Sognare i genitori morti: il senso di colpa

Recentemente un paziente di circa quarant’anni mi ha raccontato di essere ossessionato da un sogno ricorrente: nel sogno lui e la sorella minore sono bambini, giocano nel giardino della casa di campagna dei nonni. Un normale ricordo d’infanzia, infatti erano soliti passare così le estati dopo la scuola. Ad un tratto arriva il padre, che in realtà nei giorni in cui è ambientato il sogno è già morto da alcuni mesi, e comincia ad arrabbiarsi moltissimo. Scaraventa la bicicletta in un angolo del giardino, requisisce alcuni giocattoli, minaccia di bucare il pallone con un cacciavite. Il mio paziente è terrorizzato, ma il padre, in preda all’ira, tace il vero motivo della sua collera. Il paziente nel sogno sente di essere in colpa: sa di essere colpevole di qualcosa, che non saprebbe individuale. Il sogno in genere si interrompe sempre a questo punto, e al risveglio il paziente ha un attacco di panico, il problema di cui soffre, e per il quale si è rivolto a me.  

Un’altra paziente invece, una donna sulla trentina, mi ha riferito un sogno piuttosto simile nei contenuti emotivi. Nel suo caso questo sogno era presente già da adolescente, dopo che la madre morì improvvisamente per un malore. Nel sogno la paziente è una giovane che sta per sposarsi. Vestita da sposa entra in chiesa accompagnata dal padre, e comincia a percorrere la navata centrale tra due ali di invitati. Ad un tratto la paziente ricorda di avere un impegno che stava per dimenticare, e pertanto non può sposarsi proprio oggi. Nel sogno non ricorda di cosa si tratta, ricorda solo di essere assalita da un’angoscia terribile. Il peso è troppo forte, si sente schiacciare, non può sposarsi. La paziente lascia la cerimonia prima di arrivare all’altare, scappa fuori dalla chiesa. Al risveglio, oggi, come quando era adolescente, la donna è preda di terribili sensi di colpa, così deve chiudersi in cucina e mangiare: alcune cose dolci e poi alcune cose salate, poi di nuovo un po’ di cose dolci, e così via. Fino a quando quel senso di vuoto nello stomaco sembra essersi ridotto. A quel punto, prima che cominci la digestione, corre in bagno e si libera.    

Sognare genitori defunti, come si vede, può diventare un’ossessione tutt’altro che piacevole. 

Ruggini e incomprensioni

Alcune storie famigliari, si sa, sono state molto travagliate: ricche di dissidi, contrasti, incomprensioni. E non di rado, al momento della scomparsa di un membro della famiglia, i malumori erano ancora forti. In quei casi la morte di un genitore ha portato con sé una parte di non detti, di incomprensioni, di pretese di rivalsa, (per non dire di vendetta.) 

Alcuni individui hanno odiato fortemente i propri genitori, arrivando ad augurare loro del male, a causa di dissidi di cui neppure erano responsabili. 

Pensiamo per esempio ai figli non attesi, non desiderati, oppure nati da avventure extraconiugali. Non è detto che siano accolti con piena felicità e senza remore.  

Colpa

E’ così che il dubbio entra a fare parte della vita famigliare. E con esso il senso di sfiducia, per non dire del timore di essere fregati, ossia del complotto, della macchinazione. E’ il grande mondo della colpa e delle sue conseguenze. Che si trasmette da una generazione all’altra, perché se un genitore guarda un figlio con delle remore, sarà guardato da quel figlio con delle remore. E quando quel genitore non ci sarà più, chi saprà sostenere l’angoscia di tutti quegli anni di incomprensioni? 

Provare colpa per un genitore defunto, avere recriminazioni per cosa si è fatto e cosa si poteva fare, per cosa si è detto e invece si è taciuto, è una delle costanti più devastanti della vita adulta. 

Sognare un genitore dopo la sua morte, così, non acquista valenze prodigiose o divinatorie, ma esplicita quei tormenti che altrimenti resterebbero inespressi. Avere un disturbo da attacchi di panico o un disturbo alimentare può essere legato a sentimenti di colpa verso qualcosa del nostro passato con cui non abbiamo totalmente fatto i conti. Per questo vale la pena dedicarci un po’ di tempo, prima o poi. 

Pseudo adattamento: il migrante lacerato tra la cultura madre e la nuova condizione matrigna.

Ogni migrante vive una lacerazione interna: tra l’identità della sua terra di origine, a cui sente profondamente di appartenere, e che non vuole tradire, e l’identità del luogo che lo ha (più o meno calorosamente) accolto. Mi riferisco qui sia ai migranti che lasciano Paesi lontani per raggiungere il ricco (ai loro occhi) Occidente, sia ai migranti domestici, che si spostano all’interno dello stesso Paese, per ricongiungere un amore, o per motivi di studio o lavoro.    

Questa lacerazione interna può trovare diverse forme di integrazione. Può esserci un’adesione totale al nuovo, con rigetto di tutte le componenti della cultura di provenienza. In questo caso l’individuo supera la nostalgia considerando la sua terra come antiquata, sorpassata, incapace di stare al passo con i tempi. Può esserci il rifiuto: il migrante trasferisce al nuovo domicilio soltanto il proprio corpo, ma continua a parlare e pensare nella vecchia lingua (o dialetto) a vivere da lontano le dinamiche della sua città, a relazionarsi con i vecchi amici come se non fosse mai partito. 

Infine c’è lo pseudo adattamento, la condizione più deleteria. 

Pseudo adattamento

Potrei chiamare pseudo adattamento quella situazione in cui il migrante si conforma al nuovo contesto, ma solamente in forma superficiale, esteriore. 

L’individuo sente che partire è stata la scelta giusta, sente che è giusto mostrare rispetto, e in qualche modo gratitudine per il nuovo contesto, ma la nostalgia di casa è troppo forte. Questa nostalgia è penosa, talvolta drammatica, e crea nella mente del migrante una frammentazione a strati. Ad un livello superficiale egli parla come i suoi nuovi concittadini, assimila modi di dire, espressioni gergali, e sente la nuova città come propria. Ad un livello più profondo, però, rimpiange la sua casa, i suoi amici, i bei tempi andati. I suoi sogni sono popolati dagli odori della cucina tradizionale, dai suoni, dai canti della sua terra. L’identità del migrante pseudo adattato è un puzzle di tessere dispari, destabilizzata dall’incapacità di incollare tra loro le diverse anime della sua nuova vita. 

Telaio e uncinetto 

Il migrante pseudo adattato deve fare un lavoro di artigianato. Trovare il giusto compromesso tra le parti dell’identità significa dare a ognuna il suo spazio, riconoscere che nessuna può dominare sull’altra/le altre. 

Lo studente che da Monza si trasferisce a Bari per un corso di aggiornamento, come il migrante che arriva a Cogne dal Benin, devono sapere che non è possibile cancellare con un viaggio una storia, una vita, una rete di legami. Il lavoro che dovrà fare il migrante, o dovrà fare qualcuno per lui, è quello del PR: dovrà organizzare incontri. Perché nella nostra mente non possono esserci parti che si ignorano a vicenda. 

La disforia di classe sociale

La nostra società vive in larga parte al di sopra delle proprie possibilità. 

Molte famiglie sono indebitate, molte aziende private sono indebitate, e anche molti soggetti pubblici lo sono. Molti comuni o regioni sono indebitati, le squadre di calcio sono indebitate, lo Stato, e lo sappiamo bene tutti, è indebitato. Tutto questo indebitamento, va da sé, significa che famiglie, aziende, soggetti pubblici, squadre di calcio, comuni e via via fino allo Stato centrale, hanno qualcosa che non potrebbero permettersi, ossia vivono al di sopra delle loro possibilità. 

Disforia di classe

Tuttavia siamo circondati da persone che ragionano, consumano, (e spesso votano) come se appartenessero ad una classe sociale diversa dalla loro. Come se non accettassero di fare parte del loro contesto economico, e si sforzassero in ogni modo di considerarsi parte di un mondo diverso. 

Aspirare al meglio, sia chiaro, non è patologico: avere ambizioni, puntare a migliorarsi è una dinamica vitale dell’esistenza, che altrimenti sarebbe piatta e involutiva. Ma questo migliorarsi deve essere una tendenza, un ideale, non un’ossessione. 

Se la nostra società vive al di sopra delle sue possibilità, dovrebbe fare riflettere il fatto che molti sono ossessionati dalla crescita economica. Sono insoddisfatti della loro vita a tal punto da perdere di vista la quotidianità pur di lottare per un domani che forse neppure riusciranno a vedere.

La disforia di genere è una condizione che vede la compresenza di due aspetti: una incongruità marcata tra il genere di nascita e quello percepito, e un disagio psichico significativo. Facendo un parallelo, si può definire ‘disforia di classe’ quella condizione in cui un individuo sente di non appartenere alla sua classe sociale, e questo gli causa un notevole disagio. Se per notevole disagio intendiamo ansia, insonnia, irritabilità, e altri malesseri simili, vediamo che sono tante le persone che oggi vivono questa realtà. 

Rifondare l’Umanesimo

Se molti non riescono più a discriminare la differenza tra quello che hanno e quello che potrebbero avere, perché ritengono di meritare molto di più, forse è vero che dovremmo ripensare gran parte del nostro stile di vita. 

La svolta che potrebbe mettere d’accordo tutti, dalle grandi religioni ai maestri di vita, dai fans dell’ambiente ai complottisti, è quella di ripartire dall’Umanesimo. Ma non tanto l’Umanesimo del Quattro e Cinquecento, direi più un Umanesimo a prova di web e di società liquida di massa. 

Mettere l’uomo al centro, partire dalle esigenze degli umani: vuoi in termini di bisogni di sussistenza fisica, vuoi di realizzazione individuale. Se un tempo il confronto tra pari avveniva all’interno di uno spazio limitato, ben definito, dal luogo di lavoro agli amici del bar, al più passando per lo stadio, oggi la mondializzazione del web è più spietata: impone di confrontarsi ogni giorno con il resto del pianeta. 

Per questo è necessaria una rifondazione umanista, togliere l’economia e la tecnica dal centro di ogni dinamica e metterci l’uomo. Se ci interfacciamo ogni volta con il mondo intero ci sarà sempre qualcuno più fortunato di noi. La disforia di classe è una condizione che riguarda il rapporto tra noi stessi e il resto del mondo: è molto pericolosa, perché scatena reazioni profonde come l’insonnia, o problemi dell’umore come la depressione o la facile irritabilità

Il mondo è piena di individui convinti di valere di più, ma sviluppare per questo un malessere clinico non è adattivo. 

Nell’ambito della salute mentale non esistono soluzioni semplici e veloci a problemi complessi: per questo è necessario un cambio, lento, ma progressivo, del modo di rapportarci agli altri. Un ritorno al futuro, come auspicava già Dante Alighieri molto tempo fa. 

Cos’è l’ansia?

L’ansia può essere definita attraverso i sintomi che provoca, ovvero le sensazioni corporee, oppure dai vissuti affettivi, emotivi, che l’accompagnano. Sensazioni corporee ed emozioni sono compresenti nell’ansia, perciò non è possibile negare le une o le altre.

Personalmente preferisco concentrarmi sulla componente emotiva dell’ansia, perché non può essere controllata dai farmaci. Inoltre, cosa molto importante, la componente emozionale, affettiva, relazionale, ambientale dell’ansia varia da persona a persona: non può essere definita da standard empirici di ricerca. Se mille soggetti ansiosi, poniamo, leggono un libro sull’ansia, e rintracciano radici comuni sulla loro sintomatologia, avranno comunque mille modi diversi in cui sia sorta la loro sintomatologia; Di conseguenza avranno mille modi diversi per poter uscire dal giogo dell’ansia.

Quando l’ansia comincia a diventare un limite, occorre abbattere questo limite, prima che arresti del tutto la nostra vita.

Soffocare in galleria. Consigli pratici per non farsi prendere dal panico.

Alcune persone sentono un’angoscia insopportabile quando entrano in una galleria, come conducenti di un veicolo o come passeggeri. 

C’è chi a causa di questa angoscia si sente mancare il fiato e ha la sensazione di poter morire da un momento all’altro. Ovvero ha un attacco di panico. E poi c’è chi, per paura che ciò avvenga, si muove in anticipo cercando altre strade, per non percorrere quella galleria. Cioè ha una condotta di evitamento

Questa condizione può diventare molto invalidante, perché il mondo è fatto di strade piccole e grandi, di ponti, di cavalcavia, e ovviamente anche di trafori e gallerie. Cercare per l’intera vita di evitare le gallerie è impresa stressante, ma soprattutto frustrante per la dignità di persone che per il resto hanno vite piene e soddisfacenti. 

Una considerazione e due consigli pratici per non farsi prendere dal panico in queste situazioni possono essere i seguenti. 

La considerazione. La carreggiata della galleria ha la stessa dimensione della carreggiata prima e dopo la galleria. Pertanto lo spazio per le auto è lo stesso, non è inferiore. Fuori dalla galleria si ha un’illusione di avere più spazio, ma i prati, le valli, il mare, il cielo, non fanno parte della strada. 

Inoltre anche la quantità di aria che si ha a disposizione in galleria non diminuisce rispetto all’esterno, nel senso che un essere umano in un’automobile per respirare avrà bisogno dello stesso quantitativo di aria sia all’esterno che all’interno della galleria. E’ una spiegazione razionale, me ne rendo conto, ma sovente le spiegazioni razionali ci aiutano a fare delle cose che temiamo. 

Un consiglio. Focalizzarsi troppo sulla galleria in arrivo, sul fatto che potrebbe mancare l’aria, o che potrebbe crollare la volta, come ben può capire, fa aumentare l’ansia e la preoccupazione. Per ‘distrarre’ la mente, pertanto, potrebbero essere utili piccoli esercizi di calcolo o mnemonici. Ripetere l’incipit della divina commedia, per esempio, è un ottimo esercizio. Oppure ripetere fra sé la formazione della propria squadra del cuore. Si tratta di espedienti in grado di sganciare la concentrazione da quei pensieri fobici. Ognuno può trovare da sé quali argomenti siano in grado di fargli perdere la concentrazione. Sono sicuro che ciascuno di noi abbia delle passioni in grado di attirare la sua attenzione anche nei momenti più particolari della giornata. 

Questi sono espedienti ‘razionali’ come abbiamo detto prima. Si tratta della mente che cerca di ‘fregare’ se stessa. Se non ci si riesce, però, l’altro consiglio che do è quello di affrontare un percorso di psicoterapia. Può avvenire, in altre parole, che il disturbo interiore sia profondo, che venga da lontano. Che sia, cioè, tanto forte quanto l’espediente di spostare la concentrazione non sia in grado di piegare. In questo caso ci si deve affidare alla psicoterapia, con l’obiettivo di rintracciare il legame profondo, il filo rosso, che lega la galleria, cosa di per sé innocua, con le nostre paure.    

Psicologia del non lavoro. Per un programma di formazione professionale.

La disoccupazione spegne, la socialità accende. 

In genere si ritiene che le persone non occupate abbiano la tendenza a lasciarsi andare, a involvere, a piegarsi su loro stesse. In parte è vero. 

Una conseguenza largamente sottostimata della disoccupazione, però, è la ridotta capacità di apprendere. Stare tutti i giorni a contatto con altri individui, di età e formazione diversa, innesca un dinamismo mentale specifico dei contesti lavorativi. 

La bagarre del lavoro quotidiano impone una continua micro riqualificazione di competenze e attitudini praticamente continua. Ce ne accorgiamo quando pensiamo a che tipo di lavoro fosse il nostro cinque, sette o dieci anni fa: tutti diremmo quasi completamente diverso. Il lavoro pertanto ci plasma, sia dal punto di vista dell’esperienza, sia dal punto di vista mentale, perché acquisiamo la capacità di apprendere

Questo aspetto talvolta è carente nei programmi di riqualificazione degli individui senza occupazione. Si punta in genere a fornire loro delle competenze aggiuntive, dimenticando però, che entrati in un contesto lavorativo non gli sarà solo richiesto di sapere, ma anche di saper apprendere

Un tempo questa qualità si chiamava del ‘saper diventare’. Oggi il flusso di innovazioni tecniche è talmente rapido che non è più sufficiente saper diventare, ma è necessaria una capacità acquisita di evolvere costantemente. Non tanto essere in grado di diventare domani o dopodomani, ma essere in grado di afferrare i cambiamenti in itinere, accompagnarli. 

Per questo i programmi di riqualificazione degli individui temporaneamente senza lavoro dovrebbe fornire loro anche questo tipo di capacità. Sarebbe la più importante da utilizzare una volta rientrati nel circuito lavorativo.

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Come riconoscere la dipendenza sessuale? Tre aspetti caratteristici.

La sexual addiction è un comportamento di dipendenza che può creare diversi problemi relazionali e nella vita quotidiana.

Per distinguerla dalla normale pratica non patologica sottolineo alcuni aspetti che la caratterizzano, mettendo in evidenza come questi siano negativi e spiacevoli per l’individuo.

1. Come per tutte le forme di dipendenza prevede una ricerca compulsiva. C’è una bella differenza tra fumare un sigaro in compagnia dopo cena e non poter iniziare la giornata senza una boccata di fumo. Vale lo stesso per la dipendenza sessuale. Se in sua assenza non si riesce a rimandare, se la sua ricerca diventa predominante sulle altre attività della giornata, siamo in presenza di una dipendenza. La capacità di rimandare la soddisfazione di un bisogno è fortemente connessa con il saperlo desiderare: vale a dire inserirlo in qualche angolo della mente dove possa venire cullato e, entro certi limiti, idealizzato. E’ quello che succede quando compriamo il biglietto per un concerto che avverrà fra alcuni mesi, o quando fissiamo un appuntamento che però avrà luogo solo fra alcuni giorni: sapere aspettare la soddisfazione di un bisogno è l’opposto della dipendenza.

2. All’attività vengono associati stati d’animo negativi. Alcuni comportamenti di dipendenza inizialmente hanno origine con lo scopo di ridurre l’ansia e l’angoscia, di fungere da valvola di sfogo. Vale lo stesso per lo shopping compulsivo, il gioco d’azzardo o il gaming patologico, e per la dissociazione ad essi legata. Queste attività vengono scoperte dagli individui e praticate inizialmente perché ne ottengono benefici, li fanno rilassare. Ad un certo punto invece alcuni si accorgono che gli aspetti positivi diventano sempre più marginali, in confronto a quelli negativi, e infine non saprebbero più dire se le si ricercano per ridurre lo stress della giornata, oppure per interrompere il craving crescente.

3. L’individuo sente che c’è qualcosa di dissonante nel suo comportamento. Quando la colpa e/o la vergogna fanno parte di un comportamento, o in maniera diretta o per assenza, ovvero perché fortemente negate, è perché qualche cosa dentro non quadra. Molti italiani hanno una passione sfrenata per il calcio. Tuttavia nessuno si sognerebbe di provare colpa o vergogna alla domenica sera per essere stato allo stadio. Né nessuno ha mai provato a smettere, sentendo che questo comportamento ha in sé qualcosa che non va. Quando siamo agiti dall’interno, non riusciamo a smettere, pur avendoci provato, siamo in presenza di una forma di dipendenza.

Ho evidenziato aspetti spiacevoli, dissonanti, tipici della sexual addicition.

In questo modo ho sottolineato come la sessualità possa diventare un comportamento più dannoso che piacevole. Soprattutto se la sua pratica assume sempre più le caratteristiche di una dipendenza, e sempre meno quella di tutti gli altri significati che gli esseri umani le possono attribuire.

Cos’è l’autolesionismo?

Ripetere il trauma

La prima associazione che andrebbe fatta quando si indaga l’autolesionismo è quella con il trauma.

L’autolesionista ripete. La fissazione al trauma assomiglia quasi ad un attaccamento alla scena traumatica. L’impossibilità di lasciare il momento in cui il trauma è avvenuto, induce il soggetto a ripetere l’evento, o quantomeno le ripercussioni negative dell’evento sul suo corpo.

L’effetto non è quello di lenire il dolore, che anzi ne risulta amplificato, ma quello di tenerlo sotto controllo. Nella ripetizione autolesionista il dolore viene inscatolato, ingabbiato in una sintomatologia, ossia viene controllato in maniera onnipotente.

Prendiamo per esempio chi si procura dei tagli sulle braccia. Alcune di queste persone hanno avuto delle infanzie molto infelici, hanno sopportato il peso di accuse gravissime, e sono cresciute con dei vuoti affettivi. Quando queste persone si procurano delle ferite è come se ripetessero le lacerazioni che hanno subito, e in maniera onnipotente dicessero: ecco adesso sono io che decido se e quando potrò avere una sofferenza così acuta.

Ricerca di attenzione

L’autolesionismo non è un quasi mai un atto di protesta, più frequentemente è una richiesta di attenzione. Purtroppo, come abbiamo detto altre volte, è una richiesta di attenzione sbagliata nei tempi e nei modi, ossia che porta come unica conseguenza l’allontanamento – anziché l’avvicinamento – delle persone.

Ma anche questa purtroppo è una forma di ripetizione: anche in questo aspetto l’autolesionista finisce con il ripetere per intero le condizioni in cui ha subito il trauma: solitudine, indifferenza, colpa.

Ansia da prestazione e stress di gara. Un consiglio pratico: ‘je faccio er cucchiaio’.

Stress di gara

Per gli sportivi è consueto avere dei ‘momenti no’. Per alcuni arrivano in fasi particolari della stagione agonistica, come le eliminatorie, le finali, le olimpiadi, ecc. Per altri, invece, questi ‘momenti no’ sono più frequenti: si presentano all’interno di una partita o gara a seconda della posta in palio. Per esempio al tie -break per i tennisti, ai calci di rigore per i calciatori, o durante le fughe solitarie negli sport che le prevedono, come il ciclismo.

Gli atleti vulnerabili a questo tipo di stress soffrono di un’ansia da prestazione che potremmo definire ‘paura dell’ultimo giro’. E’ durante l’ultimo giro, infatti, che la mente dell’atleta è disturbata da stimoli che riducono la concentrazione e possono minare la self confidence.

La capacità di gestire questi stimoli, di ridurre il disturbo che essi determinano, può discriminare tra una bella vittoria e una brutta sconfitta.

Quindi come gestire lo stress di gara? Come ridurre l’ansia da prestazione?

I percorsi di auto aiuto

Va detto anzitutto che i percorsi di auto convincimento, o auto aiuto, per quanto utili in fasi standard della vita di un atleta, non lo sono nei momenti di crisi. Gli atleti sanno già che devono avere grinta e determinazione, che devono impegnarsi a fondo e credere nelle loro capacità. Ripeterselo ascoltando musica rilassate non aumenta la loro consapevolezza. La ’paura dell’ultimo giro’ è una forma di stress di gara che non viene controllata dall’auto convincimento, perché deriva da zone molto profonde della mente. In questi casi sarà necessario chiedersi perché sopraggiunga proprio in quella fase della gara, e per quale motivo. E che significato l’individuo attribuisca alla vittoria, al successo, piuttosto che alla sconfitta.

‘Je faccio er cucchiaio’

Nell’attesa di trovare queste risposte è necessario imparare a ingannare la mente. Per fare questo è necessario concentrarsi su un particolare che non riguardi il risultato, ma esclusivamente il gesto tecnico.

Il tennista al tie – break, per esempio, può pensare al vertice del campo, e dire a se stesso: ecco, adesso devo mettere la palla in quel punto. In questo modo la concentrazione si sposta dal risultato del tie – break all’obiettivo di mandare la palla nel punto definito.

Oppure il motociclista può pensare al cordolo: concentrarsi su una particolare manovra che riguardi il cordolo e dire, poniamo, al prossimo passaggio devo stare all’interno della pista. In questo modo la parte cosciente della mente è costretta a distogliere l’attenzione da ciò che viene da lontano, per mettere a fuoco il proposito stabilito.

Il migliore degli esempi possibili di questa tecnica è quello di Francesco Totti, ex giocatore della nazionale di calcio. Dovendo calciare un rigore decisivo prese la palla e disse ai compagni: ‘Adesso faccio il cucchiaio’. Posizionò il pallone sul dischetto, prese una breve rincorsa e colpì a pallonetto: come tutti ricordiamo segnò il rigore, ma soprattutto tenne fede alla promessa fatta ai compagni.

Ammetterete che spostare l’attenzione dal quel fatidico rigore e dalla sua importanza, al cucchiaio e all’impegno preso con i compagni, è un bel modo per incanalare lo stress di gara.

Consiglio a chiunque di provare.

Giovani e giochi estremi. Quali sono le cause, quali le soluzioni?

‘Dottore, se incontra uno scatolone sulla sua strada non lo investa, dentro potrei esserci io!’. Così anni fa un paziente mi disse del suo modo di sfidare la sorte. Quel ragazzo mi raccontò dell’abitudine che aveva, con i suoi amici, di attraversare di notte i binari al passaggio del treno, di sdraiarsi sulla mezzeria degli stradoni poco illuminati, di gareggiare nella nebbia, e di altre cose pericolosissime. A tutta prima credetti che quella fosse l’esperienza di pochi temerari, invece col tempo ho scoperto che è una condotta molto diffusa, soprattutto tra giovani e giovanissimi.

Quali sono le ragioni che inducono i giovani a fare giochi estremi? E quali soluzioni si possono individuare per ostacolare questa tragica piaga della nostra attuale società?

Vorrei provare a fare un discorso complesso e inclusivo, che sia anzitutto alternativo alle ipocrisie che in genere circondano i giovani. Essi, come noto, attraversano inquietudini e smarrimenti, è così da sempre e anche in futuro così sarà. I giochi estremi sono soltanto una delle modalità inadeguate con le quali affrontano il malessere, che oggi è particolarmente profondo e pervasivo. Ma sono modalità perentorie, per l’appunto ‘estreme’, che talvolta risultano fatali. Per questo meritano un discorso a parte, anche se molto di quello che scriverò si può estendere ad altri loro comportamenti potenzialmente masochistici o autolesionisti.

Per definire quali sono le ragioni che portano ai giochi estremi e quali soluzioni la società dovrebbe provare a costruire, vorrei accennare brevemente alle ideologie e alla loro fine.

Per tutto il Novecento le ideologie, ma anche l’appartenenza religiosa, hanno fatto da collante al senso di smarrimento dell’uomo. Supporre che ci sia da qualche parte un’alternativa al mondo così come lo vediamo, credere che questa alternativa possa dipendere da scelte collettive come per esempio il voto politico, o la diffusione di alcuni valori piuttosto che altri, ha un effetto diretto sulla gestione dell’ansia e delle angosce degli esseri umani.

La nostra generazione, però, ha vissuto la fine delle ideologie. Il cosiddetto ‘comunismo’ è crollato nel 1989, (ovvero negli anni tra il 1985 e il 1991) quando quella cultura mise in moto un percorso di autocritica, che finì per smontarne alcuni dei miti più radicati. Si scoprì per esempio che molti Paesi di quell’area erano degli Stati totalitari, e che era così difficile controllare il consenso dei cittadini, che sovente quel consenso doveva essere estorto. Per la nostra cultura occidentale fu un nodo difficile da sciogliere, e infatti molti attraversarono delle crisi profonde. L’ideologia comunista sparì dai salotti bene, e dalle Smemoranda dei liceali, lasciando di fatto fluttuare incontrollata l’angoscia (e la rabbia) legate alle iniquità della società.

Ci fu uno sbilanciamento nell’altra direzione, perché a quel punto tutti pensarono che l’unico modello di sviluppo fosse quello capitalistico, fatto di concorrenza tra privati, e sostanziale disimpegno dello Stato. L’euforia tuttavia durò poco. Negli anni tra il 2008 e il 2011 il mondo vide la fine del ‘capitalismo’, almeno quel tipo di capitalismo teorizzato da Margaret Thatcher e Ronald Reagan negli anni Ottanta. La fine di quel capitalismo fu sancita da una condizione paradossale, ma soprattutto, per quanto riguarda questo scritto, patogena: lo Stato non aiuta le aziende in rosso, i pensionati, o chi non lavora, perché nel capitalismo non si fa, ma è pronto a salvare le banche in crisi, o grandi aziende partecipate altrimenti l’effetto domino sarebbe catastrofico.

Evidentemente non è mia intenzione, in queste righe, discutere dell’opportunità o meno di queste scelte, il mio obiettivo è mettere in evidenza l’aspetto ‘patogeno’ di questa condizione. Essa crea malessere: non solo fisico, economico e sociale, ma precipita per la prima volta nella sua storia la società di massa nel vuoto ideologico. L’ideologia infatti è un sistema chiuso di regole, e quindi una regola che vale solo a volte, non è ideologia. Per la prima volta nella storia della società di massa i cittadini sono privi di grandi sistemi di pensiero che convogliano le energie psichiche, e se vogliamo anche le pulsioni distruttive dell’io, in progetti, in ipotesi future, in piani di azione.

Milioni di cittadini hanno la capacità di fare rete attraverso le nuove tecnologie e il collante tra loro diventano gli interessi individuali, (come potrebbe essere altrimenti?) Ovvero si formano aggregati di accounts che condividono gli stessi problemi o le stesse esigenze, e fanno squadra. Sottolineo che a questi individui non si può dare torto, perché di fatto cercano soluzioni a problemi che nessuno sa risolvere, o che, peggio ancora, apparentemente nessuno ha l’interesse di risolvere.

Questo è, grosso modo, quello che è avvenuto negli ultimi anni nel mondo degli adulti, e che sta continuando ad avvenire. Volgiamo ora lo sguardo al mondo dei ‘giovani’, ammesso che sulla definizione ‘giovani’ chi legge converga quantomeno in linea di massima.

L’adolescente sperimenta una forma di pensiero inesistente nelle fasi di sviluppo precedenti, ossia il pensiero ipotetico deduttivo. Vale a dire che è in grado di immaginare un presente (o un futuro se preferite) diverso semplicemente ipotizzando di cambiare alcune condizioni. Per la psiche dell’adolescente le grandi ideologie del Novecento erano l’humus per lo sviluppo e la formazione. Dai movimenti americani contro la guerra del Vietnam alle folle oceaniche per i festival rock, dalle grandi aggregazioni studentesche ai ciclostili nelle cantine, ideologia significava alternativa, per lo meno nell’immaginario collettivo. Resta il fatto quindi, che quando c’erano le ideologie i giovani avevano delle alternative. Non dico che fosse meglio, infatti non lo era, né che fosse più facile, infatti non lo era. Ma avevano delle alternative.

Ora c’è il vuoto e in quanto tale il vuoto si presta ad essere riempito in qualunque modo. Con l’alcol, per esempio, o con i giochi estremi.

Vediamo migliaia di giovani alla forsennata ricerca di nuovi idealismi, di nuove battaglie da combattere. Li vediamo scagliarsi contro il mondo dei grandi, polemizzare. E’ già qualcosa, non lo nego, ma è ancora poco. Perché l’ideologia forniva l’alternativa, l’invettiva no.

Così vengo alla risposta alla prima domanda, quali sono le ragioni che inducono i giovani a fare giochi estremi? Ecco, una è certamente il vuoto. Martin Heidegger riteneva che il vuoto fosse correlato con l’angoscia; Michael Ende, più poeticamente, che fosse l’inizio della fine della voglia di sognare. Per entrambi in ogni caso ‘vuoto’ è un termine negativo, il preludio alla perdita di ogni istinto vitale.

Con Lacan sono portato a dire che il vuoto dell’attuale generazione sia anzitutto un vuoto di ‘desiderio’. Le ideologie fornivano delle (ipotetiche) alternative, ovvero suscitavano un desiderio di cambiamento, perché il cambiamento era immaginabile. Oggi sembra non esserci nessuna speranza di cambiare lo stato di cose, se non un disperato (per l’appunto) tentativo di rincorrere qualcosa che sembra già tardi per ricorrere.

Desiderare qualcosa è ‘sognare’ come potrebbe essere. Riguarda per esempio un regalo di Natale, ma anche una vacanza, un acquisto, un amore. Quando non si investe una cosa di aspettative, di attese, di immaginazione, quella cosa appare insipida, metallica, per l’appunto vuota.

La seconda domanda è: cosa fare, quali soluzioni individuare contro il dilagare dei giochi estremi? Di conseguenza a quanto sopra esposto, direi che la soluzione verso cui dovrebbe tendere la nostra società è un rinnovato percorso verso il desiderio. Non intendo un patetico ‘tornare indietro’ che non avrebbe nessun fondamento storico. Intendo un percorso ragionato che porti a strategie di costruzione di senso dell’essere, ovvero strategie per evitare che il vuoto insorga, che non abbia terreno fertile. Perché il vuoto esistenziale, non intendo il vuoto clinico, quello della depressione maggiore, che ha radici nelle profondità della psiche, il vuoto esistenziale è una stanchezza cronica, una sfiducia di base verso tutto. Con Julia Kristeva credo che la svolta della nostra epoca dovrebbe essere quella di rifondare l’umanesimo. Mettere finalmente l’uomo al centro della nostra cultura, stabilire una volta per tutte che l’uomo, con le sue necessità e le sue aspirazioni, deve essere al centro del progetto comune. Sembra un’ovvietà, ma evidentemente non è così. Se molti giovani rischiano quotidianamente la vita con i giochi estremi, se il vuoto dilaga negli stomaci, se abbiamo perso la pazienza di desiderare qualcosa, è perché al centro di quello che facciamo non c’è l’uomo.

Non è una risposta meccanicistica e immediata, mi rendo conto, ma del resto il lavoro che faccio non è meccanicistico e non prevede soluzioni pronte all’uso. Nello spirito di come opero ogni giorno, la proposta che faccio è anzitutto un cambio di prospettiva, un progetto alternativo. E prima si comincia ad attuare il cambio di prospettiva, prima un progetto sarà ultimato.