Abbandono, vergogna e narcisismo: perché alcune persone abbandonate ritengono di avere diritti speciali.

Alcune persone che sono state abbandonate, e che hanno sofferto la vergogna di tale abbandono, sono portate a ritenersi in credito verso la vita e verso le altre persone. Esse credono di avere dei diritti speciali, di ‘meritare’ di più e vogliono che gli altri si diano da fare per loro. 

Questo egoismo, in definitiva una forma di narcisismo, è una reazione che in una prima fase aiuta a sopravvivere all’abbandono, e soprattutto alla vergogna ad esso associata. Pensiamo, per esempio, a bambini di genitori divorziati in seguito a episodi eclatanti, che hanno messo alla berlina la famiglia, o coperto questi bambini di ridicolo: se hanno covato la convinzione magica di avere diritto ad un riscatto, lo hanno fatto per trovare una ragione, per resistere alla vergogna. 

L’egoismo narcisistico diventa un collante interno rispetto all’autostima e alla percezione di essere amabili, di avere un valore personale. ‘Proprio a me fate questo? Io che sono così speciale e degno di nota?’ Se questa reazione può essere tipica nell’infanzia, non è escluso che si presenti anche in età adulta, di fronte ad un abbandono inatteso. L’adulto abbandonato ha una struttura di personalità più evoluta e coesa del bambino, mette in atto un ventaglio di reazioni comportamentali e psichiche più evolute, che lo aiutano a elaborare l’abbandono e la vergogna in maniera più matura. Tuttavia in alcuni casi la difesa narcisistica è inevitabile, e, se posso espormi, anche utile. Ma chiaramente deve avere estensione spaziale e temporale limitate, ossia deve valere per alcune persone, non per tutti, e soltanto per un limitato periodo di tempo. 

Quando questo atteggiamento diventa generalizzato, invece, si sposta dalle aspettative legate alle relazioni affettive, ovvero ai timori di essere (nuovamente) abbandonati, e si estende a tutti gli ambiti della vita. Ritenere di avere diritti speciali, o che gli altri siano sempre a disposizione, è tipico, ad esempio, di alcuni tossicodipendenti, o di persone che vivono condizioni particolari, che tiranneggiano chi li circonda con lo scopo di venire serviti. In questi casi ritenere di avere diritto ad un trattamento speciale in virtù delle sofferenze patite in passato falsa la realtà e soprattutto falsa le relazioni. Soltanto chi si adegua deciderà di restare, mentre chi vorrebbe un atteggiamento più simmetrico probabilmente si allontanerà, reiterando,  di fatto, l’abbandono

Padre e marito assente: i danni dell’uomo invisibile.

L’uomo ‘assente’ scava un doppio solco nella vita famigliare. Da un lato fa sentire i figli poco apprezzati o comunque poco interessanti, dall’altro precipita la moglie in un limbo di rimpianti e insicurezze: moglie e figli prima o poi si allontaneranno da lui. 

Figli non visti

Alcuni uomini vivono con eccessiva sicurezza la vita famigliare, e dediti alle loro mille cose, molte s’intende fondamentali per la famiglia, trascurano chi hanno intorno. 

I figli del padre assente sentono di non essere visti, che non ci si accorge di loro. Di conseguenza sovente spostano fuori casa il bisogno di confronto – e di conforto – ovvero sul gruppo di pari, o peggio su relazioni sentimentali precoci e senza futuro, con i pericoli che si possono immaginare. I figli del padre assente le provano tutte per attirare l’attenzione. Si parte da marachelle a scuola, o da piccole ‘follie’ adolescenziali, ma si può arrivare anche a comportamenti a rischio. Qui non intendo spaventare o preoccupare, vorrei soprattutto mettere in evidenza come un padre eccessivamente assente, invisibile, impalpabile, inizialmente visto dai figli come un vantaggio perché accondiscendente, possa in realtà risultare fonte di malessere, proprio per la sua eccessiva fluidità. 

Donne deluse  

E’ una fortuna avere una moglie sicura. Il marito assente, però, mette spesso in dubbio le scelte della sua compagna. Le donne non vivono più avulse dal contesto sociale che le circonda, ma in una rete allargata di amicizie e di sostegni, che vanno dai gruppi WhatsApp di colleghi e genitori, ai contatti in rete con vecchie (e nuove) conoscenze. In genere gruppi e contatti vengono usati soltanto per lo scopo per cui nascono, però è indubbio che una ragazza delusa dalla propria relazione abbia molte alternative davanti a sé. L’uomo eccessivamente appiattito sui propri interessi, al punto da risultare assente, invisibile, corre il rischio di erodere il patrimonio di entusiasmo della propria compagna. 

Vorrei qui accennare ad un aspetto relazionale che riguarda il ruolo che noi abbiamo nelle relazioni. C’è una bella differenza tra quello che un uomo può permettersi di fare in casa di sua madre, e quello che è chiamato a fare in casa con la sua compagna. La differenza è data dal ruolo, dalla posizione nella relazione. La ‘posizione’ di figlio consente ad un ragazzo di poter fare o non fare alcune cose, di poterne dire o no delle altre, o di tenere o non tenere certi atteggiamenti. La posizione di compagno è molto diversa, è un ruolo largamente non sovrapponibile con il ruolo di figlio. 

In conclusione il padre – e marito – eccessivamente assente rischia, come detto, di scavare un solco tra sé e i suoi: solco che può scoprire all’improvviso, e inaspettatamente, essere troppo largo da poter essere colmato.

Psicologia, psicoterapia, psicoanalisi: che differenza c’è?

Vorrei fare un po’ di chiarezza su alcuni termini che a volte sono utilizzati come sinonimi, ma erroneamente. Cos’è la psicologia? E la psicoterapia: è uguale, simile o diversa dalla psicologia? Infine la psicoanalisi: di cosa si occupa? Fa le stesse cose della psicoterapia? Direi di andare con ordine. 

Psicologia

La Psicologia è la disciplina che studia il comportamento degli esseri umani. Comportamenti uguali non sono sempre guidati dalle stesse motivazioni: se alla fermata della metro abbiamo appena visto una ragazza schiaffeggiare un ragazzo, non possiamo assolutamente sapere per quale motivo lo abbia fatto, quale che sia la nostra esperienza di sberle fra coetanei. Al più possiamo fare delle ipotesi: per esempio osservando il linguaggio corporeo dei due, la mimica facciale, oppure, se siamo abbastanza vicini e riusciamo a sentirlo, il tono della voce. Diversamente possiamo osservare la scena e capire cosa sia successo poco prima. Oppure ancora possiamo avvicinarci, e indagare facendo delle domande più o meno dirette. Insomma, se vogliamo sapere per quale motivo si sia verificato un comportamento, e perché non se ne sia verificato un altro, dobbiamo fare della psicologia. La conoscenza fornita dalla psicologia consegna un potere: perché se vogliamo, e se lo vogliono le persone coinvolte, quel comportamento può essere modificato. 

La psicologia si divide in diverse aree, diversi ambiti: c’è per esempio la psicologia clinica, che fa diagnosi e cura delle patologie psichiche. Essa è l’espressione più nota della psicologia, è quella alla quale comunemente si pensa quando ci si riferisce a questa disciplina. Però è soltanto una delle sue parti. 

La psicologia dello sviluppo, che indaga le fasi di crescita dei bambini, le competenze cognitive ad esse associate, nonché le problematiche relative, (e molto altro) è anch’essa una parte della psicologia. Anche la psicologia sociale lo è, e quindi tutto quello che riguarda lo studio del comportamento degli esseri umani legato al contesto. Un esempio può essere questo: se incontriamo un incidente d’auto di notte in campagna ci fermiamo a prestare soccorso, ma se lo incontriamo di giorno in città probabilmente no, perché pensiamo che possa fermarsi qualcun altro. Questo è un tipico comportamento che entra nello studio della psicologia, molto probabilmente di quell’ambito che si chiama psicologia sociale (anche se non solo) e come si vede non ha niente a che vedere con la psicologia clinica, ovvero con la diagnosi e la cura dei disturbi. 

Così possiamo nominare tanti rami della psicologia, quante sono le attività umane,  ovvero quanti sono i campi in cui vogliamo indagare il comportamento: la psicologia del lavoro, la psicologia dello sport, la psicologia della percezione, la psicologia scolastica, la psicologia delle personalità, la psicologia gerontologica, la psicologia delle organizzazioni, la psicologia della religione, ecc… sono tutti ambiti di studio, con applicazioni differenti, della psicologia

Psicoterapia

Cos’è la psicoterapia? Abbiamo detto che la psicologia clinica si occupa di fare diagnosi e cura dei disturbi psichici. Bene, la parte ‘cura’ dei disturbi è il campo della psicoterapia. Esistono svariate teorie di riferimento, e da ognuna di esse discende una tecnica, come del resto è giusto che sia. Anche nella musica rock, nella poesia, o nel gioco del golf la tecnica dipende dal tipo di filosofia che si sta seguendo. Lacan ha sviluppato la sua teoria, da cui deriva una tecnica, che è molto diversa da quella, poniamo, dei cognitivisti, che infatti non si rifanno a Lacan, ma ad altri teorici. Alcune scuole di terapia sistemica prevedono la partecipazione alla seduta dell’intero nucleo familiare, come certamente alcuni dei lettori avranno sentito dire. Altre forme di terapia prevedono invece che in studio entrino soltanto terapeuta e paziente. La tecnica, per l’appunto, discende dalla teoria di riferimento. Quindi la psicoterapia è quella parte della psicologia che, una volta fatta la diagnosi, porterà il paziente alla cura del sintomo. 

Psicoanalisi

Cos’è la psicoanalisi? Con il termine psicoanalisi si intendono diverse cose, ma per quanto riguarda questa breve schermata possiamo dire che la psicoanalisi determina, tra queste diverse cose, anche una tecnica terapeutica. E’ la classica tecnica del lettino che si vede nei film, in cui l’analista è seduto dietro e il paziente fa libere associazioni entrando in contatto con i suoi pensieri più profondi. La psicoanalisi è stata scoperta da Sigmund Freud esi è poi divisa in diverse scuole, (Jung, Adler, Lacan…). Freud aveva una stima speciale per Sandor Ferenczi del cui movimento faccio parte.Per non diventare noioso non entrerò nel dettaglio delle varie scuole psicoanalitiche, cosa che potrò fare in altra sede. Per ora ho voluto fare un po’ di chiarezza su questi termini: che a tutta prima possono sembrare simili, e che vengono usati a volte come sinonimi, ma che indicano cose molto specifiche e ben lontane fra loro. Chi avesse domande più specifiche o curiosità può contattarmi attraverso le modalità indicate nel sito. 

Perché madri e figlie non si capiscono?

La conflittualità di alcuni rapporti tra madre e figlia è da ricercare nelle aspettative

Aspettativa: capacità vs attitudine

Tutti noi ci aspettiamo dagli altri alcune cose e questo è totalmente legittimo: ma le aspettative devono essere commisurate alle possibilità dell’altro, o quantomeno alle sue attitudini. Ad esempio non sarebbe corretto aspettarsi da un bambino di età prescolare che possa fare una nuotata al largo, perché questo va oltre le sue capacità fisiche. Oppure aspettarsi da un ciclista ‘scalatore’ che vada forte negli arrivi in volata, perché questo va oltre le sue attitudini

Madre/figlia

Stabilire le capacità è abbastanza facile, accettare le attitudini, ciò verso cui uno è portato, è molto più difficile. Soprattutto è difficile registrare le aspettative delle madri nei confronti delle disposizioni individuali delle figlie. Il rapporto madre/figlia, talvolta, è fortemente influenzato da ciò che la madre ritiene sia buono per sé, da come la madre intende la vita, il lavoro, i rapporti interpersonali. 

Per una lunga serie di ragioni, tutte assolutamente legittime e comprensibili, alcune madri pensano che le figlie dovrebbero fare quello che farebbero loro. La distanza tra le scelte della figlia e quelle che farebbe la madre non è solo fonte di frizione, ma anche di forte malessere per entrambe. Ma anche alcune figlie faticano ad accettare che le madri possano avere posizioni diverse, perché la discrepanza tra aspettative e attitudini vale anche a parti invertite. 

Lasciare sbagliare

Quando il rapporto madre/figlia è eccessivamente conflittuale, le due parti devono trovare il modo di modulare le proprie rispettive aspettative sulle disposizioni dell’altra. E per fare questo il punto di partenza è accettare che l’altra non sia una protuberanza di sé, ma un individuo differenziato con vita autonoma in tutto e per tutto. Un individuo libero di decidere per sé, e che se lo crede, può decidere anche di sbagliare. 

Sportivi in pensione: povertà e depressione dopo il ritiro dalle scene.

Appendere le scarpette al chiodo, e poi? La difficoltà con cui molti sportivi affrontano il ritiro la dice lunga sulle implicazioni di tale passaggio: inevitabile, ma estremamente doloroso. 

In psicologia del lavoro è nota da tempo la prima fase della pensione, quella fatta di grandi vuoti e smarrimento, in cui gli individui affrontano un cambiamento delle routine quotidiane al quale è difficile adeguarsi. 

Il mondo del professionismo sportivo non è esente da queste dinamiche, com’è facile intuire. Vediamo sovente, infatti, grandi atleti prolungare testardamente le loro carriere, a rischio dell’auto vilipendio, e non tanto per ragioni economiche, quanto per la paura di quella prima domenica, quella in cui gli altri giocheranno senza di loro. 

Rischio povertà

Diverse ricerche mostrano la difficoltà degli atleti ad abituarsi ad una vita ordinaria: a pochi anni dal termine della carriera sono molti quelli che hanno dissipato tutto o in parte ciò che hanno guadagnato. Negli Stati Uniti si è dato il caso di un atleta che ha ‘perso’ un capitale complessivo di 100 milioni di dollari. Oltre oceano di conseguenza già da alcuni tempi sono nate delle agenzie di gestione del patrimonio che aiutano questi ragazzi a gestire le loro fortune. La difficoltà di adeguarsi agli standard di persone più comuni è a mio avviso collegata alla difficoltà di accettare il sopraggiungere di una nuova fase di vita, e in definitiva una diversa identità. Perché si sa, soprattutto da molto giovani si corre il rischio di identificare se stessi con il ruolo che si ricopre. 

Rischio depressione

Marco Tardelli una volta venne presentato da un conduttore televisivo come ‘un ex campione del mondo’. Il famoso commentatore rispose piccato, dicendo che lui e i suoi compagni del 1982 sono tutt’ora campioni del mondo, non sono degli ex’. Il conduttore accettò la correzione e tra gli applausi del pubblico si scusò, riconoscendo in fondo il debito di passione che gli italiani devono a quei ragazzi, ma l’esempio è piuttosto calzante. Per quale motivo è così difficile accettare di essere ‘ex’? La condizione sociale, la reputazione, diciamo pure la popolarità che le imprese sportive garantiscono agli occhi del pubblico sono la parte più difficile da sostenere. Molto più difficile del successo economico. Quando parlavo di identità mi riferivo a questo. Passare da sentirsi osannati, avere onori, sconti al ristorante, ecc… a vivere una vita quotidiana come tutti, fatta di code, multe, bollette e via dicendo, è la cosa più pesante per chi è stato una star. 

Ogni anno il pubblico elegge un nuovo beniamino, e degli ‘ex’ si dimentica un pochino di più. Così il dilemma sull’identità si fa più pesante, perché diventa un dilemma sul valore. Quanto valevo? Chi era il più bravo? E soprattutto, quanto valgo oggi? Siamo così passati alla genesi della depressione: e infatti non di rado questi personaggi si trascurano, o addirittura tentano il suicidio. Quando la gloria sfuma, e la star diventa una persona come le altre, al rischio di finire in povertà si aggiunge il rischio di entrare in una spirale di autocommiserazione e autodistruttività. E’ a quel punto che occorre essere dei veri campioni.  

La morte di un fratello in età scolare: incorporazione e psicosi.

Il lutto per un fratello durante l’infanzia può sfociare in una incorporazione inconscia per negazione. Non è raro trovare questa reazione in pazienti affetti da disturbi psicotici. 

Durante gli anni dello sviluppo i bambini vivono con i fratelli tensioni anche piuttosto forti: non di rado a queste tensioni sono associate fantasie aggressive. Per questo motivo nella malaugurata circostanza di grave malattia o di lutto, alcuni bambini arrivano a incorporare il loro fratello o sorella nell’intenzione inconscia di negarne la morte, e di continuare così a vivere ‘anche per loro’. 

Il termine incorporazione, per quanto apparentemente simile a quelli di introiezione, interiorizzazione, identificazione, si riferisce ad un procedimento in cui la differenziazione tra sé e altro da sé non è ancora ben definita. Potrebbe avvenire, per essere chiari, una sorta di blocco dello sviluppo dell’individuo, e di inizio di uno sviluppo della coppia bambino-fratello (o sorella). 

Facciamo un esempio. Un bambino è coccolato e amato da genitori, nonni, zii, ecc… Ad un certo punto arriva una sorella: giocoforza questa bimba necessiterà di attenzioni, e lui potrebbe sentirsi un po’ lasciato in disparte. Potrebbero esserci, nonostante gli sforzi dei genitori, alcune fantasie di rivalsa nei confronti della nuova arrivata, o dei sentimenti contrastanti. Ora poniamo, per colmo di sventura, che dopo alcuni anni questa sorella si ammali e non superi la malattia. Ecco, il bambino può arrivare a reagire nella maniera in cui abbiamo detto, soprattutto se non ha ancora raggiunto una chiara differenziazione del sé. Il dolore per la perdita di una sorella amatissima, e la colpa, per avere avuto verso di lei delle fantasie aggressive, può portare all’incorporazione, e al conseguente inizio di un nuovo sviluppo, diciamo così, a due.   

Ho incontrato diversi individui con un disturbo psicotico che hanno avuto una storia di questo tipo. La difficoltà di portare a realizzazione le proprie potenzialità, e di restarne soddisfatti, coincide in questi individui con la difficoltà di integrare nelle loro aspirazioni quelle che essi ritengono essere dei loro fratelli defunti. E di conseguenza di vedere negli occhi dei loro genitori una sorta di doppia soddisfazione: per i risultati raggiunti da loro, e per gli obiettivi che, a livello preverbale, il nucleo familiare ritiene sarebbero stati dello sfortunato fratello deceduto. 

Internet: il destino della verità. Dal pensiero debole alla coesione del sé.

I mezzi di comunicazione di massa destrutturano la verità dei fenomeni, su questo siamo tutti abbastanza d’accordo. Ma siamo anche d’accordo sul fatto che sia l’uso che facciamo dei mass media a dare loro tale potere. Così da tempo ci chiediamo: esiste un punto di sintesi?  

Vorrei aggiungere alcuni elementi a questa discussione, per arrivare a dire che i mass media, e soprattutto Internet, non destrutturano la realtà in sé, ma favoriscono la disgregazione (interpretativa, ma anche del sé) dell’utente che li utilizza. Di conseguenza non è la verità ad essere molteplice, ma i punti di vista che la generano. E se punti di vista diversi coabitano nella stessa persona, allora il disagio può essere maggiore.

La verità sul web

Negli anni Novanta si diceva che i mass media avevano portato ad una ‘franosità’ del concetto di verità. Ovvero che la verità era stata ‘indebolita’, o ‘relativizzata’ se volete, dalla pluralità di posizioni rappresentate sui mezzi d’informazione di massa.

Era il tempo del pensiero debole di Vattimo: essere possibilisti piuttosto che assolutisti era cool, l’intellettuale postmoderno leggeva Umberto Eco e commentava (spesso a sproposito) Heidegger e Nietzsche. Nel romanzo più famoso di quegli anni una nonna insegnava alla nipote a scegliere seguendo il cuore, perché usare la testa poteva essere fuorviante. ‘Chi l’ha detto?’ ‘Dove sta scritto?’ ‘In fondo, chi può dirlo?’ ti rispondevano quando parlavi di matrimonio, famiglia, contratti a tempo indeterminato, ecc… ovvero in maniera molto distante da oggi, in cui sugli stessi argomenti molti sono pronti a sventolare slogan e certezze incrollabili. 

In quegli anni la ‘cattiva maestra televisione’ era sul banco degli imputati, (e con lei tutti i mass media) accusata di aver condotto all’indebolimento della soggettualità, e in ultima analisi, di riflesso, al trionfo del nichilismo.  

La Verità era stata scomposta in milioni di piccole verità, diciamo in miliardi di micro verità, una per ogni abitante della terra. E la frammentazione aveva dato origine a tutto il pluralismo interpretativo, gnoseologico e persino metafisico che possiamo ricordare. A me personalmente colpì molto la velocità con cui si diffusero varie forme di spiritualità New Age: perché anche la religione doveva essere a misura di utente, ad personam, per usare un termine diffuso all’epoca.  

Un brutto giorno però, arrivò l’11 settembre. Immediatamente le posizioni cominciarono a polarizzarsi,  il pensiero debole, il possibilismo, la critica a prometeo tornarono a richiudersi nelle università, e (lentamente) gli individui cominciarono ad avere posizioni più nette, anche più rigide, fino alla nascita e al diffondersi degli attuali populismi. 

Negli stessi anni nacque e si diffuse anche internet, e la composita serie di opportunità comunicative che da esso derivano. Oggi così siamo giunti a questo scenario: la frammentazione dei contenuti determinata dai mass media è diventata una iper frammentazione, ma la ‘franosità’ della verità, il pensiero debole, il pluralismo interpretativo sono diventati sovranismo, populismo, oppositività aprioristica. 

Quindi dobbiamo concludere che avere una mente aperta alle alternative, favorevole al confronto, lenta allo scontro e alla presa di posizione non è indotto dai mass media, perché altrimenti in questi venticinque anni queste caratteristiche sarebbero soltanto aumentate. 

Globalizzazione, iper frammentazione, disagio

Il problema non è filosofico, quindi, non riguarda l’indebolimento della verità, ma è psichico: la frammentazione del sé. La globalizzazione selvaggia si è tradotta, per i più, in vantaggi ipotetici e lontani, ma in svantaggi concreti e vicini. In questo crollo delle poche certezze che gli individui avevano, si è incastonato l’universo internet. La sostanziale disperazione di molti, la perdita di prospettive di altri, la paura di non farcela di altri ancora, (una novità assoluta, perché nei decenni scorsi nessuno aveva la paura di non farcela) ha condotto ad una sorta di nichilismo comunicativo, anzi direi di narcisismo nichilista.  

In questo quadro la moltiplicazione delle opportunità comunicative (pensiamo per esempio alle relazioni a distanza) in assenza di vere possibilità di spostamento fisico, favorisce la frammentazione psichica, non certo la coesione

Internet inoltre consente l’elevamento a potenza di quanto valeva negli anni Ottanta e Novanta per la comunicazione di massa, ovvero la mistificazione di qualunque verità in cambio di verità precotte e ideate a fini commerciali. Basti dire che allora un articolo di giornale doveva essere scritto da un dipendente (a tempo indeterminato) di una testata, e prima di essere pubblicato veniva approvato da una catena di direzione.  La libertà espressiva del giornalista era garantita, ma all’interno di una cornice editoriale che non era certo determinata da lui. Oggi invece è possibile fare un collegamento Skype con il salotto di un ospite, che può dire esattamente quello che crede senza subire censura (o verifica) alcuna. 

Così il problema si sposta dalla verità alla frammentazione psichica, perché, come detto, nelle condizioni attuali il soggetto appare fortemente minato nella sua coesione interna

La prova di quello che dico è l’aumento a vista d’occhio delle problematiche psichiche a qualunque età. Sono in aumento i tentati suicidi, i gesti anti conservativi e le patologie psichiatriche. Sono in aumento i disturbi dell’umore, l’abuso di antidepressivi e purtroppo anche l’abuso di sostanze stupefacenti. Sono in aumento, è sotto gli occhi di tutti, l’ansia, i disturbi del sonno, le caratteropatie, e persino, panacea di ogni male, la psicosomatica. 

La coesione interna 

Perciò è importante chiederci quanto le conseguenze dell’interazione tra esseri umani e web possano essere smorzate, stemperate, orientate.

Parlo di interazione perché è considerazione condivisa che lo sviluppo di un individuo sia la risultante dell’interazione tra le sue dotazioni di base e l’ambiente in cui vive. L’utente della rete è immerso nel web praticamente 24 ore su 24, ed esso diventa per lui un secondo ambiente di vita. In questa condizione che come detto è altamente destrutturata, se non paranoica o schizofrenica, pertanto, l’interazione della sua dotazione di base con questo ambiente determina quello che sarà lo sviluppo dell’utente come individuo con l’andare degli anni. 

A questo punto appare chiaro come una delle strategie per restare a lungo in questo secondo ambiente naturale subendone l’iper frammentazione il meno possibile, sia quello di rafforzare la coesione interna

La coesione del sé di un individuo è la capacità di non disunirsi, di non perdersi, di non destrutturarsi. E’ la capacità di non andare in frantumi davanti ad un evento traumatico o alla perdita di certezze. E’, in definitiva, la competenza che l’io adulto ha di saper stare al mondo senza perdersi per strada. Non si tratta di resilienza, è bene sottolinearlo, ma di coesione. La resilienza è la capacità, in ultima analisi, di superare un ostacolo, la coesione è la capacità di non andare in mille pezzi per superarlo. Di non essere in frantumi dopo averlo superato. 

Rafforzare la propria coesione interna è un progetto, che non necessariamente si realizza nella vita una volta per tutte: è sempre in costante via di ridefinizione e miglioramento. 

Ora, la coesione interna può essere insegnata a scuola? Si può inserire in un percorso di formazione continua in un luogo di lavoro? Può entrare in un progetto di sviluppo nell’età della pensione? Rafforzarsi è come fare palestra, mangiare sano o imparare a dormire bene: non c’è un’età in cui sia inutile. 

Non c’è dubbio, però, che prima lo si apprende e prima si è in grado di affrontare l’universo web con una dotazione di base strutturata e matura. 

E’ come scaricare l’aggiornamento di un’ App o di un sistema operativo: solo dopo averlo fatto capisci veramente quanto fosse importante. 

Pensare la morte

La morte sbigottisce, lascia senza parole: e infatti gli uomini preferiscono non pensarci, a meno che non siano costretti. Però è un convitato silenzioso: la puoi ignorare, ma mai del tutto cancellare dalla testa. 

Va detto che pensare alla morte è una specie di paradosso: molti dicono che quando lei arriverà noi non ci saremo, perciò tanto vale. Eppure non è così. Ogni volta che qualcuno l’attraversa, restiamo turbati, anche se non lo diciamo. 

E poi c’è chi ci pensa continuamente. Pazienti gravemente sofferenti, che l’hanno cercata più volte senza trovarla; O che danno alla morte del tu, le parlano come fosse un’amica, la vedono nei volti che li circondano (‘Verrà la morte, e avrà tuoi occhi’). 

Affrontare in seduta il tema della morte, l’altrui morte, ma anche la propria, è un’esperienza filosofica, mistica, ma soprattutto psichica. Quali fantasmi scatena questo argomento? Come abbiamo vissuto i primi incontri con essa? Cosa pensiamo a riguardo? Ma soprattutto: cosa temiamo possa sfuggirci di mano, una volta che arriverà? 

Pensare la morte non è roba da filosofi, questo è pacifico: perché capita a tutti di pensarci, prima o poi. Ma è da filosofi, anzi da saggi, farci buone e ampie riflessioni. E magari prendere qualche appunto su quello che abbiamo pensato. 

Sono appunti potrebbero tornare assai utili, prima o poi. 

Perché sogniamo i genitori morti?

Tutti sogniamo i nostri cari defunti. Anzi, probabilmente sarebbe strano se non lo facessimo. Tuttavia quando i sogni sono troppo ricorrenti, se hanno contenuti ossessivi o troppo angoscianti, se al risveglio ci lasciano eccessive ansia e inquietudine, significa che il lutto non è stato elaborato, che qualche cosa ancora ci ferisce più del dovuto. 

La separazione ha a che fare con l’esplorazione, e in genere ci viene insegnata proprio dai genitori, quando da bambini lasciamo le loro immediate vicinanze per giocare con quello che ci circonda. 

La separazione è in ultima istanza l’allontanamento da loro (o chi per loro). Pertanto la nostra reazione alla separazione definitiva, in qualche modo riflette ciò che loro ci hanno insegnato di tutte le separazioni possibili. 

Sognare i genitori defunti è in molti casi assai utile per elaborare, condensare e ri significare la loro lezione, il carico di esperienza emotiva e affettiva che ci hanno trasmesso. Raramente parliamo di loro con altri, o perlomeno raramente ne parliamo nei termini con cui ce ne parla la nostra memoria implicita; Così il sogno è in grado di riassumere gli aspetti più essenziali, emotivamente più importanti, dell’esperienza che di loro abbiamo fatto. 

Come detto, però, se i sogni sono eccessivamente penosi e disturbanti significa che qualcosa non va, e non dobbiamo avere paura di chiedere aiuto. 

Penso che separare il ricordo dei genitori dalle angosce che ci disturbano ogni giorno sia anzitutto un obbligo morale nei loro confronti. Se sono stati i migliori genitori che sono riusciti ad essere, non è giusto che il lutto per la loro scomparsa oscuri quanto di buono hanno fatto, e soprattutto quanto di buono hanno cercato di fare, anche senza riuscirci. 

La sacralità (blasfema) del calcio. (Perché non bestemmiamo la nostra squadra?)

Ci siamo, comincia il campionato. E come ogni anno mi trovo a notare la stessa cosa: alcuni italiani bestemmiano contro Dio, ma nessuno bestemmia contro la propria squadra di calcio

Il calcio è ben più che una passione, lo sappiamo: a volte è quasi una religione. Con tanto di santi, profeti e predicatori. E non a caso il tifo è anche detto ‘fede’. Ma una religione con una sacralità tutta sua, al limite del blasfemo. 

Ho già detto altrove di come la tendenza a incolpare Dio per le cose che non vanno  nella nostra vita sia legata soprattutto alle aspettative che abbiamo nei suoi confronti. 

Vorrei aggiungere un elemento alla riflessione: è più sacra la squadra di calcio o la religione? E perché? Facciamo un esempio. Un persona si alza dalla sedia e sbatte il ginocchio contro la gamba del tavolo: in preda ad un dolore acuto esterna alcune imprecazioni religiose. Soltanto per alcuni secondi, ma in maniera furibonda; dopo di ché il dolore passa, e tutto rientra. Qual è il senso di queste imprecazioni? Dio è forse responsabile per ogni volta che urtiamo il tavolo? Non sono un teologo, ma direi proprio di no. Quindi c’è una serie di condizionamenti sociali, culturali, e probabilmente anche intra psichici che ci induce a questo tipo di proposizione: dolore al ginocchio – volere malevolo di Dio nei nostri confronti – imprecazioni. 

La domanda perciò è la seguente. Nella stessa situazione, a chi verrebbe in mente di imprecare contro la propria squadra di calcio? O contro un grande campione del passato, per esempio Maradona, Pelè ecc…? O contro la madre di un Presidente? Direi assolutamente nessuno. E cosa significa questo, che forse che il calcio è più sacro della religione? Perché ammetterete che se Maradona, Nereo Rocco o Ciccio Graziani non hanno nessuna responsabilità sul fatto che io urti la gamba del tavolo, ancora meno ne potrà avere Gesù, o sua madre, o altri della sua famiglia. 

Insomma, la discussione è aperta. La sacralità che il calcio assume per molti è al limite del blasfemo, e la cosa è piuttosto inquietante.