L’autosabotaggio

L’autosabotaggio seriale è la conferma di un’ipotesi su di sé. 

Alcuni individui attuano regolarmente comportamenti che fanno saltare piani ormai conclusi: sono i peggiori nemici di loro stessi. 

Questi individui sono scissi tra due o più idee che li riguardano: si tratta di teorie che si escludono a vicenda, e che pertanto sono fonte di travaglio e sofferenza.

(Preciso che sto parlando dell’autosabotaggio seriale perché un singolo evento di autosabotaggio potrebbe essere un fatto di autodifesa, come un lapsus o un atto mancato, ma è fatto più raro, e dal mio punto di vista non patologico, non patogeno, non degno di particolare attenzione.)  

‘Io non sono capace’

Una di queste teorie recita cose del tipo: ‘tu sei un buono a nulla’ oppure ‘chi ti credi di essere, non sei nessuno’ o ‘non sei mai stato capace di fare cose di questo tipo’ ecc… Si tratta di teorie che negano il valore individuale, sono svalutanti o denigranti. Questa narrazione interna convive, da qui arriva il disagio, con un’altra (o più d’una) che al contrario è positiva, che sottolinea la forza e la competenza dell’individuo, che afferma la sua bravura o abilità in qualche ambito. Queste due (o più) teorie, come si vede, non possono convivere. Se intendo, poniamo, scalare una montagna, ma dentro di me c’è un’idea fissa che dice ‘non ci riuscirai mai, chi ti credi di essere’, e al contempo ce n’è un’altra che dice ‘sei bravissimo, ce l’hanno fatta in molti, puoi farcela anche tu’, a chi devo dare ascolto? Se riuscirò nell’impresa dovrò sconfessare una delle due, se non ci riuscirò dovrò sconfessare l’altra. 

Identificazione inconsapevole

Gli autosabotatori hanno sovente avuto un genitore svalutante, violento/aggressivo o denigrante/infamante. (Dico genitore ma intendo caregiver o Altro significativo, non è necessariamente detto che si tratti di un genitore, anche se per lo più è così.) 

La deprivazione affettiva, la spoliazione, o l’intrusione parentale realizzata dal genitore (suo malgrado, molto probabilmente) ha condotto il figlio ad una sorta di identificazione inconsapevole. Il figlio prende le distanze dal genitore, talvolta in maniera netta, se non violenta, ma ne è invaso: la sua identità ne è costituita, la sua personalità ha fatto proprie le teorie del genitore svalutante

L’identificazione inconsapevole con il genitore deprivante, elemento costitutivo  degli spoilt children, è alla base dell’autosabotaggio. 

Il progetto di vita dell’autosabotatore deve essere cambiato anzitutto estraendo dalla sua personalità, dalla sua narrazione interna, la parte costituita da quel ‘tu non sei capace’ che non gli appartiene, e che è frutto del troppo amore che egli ha avuto per quel genitore inadeguato, ma col quale egli è così fortemente identificato. 

Sognare i genitori morti: il senso di colpa

Recentemente un paziente di circa quarant’anni mi ha raccontato di essere ossessionato da un sogno ricorrente: nel sogno lui e la sorella minore sono bambini, giocano nel giardino della casa di campagna dei nonni. Un normale ricordo d’infanzia, infatti erano soliti passare così le estati dopo la scuola. Ad un tratto arriva il padre, che in realtà nei giorni in cui è ambientato il sogno è già morto da alcuni mesi, e comincia ad arrabbiarsi moltissimo. Scaraventa la bicicletta in un angolo del giardino, requisisce alcuni giocattoli, minaccia di bucare il pallone con un cacciavite. Il mio paziente è terrorizzato, ma il padre, in preda all’ira, tace il vero motivo della sua collera. Il paziente nel sogno sente di essere in colpa: sa di essere colpevole di qualcosa, che non saprebbe individuale. Il sogno in genere si interrompe sempre a questo punto, e al risveglio il paziente ha un attacco di panico, il problema di cui soffre, e per il quale si è rivolto a me.  

Un’altra paziente invece, una donna sulla trentina, mi ha riferito un sogno piuttosto simile nei contenuti emotivi. Nel suo caso questo sogno era presente già da adolescente, dopo che la madre morì improvvisamente per un malore. Nel sogno la paziente è una giovane che sta per sposarsi. Vestita da sposa entra in chiesa accompagnata dal padre, e comincia a percorrere la navata centrale tra due ali di invitati. Ad un tratto la paziente ricorda di avere un impegno che stava per dimenticare, e pertanto non può sposarsi proprio oggi. Nel sogno non ricorda di cosa si tratta, ricorda solo di essere assalita da un’angoscia terribile. Il peso è troppo forte, si sente schiacciare, non può sposarsi. La paziente lascia la cerimonia prima di arrivare all’altare, scappa fuori dalla chiesa. Al risveglio, oggi, come quando era adolescente, la donna è preda di terribili sensi di colpa, così deve chiudersi in cucina e mangiare: alcune cose dolci e poi alcune cose salate, poi di nuovo un po’ di cose dolci, e così via. Fino a quando quel senso di vuoto nello stomaco sembra essersi ridotto. A quel punto, prima che cominci la digestione, corre in bagno e si libera.    

Sognare genitori defunti, come si vede, può diventare un’ossessione tutt’altro che piacevole. 

Ruggini e incomprensioni

Alcune storie famigliari, si sa, sono state molto travagliate: ricche di dissidi, contrasti, incomprensioni. E non di rado, al momento della scomparsa di un membro della famiglia, i malumori erano ancora forti. In quei casi la morte di un genitore ha portato con sé una parte di non detti, di incomprensioni, di pretese di rivalsa, (per non dire di vendetta.) 

Alcuni individui hanno odiato fortemente i propri genitori, arrivando ad augurare loro del male, a causa di dissidi di cui neppure erano responsabili. 

Pensiamo per esempio ai figli non attesi, non desiderati, oppure nati da avventure extraconiugali. Non è detto che siano accolti con piena felicità e senza remore.  

Colpa

E’ così che il dubbio entra a fare parte della vita famigliare. E con esso il senso di sfiducia, per non dire del timore di essere fregati, ossia del complotto, della macchinazione. E’ il grande mondo della colpa e delle sue conseguenze. Che si trasmette da una generazione all’altra, perché se un genitore guarda un figlio con delle remore, sarà guardato da quel figlio con delle remore. E quando quel genitore non ci sarà più, chi saprà sostenere l’angoscia di tutti quegli anni di incomprensioni? 

Provare colpa per un genitore defunto, avere recriminazioni per cosa si è fatto e cosa si poteva fare, per cosa si è detto e invece si è taciuto, è una delle costanti più devastanti della vita adulta. 

Sognare un genitore dopo la sua morte, così, non acquista valenze prodigiose o divinatorie, ma esplicita quei tormenti che altrimenti resterebbero inespressi. Avere un disturbo da attacchi di panico o un disturbo alimentare può essere legato a sentimenti di colpa verso qualcosa del nostro passato con cui non abbiamo totalmente fatto i conti. Per questo vale la pena dedicarci un po’ di tempo, prima o poi. 

Pseudo adattamento: il migrante lacerato tra la cultura madre e la nuova condizione matrigna.

Ogni migrante vive una lacerazione interna: tra l’identità della sua terra di origine, a cui sente profondamente di appartenere, e che non vuole tradire, e l’identità del luogo che lo ha (più o meno calorosamente) accolto. Mi riferisco qui sia ai migranti che lasciano Paesi lontani per raggiungere il ricco (ai loro occhi) Occidente, sia ai migranti domestici, che si spostano all’interno dello stesso Paese, per ricongiungere un amore, o per motivi di studio o lavoro.    

Questa lacerazione interna può trovare diverse forme di integrazione. Può esserci un’adesione totale al nuovo, con rigetto di tutte le componenti della cultura di provenienza. In questo caso l’individuo supera la nostalgia considerando la sua terra come antiquata, sorpassata, incapace di stare al passo con i tempi. Può esserci il rifiuto: il migrante trasferisce al nuovo domicilio soltanto il proprio corpo, ma continua a parlare e pensare nella vecchia lingua (o dialetto) a vivere da lontano le dinamiche della sua città, a relazionarsi con i vecchi amici come se non fosse mai partito. 

Infine c’è lo pseudo adattamento, la condizione più deleteria. 

Pseudo adattamento

Potrei chiamare pseudo adattamento quella situazione in cui il migrante si conforma al nuovo contesto, ma solamente in forma superficiale, esteriore. 

L’individuo sente che partire è stata la scelta giusta, sente che è giusto mostrare rispetto, e in qualche modo gratitudine per il nuovo contesto, ma la nostalgia di casa è troppo forte. Questa nostalgia è penosa, talvolta drammatica, e crea nella mente del migrante una frammentazione a strati. Ad un livello superficiale egli parla come i suoi nuovi concittadini, assimila modi di dire, espressioni gergali, e sente la nuova città come propria. Ad un livello più profondo, però, rimpiange la sua casa, i suoi amici, i bei tempi andati. I suoi sogni sono popolati dagli odori della cucina tradizionale, dai suoni, dai canti della sua terra. L’identità del migrante pseudo adattato è un puzzle di tessere dispari, destabilizzata dall’incapacità di incollare tra loro le diverse anime della sua nuova vita. 

Telaio e uncinetto 

Il migrante pseudo adattato deve fare un lavoro di artigianato. Trovare il giusto compromesso tra le parti dell’identità significa dare a ognuna il suo spazio, riconoscere che nessuna può dominare sull’altra/le altre. 

Lo studente che da Monza si trasferisce a Bari per un corso di aggiornamento, come il migrante che arriva a Cogne dal Benin, devono sapere che non è possibile cancellare con un viaggio una storia, una vita, una rete di legami. Il lavoro che dovrà fare il migrante, o dovrà fare qualcuno per lui, è quello del PR: dovrà organizzare incontri. Perché nella nostra mente non possono esserci parti che si ignorano a vicenda. 

La disforia di classe sociale

La nostra società vive in larga parte al di sopra delle proprie possibilità. 

Molte famiglie sono indebitate, molte aziende private sono indebitate, e anche molti soggetti pubblici lo sono. Molti comuni o regioni sono indebitati, le squadre di calcio sono indebitate, lo Stato, e lo sappiamo bene tutti, è indebitato. Tutto questo indebitamento, va da sé, significa che famiglie, aziende, soggetti pubblici, squadre di calcio, comuni e via via fino allo Stato centrale, hanno qualcosa che non potrebbero permettersi, ossia vivono al di sopra delle loro possibilità. 

Disforia di classe

Tuttavia siamo circondati da persone che ragionano, consumano, (e spesso votano) come se appartenessero ad una classe sociale diversa dalla loro. Come se non accettassero di fare parte del loro contesto economico, e si sforzassero in ogni modo di considerarsi parte di un mondo diverso. 

Aspirare al meglio, sia chiaro, non è patologico: avere ambizioni, puntare a migliorarsi è una dinamica vitale dell’esistenza, che altrimenti sarebbe piatta e involutiva. Ma questo migliorarsi deve essere una tendenza, un ideale, non un’ossessione. 

Se la nostra società vive al di sopra delle sue possibilità, dovrebbe fare riflettere il fatto che molti sono ossessionati dalla crescita economica. Sono insoddisfatti della loro vita a tal punto da perdere di vista la quotidianità pur di lottare per un domani che forse neppure riusciranno a vedere.

La disforia di genere è una condizione che vede la compresenza di due aspetti: una incongruità marcata tra il genere di nascita e quello percepito, e un disagio psichico significativo. Facendo un parallelo, si può definire ‘disforia di classe’ quella condizione in cui un individuo sente di non appartenere alla sua classe sociale, e questo gli causa un notevole disagio. Se per notevole disagio intendiamo ansia, insonnia, irritabilità, e altri malesseri simili, vediamo che sono tante le persone che oggi vivono questa realtà. 

Rifondare l’Umanesimo

Se molti non riescono più a discriminare la differenza tra quello che hanno e quello che potrebbero avere, perché ritengono di meritare molto di più, forse è vero che dovremmo ripensare gran parte del nostro stile di vita. 

La svolta che potrebbe mettere d’accordo tutti, dalle grandi religioni ai maestri di vita, dai fans dell’ambiente ai complottisti, è quella di ripartire dall’Umanesimo. Ma non tanto l’Umanesimo del Quattro e Cinquecento, direi più un Umanesimo a prova di web e di società liquida di massa. 

Mettere l’uomo al centro, partire dalle esigenze degli umani: vuoi in termini di bisogni di sussistenza fisica, vuoi di realizzazione individuale. Se un tempo il confronto tra pari avveniva all’interno di uno spazio limitato, ben definito, dal luogo di lavoro agli amici del bar, al più passando per lo stadio, oggi la mondializzazione del web è più spietata: impone di confrontarsi ogni giorno con il resto del pianeta. 

Per questo è necessaria una rifondazione umanista, togliere l’economia e la tecnica dal centro di ogni dinamica e metterci l’uomo. Se ci interfacciamo ogni volta con il mondo intero ci sarà sempre qualcuno più fortunato di noi. La disforia di classe è una condizione che riguarda il rapporto tra noi stessi e il resto del mondo: è molto pericolosa, perché scatena reazioni profonde come l’insonnia, o problemi dell’umore come la depressione o la facile irritabilità

Il mondo è piena di individui convinti di valere di più, ma sviluppare per questo un malessere clinico non è adattivo. 

Nell’ambito della salute mentale non esistono soluzioni semplici e veloci a problemi complessi: per questo è necessario un cambio, lento, ma progressivo, del modo di rapportarci agli altri. Un ritorno al futuro, come auspicava già Dante Alighieri molto tempo fa. 

Psicologia del non lavoro. Per un programma di formazione professionale.

La disoccupazione spegne, la socialità accende. 

In genere si ritiene che le persone non occupate abbiano la tendenza a lasciarsi andare, a involvere, a piegarsi su loro stesse. In parte è vero. 

Una conseguenza largamente sottostimata della disoccupazione, però, è la ridotta capacità di apprendere. Stare tutti i giorni a contatto con altri individui, di età e formazione diversa, innesca un dinamismo mentale specifico dei contesti lavorativi. 

La bagarre del lavoro quotidiano impone una continua micro riqualificazione di competenze e attitudini praticamente continua. Ce ne accorgiamo quando pensiamo a che tipo di lavoro fosse il nostro cinque, sette o dieci anni fa: tutti diremmo quasi completamente diverso. Il lavoro pertanto ci plasma, sia dal punto di vista dell’esperienza, sia dal punto di vista mentale, perché acquisiamo la capacità di apprendere

Questo aspetto talvolta è carente nei programmi di riqualificazione degli individui senza occupazione. Si punta in genere a fornire loro delle competenze aggiuntive, dimenticando però, che entrati in un contesto lavorativo non gli sarà solo richiesto di sapere, ma anche di saper apprendere

Un tempo questa qualità si chiamava del ‘saper diventare’. Oggi il flusso di innovazioni tecniche è talmente rapido che non è più sufficiente saper diventare, ma è necessaria una capacità acquisita di evolvere costantemente. Non tanto essere in grado di diventare domani o dopodomani, ma essere in grado di afferrare i cambiamenti in itinere, accompagnarli. 

Per questo i programmi di riqualificazione degli individui temporaneamente senza lavoro dovrebbe fornire loro anche questo tipo di capacità. Sarebbe la più importante da utilizzare una volta rientrati nel circuito lavorativo.

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Cos’è l’autolesionismo?

Ripetere il trauma

La prima associazione che andrebbe fatta quando si indaga l’autolesionismo è quella con il trauma.

L’autolesionista ripete. La fissazione al trauma assomiglia quasi ad un attaccamento alla scena traumatica. L’impossibilità di lasciare il momento in cui il trauma è avvenuto, induce il soggetto a ripetere l’evento, o quantomeno le ripercussioni negative dell’evento sul suo corpo.

L’effetto non è quello di lenire il dolore, che anzi ne risulta amplificato, ma quello di tenerlo sotto controllo. Nella ripetizione autolesionista il dolore viene inscatolato, ingabbiato in una sintomatologia, ossia viene controllato in maniera onnipotente.

Prendiamo per esempio chi si procura dei tagli sulle braccia. Alcune di queste persone hanno avuto delle infanzie molto infelici, hanno sopportato il peso di accuse gravissime, e sono cresciute con dei vuoti affettivi. Quando queste persone si procurano delle ferite è come se ripetessero le lacerazioni che hanno subito, e in maniera onnipotente dicessero: ecco adesso sono io che decido se e quando potrò avere una sofferenza così acuta.

Ricerca di attenzione

L’autolesionismo non è un quasi mai un atto di protesta, più frequentemente è una richiesta di attenzione. Purtroppo, come abbiamo detto altre volte, è una richiesta di attenzione sbagliata nei tempi e nei modi, ossia che porta come unica conseguenza l’allontanamento – anziché l’avvicinamento – delle persone.

Ma anche questa purtroppo è una forma di ripetizione: anche in questo aspetto l’autolesionista finisce con il ripetere per intero le condizioni in cui ha subito il trauma: solitudine, indifferenza, colpa.

Quali sono gli stili materni? La Mother Queen, un tipo di madre assente.

Ci sono diversi modi per suddividere e definire gli stili di attaccamento del bambino, ma quali sono i principali stili materni? Ovvero, quanti ‘tipi’ di madre esistono?

Semplificando molto, e riferendomi al tipo di influenza diretta che una madre ha sul presente del bambino, credo si possano indicare una serie (composita) di madri ‘presenti’, una serie (composita) di madri ‘assenti’, e una serie di madri per così dire ‘intermedie’ o ‘moderate’, in grado di modulare prossimità/distanza in base alle situazioni.

Nell’ambito delle madri che (non necessariamente per colpa o dolo) possono essere definite ‘assenti’, quali sono gli stili materni predominanti? Ho accennato alla Mother Superior , vorrei qui fermarmi su quella che amo definire ‘Mother Queen’, la madre ‘regina’.

Una regina ha nei confronti dei suoi sudditi un atteggiamento di benevolo distacco. Ella certamente ama rappresentarli nelle occasioni mondane. Una regina ama rivolgersi ai sudditi facendo leva su gli alti valori della responsabilità e dell’appartenenza alla casa comune. Una regina difende il suo popolo nelle occasioni più importanti. Ma altrettanto certamente possiamo dire che una regina si mescola con le dinamiche dei suoi sudditi solo parzialmente; Si fa ritrarre con alcuni di essi, i più vicini a lei per rango e censo, dicendo che lo fa a nome di tutti gli altri; in quanto regina il patrimonio di cui dispone la differenzia notevolmente dagli altri, talvolta anche da quelli che fanno parte della sua stessa casa reale. Insomma una regina è seducentemente, ma inesorabilmente, irraggiungibile.

La prima caratteristica fondamentale del tipo di madre assente che definisco stile Mother Queen è proprio questa: irraggiungibile. La madre irraggiungibile si pone al di sopra e di lato rispetto ai figli, ne è costantemente cercata dallo sguardo, ma non si sofferma mai su di loro, perché per l’appunto, la sua attenzione è rivolta altrove, verso un orizzonte diverso.

La Mother Queen non è necessariamente una madre assente dal punto di vista fisico. Proprio come una regina non è assente dalla vita dei suoi sudditi: anzi, la sua è una presenza fortemente ingombrante. Ecco, ingombrante è l’altra caratteristica fondamentale della Mother Queen. La combinazione di questi due elementi caratteristici, essere allo stesso tempo irraggiungibile e ingombrante, fa sì che la Mother Queen venga vissuta con deferenza e rispetto, ma anche con frustrazione. Il bambino sente di non poter mai raggiungere questo tipo di madre, sente che qualunque cosa faccia non è mai abbastanza. Una bambina che tutti definiscono brava, per esempio, che tutti ammirano per la sua bravura a scuola, può sentirsi ferita da una madre che non la riconosce come tale, perché abituata, poniamo, ad essere ella stessa al centro delle attenzioni.

Oppure un bambino che tutti definiscono bello, ammirato per la sua bellezza, può nutrire in sé delle insicurezze se la madre non si mostra mai abbastanza appagata da lui.

Ci sono senza dubbio diversi modi in cui una madre possa risultare ‘assente’ dalla vita dei suoi figli, e non necessariamente sono tutti per sua colpa o responsabilità diretta. La Mother Queen è una di queste. Questa donna attraversa un periodo particolare della sua storia: in conseguenza di ciò non riesce a sintonizzarsi sulle frequenze dei figli, ma allo stesso tempo ne ingombra (involontariamente) la strada, e ne frustra, suo malgrado, il cammino.

Come superare il lutto per la morte di un animale domestico?

Vorrei tornare su un concetto già espresso in passato, per chiarirlo meglio: il lutto per la morte di un animale domestico.

Quello che a volte rende penosamente insuperabile un momento difficile, che sia un lutto, la fine di una relazione affettiva, una fase lavorativa complicata, ecc… è non poter condividere questo momento con nessuno, sentirsi soli, inascoltati. Condividere di per sé non garantisce l’archiviazione rapida di una fase ‘no’, sia chiaro, ma certamente aiuta a chiarire, elaborare e trasformare le emozioni. Dapprima aiuta a trasformare le emozioni in pensieri, e poi, auspicabilmente, in piani di azione.

Un esempio significativo di quanto intendo dire è quello che è avvenuto in seguito agli attacchi terroristici dell’undici settembre del 2001 per gli abitanti di New York e per tutti gli americani. Quella terribile esperienza ha avuto una lunga serie di conseguenze. A livello politico due guerre e diversi rimaneggiamenti nelle relazioni con altri stati; a livello economico numerosi scossoni sulle borse di tutto il mondo, e sui piani industriali di molte aziende multinazionali, che sono stati superati solo diversi mesi dopo; a livello più concreto e organizzativo dei cambiamenti di regole e modalità del viaggio aereo, cambiamenti tuttora non superati; a livello artistico e culturale decine e decine di film, libri, concerti, mostre, aste di cimeli, riconoscimenti al corpo dei vigili del fuoco di New York, e tante altre reazioni e ripercussioni, che ora mi sfuggono, ma che certamente chi legge avrà ben presenti. In conseguenza di questa enorme mole di reazioni, i newyorkesi sono stati segnati dagli eventi di quella mattina meno di quanto molte persone vengano segnate ogni giorno da eventi dalla portata, se vogliamo, meno eclatante. E questo perché gli americani, e in particolare i newyorkesi, hanno avuto la possibilità di parlare a lungo tra di loro e con gli altri, di quanto successo, delle loro paure e delle loro angosce; Hanno avuto modo di documentare con fotografie, ricordi, impressioni, quella giornata drammatica, hanno sentito il calore e la vicinanza di milioni di cittadini del mondo, e infine hanno percepito con straordinaria chiarezza quali conseguenze politiche, militari, ed economiche sono discese da un attacco di tale portata. Il loro dolore, in altri termini, non è stato inascoltato. Ed essi hanno, inoltre, modulato una nuova narrazione di gruppo, anzi di popolo, a quanto avvenuto.

Per tante persone, invece, questo non è possibile. Nella vita quotidiana non si ha sempre la fortuna di poter condividere i drammi, e soprattutto nel condividerli di creare una nuova narrativa che li comprenda. Avete mai assistito a quelle discussioni di gruppo dopo un funerale, in cui viene ricordato il defunto attraverso aneddoti della sua vita, che riguardano anche le persone che li raccontano?

Ecco, quello è un tentativo di narrare la storia che verrà, ovvero quella di cui questo defunto non farà parte, mettendo delle premesse che dicano che no, egli ne farà parte eccome, perché egli sarà sempre nella narrazione di chi racconta quell’episodio, perché è nella sua vita. Affermando che il defunto farà sempre parte del mondo emotivo di chi racconta, viene in qualche modo gettato un ponte sul vuoto di memoria che sarà, e viene costruita una nuova identità di cui farà inesorabilmente parte anche il defunto: viene negata la morte, mantenendo per sempre in vita quella persona dentro alla mente e al cuore di chi parla.

Dicevo, in tantissime occasioni manca la rielaborazione in una relazione, e le persone sentono inespresso un loro dolore.

Una di queste occasioni è quella della morte di un animale domestico. Essa rappresenta molto spesso un lutto largamente non risolto, cosa testimoniata, come ho detto altrove, dal fatto che raramente un secondo animale sarà della stessa razza del primo, né tantomeno avrà lo stesso nome.

La perdita di un piccolo amico prefigura la fine di almeno due elementi nella vita di una persona: le abitudini e una relazione. Tale perdita è vissuta generalmente nella solitudine: parenti e amici, infatti, tendono a minimizzare la portata del lutto, ritengono (e probabilmente non per mancanza di sensibilità) che al più con l’acquisto di un altro animale si potrà superare brillantemente l’impasse.

Le abitudini: chi ha un cane ha delle routine consolidate che probabilmente entrano a fare parte del suo equilibrio, perché chi ama il proprio cane ama anche tutte le cose che fa insieme a lui. Così con un altro cane può darsi che le abitudini non siano più le stesse, gli orari, per esempio, o il negozio degli alimenti, o altro.

La relazione: un animale domestico è un compagno di vita. Restano dentro milioni di frammenti di memoria, condensati in un flash, in cui si ricordano quegli occhi, o il suono delle zampe che scivolano sul pavimento quando suona il campanello. Si è creata una relazione, non c’è che dire, profonda e personale: per esempio si arriva a prevedere ogni sua mossa, ogni suo comportamento: il gatto che salta sul letto al mattino, il muso del cane sulla gamba quando ti servono un piatto al ristorante, ecc… . E’ proprio questa relazione che non verrà mai raccontata, sono quei comportamenti previsti che fanno di una conoscenza un’amicizia.

Il lutto per un animale domestico è la perdita di una serie di abitudini, ma anche di una relazione stretta con un amico silenzioso. E meriterebbe più che qualche battuta buonista.

Nonni, l’ansia per i compiti.

La scuola è cominciata da qualche mese, e come ogni anno vediamo nonni in difficoltà nella fase ‘compiti a casa’.

Le lezioni e le attività da svolgere oltre l’orario scolastico sono un completamento della formazione dell’alunno, ma se la loro responsabilità ricade su chi assiste il bambino, possono creare più che qualche malessere.

Vi sono nonni che amano sperimentarsi in compiti scolastici, vuoi per mantenere l’esercizio, vuoi per recuperare vecchie competenze: per questo si dedicano con passione ad aiutare i nipoti. Tuttavia l’aiuto diventa fonte di stress o ansia quando i nonni si sobbarcano la responsabilità della buona riuscita di tali attività.

La modalità più efficace per aiutare i bambini a fare i compiti è quella che ricalca la funzione dello psicoterapeuta in seduta. Il terapeuta funge da testa supplementare, (o da ‘stomaco’, se preferite) mai da computer. Aiuta il paziente a pensare i suoi pensieri, o a ‘digerire’ emozioni troppo pesanti, ma non lo sostituisce nel pensare o nel sentire.

Ogni volta che qualcuno mi chiede ‘dottore, secondo Lei cosa devo fare?’ in genere non rispondo: perché il paziente deve trovare da sé la sua risposta. La mia funzione è di accompagnarlo nel labirinto dei suoi pensieri, supportarlo, fino a quando trova la via d’uscita che ritiene migliore.

Ecco, credo che questo sia il modo più corretto per sostenere i bambini che fanno i compiti: supportarli, spronarli, incoraggiarli. Al più fornire qualche assist. Ma non sostituirsi a loro nell’esecuzione.

Credo sia giusto, in definitiva, che l’ansia per aver svolto correttamente i compiti non ricada su altri se non sul bambino stesso.

Quali sono gli stili paterni? Il padre con gli stivali

Alcuni padri si sentono proprietari della vita dei figli. Direi di più, proprietari dei figli. E delle figlie.

Il punto qui è la reazione emotivo/comportamentale da parte di chi vede la propria vita appesa al filo della volontà altrui. Il diritto di prelazione che questi padri esercitano sulle scelte dei loro figli conduce a volte questi ultimi ad affrontare la vita con una sorta di apatia, di rassegnazione. Che alla lunga li annulla nella loro essenza più intima.

In alcuni casi si può trattare di abusi, fisici o psichici. In altri nell’obbligo di frequentare delle persone piuttosto che altre, o a seguire degli studi e non altri.

Questi atteggiamenti possono influenzare lo stile relazionale dei loro figli anche per molto tempo.

Faccio un esempio: da adulti alcuni di questi figli potrebbero sentirsi in difetto nei confronti di figure autoritarie, e nutrire verso di loro un’avversione. Altri potrebbero portarsi dietro difficoltà specifiche nel rapporto con gli uomini. Altri ancora potrebbero non amare l’idea di famiglia, rinunciando a volerne creare una propria, in sfregio al male ricevuto.

In queste poche righe volevo mettere in evidenza questo aspetto: le relazioni di accudimento primarie sedimentano dentro di noi e lasciano dei segni, anche a distanza di molti anni. Se sono state deficitarie, o nevrotiche, o insoddisfacenti, come nel caso del ‘padre con gli stivali’ in alcuni momenti particolari della nostra vita queste relazioni possono aprire ferite che non credevamo di avere, o meglio, che pensavamo di avere suturato da molto tempo.