Cos’è il baby blues?

La nascita di un bambino può portare diverse forme di scombussolamento emotivo per i genitori. Si va da sindromi più invalidanti come la depressione post partum, ad altre più passeggere come il cosiddetto baby blues, oppure a forme di somatizzazione dello stress, ansia, problemi del sonno ecc… . 

Tutte queste reazioni hanno in comune l’aspetto di non essere ben comprese e accolte da chi circonda i neo genitori, che anzi tende a dire cose del tipo: ma non sei contento/contenta, è una così bella cosa?

In questo modo il genitore con baby blues, con depressione post partum o con altre reazioni emotive alla nascita, sente al contempo di essere anche irriconoscente ed egoista. 

Come aiutare i genitori in difficoltà? 

La cosa più importante in questi casi è non generalizzare. Se i fattori scatenanti la crisi sono diversi e molteplici, non potrà esserci una soluzione semplice e univoca. Il malessere, anche passeggero, derivante da una nascita dipende dal senso che i genitori danno a quella nascita, da ciò che significa per loro come individui, come coppia, e quale equilibrio la nascita è andata a minare. 

Il baby blues, la depressione post partum e le altre forme di reazione emotiva alla nascita possono essere ben superate: nei tempi e con le modalità di ciascuno, ma a patto che vengano prese con la dovuta cautela e soprattutto con il dovuto rispetto.   

‘Nonno mi prendi in braccio?’ Le istanze educative dei nonni (troppo spesso negate).

I nonni hanno una funzione educativa che troppo spesso viene negata. 

La pretesa di molti genitori è che i nonni siano di aiuto, ma non invadenti, che sostengano senza intralciare, che facciano molto, ma che parlino poco. 

In breve che forniscano fondi ed energie, ma che non pretendano niente in cambio. 

La dinamica educativa, tuttavia, non è sempre asettica, e questo schema non può essere attuato a comando. Tutti concordano sul fatto che debbano essere i genitori a definire le linee educative dei bambini, ma questa asserzione di massima si scontra con la realtà dei fatti. Se un bambino trascorre più tempo con i nonni che con i genitori, va da sé che le istanze educative si trasferiscano sui nonni. Ovvero che i bambini ne acquisiscano aspetti culturali, morali, comportamentali.

Quando in tv inquadrano un politico, per esempio, e il nonno impreca in dialetto, il nipote ne viene colpito, anche se quel politico è molto amato da suo padre. Allo stesso modo se i nonni hanno verso gli immigrati per strada atteggiamenti diversi da quello dei genitori, i bambini ne restano incuriositi, toccati. Vale anche per il rapporto con le tasse, o con le multe, ecc… quando i bambini trascorrono molto tempo con i nonni, acquisiscono da loro molto più di quanto i genitori vorrebbero, perché le istanze educative non si limitano alle regole, riguardano atteggiamenti verso la morale, verso le altre persone, verso la società. 

La funzione educativa dei nonni, in altre parole, è più estesa e pervasiva di quanto si pensi. Da un punto di vista relazionale, inoltre, aspetti educativi possono passare attraverso l’imitazione, o se vogliamo l’identificazione.

Tutti abbiamo visto nipoti camminare come i nonni, o sbattere gli occhi, o fare movimenti con le spalle. Una parte importante dell’apprendimento si fa per imitazione, identificandosi nell’altra persona. 

Quando in una classe di danza arriva una ragazza più brava molte allieve ne acquisiscono le movenze; Quando in una redazione giornalistica arriva un nuovo direttore molti prendono a usare il suo stesso tono di voce: per alcuni può essere piaggeria, ma per altri è una forma di identificazione inconsapevole.

Un tempo, ricordo, la gente diceva ‘mi consenta’ o ‘consentitemi’ alle assemblee di condomino o nelle discussioni al bar. Era quando andava di moda un uomo politico che usava espressioni di questo tipo. Quelle persone non volevano rendersi ridicole, volevano essere autorevoli o eleganti, e imitavano senza accorgersene quel politico.  

Così i nipoti che stanno a lungo a contatto con i nonni possono acquisire loro aspetti morali o culturali attraverso questo meccanismo. Significa che le istanze educative dei nonni si estendono ben oltre il previsto (e voluto) da parte dei genitori. 

Body shaming: come aiutare le vittime?

Il body shaming è un fatto di bassa autostima. Di chi lo fa, e, semplificando enormemente, anche di chi ne resta ferito più del dovuto. 

Valutare le persone sulla base del loro aspetto fisico non è solo una mancanza di tatto. Non tutte le persone istruite denigrano chi ha studiato meno di loro, non tutti i ricchi  deridono i meno ricchi, non tutti i dotati di charme irridono chi ne è privo. La differenza tra le due posizioni non sta unicamente in una generica ‘mancanza di tatto’. 

Combattere battaglie impari non è segno di cavalleria, ma combattere battaglie impari deridendo l’avversario è persino peggio. Invidia, cinismo e viltà sono gli ingredienti fondamentali della personalità di chi si muove in questo modo.

Essere eccessivamente vulnerabili ai loro attacchi, di contro, evidenzia qualche nervo scoperto. Se chi appartiene alla classe media dovesse sentirsi offeso ogni volta che vede sfrecciare un’auto di lusso, potrebbe viaggiare bendato. Fate voi altri esempi. 

Avere un’immagine sicura di sé significa essere inattaccabili dall’esterno. Significa saper assorbire gli attacchi più duri, diciamo pure i più vili, senza esserne scalfiti. 

Come aiutare la vittima di body shaming? Questo comportamento sadico e vile ferisce, purtroppo, maggiormente dove trova più terreno fertile. Di conseguenza quando siamo difronte ad un soggetto che tende a sentirsi fortemente offeso dal body shaming, il modo migliore è aiutarlo a strutturarsi di più. L’obiettivo non è che non venga più attaccato, ma che impari a respingere gli attacchi, ovvero che non ne venga ferito. 

Si possono immaginare percorsi di psicoterapia ad hoc, oppure percorsi brevi finalizzati. Una forma di psicoterapia eccezionale è quella orientata al transfert: secondo me in questi casi potrebbe essere molto utile in breve tempo. 

Se per togliere un uomo dalla povertà, si diceva un tempo, si debba regalargli una canna da pesca e insegnargli a pescare, allo stesso modo per fronteggiare efficacemente e nel lungo periodo il body shaming si deve insegnare alle vittime a respingerlo al mittente. Anzitutto non lasciandosene ferire. 

Cyberbullismo: un fenomeno tra ragazzi impauriti e adulti ignari.

Molti fenomeni sociali si sono spostati sul web: così è nato anche il cyberbullismo

Non significa che il bullismo classico non esista più, tutt’altro, ma che ad esso vada aggiunto anche quell’universo di dinamiche online, che per l’appunto prende il nome di cyberbullismo

Storicamente il bullismo aveva luogo per lo più a scuola o nel tragitto tra casa e scuola. Infatti è quello il contesto in cui bambini e adolescenti sono indotti a stare insieme anche in assenza di motivazioni intrinseche, come potrebbe essere un corso pomeridiano di musica, di arti marziali o di danza.

Il cyberbullismo può attuarsi in diversi modi, tra cui l’uso di programmi di messaggeria e i commenti ai post sui social networks. 

Maschi e femmine usano modalità diverse di relazione, e quindi anche diversi modi per attaccarsi a vicenda. Ne consegue che anche il cyberbullismo assuma connotati diversi se fatto da maschi o da femmine. Mi occuperò di questo in un altro spunto. 

Vorrei qui soffermarmi su un aspetto molto importante del bullismo, che vale anche per il cyberbullismo. Nella maggior parte dei casi di prevaricazione o vittimizzazione gli adulti interessati (genitori di vittima e bullo, e insegnanti) asseriscono di non essere a conoscenza del fenomeno, mentre i ragazzi sostengono di aver segnalato poco o per nulla il loro problema. 

Quindi bullismo e cyberbullismo avvengono nel silenzio, direi quasi nell’ombra. Significa che ogni genitore fiero che il propio figlio sia spigliato e sicuro di sé potrebbe ignorare che egli perpetri atti di questo tipo, così come ogni genitore che sa di avere un figlio tranquillo e pacifico potrebbe non sapere che talvolta egli è vittima di qualcuno. 

Il mio compito qui non è allarmare, ci mancherebbe altro, ma evidenziare. E voglio mettere in evidenza come non sapere dell’esistenza di un problema non corrisponda necessariamente all’assenza del problema. 

Bullismo e cyberbullismo creano disagio e sofferenza. Ogni anno in Italia circa 200 ragazzi sotto i 25 anni si tolgono la vita, e in molti casi uno dei fattori scatenanti è il bullismo. Per questo è molto importante cercare e affrontare il fenomeno. 

Esorto pertanto a considerare questa dinamica vigliacca tra adolescenti come una delle componenti della loro vita, come gli innamoramenti, le fughe da scuola, le prime sigarette. E se questa dinamica assorbirà poca o molta parte della loro energia (o per nulla) sarà effetto dell’interesse e dell’intervento degli adulti. 

Adolescenti in rete. Quando il numero di likes è scambiato per valore individuale.

Molti adolescenti confondono il numero di likes con il valore di una persona. 

La competizione tra pari sui social networks è più pericolosa e subdola di quella che avveniva nel buio delle discoteche, perché è impietosamente pubblica. 

Se un adolescente diffonde una sua foto, e riceve, poniamo, 1000 mi piace, gli amici saranno costretti a fare i conti con questo dato. Se la loro foto non sarà apprezzata altrettanto si creerà inevitabilmente una gerarchia. 

Le gerarchie c’erano anche quando i ragazzi socializzavano in discoteca, ma lì era buio, ognuno era impegnato a fare per sé, e all’uscita realtà e finzione si mescolavano nei racconti, nell’assenza di reali controprove. 

Sui social networks invece non si può mentire: le controprove sono sempre lì, davanti a tutti. 

Molti giovani finiscono così con l’equiparare il valore individuale al numero di mi piace, dove ricevere pochi apprezzamenti significa sentirsi sminuiti nel gruppo di pari. 

La sfida che hanno davanti a loro questi ragazzi, e quindi i loro genitori, è quella di scindere l’apprezzamento pubblico dalla consapevolezza di sé. Il valore di un individuo non può essere valutato dal numero dei likes che riceve, soprattutto se essi sono giudizi vuoti, non spiegati, non motivati da altre valutazioni. 

Mamme sotto stress. Il sovraccarico mentale come fattore di rischio.

Il sovraccarico di molte mamme odierne è un fattore di rischio per il loro equilibrio mentale

La distribuzione degli impegni dei figli nell’arco dei sette giorni, diversamente da quanto avveniva un tempo, è parte integrante di questa condizione. Oggi il sistema famiglia deve adeguarsi in modo diverso, e non sempre purtroppo le mamme trovano l’adeguato sostegno. 

Le ricadute sulla salute mentale vanno dai problemi del sonno, in genere i primi a comparire, ad ansia generalizzata, a umore altalenante, fino alle caratteropatie. 

Le mamme sotto stress sentono di essere meno lucide, risolvono i problemi più lentamente di prima, e hanno la sensazione che senza il loro contributo tutto può fermarsi. E’ importante sottolineare che queste mamme non sono più stanche fisicamente, il loro sovraccarico è mentale. 

L’aiuto che dovrebbero sollecitare è nel funzionamento del sistema famiglia, del resto lo stesso che le ha condotte a questa condizione perché incapace di sostenerle adeguatamente. Se il sistema è assente, queste mamme devono trovare il modo di scegliere quali impegni dei figli continuare a gestire, e quali invece rimandare al futuro. 

Per la loro salute mentale, e naturalmente per quella dei loro figli.  

Gravidanze (in)desiderate: normalizzare i pensieri ambivalenti.

Nulla è accolto con più ambivalenza di una gravidanza: rompe gli equilibri e cambia la vita in maniera definitiva.

La maggior parte delle coppie afferma razionalmente di accettare la gravidanza con gioia. Io credo che sia sano e opportuno, invece, poter esprimere le proprie riserve, e diciamolo pure, le proprie paure in merito.

Lo sforzo di adattamento che molti fanno a livello razionale è notevole, e a compierlo sono aiutati anche da parenti e amici. ‘Vedrai, ti piacerà per questo e quest’altro motivo’, oppure ‘Non è poi così difficile, l’hanno fatto tutti’, frasi di questo tipo possono aiutare la coppia a metabolizzare l’evento.

Vi è però una parte di angosce e terrore irrazionali, provenienti dal profondo, che mette la coppia, ma soprattutto la futura madre, davanti ai suoi peggiori fantasmi.

Le paure riguardano, come ben si sa, la salute del neonato, ma molto spesso hanno a che fare con la condizione lavorativa e con gli equilibri di coppia, che come detto sono i primi ad essere scompaginati.

Per questo va detto che sentire sensazioni forti anche negative nei confronti della gravidanza non è disumano né patologico, ma una normale reazione che anzi andrebbe comunicata ed elaborata. Se queste paure non vengono espresse, e vengono spinte in angoli nascosti della mente, possono crescere, e saltare fuori dopo molto tempo con sembianze di vecchie ruggini, malintesi, o altro.

Genitori e insegnanti: quando difendere i figli non aiuta a farli crescere.

E’ diventata usuale la difesa a oltranza degli alunni di fronte agli insegnati. Ma quanto è utile ai ragazzi?

La perdita d’importanza dei titoli di studio nel mercato del lavoro ha condotto alla perdita del potere relativo di maestri e professori nella relazione con i loro allievi. Un tempo, lo sappiamo, questo potere veniva esercitato in maniera autoritaria, ma ciò non garantiva che gli studenti fossero più preparati. Quell’atteggiamento era figlio di una condizione culturale diffusa, e quando infatti a livello sociale si fecero strada altre idee, i ragazzi cominciarono a chiedere altre forme di valutazione, e l’atteggiamento autoritario degli insegnanti iniziò a cambiare.

Oggi molti genitori vivono le comunicazioni degli insegnanti come delle accuse rivolte direttamente a loro. Per tutta risposta essi ribaltano queste accuse agli insegnanti, alimentando così il circolo delle incomprensioni.

In questa dinamica scompare completamente l’alunno. Egli è il testimone passivo di un conflitto che si gioca sopra la sua testa, e che ha come unica conseguenza la sua completa deresponsabilizzazione.

La responsabilità, come ho già detto altre volte, è molto importante nella fase evolutiva. Lo si vede quando i ragazzi prendono con estrema serietà la squadra di calcio, il gruppo di pari, o altri loro interessi o passioni. Sembra quasi che amino sperimentarsi come piccoli responsabili, come individui che hanno una qualche responsabilità verso altri.

Credo che i genitori dovrebbero lasciare la responsabilità della scuola ai loro figli. Supportarli nei momenti di difficoltà, non farli mai sentire soli, ma fare loro capire che le sfide che hanno davanti sono commisurate alle loro capacità. Livelli minimi di risultato, a scuola, possono essere raggiunti un po’ da tutti, anche se con qualche aiuto o qualche sostegno.

La capacità di leadership nasce anche così, con l’assunzione quotidiana di piccole/grandi responsabilità.

Adozione e psichiatria. Come aiutare bambini adottati che presentano problemi ‘psi’.

L’adozione è un trapianto. Se un bambino viene spostato da una famiglia ad un’altra avrà sempre la nostalgia, o il ricordo, della sua famiglia d’origine, anche se l’ha maltrattato. Se da neonato cambia continente e cresce in tutt’altre condizioni, anche in questo caso avrà fantasie, desideri, diciamo pure rimpianti, riguardanti il suo Paese natale, la città o la famiglia naturale.

L’adozione, lo sappiamo, può non funzionare per diversi motivi: riferibili al retroterra dell’adottato, oppure, come avviene in medicina con il fenomeno del rigetto, ascrivibili alla famiglia adottante.

Faccio un breve cenno al caso dei pazienti psichiatrici. Estremizzando un po’ essi hanno un funzionamento rigido, con delle difese rigide e sono molto frammentati o scissi al loro interno. Per questo a volte è complicato per le famiglie adottanti avere a che fare con pazienti di questo tipo: la naturale flessibilità che costituisce i ritmi e le attività della vita in famiglia poco si adatta alla loro forma mentis.

Questi pazienti hanno la tendenza a mettere ‘fuori da sé’ le cose che non funzionano: aspetti relazionali, difficoltà nel mondo del lavoro, adattamento al contesto, ecc… risultando talvolta ossessionati da allucinazioni (che non a caso i loro canali sensoriali indicano provenienti da fuori) o convinzioni di complotti o persecuzioni (‘loro’, ‘gli altri’, ecc…).

In questo clima di diffidenza i pazienti psichiatrici adottati tendono a scaricare accuse molto forti, magari in maniera inconsapevole, sulle famiglie adottive. Questa è una delle ragioni per cui il clima famigliare potrebbe deteriorarsi.

Questi ragazzi da una parte sono molto affettuosi e grati, ma dall’altra, proprio a causa del loro funzionamento ‘a compartimenti stagni’ continuano a coltivare fantasie che riguardano le famiglie originarie, a discapito delle nuove. Può darsi che nella loro costruzione di senso del mondo, giungano a fare entrare nei complotti e nelle persecuzioni anche queste nuove famiglie, con le conseguenze disastrose che si possono immaginare.

La famiglia adottante, pertanto, si trova davanti a diversi tipi di difficoltà, che da sola potrebbe non superare. Anche l’adozione di un paziente psichiatrico è un trapianto, ma un trapianto che necessita di cure specifiche.

Il romanzo di formazione. Quando crescere è un gioco di sponda.

Siamo soliti leggere nel romanzo psicologico, e più in particolare nel cosiddetto ‘romanzo di formazione’, di un certo grado di sviluppo della personalità del protagonista, elemento che, per l’appunto, caratterizza in termini ‘psi’ il testo in questione.

E’ quello che abbiamo amato per esempio in Huckleberry Finn, nel suo avventuroso viaggio lungo il corso del Mississippi, on in Peter Camenzind e nel suo travagliato rapporto con l’alcol, oppure nell’identificazione immaginativa di Bastian con Atreju nella Storia infinita. La personalità evolve come processo intrapsichico, come reazione a esperienze formative della vita, come evolverebbe un campo seminato se ben curato durante l’inverno. La crescita ci appare quasi un processo culturale, scolastico: avere seguìto determinate lezioni e letto certi libri, trasforma un bambino in un ragazzo o un adolescente in un giovane.

In questo modo, tuttavia, dimentichiamo che gran parte della ricchezza della personalità di un individuo (nella vita reale, non solo nel mondo della letteratura) e direi anche della sua ‘salute’, è data dalla rete di legami e di affetti di cui egli ha la possibilità di circondarsi. E questa rete di legami e affetti è altrettanto determinante nella sua crescita, se non più, della sua capacità di rapportarsi alle vicende della quotidianità e auscultarne le reazioni all’interno della propria coscienza.

Anna Karenina, per esempio, non può parlare con nessuno della sua drammatica condizione e proprio per questo soccombe ai suoi stessi rimproveri. Natasha Rostov di Guerra e Pace, al contrario, è ‘salvata’ proprio dalla rete di amici e conoscenti che lei e la sua famiglia si sono costruiti nel corso del tempo.

Guglielmo da Baskerville, nel Nome della Rosa, è per Adso da Melk qualcosa di più di un semplice alter ego adulto. E’ il catalizzatore della sua crescita intellettuale, umana e spirituale. E come ogni buon catalizzatore non compie il lavoro al suo posto, ma lo rende possibile consentendo un vitale gioco di sponda.

Ecco cosa manca a mio avviso al romanzo di formazione, il gioco di sponda. A volte fa crescere di più e meglio la parola giusta detta da un amico, che cercare di uscire da soli da un empasse che ci sembra insuperabile.