Psicologia del non lavoro. Per un programma di formazione professionale.

La disoccupazione spegne, la socialità accende. 

In genere si ritiene che le persone non occupate abbiano la tendenza a lasciarsi andare, a involvere, a piegarsi su loro stesse. In parte è vero. 

Una conseguenza largamente sottostimata della disoccupazione, però, è la ridotta capacità di apprendere. Stare tutti i giorni a contatto con altri individui, di età e formazione diversa, innesca un dinamismo mentale specifico dei contesti lavorativi. 

La bagarre del lavoro quotidiano impone una continua micro riqualificazione di competenze e attitudini praticamente continua. Ce ne accorgiamo quando pensiamo a che tipo di lavoro fosse il nostro cinque, sette o dieci anni fa: tutti diremmo quasi completamente diverso. Il lavoro pertanto ci plasma, sia dal punto di vista dell’esperienza, sia dal punto di vista mentale, perché acquisiamo la capacità di apprendere

Questo aspetto talvolta è carente nei programmi di riqualificazione degli individui senza occupazione. Si punta in genere a fornire loro delle competenze aggiuntive, dimenticando però, che entrati in un contesto lavorativo non gli sarà solo richiesto di sapere, ma anche di saper apprendere

Un tempo questa qualità si chiamava del ‘saper diventare’. Oggi il flusso di innovazioni tecniche è talmente rapido che non è più sufficiente saper diventare, ma è necessaria una capacità acquisita di evolvere costantemente. Non tanto essere in grado di diventare domani o dopodomani, ma essere in grado di afferrare i cambiamenti in itinere, accompagnarli. 

Per questo i programmi di riqualificazione degli individui temporaneamente senza lavoro dovrebbe fornire loro anche questo tipo di capacità. Sarebbe la più importante da utilizzare una volta rientrati nel circuito lavorativo.

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Cos’è l’autolesionismo? La ripetizione del trauma sulla propria pelle.

La prima associazione che andrebbe fatta quando si parla di autolesionismo è anche l’ultima che in genere si ha il coraggio di fare: la ripetizione.

L’autolesionista ripete. La fissazione al trauma, direi quasi l’attaccamento alla scena traumatica. L’impossibilità di lasciare il momento in cui il trauma è avvenuto, induce il soggetto a ripetere l’evento e le sue ripercussioni sul suo corpo.

L’effetto, o almeno l’obiettivo, non è quello di lenire il dolore, che anzi ne risulta amplificato, quanto piuttosto di controllarlo.

Quali sono gli stili materni? La Mother Queen, un tipo di madre assente.

Ci sono diversi modi per suddividere e definire gli stili di attaccamento del bambino, ma quali sono i principali stili materni? Ovvero, quanti ‘tipi’ di madre esistono?

Semplificando molto, e riferendomi al tipo di influenza diretta che una madre ha sul presente del bambino, credo si possano indicare una serie (composita) di madri ‘presenti’, una serie (composita) di madri ‘assenti’, e una serie di madri per così dire ‘intermedie’ o ‘moderate’, in grado di modulare prossimità/distanza in base alle situazioni.

Nell’ambito delle madri che (non necessariamente per colpa o dolo) possono essere definite ‘assenti’, quali sono gli stili materni predominanti? Ho accennato alla Mother Superior , vorrei qui fermarmi su quella che amo definire ‘Mother Queen’, la madre ‘regina’.

Una regina ha nei confronti dei suoi sudditi un atteggiamento di benevolo distacco. Ella certamente ama rappresentarli nelle occasioni mondane. Una regina ama rivolgersi ai sudditi facendo leva su gli alti valori della responsabilità e dell’appartenenza alla casa comune. Una regina difende il suo popolo nelle occasioni più importanti. Ma altrettanto certamente possiamo dire che una regina si mescola con le dinamiche dei suoi sudditi solo parzialmente; Si fa ritrarre con alcuni di essi, i più vicini a lei per rango e censo, dicendo che lo fa a nome di tutti gli altri; in quanto regina il patrimonio di cui dispone la differenzia notevolmente dagli altri, talvolta anche da quelli che fanno parte della sua stessa casa reale. Insomma una regina è seducentemente, ma inesorabilmente, irraggiungibile.

La prima caratteristica fondamentale del tipo di madre assente che definisco stile Mother Queen è proprio questa: irraggiungibile. La madre irraggiungibile si pone al di sopra e di lato rispetto ai figli, ne è costantemente cercata dallo sguardo, ma non si sofferma mai su di loro, perché per l’appunto, la sua attenzione è rivolta altrove, verso un orizzonte diverso.

La Mother Queen non è necessariamente una madre assente dal punto di vista fisico. Proprio come una regina non è assente dalla vita dei suoi sudditi: anzi, la sua è una presenza fortemente ingombrante. Ecco, ingombrante è l’altra caratteristica fondamentale della Mother Queen. La combinazione di questi due elementi caratteristici, essere allo stesso tempo irraggiungibile e ingombrante, fa sì che la Mother Queen venga vissuta con deferenza e rispetto, ma anche con frustrazione. Il bambino sente di non poter mai raggiungere questo tipo di madre, sente che qualunque cosa faccia non è mai abbastanza. Una bambina che tutti definiscono brava, per esempio, che tutti ammirano per la sua bravura a scuola, può sentirsi ferita da una madre che non la riconosce come tale, perché abituata, poniamo, ad essere ella stessa al centro delle attenzioni.

Oppure un bambino che tutti definiscono bello, ammirato per la sua bellezza, può nutrire in sé delle insicurezze se la madre non si mostra mai abbastanza appagata da lui.

Ci sono senza dubbio diversi modi in cui una madre possa risultare ‘assente’ dalla vita dei suoi figli, e non necessariamente sono tutti per sua colpa o responsabilità diretta. La Mother Queen è una di queste. Questa donna attraversa un periodo particolare della sua storia: in conseguenza di ciò non riesce a sintonizzarsi sulle frequenze dei figli, ma allo stesso tempo ne ingombra (involontariamente) la strada, e ne frustra, suo malgrado, il cammino.

Come superare il lutto per la morte di un animale domestico?

Vorrei tornare su un concetto già espresso in passato, per chiarirlo meglio: il lutto per la morte di un animale domestico.

Quello che a volte rende penosamente insuperabile un momento difficile, che sia un lutto, la fine di una relazione affettiva, una fase lavorativa complicata, ecc… è non poter condividere questo momento con nessuno, sentirsi soli, inascoltati. Condividere di per sé non garantisce l’archiviazione rapida di una fase ‘no’, sia chiaro, ma certamente aiuta a chiarire, elaborare e trasformare le emozioni. Dapprima aiuta a trasformare le emozioni in pensieri, e poi, auspicabilmente, in piani di azione.

Un esempio significativo di quanto intendo dire è quello che è avvenuto in seguito agli attacchi terroristici dell’undici settembre del 2001 per gli abitanti di New York e per tutti gli americani. Quella terribile esperienza ha avuto una lunga serie di conseguenze. A livello politico due guerre e diversi rimaneggiamenti nelle relazioni con altri stati; a livello economico numerosi scossoni sulle borse di tutto il mondo, e sui piani industriali di molte aziende multinazionali, che sono stati superati solo diversi mesi dopo; a livello più concreto e organizzativo dei cambiamenti di regole e modalità del viaggio aereo, cambiamenti tuttora non superati; a livello artistico e culturale decine e decine di film, libri, concerti, mostre, aste di cimeli, riconoscimenti al corpo dei vigili del fuoco di New York, e tante altre reazioni e ripercussioni, che ora mi sfuggono, ma che certamente chi legge avrà ben presenti. In conseguenza di questa enorme mole di reazioni, i newyorkesi sono stati segnati dagli eventi di quella mattina meno di quanto molte persone vengano segnate ogni giorno da eventi dalla portata, se vogliamo, meno eclatante. E questo perché gli americani, e in particolare i newyorkesi, hanno avuto la possibilità di parlare a lungo tra di loro e con gli altri, di quanto successo, delle loro paure e delle loro angosce; Hanno avuto modo di documentare con fotografie, ricordi, impressioni, quella giornata drammatica, hanno sentito il calore e la vicinanza di milioni di cittadini del mondo, e infine hanno percepito con straordinaria chiarezza quali conseguenze politiche, militari, ed economiche sono discese da un attacco di tale portata. Il loro dolore, in altri termini, non è stato inascoltato. Ed essi hanno, inoltre, modulato una nuova narrazione di gruppo, anzi di popolo, a quanto avvenuto.

Per tante persone, invece, questo non è possibile. Nella vita quotidiana non si ha sempre la fortuna di poter condividere i drammi, e soprattutto nel condividerli di creare una nuova narrativa che li comprenda. Avete mai assistito a quelle discussioni di gruppo dopo un funerale, in cui viene ricordato il defunto attraverso aneddoti della sua vita, che riguardano anche le persone che li raccontano?

Ecco, quello è un tentativo di narrare la storia che verrà, ovvero quella di cui questo defunto non farà parte, mettendo delle premesse che dicano che no, egli ne farà parte eccome, perché egli sarà sempre nella narrazione di chi racconta quell’episodio, perché è nella sua vita. Affermando che il defunto farà sempre parte del mondo emotivo di chi racconta, viene in qualche modo gettato un ponte sul vuoto di memoria che sarà, e viene costruita una nuova identità di cui farà inesorabilmente parte anche il defunto: viene negata la morte, mantenendo per sempre in vita quella persona dentro alla mente e al cuore di chi parla.

Dicevo, in tantissime occasioni manca la rielaborazione in una relazione, e le persone sentono inespresso un loro dolore.

Una di queste occasioni è quella della morte di un animale domestico. Essa rappresenta molto spesso un lutto largamente non risolto, cosa testimoniata, come ho detto altrove, dal fatto che raramente un secondo animale sarà della stessa razza del primo, né tantomeno avrà lo stesso nome.

La perdita di un piccolo amico prefigura la fine di almeno due elementi nella vita di una persona: le abitudini e una relazione. Tale perdita è vissuta generalmente nella solitudine: parenti e amici, infatti, tendono a minimizzare la portata del lutto, ritengono (e probabilmente non per mancanza di sensibilità) che al più con l’acquisto di un altro animale si potrà superare brillantemente l’impasse.

Le abitudini: chi ha un cane ha delle routine consolidate che probabilmente entrano a fare parte del suo equilibrio, perché chi ama il proprio cane ama anche tutte le cose che fa insieme a lui. Così con un altro cane può darsi che le abitudini non siano più le stesse, gli orari, per esempio, o il negozio degli alimenti, o altro.

La relazione: un animale domestico è un compagno di vita. Restano dentro milioni di frammenti di memoria, condensati in un flash, in cui si ricordano quegli occhi, o il suono delle zampe che scivolano sul pavimento quando suona il campanello. Si è creata una relazione, non c’è che dire, profonda e personale: per esempio si arriva a prevedere ogni sua mossa, ogni suo comportamento: il gatto che salta sul letto al mattino, il muso del cane sulla gamba quando ti servono un piatto al ristorante, ecc… . E’ proprio questa relazione che non verrà mai raccontata, sono quei comportamenti previsti che fanno di una conoscenza un’amicizia.

Il lutto per un animale domestico è la perdita di una serie di abitudini, ma anche di una relazione stretta con un amico silenzioso. E meriterebbe più che qualche battuta buonista.

Nonni, l’ansia per i compiti.

La scuola è cominciata da qualche mese, e come ogni anno vediamo nonni in difficoltà nella fase ‘compiti a casa’.

Le lezioni e le attività da svolgere oltre l’orario scolastico sono un completamento della formazione dell’alunno, ma se la loro responsabilità ricade su chi assiste il bambino, possono creare più che qualche malessere.

Vi sono nonni che amano sperimentarsi in compiti scolastici, vuoi per mantenere l’esercizio, vuoi per recuperare vecchie competenze: per questo si dedicano con passione ad aiutare i nipoti. Tuttavia l’aiuto diventa fonte di stress o ansia quando i nonni si sobbarcano la responsabilità della buona riuscita di tali attività.

La modalità più efficace per aiutare i bambini a fare i compiti è quella che ricalca la funzione dello psicoterapeuta in seduta. Il terapeuta funge da testa supplementare, (o da ‘stomaco’, se preferite) mai da computer. Aiuta il paziente a pensare i suoi pensieri, o a ‘digerire’ emozioni troppo pesanti, ma non lo sostituisce nel pensare o nel sentire.

Ogni volta che qualcuno mi chiede ‘dottore, secondo Lei cosa devo fare?’ in genere non rispondo: perché il paziente deve trovare da sé la sua risposta. La mia funzione è di accompagnarlo nel labirinto dei suoi pensieri, supportarlo, fino a quando trova la via d’uscita che ritiene migliore.

Ecco, credo che questo sia il modo più corretto per sostenere i bambini che fanno i compiti: supportarli, spronarli, incoraggiarli. Al più fornire qualche assist. Ma non sostituirsi a loro nell’esecuzione.

Credo sia giusto, in definitiva, che l’ansia per aver svolto correttamente i compiti non ricada su altri se non sul bambino stesso.

Quali sono gli stili paterni? Il padre con gli stivali

Alcuni padri si sentono proprietari della vita dei figli. Direi di più, proprietari dei figli. E delle figlie.

Il punto qui è la reazione emotivo/comportamentale da parte di chi vede la propria vita appesa al filo della volontà altrui. Il diritto di prelazione che questi padri esercitano sulle scelte dei loro figli conduce a volte questi ultimi ad affrontare la vita con una sorta di apatia, di rassegnazione. Che alla lunga li annulla nella loro essenza più intima.

In alcuni casi si può trattare di abusi, fisici o psichici. In altri nell’obbligo di frequentare delle persone piuttosto che altre, o a seguire degli studi e non altri.

Questi atteggiamenti possono influenzare lo stile relazionale dei loro figli anche per molto tempo.

Faccio un esempio: da adulti alcuni di questi figli potrebbero sentirsi in difetto nei confronti di figure autoritarie, e nutrire verso di loro un’avversione. Altri potrebbero portarsi dietro difficoltà specifiche nel rapporto con gli uomini. Altri ancora potrebbero non amare l’idea di famiglia, rinunciando a volerne creare una propria, in sfregio al male ricevuto.

In queste poche righe volevo mettere in evidenza questo aspetto: le relazioni di accudimento primarie sedimentano dentro di noi e lasciano dei segni, anche a distanza di molti anni. Se sono state deficitarie, o nevrotiche, o insoddisfacenti, come nel caso del ‘padre con gli stivali’ in alcuni momenti particolari della nostra vita queste relazioni possono aprire ferite che non credevamo di avere, o meglio, che pensavamo di avere suturato da molto tempo.