Soffocare in galleria. Consigli pratici per non farsi prendere dal panico.

Alcune persone sentono un’angoscia insopportabile quando entrano in una galleria, come conducenti di un veicolo o come passeggeri. 

C’è chi a causa di questa angoscia si sente mancare il fiato e ha la sensazione di poter morire da un momento all’altro. Ovvero ha un attacco di panico. E poi c’è chi, per paura che ciò avvenga, si muove in anticipo cercando altre strade, per non percorrere quella galleria. Cioè ha una condotta di evitamento

Questa condizione può diventare molto invalidante, perché il mondo è fatto di strade piccole e grandi, di ponti, di cavalcavia, e ovviamente anche di trafori e gallerie. Cercare per l’intera vita di evitare le gallerie è impresa stressante, ma soprattutto frustrante per la dignità di persone che per il resto hanno vite piene e soddisfacenti. 

Una considerazione e due consigli pratici per non farsi prendere dal panico in queste situazioni possono essere i seguenti. 

La considerazione. La carreggiata della galleria ha la stessa dimensione della carreggiata prima e dopo la galleria. Pertanto lo spazio per le auto è lo stesso, non è inferiore. Fuori dalla galleria si ha un’illusione di avere più spazio, ma i prati, le valli, il mare, il cielo, non fanno parte della strada. 

Inoltre anche la quantità di aria che si ha a disposizione in galleria non diminuisce rispetto all’esterno, nel senso che un essere umano in un’automobile per respirare avrà bisogno dello stesso quantitativo di aria sia all’esterno che all’interno della galleria. E’ una spiegazione razionale, me ne rendo conto, ma sovente le spiegazioni razionali ci aiutano a fare delle cose che temiamo. 

Un consiglio. Focalizzarsi troppo sulla galleria in arrivo, sul fatto che potrebbe mancare l’aria, o che potrebbe crollare la volta, come ben può capire, fa aumentare l’ansia e la preoccupazione. Per ‘distrarre’ la mente, pertanto, potrebbero essere utili piccoli esercizi di calcolo o mnemonici. Ripetere l’incipit della divina commedia, per esempio, è un ottimo esercizio. Oppure ripetere fra sé la formazione della propria squadra del cuore. Si tratta di espedienti in grado di sganciare la concentrazione da quei pensieri fobici. Ognuno può trovare da sé quali argomenti siano in grado di fargli perdere la concentrazione. Sono sicuro che ciascuno di noi abbia delle passioni in grado di attirare la sua attenzione anche nei momenti più particolari della giornata. 

Questi sono espedienti ‘razionali’ come abbiamo detto prima. Si tratta della mente che cerca di ‘fregare’ se stessa. Se non ci si riesce, però, l’altro consiglio che do è quello di affrontare un percorso di psicoterapia. Può avvenire, in altre parole, che il disturbo interiore sia profondo, che venga da lontano. Che sia, cioè, tanto forte quanto l’espediente di spostare la concentrazione non sia in grado di piegare. In questo caso ci si deve affidare alla psicoterapia, con l’obiettivo di rintracciare il legame profondo, il filo rosso, che lega la galleria, cosa di per sé innocua, con le nostre paure.    

Psicologia del non lavoro. Per un programma di formazione professionale.

La disoccupazione spegne, la socialità accende. 

In genere si ritiene che le persone non occupate abbiano la tendenza a lasciarsi andare, a involvere, a piegarsi su loro stesse. In parte è vero. 

Una conseguenza largamente sottostimata della disoccupazione, però, è la ridotta capacità di apprendere. Stare tutti i giorni a contatto con altri individui, di età e formazione diversa, innesca un dinamismo mentale specifico dei contesti lavorativi. 

La bagarre del lavoro quotidiano impone una continua micro riqualificazione di competenze e attitudini praticamente continua. Ce ne accorgiamo quando pensiamo a che tipo di lavoro fosse il nostro cinque, sette o dieci anni fa: tutti diremmo quasi completamente diverso. Il lavoro pertanto ci plasma, sia dal punto di vista dell’esperienza, sia dal punto di vista mentale, perché acquisiamo la capacità di apprendere

Questo aspetto talvolta è carente nei programmi di riqualificazione degli individui senza occupazione. Si punta in genere a fornire loro delle competenze aggiuntive, dimenticando però, che entrati in un contesto lavorativo non gli sarà solo richiesto di sapere, ma anche di saper apprendere

Un tempo questa qualità si chiamava del ‘saper diventare’. Oggi il flusso di innovazioni tecniche è talmente rapido che non è più sufficiente saper diventare, ma è necessaria una capacità acquisita di evolvere costantemente. Non tanto essere in grado di diventare domani o dopodomani, ma essere in grado di afferrare i cambiamenti in itinere, accompagnarli. 

Per questo i programmi di riqualificazione degli individui temporaneamente senza lavoro dovrebbe fornire loro anche questo tipo di capacità. Sarebbe la più importante da utilizzare una volta rientrati nel circuito lavorativo.

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Come riconoscere la dipendenza sessuale? Tre aspetti caratteristici.

La sexual addiction è un comportamento di dipendenza che può creare diversi problemi relazionali e nella vita quotidiana.

Per distinguerla dalla normale pratica non patologica sottolineo alcuni aspetti che la caratterizzano, mettendo in evidenza come questi siano negativi e spiacevoli per l’individuo.

1. Come per tutte le forme di dipendenza prevede una ricerca compulsiva. C’è una bella differenza tra fumare un sigaro in compagnia dopo cena e non poter iniziare la giornata senza una boccata di fumo. Vale lo stesso per la dipendenza sessuale. Se in sua assenza non si riesce a rimandare, se la sua ricerca diventa predominante sulle altre attività della giornata, siamo in presenza di una dipendenza. La capacità di rimandare la soddisfazione di un bisogno è fortemente connessa con il saperlo desiderare: vale a dire inserirlo in qualche angolo della mente dove possa venire cullato e, entro certi limiti, idealizzato. E’ quello che succede quando compriamo il biglietto per un concerto che avverrà fra alcuni mesi, o quando fissiamo un appuntamento che però avrà luogo solo fra alcuni giorni: sapere aspettare la soddisfazione di un bisogno è l’opposto della dipendenza.

2. All’attività vengono associati stati d’animo negativi. Alcuni comportamenti di dipendenza inizialmente hanno origine con lo scopo di ridurre l’ansia e l’angoscia, di fungere da valvola di sfogo. Vale lo stesso per lo shopping compulsivo, il gioco d’azzardo o il gaming patologico, e per la dissociazione ad essi legata. Queste attività vengono scoperte dagli individui e praticate inizialmente perché ne ottengono benefici, li fanno rilassare. Ad un certo punto invece alcuni si accorgono che gli aspetti positivi diventano sempre più marginali, in confronto a quelli negativi, e infine non saprebbero più dire se le si ricercano per ridurre lo stress della giornata, oppure per interrompere il craving crescente.

3. L’individuo sente che c’è qualcosa di dissonante nel suo comportamento. Quando la colpa e/o la vergogna fanno parte di un comportamento, o in maniera diretta o per assenza, ovvero perché fortemente negate, è perché qualche cosa dentro non quadra. Molti italiani hanno una passione sfrenata per il calcio. Tuttavia nessuno si sognerebbe di provare colpa o vergogna alla domenica sera per essere stato allo stadio. Né nessuno ha mai provato a smettere, sentendo che questo comportamento ha in sé qualcosa che non va. Quando siamo agiti dall’interno, non riusciamo a smettere, pur avendoci provato, siamo in presenza di una forma di dipendenza.

Ho evidenziato aspetti spiacevoli, dissonanti, tipici della sexual addicition.

In questo modo ho sottolineato come la sessualità possa diventare un comportamento più dannoso che piacevole. Soprattutto se la sua pratica assume sempre più le caratteristiche di una dipendenza, e sempre meno quella di tutti gli altri significati che gli esseri umani le possono attribuire.

Cos’è l’autolesionismo? La ripetizione del trauma sulla propria pelle.

La prima associazione che andrebbe fatta quando si parla di autolesionismo è anche l’ultima che in genere si ha il coraggio di fare: la ripetizione.

L’autolesionista ripete. La fissazione al trauma, direi quasi l’attaccamento alla scena traumatica, ovvero l’impossibilità di lasciare il momento in cui il trauma è avvenuto, induce il soggetto a ripetere l’evento e le sue ripercussioni sul suo corpo.

L’effetto, o almeno l’obiettivo, non è quello di lenire il dolore, che anzi ne risulta amplificato, quanto piuttosto di controllarlo.

Come gestire lo stress di gara? Un consiglio pratico.

Per gli sportivi è consueto avere ‘momenti no’. Per alcuni si concentrano in fasi particolari della stagione agonistica, come le eliminatorie, le finali, le olimpiadi, ecc, oppure si presentano all’interno di una partita o gara, come per esempio il tie -break, i calci di rigore o le fughe solitarie.

Questi atleti soffrono di una particolare forma di ansia o stress di gara che potremmo definire l’‘ansia dell’ultimo giro’. Durante l’ultimo giro infatti la mente dell’atleta è disturbata da stimoli che riducono la concentrazione e minano la self confidence.

La capacità di gestire questi stimoli, di ridurre il disturbo che essi determinano, può discriminare tra una bella vittoria e una disonorevole sconfitta.

Come gestire, pertanto, lo stress di gara? Come ridurre quella particolare ansia di prestazione?

Va detto anzitutto che i percorsi di auto convincimento, per quanto utili in fasi standard della vita di un atleta, non lo sono nei momenti di crisi. Gli atleti sanno già che devono avere grinta e determinazione, che devono impegnarsi a fondo per dare il meglio e che devono avere fiducia nelle loro capacità. Che se lo ripetano da soli non aumenta questa consapevolezza. L’‘ansia dell’ultimo giro’, invece, è una forma di stress di gara che non viene controllata dall’auto convincimento, perché deriva da zone profonde della mente. In questi casi è necessario chiedersi: perché sopraggiunge proprio in quel momento? Qual è la molla che la fa scattare?

Nell’attesa di trovare queste risposte, e di eliminarlo sul nascere, per gestire lo stress di gara consiglio di seguire questa strategia. Bisogna ingannare la mente e concentrarsi su un particolare che non riguardi il risultato, ma esclusivamente il gesto tecnico.

Per esempio, il tennista al tie – break può pensare al vertice del campo, e dire a se stesso: ecco, adesso devo mettere la palla in quel punto. In questo modo la concentrazione si sposta dal risultato del tie – break all’obiettivo di mandare la palla il più vicino possibile al punto definito.

Oppure il motociclista può pensare al cordolo: concentrarsi su una particolare manovra che riguardi il cordolo e dire, poniamo, adesso devo stare all’interno della pista. In questo modo la parte cosciente della mente è costretta a distogliere l’attenzione da ciò che viene da lontano, per mettere a fuoco il proposito stabilito.

Un tempo un giocatore di calcio ebbe l’incarico di calciare un rigore decisivo. Prese la palla e disse ai compagni: ‘Adesso faccio il cucchiaio’. Egli posizionò il pallone sul dischetto, prese la rincorsa e colpì a pallonetto: segnò il rigore, ma soprattutto tenne fede a quanto promesso.

Ammetterete che spostare l’attenzione dal rigore e dalla sua importanza, al cucchiaio e all’impegno preso con i compagni, è un bel modo per incanalare lo stress di gara.

Consiglio a chiunque di provare.

Giovani e giochi estremi. Quali sono le cause, quali le soluzioni?

‘Dottore, se incontra uno scatolone sulla sua strada non lo investa, dentro potrei esserci io!’. Così anni fa un paziente mi disse del suo modo di sfidare la sorte. Quel ragazzo mi raccontò dell’abitudine che aveva, con i suoi amici, di attraversare di notte i binari al passaggio del treno, di sdraiarsi sulla mezzeria degli stradoni poco illuminati, di gareggiare nella nebbia, e di altre cose pericolosissime. A tutta prima credetti che quella fosse l’esperienza di pochi temerari, invece col tempo ho scoperto che è una condotta molto diffusa, soprattutto tra giovani e giovanissimi.

Quali sono le ragioni che inducono i giovani a fare giochi estremi? E quali soluzioni si possono individuare per ostacolare questa tragica piaga della nostra attuale società?

Vorrei provare a fare un discorso complesso e inclusivo, che sia anzitutto alternativo alle ipocrisie che in genere circondano i giovani. Essi, come noto, attraversano inquietudini e smarrimenti, è così da sempre e anche in futuro così sarà. I giochi estremi sono soltanto una delle modalità inadeguate con le quali affrontano il malessere, che oggi è particolarmente profondo e pervasivo. Ma sono modalità perentorie, per l’appunto ‘estreme’, che talvolta risultano fatali. Per questo meritano un discorso a parte, anche se molto di quello che scriverò si può estendere ad altri loro comportamenti potenzialmente masochistici o autolesionisti.

Per definire quali sono le ragioni che portano ai giochi estremi e quali soluzioni la società dovrebbe provare a costruire, vorrei accennare brevemente alle ideologie e alla loro fine.

Per tutto il Novecento le ideologie, ma anche l’appartenenza religiosa, hanno fatto da collante al senso di smarrimento dell’uomo. Supporre che ci sia da qualche parte un’alternativa al mondo così come lo vediamo, credere che questa alternativa possa dipendere da scelte collettive come per esempio il voto politico, o la diffusione di alcuni valori piuttosto che altri, ha un effetto diretto sulla gestione dell’ansia e delle angosce degli esseri umani.

La nostra generazione, però, ha vissuto la fine delle ideologie. Il cosiddetto ‘comunismo’ è crollato nel 1989, (ovvero negli anni tra il 1985 e il 1991) quando quella cultura mise in moto un percorso di autocritica, che finì per smontarne alcuni dei miti più radicati. Si scoprì per esempio che molti Paesi di quell’area erano degli Stati totalitari, e che era così difficile controllare il consenso dei cittadini, che sovente quel consenso doveva essere estorto. Per la nostra cultura occidentale fu un nodo difficile da sciogliere, e infatti molti attraversarono delle crisi profonde. L’ideologia comunista sparì dai salotti bene, e dalle Smemoranda dei liceali, lasciando di fatto fluttuare incontrollata l’angoscia (e la rabbia) legate alle iniquità della società.

Ci fu uno sbilanciamento nell’altra direzione, perché a quel punto tutti pensarono che l’unico modello di sviluppo fosse quello capitalistico, fatto di concorrenza tra privati, e sostanziale disimpegno dello Stato. L’euforia tuttavia durò poco. Negli anni tra il 2008 e il 2011 il mondo vide la fine del ‘capitalismo’, almeno quel tipo di capitalismo teorizzato da Margaret Thatcher e Ronald Reagan negli anni Ottanta. La fine di quel capitalismo fu sancita da una condizione paradossale, ma soprattutto, per quanto riguarda questo scritto, patogena: lo Stato non aiuta le aziende in rosso, i pensionati, o chi non lavora, perché nel capitalismo non si fa, ma è pronto a salvare le banche in crisi, o grandi aziende partecipate altrimenti l’effetto domino sarebbe catastrofico.

Evidentemente non è mia intenzione, in queste righe, discutere dell’opportunità o meno di queste scelte, il mio obiettivo è mettere in evidenza l’aspetto ‘patogeno’ di questa condizione. Essa crea malessere: non solo fisico, economico e sociale, ma precipita per la prima volta nella sua storia la società di massa nel vuoto ideologico. L’ideologia infatti è un sistema chiuso di regole, e quindi una regola che vale solo a volte, non è ideologia. Per la prima volta nella storia della società di massa i cittadini sono privi di grandi sistemi di pensiero che convogliano le energie psichiche, e se vogliamo anche le pulsioni distruttive dell’io, in progetti, in ipotesi future, in piani di azione.

Milioni di cittadini hanno la capacità di fare rete attraverso le nuove tecnologie e il collante tra loro diventano gli interessi individuali, (come potrebbe essere altrimenti?) Ovvero si formano aggregati di accounts che condividono gli stessi problemi o le stesse esigenze, e fanno squadra. Sottolineo che a questi individui non si può dare torto, perché di fatto cercano soluzioni a problemi che nessuno sa risolvere, o che, peggio ancora, apparentemente nessuno ha l’interesse di risolvere.

Questo è, grosso modo, quello che è avvenuto negli ultimi anni nel mondo degli adulti, e che sta continuando ad avvenire. Volgiamo ora lo sguardo al mondo dei ‘giovani’, ammesso che sulla definizione ‘giovani’ chi legge converga quantomeno in linea di massima.

L’adolescente sperimenta una forma di pensiero inesistente nelle fasi di sviluppo precedenti, ossia il pensiero ipotetico deduttivo. Vale a dire che è in grado di immaginare un presente (o un futuro se preferite) diverso semplicemente ipotizzando di cambiare alcune condizioni. Per la psiche dell’adolescente le grandi ideologie del Novecento erano l’humus per lo sviluppo e la formazione. Dai movimenti americani contro la guerra del Vietnam alle folle oceaniche per i festival rock, dalle grandi aggregazioni studentesche ai ciclostili nelle cantine, ideologia significava alternativa, per lo meno nell’immaginario collettivo. Resta il fatto quindi, che quando c’erano le ideologie i giovani avevano delle alternative. Non dico che fosse meglio, infatti non lo era, né che fosse più facile, infatti non lo era. Ma avevano delle alternative.

Ora c’è il vuoto e in quanto tale il vuoto si presta ad essere riempito in qualunque modo. Con l’alcol, per esempio, o con i giochi estremi.

Vediamo migliaia di giovani alla forsennata ricerca di nuovi idealismi, di nuove battaglie da combattere. Li vediamo scagliarsi contro il mondo dei grandi, polemizzare. E’ già qualcosa, non lo nego, ma è ancora poco. Perché l’ideologia forniva l’alternativa, l’invettiva no.

Così vengo alla risposta alla prima domanda, quali sono le ragioni che inducono i giovani a fare giochi estremi? Ecco, una è certamente il vuoto. Martin Heidegger riteneva che il vuoto fosse correlato con l’angoscia; Michael Ende, più poeticamente, che fosse l’inizio della fine della voglia di sognare. Per entrambi in ogni caso ‘vuoto’ è un termine negativo, il preludio alla perdita di ogni istinto vitale.

Con Lacan sono portato a dire che il vuoto dell’attuale generazione sia anzitutto un vuoto di ‘desiderio’. Le ideologie fornivano delle (ipotetiche) alternative, ovvero suscitavano un desiderio di cambiamento, perché il cambiamento era immaginabile. Oggi sembra non esserci nessuna speranza di cambiare lo stato di cose, se non un disperato (per l’appunto) tentativo di rincorrere qualcosa che sembra già tardi per ricorrere.

Desiderare qualcosa è ‘sognare’ come potrebbe essere. Riguarda per esempio un regalo di Natale, ma anche una vacanza, un acquisto, un amore. Quando non si investe una cosa di aspettative, di attese, di immaginazione, quella cosa appare insipida, metallica, per l’appunto vuota.

La seconda domanda è: cosa fare, quali soluzioni individuare contro il dilagare dei giochi estremi? Di conseguenza a quanto sopra esposto, direi che la soluzione verso cui dovrebbe tendere la nostra società è un rinnovato percorso verso il desiderio. Non intendo un patetico ‘tornare indietro’ che non avrebbe nessun fondamento storico. Intendo un percorso ragionato che porti a strategie di costruzione di senso dell’essere, ovvero strategie per evitare che il vuoto insorga, che non abbia terreno fertile. Perché il vuoto esistenziale, non intendo il vuoto clinico, quello della depressione maggiore, che ha radici nelle profondità della psiche, il vuoto esistenziale è una stanchezza cronica, una sfiducia di base verso tutto. Con Julia Kristeva credo che la svolta della nostra epoca dovrebbe essere quella di rifondare l’umanesimo. Mettere finalmente l’uomo al centro della nostra cultura, stabilire una volta per tutte che l’uomo, con le sue necessità e le sue aspirazioni, deve essere al centro del progetto comune. Sembra un’ovvietà, ma evidentemente non è così. Se molti giovani rischiano quotidianamente la vita con i giochi estremi, se il vuoto dilaga negli stomaci, se abbiamo perso la pazienza di desiderare qualcosa, è perché al centro di quello che facciamo non c’è l’uomo.

Non è una risposta meccanicistica e immediata, mi rendo conto, ma del resto il lavoro che faccio non è meccanicistico e non prevede soluzioni pronte all’uso. Nello spirito di come opero ogni giorno, la proposta che faccio è anzitutto un cambio di prospettiva, un progetto alternativo. E prima si comincia ad attuare il cambio di prospettiva, prima un progetto sarà ultimato.

Quali sono le conseguenze della DAD sui giovani studenti?

Centro di formazione primaria, ma ancora prima terreno di incontro e scontro tra coetanei e tra generazioni, la scuola è una galassia di relazioni, tensioni, emozioni, mode, paradigmi, filosofie politiche e soprattutto di sentimenti consonanti, assonanti, dissonanti e contrastanti. Ovvero, tutto e il suo contrario, come avrebbe detto Umberto Eco, che di giovani ne sapeva assai. 

Se penso a quali sono le principali conseguenze della DAD (Didattica A Distanza) sugli studenti, e se mi focalizzo su quelle non specificamente legate all’insegnamento, me ne vengono in mente almeno due. Per essere più chiaro dirò delle conseguenze della DAD parlando di aspetti positivi specifici della didattica in presenza. In essa vedo (almeno) due aspetti relazionali fondamentali per gli allievi di ogni tempo e di ogni livello, che codificano per due gravi conseguenza della DAD, ovvero due deficit: uno è il confronto tra bravi e meno bravi. I musicisti studiano i loro colleghi famosi, ne seguono i concerti, ne divorano le produzioni. Lo fanno perché solo il confronto con chi è più bravo ti stimola e ti aiuta a crescere. Lo stesso, se ci pensiamo, avviene sulla pista da sci, sul campo di tennis, alla guida, ovvero in tutte quelle occasioni in cui ci rapportiamo con persone più brave di noi a fare qualcosa. E ovviamente avviene nella formazione. Parlare con i più bravi, capire come studiano, cosa pensano, oppure sapere che interessi hanno oltre la scuola, è di fondamentale importanza per migliorare. Quando la competizione è sana, non esasperata, e si fonda sulla stima e l’ammirazione, è assolutamente vitale, soprattutto per gli studenti, ovvero in quella fase della vita che definiamo evolutiva. Nella DAD tutto questo non può esserci: ecco allora che sarebbe opportuno che qualcuno ci pensasse, magari anche genitori, non necessariamente degli insegnanti. Trovare il modo di fare questo tipo di confronto evita allo studente di sentirsi troppo al centro del proprio mondo (educativo), ovvero lo aiuta a vedersi come parte di una società, quella scolastica, in cui non c’è solo lui nel rapporto con gli insegnanti, ma ci sono anche gli altri che sono bravi, meno bravi e molto bravi. 

L’altro aspetto relazionale fondamentale nella formazione in presenza è il rapporto/confronto/scontro con i ragazzi poco più grandi e i ragazzi poco più piccoli. L’assenza di questo elemento rappresenta una della conseguenze negative della DAD. 

Si cresce anche osservando. Per imitazione, se volete, e per differenziazione. 

Osservare i più grandi è fattore di crescita fondamentale: guardare come si vestono, come si muovono, come parlano. Questo raffronto implicito, nell’età evolutiva, è importante almeno quanto imparare concetti scolastici. Pensiamo per un attimo alla fermata dell’autobus: quanti sguardi si posano sui ragazzi e le ragazze più grandi? Quale quota di immedesimazione può discendere da quegli sguardi? 

Lo stesso si potrebbe dire per il rapporto che nella scuola in presenza si genera con i più piccoli. Osservare i più piccoli che scherzano tra loro può scatenare emozioni e reazioni anche forti, come ricorderanno i lettori del libro Cuore. 

Ritengo che anche questo aspetto dovrebbe essere tenuto in conto, quando si fa ricorso alla DAD, e intendo ad ogni livello, dalla scuola dell’obbligo alle grandi scuole di formazione post universitaria.

Con questo poche righe non intendo lasciare un’invettiva contro la DAD, sia chiaro. 

A volte è necessaria ed è bene farvi ricorso, essa rappresenta una grande risorsa della nostra epoca. Ma è bene mettere in chiaro anche alcuni aspetti negativi, che la riguardano, e sottolineare come questi possano determinare dei vuoti formativi ed evolutivi per gli studenti, che nel lungo periodo possono essere persino più profondi dei benefici che essa ha garantito.  

Nonni, l’ansia per i compiti.

La scuola è cominciata da qualche mese, e come ogni anno vediamo nonni in difficoltà nella fase ‘compiti a casa’.

Le lezioni e le attività da svolgere oltre l’orario scolastico sono un completamento della formazione dell’alunno, ma se la loro responsabilità ricade su chi assiste il bambino, possono creare più che qualche malessere.

Vi sono nonni che amano sperimentarsi in compiti scolastici, vuoi per mantenere l’esercizio, vuoi per recuperare vecchie competenze: per questo si dedicano con passione ad aiutare i nipoti. Tuttavia l’aiuto diventa fonte di stress o ansia quando i nonni si sobbarcano la responsabilità della buona riuscita di tali attività.

La modalità più efficace per aiutare i bambini a fare i compiti è quella che ricalca la funzione dello psicoterapeuta in seduta. Il terapeuta funge da testa supplementare, (o da ‘stomaco’, se preferite) mai da computer. Aiuta il paziente a pensare i suoi pensieri, o a ‘digerire’ emozioni troppo pesanti, ma non lo sostituisce nel pensare o nel sentire.

Ogni volta che qualcuno mi chiede ‘dottore, secondo Lei cosa devo fare?’ in genere non rispondo: perché il paziente deve trovare da sé la sua risposta. La mia funzione è di accompagnarlo nel labirinto dei suoi pensieri, supportarlo, fino a quando trova la via d’uscita che ritiene migliore.

Ecco, credo che questo sia il modo più corretto per sostenere i bambini che fanno i compiti: supportarli, spronarli, incoraggiarli. Al più fornire qualche assist. Ma non sostituirsi a loro nell’esecuzione.

Credo sia giusto, in definitiva, che l’ansia per aver svolto correttamente i compiti non ricada su altri se non sul bambino stesso.

Potere e lavoro sottopagato

L’Avvocato Agnelli riteneva che la cosa più grave per un lavoratore (di qualunque livello) sia avere tanta responsabilità e poco potere.

Ora, non c’è dubbio che un buon modo per quantificare la responsabilità che un lavoratore ha nel suo compito sia il corrispettivo economico che gli viene riconosciuto.

Sappiamo come le crisi economiche, il crollo dei mercati, l’evoluzione dei sistemi produttivi ecc concorrano all’erosione della stabilità lavorativa e al cambiamento continuo delle forme contrattuali. E sappiamo bene che, in genere, tutti i lavoratori (di qualunque livello) ritengano insufficiente il corrispettivo economico riconosciuto loro.

Tuttavia il lavoro sottopagato c’è, è una realtà del mondo del lavoro, e occuparsi di psicologia del lavoro significa anche fare i conti, di tanto in tanto, con questa condizione così gravemente depauperante.

Ecco, io vorrei sottolineare un aspetto. Il lavoro sottopagato non è soltanto una distorsione del mondo del lavoro e dei contratti. Il lavoro sottopagato è una forma di tortura psicologica.

Il lavoratore sottopagato non solo vede ogni giorno che al suo impegno viene data poca importanza, il lavoratore sottopagato impara ogni giorno che il valore di quello che fa è basso.

Date a un uomo più di quanto merita, e vi disprezzerà per l’unica volta che gli chiederete di stare in panchina.

Date ad un uomo meno di quanto merita, lo abituerete a non fare altre richieste.

Quali sono gli stili paterni? Il padre con gli stivali

Alcuni padri si sentono proprietari della vita dei figli. Direi di più, proprietari dei figli. E delle figlie.

Il punto qui è la reazione emotivo/comportamentale da parte di chi vede la propria vita appesa al filo della volontà altrui. Il diritto di prelazione che questi padri esercitano sulle scelte dei loro figli conduce a volte questi ultimi ad affrontare la vita con una sorta di apatia, di rassegnazione. Che alla lunga li annulla nella loro essenza più intima.

In alcuni casi si può trattare di abusi, fisici o psichici. In altri nell’obbligo di frequentare delle persone piuttosto che altre, o a seguire degli studi e non altri.

Questi atteggiamenti possono influenzare lo stile relazionale dei loro figli anche per molto tempo.

Faccio un esempio: da adulti alcuni di questi figli potrebbero sentirsi in difetto nei confronti di figure autoritarie, e nutrire verso di loro un’avversione. Altri potrebbero portarsi dietro difficoltà specifiche nel rapporto con gli uomini. Altri ancora potrebbero non amare l’idea di famiglia, rinunciando a volerne creare una propria, in sfregio al male ricevuto.

In queste poche righe volevo mettere in evidenza questo aspetto: le relazioni di accudimento primarie sedimentano dentro di noi e lasciano dei segni, anche a distanza di molti anni. Se sono state deficitarie, o nevrotiche, o insoddisfacenti, come nel caso del ‘padre con gli stivali’ in alcuni momenti particolari della nostra vita queste relazioni possono aprire ferite che non credevamo di avere, o meglio, che pensavamo di avere suturato da molto tempo.