Chiaramente bisogna fare una distinzione, la depressione reattiva ad un evento di vita, che può essere per esempio un lutto, una separazione, un trasloco, ecc…, non è un problema clinico.

    Nella vita capita a tutti di essere un po’ giù di corda per qualche giorno, specie se in seguito ad un brutto momento. Ma qui si tratta di qualcosa di più, qualcosa di apparentemente immotivato. La donna in carriera, il professionista, lo sportivo di grido, che sentono dentro un peso non meglio definito, una percezione di vuoto, di nulla, di inutilità.

    Molto spesso queste sensazioni rimangono, come dicevamo, sotto traccia, in quanto una bella serata in compagnia, magari con qualche bicchiere di vino, o un bel viaggio, possono allontanarle per un po’. Oppure la stessa routine quotidiana che per alcuni è davvero incalzante. Tuttavia se poi si presentano nello stesso identico grado, se non superiore, significa che non erano transitorie, e che pur se non sfociano in un vero disturbo dell’umore, possono ben ricalcarne le caratteristiche, e direi anzi in situazioni specifiche possono addirittura essere l’humus su cui un vero disturbo possa germogliare.

    A proposito del viaggio: c’è chi ne fa una dipendenza. Gli psicanalisti francesi dicono che la mobilità geografica è sempre anche mobilità psichica, e che quando viaggiare è confrontare se stessi e la propria cultura con quella di altri, il viaggio è un elemento fecondo della vita mentale di ciascuno. Sono ovviamente d’accordo, ma bisogna dire che alcune persone viaggiano in maniera compulsiva, facendone una dipendenza. Un viaggio riempie la vita, e i vuoti che abbiamo nella pancia, già dalle fasi della sua preparazione. Alcuni al rientro da un bel viaggio si sentono a terra, come svuotati, non si adattano alla vita quotidiana e continuano a pensare incessantemente al viaggio appena terminato. Attenzione che questo senso di ‘svuotamento’ non nasconda un problema dell’umore. Un bel viaggio deve dare la carica, del resto è una vacanza, non può far sentire peggio di quando si è partiti. Così queste persone si dicono amanti del mondo, pianificano un’altra partenza e nel frattempo gettano discredito su chi sta sempre chiuso in casa. In questo modo, però, il senso di vuoto cresce, non si riempie, perché è un vuoto esistenziale. Ricordo ancora le pagine di Winnicott, quando parlava della capacità di stare soli. Un io adulto deve saper stare da solo con se stesso, sapendo gestire le angosce che inevitabilmente ciascuno di noi ha. Ampliando il significato diciamo che deve saper stare fermo. Conosco una persona che non vede l’ora di partire, poi durante il viaggio non vede l’ora di rientrare, poi quando torna a casa nuovamente pianifica un’altra partenza. E’ certamente una persona molto depressa, che non sa stare con se stessa, e non sa ammettere a se stessa quanto grandi siano i buchi che ha nello stomaco. 

  • Disturbi alimentari

    Parlando di buchi nello stomaco, e più precisamente di vuoti affettivi, non possiamo non accennare ai disturbi alimentari. Il disordine della condotta alimentare è uno dei più diffusi (e infatti non tutti sono patologici) ma anche uno dei più dileggiati. Soprattutto se riguarda persone famose, attrici, cantanti, o anche un’amica particolarmente brava a scuola o nel lavoro.

    Io preferisco parlare di ‘condotta alimentare’ piuttosto che di disturbo, perché alcuni comportamenti di controllo del piano alimentare non sono necessariamente patologici: chi di noi non si è messo un po’ a dieta prima della prova costume? E chi non ha fatto il ‘pieno’ di dolci o di carboidrati quando sapeva che ne sarebbe rimasto senza per un po’?

    Anche la condotta alimentare, come le altre modalità stabili di comportamento, si situa su un continuum. Ad un lato del continuum si trova l’alimentazione per così dire accettabile, magari con una smorfia, anche dai nutrizionisti. Parlo della spaghettata dopo il bagno di mezzanotte, del secondo bombolone al rientro dalla discoteca, del rinforzo sulla pizza quattro stagioni. Ciascuno faccia gli esempi che meglio corrispondono alla propria vita. Il punto che interessa è la dinamica che si instaura con il cibo. Quel mix di amore/odio in un’atmosfera di controllo da un lato, quella ricerca di abbraccio degli zuccheri dall’altro, con la coda di sensi di colpa e odio per sé che in genere se consegue.

    Inutile dire come le condotte alimentari, così fortemente osteggiate in famiglia, siano fonte di accusa e ostracismo anche nel gruppo dei pari. Abbiamo già detto altre volte della superiorità intellettuale del soggetto che sviluppa un disturbo alimentare. Non è raro, per meglio dire, che il disturbo alimentare sia una persona di successo, almeno nel gruppo di appartenenza. Per questo dietro un’aura di commiserazione talvolta si cela una vera e propria ostilità, direi un biasimo che le altre problematiche non portano. Il soggetto viene fortemente accusato, magari alle spalle, dal suo gruppo di appartenenza, che lo isola, ne prende le distanza, e nei casi peggiori arriva a distruggerne la reputazione. Personalmente ricordo un articolo di giornale che raccontava il suicidio di una ragazza con un problema alimentare: i coetanei, intervistati dal giornalista, bollavano l’amica come una persona debole, senza spina dorsale, e che rifiutava persino il cibo che i genitori le davano.

  • Fobie

    Tutti conoscono qualcuno che non prende l’ascensore o detesta le gallerie. I problemi legati all’ansia sono molto diffusi, ma la cosa peggiore per chi ne è vittima è che gli altri tendono a svalutarli, persino talvolta dileggiarli. ‘E’ arrivato quello che non prende l’aereo’, ‘Andiamo in campagna, ma non diciamolo a … che ha paura dei ragni’.

    Sovente le reazioni altrui sono quelle di una battuta impropria, di un sorriso, di una svalutazione. Ma il soggetto vive una  tragedia. C’è una sorta di piacere sadico nel dileggiare qualcuno che abbia una fobia, perché ci si sente superiori, forti, si sente di avere del potere sull’altro. Inutile dire quanto questo sia scorretto, ma nel mondo c’è sempre chi fa scorrettezze, tanto più nelle compagnie di amici o nei team di lavoro. Questo discorso, poi, si amplifica quando si parla di una persona di successo. Questi individui certamente rispettati e ammirati, sono molto spesso anche invidiati: facile  trovare chi metta in risalto una piccola difficoltà, giri il coltello nella piaga, amplifichi un’insicurezza. Ricordo una famosa diretta tv in cui le componenti della staffetta femminile italiana alle olimpiadi incolpavano della sconfitta una di loro, l’unica che correva anche da sola, evidenziando certe sue difficoltà.

    Le persone con problemi di ansia vanno spesso incontro ad una condizione molto specifica: da una parte si ritirano dal punto di vista relazionale, aumentano le distanze, perdono la fiducia negli altri e nel poter avere delle relazioni significative. Dall’altra idealizzano delle relazioni come ‘salvifiche’, ad esempio con dei vecchi amici, o con dei luoghi, oppure ancora con gli ansiolitici, da cui poi faticano a staccarsi.

    Il soggetto con attacchi di panico o fobie tende così a non uscire di casa senza la ‘copertura’ del farmaco. Lo tasta nella tasca interna della borsa, controlla l’orologio per la prossima somministrazione, e soprattutto si guarda bene dal fare parola ad alcuno. Le conseguenze si possono immaginare.

    Ci sono persone che cominciano a vivere una frattura tra il pubblico e il privato, tra il loro essere in mezzo agli altri e il loro essere dentro casa.

    Dalla fobia si può passare al pudore, alla vergogna, e in alcuni casi anche al senso di colpa. Così quello che può sembrare un sintomo isolato, come la paura del tram affollato, del cinema o del concerto, diventa fonte di vergogna, perché tutti gli altri ci vanno senza problemi, e invece la persona in oggetto non lo può neppure dire.

  • Pandemia

    L’attuale condizione a cui tutti siamo sottoposti funge da potente detonatore. Ciascuno di noi ha un proprio particolare stile di personalità, e un proprio modo di reagire a situazioni stressanti. Ma i materiali più solidi sottoposti a condizioni particolari si logorano maggiormente, e se caricate su una bicicletta il peso di un’automobile il suo telaio si affloscerà.

    Intendo dire che le situazioni limite portano all’estremo le nostre capacità di farvi fronte, e possono fare emergere piccole difficoltà che nella vita di tutti i giorni in genere teniamo ben sotto controllo.

    Inoltre l’impossibilità di parlare con qualcuno, di dare rappresentazione mentale a certe forti emozioni, contribuisce a renderle sempre meno ‘pensabili’, e sempre più a scaricarle sul corpo, attraverso sintomi di vario genere.

    Le persone di successo, in carriera, ben adattate hanno più possibilità di altre di riprendersi in fretta da un periodo negativo.

    Ma devono credere in loro stesse, non si devono mentire, e soprattutto devono cambiare il modo con cui affrontano le cose.

  • La cura nelle persone “felici”

    La cura nelle persone “felici”

    Alcuni individui hanno avuto un’infanzia felice, una buona adolescenza, una giovinezza ricca di esperienze ed ora sono adulti di un certo successo.

    E’ nostra comune esperienza che queste persone possono essere vittime di attacchi di ansia, di problemi del sonno o di disturbi dell’umore, tanto quanto altre persone, diciamo così, meno fortunate.

    Vorrei dedicare alcune righe a questi soggetti. Perché avere avuto una buona infanzia ed essere oggi persone complessivamente ben adattate, diciamo pure persone felici, non mette al riparo da cortocircuiti che possono trasformare un ‘periodo no’ in un inferno. 

    La grave patologia mentale, con sintomi severi e persistenti, è in genere vista come la vera malattia, dilaniante e insieme invalidante, in grado di scompensare gli equilibri lavorativi, di coppia e familiari. Questo per certi versi è vero, anche se le tecniche terapeutiche hanno fatto enormi progressi, inimmaginabili fino a pochi anni fa. E certa patologia mentale è in relazione, come oggi ben acclarato, con esperienze primarie di deprivazione ambientale, se non di gravi traumi o abusi.

    Ma non necessariamente un ambiente facilitante, o l’assenza di gravi traumi, garantisce per il benessere incondizionato, e anzi ci troviamo spesso dinanzi a persone ben adattate al loro ambiente, con una vita piena e tanti interessi, che ad un certo punto cominciano a soffrire per qualcosa che viene da dentro, ma anche da molto lontano, tanto lontano che loro stessi non saprebbero neppure dire da dove.

    Una volta che si presenta questa sofferenza, inoltre, scatta quasi sempre un’ulteriore paradossale condizione. Direi quasi una condanna: fatta di pettegolezzi, discredito e spregevoli calunnie. 

    Alle persone in carriera, di successo, o brillanti e indipendenti non è socialmente consentito avere défaillances. Ansie, angosce, disturbi dell’umore non possono riguardare il primo della classe. Alle persone di successo non è consentito essere umane.

    Va così che lo studente universitario, lo sportivo da copertina o l’individuo realizzato con un lavoro stabile, entrano in un vortice da cui non riescono a uscire e alla sofferenza che li attanaglia uniscono la solitudine dell’incomprensione, alla paura che li abita ogni giorno, la perdita della fiducia nel prossimo, che non accetta, de facto, le loro difficoltà, al timore di non farcela le accuse degli altri, che si chiedono che cosa manchi loro per ‘ridursi in quel modo’. 

    La storia di vita di queste persone è, come abbiamo detto, sostanzialmente felice, talvolta anzi essi hanno avuto tanto dalla vita. Per questo non riconoscono nel loro passato i semi della sofferenza attuale. Alla domanda ‘che motivo hai per avere questi attacchi durante la notte?’ fatta da qualche congiunto, rispondono abbassando lo sguardo ‘nessuno’, e chiudendosi in un silenzio carico di finzione. ‘Che motivo hai per vomitare ogni volta? Cosa ti è mancato nella vita?’ ‘Niente, va tutto bene’. Chi legge può aggiungere da sé altri esempi.

    La consapevolezza che le cose siano andate bene, o meglio che ad altri, e il sostanziale scetticismo che li circonda, trascina questi individui in un baratro: mentre a volte basterebbe poco per sentirsi compresi, e ancora meno ad afferrare una verità che è solo lì a portata di mano.

    Perché se è vero che la vita è stata buona, proprio questa è la fortuna di questi pazienti: essi hanno dentro di loro tutte le possibilità per drizzare la barra, e superare brillantemente le sabbie mobili.

    Immagine di copertina di Florian Schmetz via Unsplash