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  • Hikikomori

    Hikikomori

    Hikikomori è una modalità comportamentale prolungata di ritiro dalla vita sociale, dalle attività lavorative o scolastiche, dalle relazioni. Il termine indica tanto il comportamento, quanto gli individui che lo compiono. Inizialmente osservato in Giappone, come una forma di opposizione alla cultura nipponica tradizionale, estremamente competitiva, Hikikomori non definisce necessariamente una patologia psichiatrica: per questo è utile conoscerne le basi psichiche, al fine di porre delle contromisure più che al suo insorgere, al suo cronicizzarsi. 

    Giappone anni Ottanta  

    Verso la fine degli anni Ottanta, in Giappone, gli esperti di comportamenti giovanili hanno cominciato a osservare una forma di rifiuto della cultura classica basata sulla competizione (scuola, tecnologia, arti marziali). I giovani si chiudevano volontariamente in casa per lunghi periodi di tempo, e si dedicavano a passatempi di varia natura, quali i videogame, i fumetti manga, la meditazione. In alcuni casi il ritiro appariva particolarmente problematico: includeva, infatti, abbandono scolastico, uscita da relazioni affettive o amicali, e persino di rifiuto di intrattenere rapporti con i familiari. A questa modalità comportamentale, i giapponesi diedero nome Hikikomori, da “hiku” (tirare), e “komoru” (chiudersi, ritirarsi).

    Approfondendo, con gli anni, l’indagine del fenomeno, si è poi notato che Hikikomori non era un comportamento unicamente giapponese, ma se ne trovavano varianti anche negli Stati Uniti e in Europa occidentale. Di conseguenza, possiamo fare una prima distinzione, e dire che se la polemica contro la tradizione, (tipica di molti adolescenti), è trasversale rispetto ai Paesi d’origine, allora dobbiamo separare i comportamenti patologici da quelli più tipicamente culturali/adolescenziali. Ossia, non tutte le condotte Hikikomori sono patologiche. 

    Gli adolescenti hanno le stesse emozioni e le stesse reazioni di tutti gli altri individui, ma amplificate per elevazione a potenza. Il rifiuto della “legge dei padri” è un passaggio tipico, e a volte molto duro, dell’adolescenza. Per individuarsi, un giovane deve anzitutto abbandonare le indicazioni che riceve dagli altri, se  vuole trovare da sé la propria strada. Così, trascorrere del tempo in casa negandosi agli amici e giocando ai videogame, è cosa talmente diffusa che non basta a definire un periodo di disagio. Quando, invece, il ritiro diventa sostanziale, riguarda tutte le sfere della vita sociale e affettiva, e intacca persino il rapporto con la famiglia, possiamo cominciare a parlare di comportamento Hikikomori patologico. 

    Adolescenti: dal conflitto al disaccordo

    Certa filosofia elegge il conflitto a origine di ogni cosa. Alcuni arrivano persino a incoraggiare il conflitto, in nome di una insopprimibile spinta a trovare il proprio posto nel mondo. Tuttavia, l’attuale situazione internazionale ci mostra i limiti di tale approccio all’esistenza. Continuando ad aprire conflitti dialettici con gli altri, in nome del mio diritto ad essere riconosciuto, corro il rischio di trovare qualcuno più testardo di me. Per questo direi che dobbiamo fare i conti con il “disaccordo”, piuttosto che con il “conflitto”. 

    Andare d’accordo con tutti non è immaginabile. Il disaccordo è parte integrante della relazione con gli altri, pensiamo, per fare un esempio, alla vita di coppia. Aprire conflitti su qualunque questione, significa andare alla regola del più forte, e in coppia, dove potrebbero mancare testimoni, non è una buona soluzione. Al contrario, sarebbe più funzionale accettare l’esistenza del disaccordo, e trovare la forza di starci dentro. 

    Nel lavoro con gli adolescenti, vedo sovente la difficoltà di raccontarsi il disaccordo. Molti ragazzi sentono di avere ragione, come se la ragione fosse un loro diritto inalienabile, e rifiutano il confronto, ad ogni livello. Concepiscono unicamente lo scontro. Lo vediamo anche nel rapporto con le istituzioni statali o religiose. Un cittadino, per capirci, può fare parte di uno Stato, o un fedele può fare parte di una confessione religiosa, pur non approvando alcuni aspetti della loro struttura organizzativa. Invece vediamo la tendenza (non solo giovanile, per la verità, ma come detto per gli adolescenti questi aspetti assumono dimensioni più eclatanti), a considerare come tutto negativo ciò che non piace, e a espellerlo dalla propria vita, o a considerarlo come un nemico giurato. Così i giovani (ma non solo) non votano più, perché “la politica non mi piace”, non vanno in chiesa perché “questa Chiesa a me non piace”, e così via. Non sono in grado di comunicare il disaccordo, o, una volta comunicato, di sostenerlo come un dato di fatto. L’unico dato di fatto che sono in grado di concepire è avere ragione, l’alternativa ad avere ragione, è il conflitto. 

    Convincere, conquistare, sedurre.

    L’Hikikomori è un ragazzo che rifiuta di comunicare, o sostenere, il disaccordo con chi lo circonda, e si chiude in un mondo autoreferenziale di cui è il sovrano assoluto. Posto che, nei casi più gravi, questa condizione si associa a forme di sofferenza psichiatrica più profonde, resta comunque la difficoltà a sostenere un dialogo paritario con chi non viene sentito consonante. La diffidenza verso la relazione da parte dell’Hikikomori, e che lo porta all’isolamento, muove dalla sfiducia di vedere riconosciute le sue istanze, o di poterle comunque ottenere. Se vogliamo, Hikikomori è il superamento del conflitto attraverso un conflitto ancora più grande, quello dell’uscita di scena. Per certi versi mi fa pensare al Ghosting, la pratica di scomparire quando si vuole chiudere una relazione, anziché comunicarlo chiaramente. 

    Quale può essere, quindi, l’antidoto all’isolamento? Questi ragazzi devono recuperare la capacità di stare nel disaccordo, e capire che quello che non c’è, può essere raggiunto. Convincere, conquistare, sedurre, detto in sintesi. Nel mondo sempre più individualista, la sfiducia verso l’altro diventa cecità: se esisto solo io, non posso vedere altri che me. Se l’altro, al contrario, è per me di una qualche importanza, e soprattutto se io ritengo di avere una qualche qualità, una qualche forma di intelligenza, dovrò anche essere in grado di raggiungere ciò che non è direttamente disponibile. Nello sport, ad esempio, vediamo continuamente grandi professionisti aumentare le loro prestazioni di giorno in giorno. Non soltanto in termini fisici, ma anche nel senso della capacità strategica, della programmazione, e così via. I risultati non immediatamente disponibili, si possono raggiungere. 

    La tendenza, e ripeto un concetto già espresso, al di là del comportamento strettamente Hikikomori, è quella del rifiuto della competizione, in nome di un supposto diritto a vedersi riconosciuti a priori. Questo, per la maggior parte degli esseri umani non è possibile. Se non ci si vuole chiudere ad ogni forma di relazione, conviene mettere alla prova le proprie qualità, e provare a conquistare  anche quei risultati che vorremmo dare per scontati.   

  • La fine dell’Io-pubblicità: oggi, chi siamo?

    La fine dell’Io-pubblicità: oggi, chi siamo?

    L’Io-pubblicità

    Il tramonto del modello politico-socio-economico del capitalismo di stampo americano ci lascia senza identità. La convinzione che il benessere fosse legato al PIL, ossia alla produzione e al consumo di beni, con quella correlazione più o meno diretta tra il suo aumento e il miglioramento delle condizioni di tutti, ci aveva trasformati, nonostante gli avvertimenti, in compratori seriali. Potremmo dire che, ad un certo punto della nostra vita, la tv abbia condizionato i nostri bisogni a tal punto da creare una vera e propria forma di Io-pubblicità.

    Lo spostamento della produzione nei Paesi più svantaggiati, poi, ci ha man mano lasciati soli in questo processo. Inizialmente produttori, siamo rimasti meri consumatori di beni prodotti altrove. E il nostro Io-pubblicità, quel famoso “me lo merito, merito io” della merendina confezionata, ha pian piano cominciato a sgonfiarsi, laddove i vantaggi del nostro identificarci con la dittatura del PIL, non ricadevano più su di noi. Ecco, allora, che l’Io-pubblicità è entrato in crisi, rendendoci sempre più rancorosi, e alla ricerca di altri modi per auto definirci. 

    E dove cercare, quindi, una nuova forma di identità? Sulla base di cosa poter definire chi siamo, chi vorremmo essere domani, e cosa cambiare rispetto a ieri?

    Come nell’Argentina del dopo crisi economica, anche qui ha preso a tornare attuale la  vicenda culturale, scientifica e umana di Sigmund Freud, il padre della psicoanalisi. Sin dalle sue prime battute, il testo freudiano, e il movimento da lui inaugurato, ruota attorno alla definizione michelangiolesca di scultura, quel “via di levare” che la differenzia dalla altre forme artistiche. Levare è per Freud, (e per tutti noi, suoi nipoti) sinonimo di liberare. Svincolare dai condizionamenti, dalle paure, dalle nevrosi, indotte, inevitabilmente, da altri. 

    Michelangelo: per via di levare

    Se l’Io-pubblicità era il risultato del mettere, dell’aggiungere, (fino a soverchiare) bisogni fittizi, al punto che Vittorio Sgarbi arrivò a dire che è il superfluo a rendere felici (Sgarbi quotidiani), la psicoterapia di stampo psicoanalitico inverte questo paradigma. L’identità di ciascuno di noi è ciò che resta dopo aver tolto ciò che gli altri vorrebbero che fossimo. Sin da bambini sentiamo entusiasmo intorno a noi quando facciamo alcune cose, e questo può trasformarsi in un progetto identitario. Fino a quando, da adulti, non sappiamo se siamo più simili a come volevano, o a come avremmo voluto noi. Ricordo di un paziente piuttosto bravo a giocare a calcio, ma interessato più che altro al tennis. Un amico di famiglia disse ai suoi genitori, quando era bambino, di andarne fieri, perché grazie a lui si sarebbero molto arricchiti. Quella battuta divenne quasi una profezia: il giovane entrò in una spirale di aspettative familiari, volte rinforzare ogni tentativo di fare carriera nel calcio, a scapito della passione tennistica. 

    Questo esempio fa capire cosa intendo per levare. Abbandonare la logica consumistica che non ci alimenta più, dovrebbe aiutarci ad andare verso una ridefinizione della nostra identità come uno spogliarci delle pretese, o dei desideri, altrui. Potrebbe costare fatica, non c’è dubbio. Ma correremmo il rischio, finalmente, di essere felici. 

  • Fine della verità e frammentazione psichica

    Fine della verità e frammentazione psichica

    Come già osservato a più riprese, attraversiamo una fase di decostruzione della verità e del senso dell’essere. La cosa investe anche psicologicamente il soggetto contemporaneo, e non solo nella sua azione pubblica, ma anche nella sua dimensione privata. La conseguenza di questa polverizzazione del vero e del riconoscibile, è una frammentazione della nostra soggettualità. Registriamo quotidianamente da un lato una diffusione esponenziale della patologia mentale, anche grave, da un altro il ricorso smisurato a sostanze stupefacenti o alcolici, da un altro ancora alla disperata ricerca di punti fermi su cui costruire, o ridefinire, la nostra identità, come ad esempio quello della squadra di calcio o del luogo di nascita. Proprio quest’ultimo punto diventa, oltrepassata una certa “normale tollerabilità”, addirittura paradossale, se è vero che lo stesso Dante Alighieri affermava di avere per patria il mondo. 

    Thruth!

    Il presidente americano Donal J. Trump ha fondato, nel 2022, un proprio social network, a cui ha dato nome Truth, verità. Posto che un presidente degli Stati Uniti sia di per sé una voce autorevole, e per alcuni dovrebbe comunque dire sempre la verità, il fatto che abbia chiamato “Verità” un social network, la dice lunga sul rapporto che abbiamo sviluppato con questo concetto, già di per sé indefinibile. Perché se un presidente afferma di dire la verità sul suo social, verrebbe da chiedergli: quante verità pensi che esistano? Nel mondo le verità sono tante, siamo d’accordo, ma dovrebbe andare da sé che per ciascuno di noi ce ne sia una sola, ed evidentemente non è così. 

    La mia generazione ha studiato sui libri di Gianni Vattimo e Umberto Eco, ai tempi del pensiero debole, del post modernismo, e del crepuscolo della verità. Ora, dobbiamo ammettere che il crepuscolo è stato superato da un pezzo, e ai giorni nostri sulla verità è calata ampiamente la notte. Più della formula di Bauman “società liquida”, quindi, credo dovremmo dotarci del concetto di “frammentazione”. Il mondo è in via di frammentazione, e con lui lo è anche la nostra identità, sulla scorta di quel meccanismo che la psicoanalisi ha individuato come reazione al trauma e al traumatico. 

    Se pensiamo alla politica internazionale, siamo praticamente privi di punti di riferimento, diversamente, ad esempio, dagli anni della Guerra Fredda. All’epoca stavi con gli Stati Uniti o con l’Unione Sovietica, le due cose si escludevano a vicenda, generando conseguenze. Soprattutto, questa dicotomia ti aiutava a definirti, a fissare la tua identità. Poi è crollato il Comunismo, e in Italia, ad esempio, è arrivato Berlusconi. Non ci siamo più divisi più tra capitalisti e socialisti, ma eravamo comunque divisi tra pro e contro il Cavaliere, e insomma, anche lì la politica ci aiutava a fare una “scelta di campo”, a compattare la nostra identità. 

    Oggi la politica si è frammentata, a livello internazionale come locale, ed è difficile prendere una posizione netta e definitiva. Anzi, è diventato molto facile cambiare partito, o anche schieramento. La frammentazione ha investito la Policy, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti.  Anche l’economia si è fortemente frammentata. Le classi sociali non esistono più nei termini di qualche anno fa, economicamente gli italiani sembrano essere scivolati in un incubo alla Stephen King, da cui nessuno riesce a svegliarli. E così, a ruota, la frammentazione ha colpito ogni settore della nostra vita, fino al lavoro e allo sport, dove non esistono più posizioni e mansioni di una volta, siamo chiamati a ricoprire diversi ruoli, con le conseguenze che ciascuno di noi conosce benissimo. 

    Frammentazione psichica 

    Secondo lo psicoanalista ungherese Sandor Ferenczi, la frammentazione può essere la reazione ad un trauma, o ad un evento impensabile. In termini pop, siamo frammentati quando a tutta prima prendiamo una posizione, ma poi ci pensiamo sù, ci vengono in mente altre argomentazioni, e la nostra idea vacilla. 

    Un esempio straordinario di quanto siamo frammentati, è la guerra fra Russia e Ucraina. Se torniamo ai primi tempi di questa guerra, ricordiamo che l’opinione pubblica, a parte poche eccezioni, prese posizione immediata per Kiev. Su ogni organo di stampa, sui social network e davanti ai caffè, gli italiani avevano una posizione netta, chiara e incrollabile. Durò alcuni mesi, poi emerse la frammentazione, e le posizioni si polverizzarono in miriadi di atteggiamenti differenti: chi continuava a sostenere l’Ucraina, chi attribuiva le colpe della guerra alla Nato, chi appoggiava direttamente le istanze russe, sostenendo che, in fondo, fossero legittime. La difficoltà di prendere una posizione in merito a questa, come ad altre questioni, (femminicidio/patriarcato, svolta green, istruzione pubblica, e potrei continuare) denota un problema identitario, una frammentazione della nostra identità. 

    Seguendo il modello psicoanalitico di Ferenczi, come dicevo, potremmo sostenere che questa frammentazione sia la conseguenza di un macro trauma, o una serie di traumi, a cui non siamo riusciti a trovare un buon adattamento. Il mio mestiere non è quello storico, se non dello storico delle persone, ma posso indicare in almeno un paio di grandi cambiamenti sociali, i traumi a cui fatichiamo a fare fronte: la rivoluzione digitale e la fine del mondo a guida occidentale

    La moltiplicazione delle opportunità comunicative avvenuta in questi venticinque/trent’anni, in cui siamo passati dal primo personal computer casalingo con masterizzatore (era il non plus ultra), ai social network, definisce la perdita del rapporto con la verità, come accennavo più sopra, e lo scivolamento delle certezze identitarie. 

    La rivoluzione digitale è certamente traumatica per gli umani. Comporta, tanto per cominciare, l’indebolimento del rapporto con i media, e infatti siamo noi per primi ad essere coinvolti nel processo di decriptazione delle informazioni. Il web ci offre contenuti sulla base dell’algoritmo, non sulla base della veridicità, che lui per primo non è stato progettato a riconoscere. Così abbiamo sulla stessa schermata i post del Corriere della Sera e di opinionisti impreparati: la Home Page dei social network è una dichiarazione di guerra alla nostra stabilità mentale. Per non parlare, inoltre, dei cambiamenti legati alle relazioni affettive o amicali. C’è stato un tempo in cui i giochi di sguardi si facevano nel buio delle discoteche. Oggi i like sono pubblici, e se il mio amico ne avrà più di me, potrei uscirne molto male.

    Il secondo punto coinvolge in maniera particolarmente profonda il nostro processo di strutturazione. Nel mondo contadino, o cittadino, del medioevo, del Settecento, e così via, non avevamo molti stimoli a metterci in dubbio. Le persone strane venivano bollate di stregoneria e relegate ai margini, i matti venivano chiusi nei manicomi, e la vita era meno complessa. All’epoca del boom americano, in cui tutti sognavamo a stelle e strisce, non eravamo (molto) frammentati. Fatta la scelta est/ovest, collocavamo noi dalla parte del bene, del giusto e del trendy, e gli altri dall’altra parte. 

    Al tempo attuale scopriamo che la stragrande maggioranza dell’umanità ci considera dei viziati, degli scrocconi, quando non degli approfittatori, e non vede l’ora di prendere le distanze da noi, e dal nostro modo di vivere. Anche questo è un trauma che mina le basi della nostra identità, che frantuma il nostro Sé in pezzi ignoti fra loro. E infatti sentiamo colpa per la fame nel mondo, pur sprecando molto cibo, per il cambiamento climatico, pur facendo post sui social che bruciano energia, e via di questo passo. 

    Quale identità? L’inganno del territorio

    Come affrontare, dunque, questa frammentazione? Quale identità perseguire, a quale Sé dover dare conferma? È qui che la cosa si complica, infatti siamo portati a ricercare risposte semplici, rapide, anche per dare soluzione a problemi complessi, ma questo non è assolutamente verosimile. Un inganno molto comune è quello dell’idealizzazione del territorio di provenienza, artificio cognitivo che comporta la confusione tra il normale senso di appartenenza e la struttura dell’identità

    Il mondo dell’enogastronomia conosce molto bene la differenza tra prodotti simili provenienti da territori diversi. Un vino toscano è profondamente diverso da un vino siciliano, per profumo, gusto, corposità, ecc… ma lo è anche un vino toscano del chianti, rispetto, poniamo, ad un vino di Grosseto. Nel caso dei prodotti enogastronomici, quella terra, quel clima, quel tipo di umidità, ne determinano l’identità profonda. Per gli esseri umani le cose non possono essere assimilabili, eppure molti continuano a identificare loro stessi con il luogo di nascita. Ricordiamo tutti quei brexiters che orgogliosamente gridavano: “Io sono inglese, non britannico”, per buona pace dei fans delle Spice Girls o dei Queen, che si sentivano simili ai loro eroi, pur se italiani, francesi o tedeschi. 

    Gli umani nascono in un territorio, ma non da un territorio, poggiano i piedi sulla terra, ma non vi sono ancorati all’interno. Il nutrimento che prendiamo dal luogo natale, è un nutrimento anzitutto psichico, spirituale, molto più che fattuale. L’appartenenza, più che ad una regione fisica, è ad una famiglia, una rete di affetti, un complesso di dinamiche relazionali che ci hanno visto crescere. 

    Dante Alighieri, artista, e italiano, che dovremmo conoscere meglio, diceva: “Io che ho il mondo per patria, come i pesci hanno il mare, benché abbia bevuto all’Arno prima di mettere i denti…”. Perché Dante riteneva che la sua patria fosse il mondo? Era un grande intellettuale, non c’è dubbio, ma evidentemente sapeva, o quantomeno sentiva, che l’unità del Sé non si può fondare sugli aspetti idealizzati di un territorio di provenienza, che, per quanto magnifico, avrà anche dei difetti. 

    Se in seguito ai traumi che il nostro tempo ci fa attraversare, abbiamo visto frammentare la nostra identità, insieme alle certezze che da sempre ci portiamo dietro, il processo di ricostruzione deve partire da dentro di noi, da ciò che siamo, da quello che in cuor nostro avremmo voluto essere. Considerando che la traiettoria di crescita, raramente sarebbe stata diversa se fossimo nati in un’altro luogo. 

  • La frammentazione: sociale, culturale, psichica.

    La frammentazione: sociale, culturale, psichica.

    Ne ho parlato a DF Talk, Associazione Difendiamo il Futuro, con Benedetto Bonfatti.

    https://fb.watch/rDUlXMOp5b/

  • Come resistere al bello e dannato? Il fascino perverso del narcisista e le implicazioni distruttive per le sue vittime.

    Come resistere al bello e dannato? Il fascino perverso del narcisista e le implicazioni distruttive per le sue vittime.

    Il successo del narcisista si basa sul ritorno di immagine per chi se ne invaghisce. Sedurre un individuo pieno di sé, infatti, molto amato e ricercato, rinforza, inevitabilmente, l’autostima. Ed è proprio la bassa autostima, quindi, il punto debole su cui fa leva la sua irresistibile fascinazione. 


    Bello e dannato


    Gli individui “belli e dannati” vantano livelli di consenso spropositati e per lo più immeritati. Il segreto di questo successo sta proprio nello spazio che le vittime consentono loro all’interno delle relazioni, che siano affettive o amicali. 


    A tutti può capitare, in una certa fase della vita, di sentirsi poco amabili, indegni di attenzioni, o addirittura un po’ da buttare via. È proprio allora che si è più vulnerabili al fascino dei narcisisti, ossia quegli individui incapaci di relazionarsi con gli altri, perché concentrati unicamente sui propri bisogni. 


    In quella fase, incontrare un individuo che emana fascino può essere un grosso inconveniente. Da un lato, riuscire a sedurlo potrebbe dare una grande carica di autostima, ma dall’altro, proprio l’impossibilità di conquistarlo totalmente, una volta per tutte, potrebbe attivare un vortice distruttivo.  


    Autostima 

    Il narcisista, per definizione, non è mai pago dei rimandi degli altri. Per questo la “vittima” potrebbe entrare in un loop drammatico, uno scontro con l’immagine di sé più profonda. Perché se da un lato il bello e dannato offre riscatto e visibilità, dall’altro non può che confermare il deficit di autostima.


    Cosa fare in questi casi? La “vittima” del narcisista deve anzitutto chiedersi: perché questo individuo esercita su di me un fascino così irresistibile? Qual è il ruolo della mia autostima, in tutto questo coinvolgimento? 


    Le risposte a queste domande, come si vede, comportano già una presa di posizione, un progetto. Perché un rapporto interpersonale non si può fondare sulla disparità di potere, di influenza, di spazio. Di nessun tipo. 

  • Umberto Eco, Bauman e Wagner: la fine della liquidità e il nuovo Umanesimo.

    Umberto Eco, Bauman e Wagner: la fine della liquidità e il nuovo Umanesimo.

    In uno scritto del 2015 Umberto Eco citava Bauman e si chiedeva cosa avrebbe sostituito la grande liquefazione, a cui entrambi stavano assistendo. Oggi (2023) abbiamo le idee più chiare: la società liquida, come per raffreddamento, si è scomposta in migliaia di frammenti, anzi milioni, e ai soggetti contemporanei non resta che guadarsi da lontano, delle loro micro isole, e comunicare tramite smartphone.  


    La spinta principale in questa direzione è arrivata dalla pandemia, che ha acuito le distanze sociali tra tutti, ricchi e poveri, più istruiti e meno, chi abita territori con maggiori servizi e chi no, ecc…  La pandemia ha innescato problematiche relazionali e psichiche del tutto nuove, come la paura per il corpo, il contatto fisico, la prossimità, o patologie del carattere, o disturbi del sonno, tutte se vogliamo legate all’uso smodato dello smartphone. 


    E poi c’è la frammentazione politica, sociale ed economica, data dalle guerre, dalle migrazioni, dal rifiuto dell’ordine mondiale costituito, da parte di miliardi di esseri umani che si organizzano con apparati alternativi.  
    La grande frammentazione ha preso il posto della liquefazione, e alla società liquida si sta sostituendo una società fortemente frammentata. In tutto, e infatti vediamo anche una progressiva frammentazione psichica del soggetto del nostro tempo.   


    Come se ne esce? Nello scritto citato, Umberto Eco lamentava l’assenza della politica e la pigrizia dell’intellighenzia. Che la politica sia assente dalle grandi discussioni epocali non deve sorprendere, è così dai tempi di Platone. Il populismo, del resto, non prevede pensiero, ma solo invettiva istintuale. L’intellighenzia è pigra? Quando i filosofi smetteranno di fare convegni su Spengler, saremo già tramontati tutti. Quando smetteranno di chiedersi se Heidegger fosse nazista o meno, sarà arrivata un’altra Shoah


    La verità è che serve da subito un rinnovato istinto umanista. Non esistono razze, non esistono forse neppure culture. Esiste un unico genere umano, che sta colonizzando il mondo, ne sta spremendo le risorse, e fra poco scatenerà conflitti per contendersi il poco rimasto. Ecco secondo me la vera svolta post liquidità, la rifondazione dell’Umanesimo


    Mettere l’uomo, le sue esigenze, anche psichiche, al centro di ogni discussione. E va fatto subito, prima che l’onda lunga del post pandemia travolga tutti con la sua coda di diffidenze, perché incontrare l’altro non porta solo la diffusione del Covid o l’intrusione traumatica.  E va fatto subito, per dimostrare a Umberto Eco, o ai suoi eredi spirituali, che Zigmund Bauman non è solo una “vox clamantis in deserto”. 

  • Pragmatismo e senso di colpa: stregati (e fregati) dagli Americani.

    Pragmatismo e senso di colpa: stregati (e fregati) dagli Americani.

    Se pensiamo che dovremmo essere più pragmatici, ci hanno fregato. 
    L’innamoramento per la cultura americana, l’american way of life, prevede l’idealizzazione di tutto quello che viene d’oltreoceano, ma alcune cose proprio non fanno per noi, e una di queste è il pragmatismo


    Football americano, Formula Indy, pena di morte

    La nostra proverbiale esterofilia ci fa sentire – per partito preso – peggiori degli altri, fino a quando scopriamo che certi piatti proprio non ci vanno giù. Lì, scoppia l’orgoglio. Non c’è niente di male, le culture sono cucite addosso a chi le ha generate, e non è possibile adattarsi troppo a quelle altrui. 
    Facciamo un esempio: amiamo tanto gli Americani, ma poi arricciamo il naso quando scopriamo che da loro la palla si passa con le mani, oppure che i sorpassi si fanno a sportellate.

    Questi sono solo degli esempi pop, ma se citassi sensibilità più specifiche, come la pena di morte, o il porto d’armi, la nostra reazione sarebbe grosso modo la stessa. Si tratta di aspetti profondi della nostra cultura, (che condividiamo con gli altri grandi Paesi europei) a riprova del fatto che non tutta l’american way of life faccia veramente per noi. 


    Pragmatismo e senso di colpa 

    Un altro grande concentrato di valori e tratti indentitari americani è la filosofia del pragmatismo. Io credo che questa filosofia, o per lo meno ciò che di essa è filtrato nella cultura europea, abbia penetrato il mercato nostrano delle idee tanto quanto la Coca-Cola, o le sigarette, quello dei beni di consumo. 


    La prova di quanto dico sta in quella forma di lieve senso di colpa che ci prende quando sospirando diciamo: “Ecco, dovremmo essere più pragmatici. ”. Il pragmatismo non deve diventare una regola di vita. La specificità dell’individuo si fonda sulla sua personalità, i suoi interessi, ma anche sulle sue passioni, i suoi desideri, e i suoi sogni, attuali e futuri. 


    Ragionare in termini pragmatici, invece, per quanto aiuti a focalizzarsi sul presente e a razionalizzare gli sforzi, svuota l’essere umano da tutti quegli spetti che ne caratterizzano la vitalità. L’individuo angosciato, preda della depressione, è in definitiva un individuo senza entusiasmo, senza passioni. Per questo è molto importante alimentare, non smorzare, gli slanci idealistici, passionali. Se a volte ci capita di pensare che dovremmo essere più pragmatici, ci hanno fregato. È anzi vero il contrario: se lo fossimo di meno, saremmo più felici. 

  • Goblin Mode: il diritto alla sciatteria

    Goblin Mode: il diritto alla sciatteria

    Il Goblin Mode è vivere il diritto di essere impresentabili, sciatti, di stare in pubblico come se si fosse in casa propria. Il Goblin Mode configge con gli stereotipi del bello e delle apparenze, ma può venire frainteso come forma di scortesia o disprezzo verso gli altri. E’ molto interessante che si sia diffuso in questo nostro tempo, e non per esempio negli anni Ottanta. 

    Frammentazione 

    Frammentazione è la parola chiave per capire il nostro presente. 

    C’è stata un’epoca liquida, non c’è dubbio, in cui l’informazione ‘running water’ ha accompagnato il progressivo fluidificarsi della società e di conseguenza della nostra identità. O per essere più chiari del nostro modo di vedere le cose, di pensare e di relazionarci agli altri. Dopo le diverse crisi economiche, la pandemia da Covid-19 e la guerra nel cuore d’Europa, invece, siamo precipitati in un’epoca di frammentazione

    Il quadro economico e politico che ci circonda è stato per molti anni più o meno stabile. Oggi invece tra nuove professioni in ascesa e vecchie professioni in declino, e tra vecchi partiti al collasso e nuovi partiti che cercano di sostituirli, vediamo una situazione altamente polverizzata. 

    Di conseguenza la frammentazione si è impadronita di noi: facciamo cose frammentate, pensiamo cose frammentate, abbiamo contratti di lavoro, condizioni economiche, relazioni affettive, interi pezzi di identità frammentati. Siamo schegge di un muro, tessere di puzzle che si agganciano a immagini diversi, ma che non riusciamo a trovare: per fortuna abbiamo lo smartphone, piccolo stick di colla vinilica che riduce ad unità tutti i nostri frammenti. E del resto avete provato a stare un giorno senza telefonino? 

    Goblin Mode 

    Di conseguenza la frammentazione ha indotto nuove forme di disagio e nuove forme di reazione al disagio. Prendiamo il Goblin Mode: vestire in pubblico come se si fosse in casa propria, vantare il diritto di essere impresentabili rispetto ad un determinato contesto.

    Rifiutare gli stereotipi di massa del bello, del pulito, del ben presentabile, lodabile da un punto di vista anticonvenzionale, mi da l’idea di sconfitta rispetto ad una competizione globale (di cui ho già detto altrove).  

    Il confronto impietoso, offerto dai social networks, con tutto il resto del mondo, è un confronto che giocoforza si conclude con la sconfitta. La pianista francese che posta video in minigonna mentre esegue Schubert si espone alla risposta di un’altra pianista, dal Brasile, che suona in bichini Rachmaninov. Capite che se nella partita cominciano a entrare pianiste dagli Usa, dalla Cina dal Sudafrica e dall’Italia, come se ne esce? 

    Se la competizione globale è fallimento certo, il Goblin Mode è sfuggire anche alla competizione locale: rinunciare ad ogni forma di apparenza per ammettere a priori la sconfitta. La frammentazione del contesto (psico)sociale si trasforma, con il Goblin Mode, in frammentazione della strategia di risposta. Che è anzi talmente atomizzata da non essere più visibile, da nascondere le vere intenzioni comunicative.  

    Un atteggiamento di lodevole rifiuto degli stereotipi, partorisce un comportamento che può venire frainteso come disprezzo o maleducazione: non mi sembra un gran successo. 

  • Pseudo adattamento: il migrante lacerato tra la cultura madre e la nuova condizione matrigna.

    Pseudo adattamento: il migrante lacerato tra la cultura madre e la nuova condizione matrigna.

    Ogni migrante vive una lacerazione interna: tra l’identità della sua terra di origine, a cui sente profondamente di appartenere, e che non vuole tradire, e l’identità del luogo che lo ha (più o meno calorosamente) accolto. Mi riferisco qui sia ai migranti che lasciano Paesi lontani per raggiungere il ricco (ai loro occhi) Occidente, sia ai migranti domestici, che si spostano all’interno dello stesso Paese, per ricongiungere un amore, o per motivi di studio o lavoro.    

    Questa lacerazione interna può trovare diverse forme di integrazione. Può esserci un’adesione totale al nuovo, con rigetto di tutte le componenti della cultura di provenienza. In questo caso l’individuo supera la nostalgia considerando la sua terra come antiquata, sorpassata, incapace di stare al passo con i tempi. Può esserci il rifiuto: il migrante trasferisce al nuovo domicilio soltanto il proprio corpo, ma continua a parlare e pensare nella vecchia lingua (o dialetto) a vivere da lontano le dinamiche della sua città, a relazionarsi con i vecchi amici come se non fosse mai partito. 

    Infine c’è lo pseudo adattamento, la condizione più deleteria. 

    Pseudo adattamento

    Potrei chiamare pseudo adattamento quella situazione in cui il migrante si conforma al nuovo contesto, ma solamente in forma superficiale, esteriore. 

    L’individuo sente che partire è stata la scelta giusta, sente che è giusto mostrare rispetto, e in qualche modo gratitudine per il nuovo contesto, ma la nostalgia di casa è troppo forte. Questa nostalgia è penosa, talvolta drammatica, e crea nella mente del migrante una frammentazione a strati. Ad un livello superficiale egli parla come i suoi nuovi concittadini, assimila modi di dire, espressioni gergali, e sente la nuova città come propria. Ad un livello più profondo, però, rimpiange la sua casa, i suoi amici, i bei tempi andati. I suoi sogni sono popolati dagli odori della cucina tradizionale, dai suoni, dai canti della sua terra. L’identità del migrante pseudo adattato è un puzzle di tessere dispari, destabilizzata dall’incapacità di incollare tra loro le diverse anime della sua nuova vita. 

    Telaio e uncinetto 

    Il migrante pseudo adattato deve fare un lavoro di artigianato. Trovare il giusto compromesso tra le parti dell’identità significa dare a ognuna il suo spazio, riconoscere che nessuna può dominare sull’altra/le altre. 

    Lo studente che da Monza si trasferisce a Bari per un corso di aggiornamento, come il migrante che arriva a Cogne dal Benin, devono sapere che non è possibile cancellare con un viaggio una storia, una vita, una rete di legami. Il lavoro che dovrà fare il migrante, o dovrà fare qualcuno per lui, è quello del PR: dovrà organizzare incontri. Perché nella nostra mente non possono esserci parti che si ignorano a vicenda.