Nonni, l’ansia per i compiti.

La scuola è cominciata da qualche mese, e come ogni anno vediamo nonni in difficoltà nella fase ‘compiti a casa’.

Le lezioni e le attività da svolgere oltre l’orario scolastico sono un completamento della formazione dell’alunno, ma se la loro responsabilità ricade su chi assiste il bambino, possono creare più che qualche malessere.

Vi sono nonni che amano sperimentarsi in compiti scolastici, vuoi per mantenere l’esercizio, vuoi per recuperare vecchie competenze: per questo si dedicano con passione ad aiutare i nipoti. Tuttavia l’aiuto diventa fonte di stress o ansia quando i nonni si sobbarcano la responsabilità della buona riuscita di tali attività.

La modalità più efficace per aiutare i bambini a fare i compiti è quella che ricalca la funzione dello psicoterapeuta in seduta. Il terapeuta funge da testa supplementare, (o da ‘stomaco’, se preferite) mai da computer. Aiuta il paziente a pensare i suoi pensieri, o a ‘digerire’ emozioni troppo pesanti, ma non lo sostituisce nel pensare o nel sentire.

Ogni volta che qualcuno mi chiede ‘dottore, secondo Lei cosa devo fare?’ in genere non rispondo: perché il paziente deve trovare da sé la sua risposta. La mia funzione è di accompagnarlo nel labirinto dei suoi pensieri, supportarlo, fino a quando trova la via d’uscita che ritiene migliore.

Ecco, credo che questo sia il modo più corretto per sostenere i bambini che fanno i compiti: supportarli, spronarli, incoraggiarli. Al più fornire qualche assist. Ma non sostituirsi a loro nell’esecuzione.

Credo sia giusto, in definitiva, che l’ansia per aver svolto correttamente i compiti non ricada su altri se non sul bambino stesso.

Potere e lavoro sottopagato

L’Avvocato Agnelli riteneva che la cosa più grave per un lavoratore (di qualunque livello) sia avere tanta responsabilità e poco potere.

Ora, non c’è dubbio che un buon modo per quantificare la responsabilità che un lavoratore ha nel suo compito sia il corrispettivo economico che gli viene riconosciuto.

Sappiamo come le crisi economiche, il crollo dei mercati, l’evoluzione dei sistemi produttivi ecc concorrano all’erosione della stabilità lavorativa e al cambiamento continuo delle forme contrattuali. E sappiamo bene che, in genere, tutti i lavoratori (di qualunque livello) ritengano insufficiente il corrispettivo economico riconosciuto loro.

Tuttavia il lavoro sottopagato c’è, è una realtà del mondo del lavoro, e occuparsi di psicologia del lavoro significa anche fare i conti, di tanto in tanto, con questa condizione così gravemente depauperante.

Ecco, io vorrei sottolineare un aspetto. Il lavoro sottopagato non è soltanto una distorsione del mondo del lavoro e dei contratti. Il lavoro sottopagato è una forma di tortura psicologica.

Il lavoratore sottopagato non solo vede ogni giorno che al suo impegno viene data poca importanza, il lavoratore sottopagato impara ogni giorno che il valore di quello che fa è basso.

Date a un uomo più di quanto merita, e vi disprezzerà per l’unica volta che gli chiederete di stare in panchina.

Date ad un uomo meno di quanto merita, lo abituerete a non fare altre richieste.

Il padre con gli stivali

Alcuni padri si sentono proprietari della vita dei figli. Direi di più, proprietari dei figli. E delle figlie.

Il punto qui è la reazione emotivo/comportamentale da parte di chi vede la propria vita appesa al filo della volontà altrui. Il diritto di prelazione che questi padri esercitano sulle scelte dei loro figli conduce a volte questi ultimi ad affrontare la vita con una sorta di apatia, di rassegnazione. Che alla lunga li annulla nella loro essenza più intima.

In alcuni casi si può trattare di abusi, fisici o psichici. In altri nell’obbligo di frequentare delle persone piuttosto che altre, o a seguire degli studi e non altri.

Questi atteggiamenti possono influenzare lo stile relazionale dei loro figli anche per molto tempo.

Faccio un esempio: da adulti alcuni di questi figli potrebbero sentirsi in difetto nei confronti di figure autoritarie, e nutrire verso di loro un’avversione. Altri potrebbero portarsi dietro difficoltà specifiche nel rapporto con gli uomini. Altri ancora potrebbero non amare l’idea di famiglia, rinunciando a volerne creare una propria, in sfregio al male ricevuto.

In queste poche righe volevo mettere in evidenza questo aspetto: le relazioni di accudimento primarie sedimentano dentro di noi e lasciano dei segni, anche a distanza di molti anni. Se sono state deficitarie, o nevrotiche, o insoddisfacenti, come nel caso del ‘padre con gli stivali’ in alcuni momenti particolari della nostra vita queste relazioni possono aprire ferite che non credevamo di avere, o meglio, che pensavamo di avere suturato da molto tempo.

Mother Queen

Un altro stile materno che può generare ansia nel bambino è quello della Mother Queen. Il bambino percepisce la madre irraggiungibile, come se fosse, appunto, una regina: con lo sguardo sempre fuori dalla sua portata. Questa madre è proiettata verso persone o interessi che non riguardano il bambino, e questo può generare insicurezze. Nella fattispecie ci sono individui che entrano in un vortice di giochi al rialzo: si impegnano nello sport perché la madre mostra interesse per le loro performance sportive, oppure si concentrano sulla scuola, o sulla musica ecc…, perché sentono che il riconoscimento potrebbe arrivare da quell’attività. Poi però avviene che una volta raggiunto l’apice la madre non mostri la soddisfazione sperata, perché nel frattempo si è presentato un altro obiettivo che il bambino non ha ancora raggiunto, e che invece potrebbe perseguire per dare lustro o soddisfazione ai genitori. 

La Mother Queen viene a volte idealizzata dal bambino, che vede la madre come brava, importante, o molto indaffarata, e impara talvolta a ritenere i propri interessi, esigenze, obiettivi come meno importanti rispetto a quelli della madre. 

Le conseguenze di questi atteggiamenti (inconsci, e soprattutto involontari) possono riguardare l’intero spettro delle relazioni interpersonali. Vi sono individui che ricercano sempre la perfezione in ogni ambito e che sono stati esposti da piccoli alle cure di madri mai veramente soddisfatte, oppure vi sono individui che hanno imparato a ritenere che quello che essi fanno sia sempre un po’ meno importante di ciò che fanno le figure significative della loro vita.  

Va precisato per chiarezza un aspetto. Non è detto che quella che viene percepita come una Mother Queen sia necessariamente una madre irraggiungibile e insoddisfatta. Potrebbe darsi che questa sia la percezione che ne abbia il bambino. Ovvero come egli riceve gli atteggiamenti della madre nei suoi confronti.

E questa, come si può capire, è di gran lunga un’altra faccenda.