Pseudo adattamento: il migrante lacerato tra la cultura madre e la nuova condizione matrigna.

Ogni migrante vive una lacerazione interna: tra l’identità della sua terra di origine, a cui sente profondamente di appartenere, e che non vuole tradire, e l’identità del luogo che lo ha (più o meno calorosamente) accolto. Mi riferisco qui sia ai migranti che lasciano Paesi lontani per raggiungere il ricco (ai loro occhi) Occidente, sia ai migranti domestici, che si spostano all’interno dello stesso Paese, per ricongiungere un amore, o per motivi di studio o lavoro.    

Questa lacerazione interna può trovare diverse forme di integrazione. Può esserci un’adesione totale al nuovo, con rigetto di tutte le componenti della cultura di provenienza. In questo caso l’individuo supera la nostalgia considerando la sua terra come antiquata, sorpassata, incapace di stare al passo con i tempi. Può esserci il rifiuto: il migrante trasferisce al nuovo domicilio soltanto il proprio corpo, ma continua a parlare e pensare nella vecchia lingua (o dialetto) a vivere da lontano le dinamiche della sua città, a relazionarsi con i vecchi amici come se non fosse mai partito. 

Infine c’è lo pseudo adattamento, la condizione più deleteria. 

Pseudo adattamento

Potrei chiamare pseudo adattamento quella situazione in cui il migrante si conforma al nuovo contesto, ma solamente in forma superficiale, esteriore. 

L’individuo sente che partire è stata la scelta giusta, sente che è giusto mostrare rispetto, e in qualche modo gratitudine per il nuovo contesto, ma la nostalgia di casa è troppo forte. Questa nostalgia è penosa, talvolta drammatica, e crea nella mente del migrante una frammentazione a strati. Ad un livello superficiale egli parla come i suoi nuovi concittadini, assimila modi di dire, espressioni gergali, e sente la nuova città come propria. Ad un livello più profondo, però, rimpiange la sua casa, i suoi amici, i bei tempi andati. I suoi sogni sono popolati dagli odori della cucina tradizionale, dai suoni, dai canti della sua terra. L’identità del migrante pseudo adattato è un puzzle di tessere dispari, destabilizzata dall’incapacità di incollare tra loro le diverse anime della sua nuova vita. 

Telaio e uncinetto 

Il migrante pseudo adattato deve fare un lavoro di artigianato. Trovare il giusto compromesso tra le parti dell’identità significa dare a ognuna il suo spazio, riconoscere che nessuna può dominare sull’altra/le altre. 

Lo studente che da Monza si trasferisce a Bari per un corso di aggiornamento, come il migrante che arriva a Cogne dal Benin, devono sapere che non è possibile cancellare con un viaggio una storia, una vita, una rete di legami. Il lavoro che dovrà fare il migrante, o dovrà fare qualcuno per lui, è quello del PR: dovrà organizzare incontri. Perché nella nostra mente non possono esserci parti che si ignorano a vicenda. 

La disforia di classe sociale

La nostra società vive in larga parte al di sopra delle proprie possibilità. 

Molte famiglie sono indebitate, molte aziende private sono indebitate, e anche molti soggetti pubblici lo sono. Molti comuni o regioni sono indebitati, le squadre di calcio sono indebitate, lo Stato, e lo sappiamo bene tutti, è indebitato. Tutto questo indebitamento, va da sé, significa che famiglie, aziende, soggetti pubblici, squadre di calcio, comuni e via via fino allo Stato centrale, hanno qualcosa che non potrebbero permettersi, ossia vivono al di sopra delle loro possibilità. 

Disforia di classe

Tuttavia siamo circondati da persone che ragionano, consumano, (e spesso votano) come se appartenessero ad una classe sociale diversa dalla loro. Come se non accettassero di fare parte del loro contesto economico, e si sforzassero in ogni modo di considerarsi parte di un mondo diverso. 

Aspirare al meglio, sia chiaro, non è patologico: avere ambizioni, puntare a migliorarsi è una dinamica vitale dell’esistenza, che altrimenti sarebbe piatta e involutiva. Ma questo migliorarsi deve essere una tendenza, un ideale, non un’ossessione. 

Se la nostra società vive al di sopra delle sue possibilità, dovrebbe fare riflettere il fatto che molti sono ossessionati dalla crescita economica. Sono insoddisfatti della loro vita a tal punto da perdere di vista la quotidianità pur di lottare per un domani che forse neppure riusciranno a vedere.

La disforia di genere è una condizione che vede la compresenza di due aspetti: una incongruità marcata tra il genere di nascita e quello percepito, e un disagio psichico significativo. Facendo un parallelo, si può definire ‘disforia di classe’ quella condizione in cui un individuo sente di non appartenere alla sua classe sociale, e questo gli causa un notevole disagio. Se per notevole disagio intendiamo ansia, insonnia, irritabilità, e altri malesseri simili, vediamo che sono tante le persone che oggi vivono questa realtà. 

Rifondare l’Umanesimo

Se molti non riescono più a discriminare la differenza tra quello che hanno e quello che potrebbero avere, perché ritengono di meritare molto di più, forse è vero che dovremmo ripensare gran parte del nostro stile di vita. 

La svolta che potrebbe mettere d’accordo tutti, dalle grandi religioni ai maestri di vita, dai fans dell’ambiente ai complottisti, è quella di ripartire dall’Umanesimo. Ma non tanto l’Umanesimo del Quattro e Cinquecento, direi più un Umanesimo a prova di web e di società liquida di massa. 

Mettere l’uomo al centro, partire dalle esigenze degli umani: vuoi in termini di bisogni di sussistenza fisica, vuoi di realizzazione individuale. Se un tempo il confronto tra pari avveniva all’interno di uno spazio limitato, ben definito, dal luogo di lavoro agli amici del bar, al più passando per lo stadio, oggi la mondializzazione del web è più spietata: impone di confrontarsi ogni giorno con il resto del pianeta. 

Per questo è necessaria una rifondazione umanista, togliere l’economia e la tecnica dal centro di ogni dinamica e metterci l’uomo. Se ci interfacciamo ogni volta con il mondo intero ci sarà sempre qualcuno più fortunato di noi. La disforia di classe è una condizione che riguarda il rapporto tra noi stessi e il resto del mondo: è molto pericolosa, perché scatena reazioni profonde come l’insonnia, o problemi dell’umore come la depressione o la facile irritabilità

Il mondo è piena di individui convinti di valere di più, ma sviluppare per questo un malessere clinico non è adattivo. 

Nell’ambito della salute mentale non esistono soluzioni semplici e veloci a problemi complessi: per questo è necessario un cambio, lento, ma progressivo, del modo di rapportarci agli altri. Un ritorno al futuro, come auspicava già Dante Alighieri molto tempo fa. 

Rabbia al volante: cumulo di stress e malesseri inespressi.

La rabbia al volante è impersonale. Per questo parla di altro, non di quello che succede in strada.

Solitamente proviamo rabbia (o altre emozioni) in grado diverso in base all’evento che le scatena. Prendiamo la tristezza: se muore il nostro cane, ci rubano l’auto o veniamo lasciati da una persona cara avremo un livello di tristezza più alto che se perde la nostra squadra del cuore, o se alle elezioni vince un altro partito. Lo stesso vale per la rabbia. A eventi diversi, ci saranno diversi gradi di rabbia. In alcuni casi riusciremo a gestirla scuotendo la testa, in altri sbufferemo o ci moriremo le labbra, in altri ancora sarà necessario lanciare qualche complimento al responsabile. 

A ben guardare raramente al volante subiamo torti che meriterebbero tanta furia.

Lo scoppio di ira incontrollato, quindi, implica qualcosa di diverso. Le persone che danno in escandescenze al volante, o hanno repentini sbalzi d’umore e reazioni violente, denotano carichi di stress non digerito, o malesseri profondi non adeguatamente espressi.

Esprimere un malessere significa due cose: farlo nei confronti della persona giusta, cioè di chi è effettivamente responsabile di quel malessere, farlo nei termini corretti, cioè in modo che quella persona possa capire e modificare il suo atteggiamento. 

E’ qui che si apre un altro discorso. Ovvero quello della fiducia verso le persone importanti della nostra vita, del grado di sensibilità che hanno verso ciò che ci riguarda, e soprattutto della capacità di comunicare (anche strategica) che abbiamo sviluppato. 

La rabbia al voltante non è compresa tra le capacità di comunicazione con le persone che ci fanno soffrire. Per questo è impersonale, non diretta agli altri automobilisti. 

Ci parla di stress e malesseri profondi, ancora parzialmente inespressi.   

Psicologia del non lavoro. Per un programma di formazione professionale.

La disoccupazione spegne, la socialità accende. 

In genere si ritiene che le persone non occupate abbiano la tendenza a lasciarsi andare, a involvere, a piegarsi su loro stesse. In parte è vero. 

Una conseguenza largamente sottostimata della disoccupazione, però, è la ridotta capacità di apprendere. Stare tutti i giorni a contatto con altri individui, di età e formazione diversa, innesca un dinamismo mentale specifico dei contesti lavorativi. 

La bagarre del lavoro quotidiano impone una continua micro riqualificazione di competenze e attitudini praticamente continua. Ce ne accorgiamo quando pensiamo a che tipo di lavoro fosse il nostro cinque, sette o dieci anni fa: tutti diremmo quasi completamente diverso. Il lavoro pertanto ci plasma, sia dal punto di vista dell’esperienza, sia dal punto di vista mentale, perché acquisiamo la capacità di apprendere

Questo aspetto talvolta è carente nei programmi di riqualificazione degli individui senza occupazione. Si punta in genere a fornire loro delle competenze aggiuntive, dimenticando però, che entrati in un contesto lavorativo non gli sarà solo richiesto di sapere, ma anche di saper apprendere

Un tempo questa qualità si chiamava del ‘saper diventare’. Oggi il flusso di innovazioni tecniche è talmente rapido che non è più sufficiente saper diventare, ma è necessaria una capacità acquisita di evolvere costantemente. Non tanto essere in grado di diventare domani o dopodomani, ma essere in grado di afferrare i cambiamenti in itinere, accompagnarli. 

Per questo i programmi di riqualificazione degli individui temporaneamente senza lavoro dovrebbe fornire loro anche questo tipo di capacità. Sarebbe la più importante da utilizzare una volta rientrati nel circuito lavorativo.

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Quali sono le conseguenze della DAD sui giovani studenti?

La scuola in presenza

Centro di formazione primaria, ma ancora prima terreno di incontro e scontro tra coetanei e tra generazioni, la scuola è una galassia di relazioni, tensioni, emozioni, mode, paradigmi, filosofie politiche e soprattutto di sentimenti consonanti, assonanti, dissonanti e contrastanti. Ovvero, tutto e il suo contrario, come avrebbe detto Umberto Eco, che di giovani ne sapeva assai. 

Se penso a quali sono le principali conseguenze della DAD (Didattica A Distanza) sugli studenti, e se mi focalizzo su quelle non specificamente legate all’insegnamento, me ne vengono in mente almeno due. Per essere più chiaro dirò delle conseguenze della DAD parlando di aspetti positivi specifici della didattica in presenza. In essa vedo (almeno) due aspetti relazionali fondamentali per gli allievi di ogni tempo e di ogni livello, che codificano per due gravi conseguenza della DAD, ovvero due deficit: uno è il confronto tra bravi e meno bravi.

Lui è più bravo di me

I musicisti studiano i loro colleghi famosi, ne seguono i concerti, ne divorano le produzioni. Lo fanno perché solo il confronto con chi è più bravo ti stimola e ti aiuta a crescere. Lo stesso, se ci pensiamo, avviene sulla pista da sci, sul campo di tennis, alla guida, ovvero in tutte quelle occasioni in cui ci rapportiamo con persone più brave di noi a fare qualcosa. E ovviamente avviene nella formazione. Parlare con i più bravi, capire come studiano, cosa pensano, oppure sapere che interessi hanno oltre la scuola, è di fondamentale importanza per migliorare. Quando la competizione è sana, non esasperata, e si fonda sulla stima e l’ammirazione, è assolutamente vitale, soprattutto per gli studenti, ovvero in quella fase della vita che definiamo evolutiva. Nella DAD tutto questo non può esserci: ecco allora che sarebbe opportuno che qualcuno ci pensasse, magari anche genitori, non necessariamente degli insegnanti. Trovare il modo di fare questo tipo di confronto evita allo studente di sentirsi troppo al centro del proprio mondo (educativo), ovvero lo aiuta a vedersi come parte di una società, quella scolastica, in cui non c’è solo lui nel rapporto con gli insegnanti, ma ci sono anche gli altri che sono bravi, meno bravi e molto bravi. 

Generazioni a confronto

L’altro aspetto relazionale fondamentale nella formazione in presenza è il rapporto/confronto/scontro con i ragazzi poco più grandi e i ragazzi poco più piccoli. L’assenza di questo elemento rappresenta una della conseguenze negative della DAD. 

Si cresce anche osservando. Per imitazione, se volete, e per differenziazione. 

Osservare i più grandi è fattore di crescita fondamentale: guardare come si vestono, come si muovono, come parlano. Questo raffronto implicito, nell’età evolutiva, è importante almeno quanto imparare concetti scolastici. Pensiamo per un attimo alla fermata dell’autobus: quanti sguardi si posano sui ragazzi e le ragazze più grandi? Quale quota di immedesimazione può discendere da quegli sguardi? 

Lo stesso si potrebbe dire per il rapporto che nella scuola in presenza si genera con i più piccoli. Osservare i più piccoli che scherzano tra loro può scatenare emozioni e reazioni anche forti, come ricorderanno i lettori del libro Cuore. 

Ritengo che anche questo aspetto dovrebbe essere tenuto in conto, quando si fa ricorso alla DAD, e intendo ad ogni livello, dalla scuola dell’obbligo alle grandi scuole di formazione post universitaria.

Con questo poche righe non intendo lasciare un’invettiva contro la DAD, sia chiaro. 

A volte è necessaria ed è bene farvi ricorso, essa rappresenta una grande risorsa della nostra epoca. Ma è bene mettere in chiaro anche alcuni aspetti negativi, che la riguardano, e sottolineare come questi possano determinare dei vuoti formativi ed evolutivi per gli studenti, che nel lungo periodo possono essere persino più profondi dei benefici che essa ha garantito.  

Life in the fast lane: storie di guida pericolosa

La guida pericolosa è uno dei quei comportamenti poco prudenti che un po’ tutti hanno attuato almeno una volta.

Avere invece sempre condotte al limite, temerarie o incoscienti, giocare a sfiorare il pericolo, essere sfacciatamente sconsiderati è tutta un’altra cosa. Alcuni individui più di altri ne fanno una filosofia di vita: la sfida al pericolo per loro è un modo di essere, un biglietto da visita.

Tra queste condotte mi focalizzo proprio sulla guida pericolosa perché mi sembra la più interessante: il pericolo che essa crea, infatti, non coinvolge soltanto chi la pratica, ma anche il resto della collettività, dal momento in cui il conducente si muove nel traffico tra altre auto.

L’aspetto che per primo vorrei mettere in evidenza riguardo alla guida pericolosa è quello relativo al ‘controllo’. Sottoporre noi stessi ad un rischio ha chiaramente in sé qualcosa di anti conservativo, tuttavia nel farlo abbiamo anche l’illusione del controllo, e di riflesso della conferma della capacità di controllo, per esempio di un pericolo più grande che invece non riusciamo a gestire.

Mi spiego meglio con un esempio. Gli adolescenti sovente guardano film dell’orrore o leggono romanzi gialli, thriller o simili, costume che magari abbandonano con il passare degli anni. Essi attraversano una fase in cui sono travolti dagli eventi e in cui nulla è sotto il loro controllo. Ecco, nel leggere piccoli racconti del brivido, o nel guardare e riguardare film horror di cui conoscono la trama, è come se sperimentassero il controllo, che invece per altri aspetti non hanno. E’ come se dicessero a loro stessi, ‘su questa cosa gigantesca che mi sta succedendo io non ho nessun potere, ma invece per altre cose sì, sono in grado di controllare emozioni, angosce e paure molto profonde che possono nascere dentro di me.’

Allo stesso modo credo che molti di coloro che attuano comportamenti pericolosi, come quelli alla guida, vivano la stessa sensazione. Il vuoto, l’angoscia, il dolore insopportabile per traumi, perdite o ferite ancora dolenti viene in qualche modo spostato, e la narrazione individuale della sconfitta da ciò che non è riusciti a controllare diventa per un attimo la narrazione della vittoria. Una vittoria di Pirro, se vogliamo, fatta a scapito di tutti quelli che rischiano di restare coinvolti.

Ma pur sempre una narrazione vincente, e a volte per la nostra mente è già qualcosa.

Pandemia: una forma di trauma cumulativo.

Paragono questa pandemia ad un grande trauma cumulativo. Se un trauma è un macro evento, un trauma cumulativo è una condizione che si protrae nel tempo. La frustrazione, l’ansia e la depressione legate alle limitazioni non sono più, come nella prima fase, circoscritte ad un periodo unico, per quanto lungo: questa ‘cronicizzazione’ diventa un trauma cumulativo. 

Vediamo l’aumento di episodi di aggressività auto ed etero diretti. L’aspetto inquietante è che ci saltano all’occhio sempre di meno, ci disturbano sempre meno. 

A mio modo di vedere questo avviene perché, proprio come nel trauma cumulativo, lo sentiamo una risposta ‘naturale’ ad una condizione ormai ‘normale’. Alcuni livelli di conflittualità, (nelle famiglie, sui mezzi pubblici, nei luoghi di lavoro) dovrebbero indicare un malessere, segnalare la presenza di un disagio profondo. Invece vengono gestiti senza consapevolezza: esplodendo rabbia, accusando gli assenti, ribaltando i termini del problema, insomma in tutti quei modi in cui le organizzazioni o i gruppi disfunzionali reagiscono di fronte a chi destabilizza la loro ‘disfunzionalità’. 

Affrontare clinicamente un trauma cumulativo può essere complicato. Gli esseri umani, lo sappiamo, hanno una grande capacità di adattamento, ma questo può essere anche pericoloso. Pensiamo alla pornografia online, di cui si nutrono ormai gli adolescenti, e non solo: sta portando molti individui a riformulare la loro intera modalità di relazionarsi agli altri. 

Affrontare clinicamente il trauma cumulativo, dicevo, è complicato. Si tratta, infatti, di sciogliere uno alla volta gli aggiustamenti che vengono fatti per adattarsi ai cambiamenti intercorsi. 

Ma la parte più difficile è stabilire quali di questi cambiamenti siano dovuti alla condizione traumatica. E’ più intuitivo riconoscere gli effetti di un cataclisma, di un’esplosione atomica o di un bombardamento, ma ammettere che il tale o talaltro cambiamento delle nostre abitudini sia dovuto ad una condizione esterna, che peraltro a nostro avviso stiamo affrontando tutto sommato bene, anziché alla nostra volontà, è cosa ben diversa.