Perché madri e figlie non si capiscono?

La conflittualità di alcuni rapporti tra madre e figlia è da ricercare nelle aspettative

Aspettativa: capacità vs attitudine

Tutti noi ci aspettiamo dagli altri alcune cose e questo è totalmente legittimo: ma le aspettative devono essere commisurate alle possibilità dell’altro, o quantomeno alle sue attitudini. Ad esempio non sarebbe corretto aspettarsi da un bambino di età prescolare che possa fare una nuotata al largo, perché questo va oltre le sue capacità fisiche. Oppure aspettarsi da un ciclista ‘scalatore’ che vada forte negli arrivi in volata, perché questo va oltre le sue attitudini

Madre/figlia

Stabilire le capacità è abbastanza facile, accettare le attitudini, ciò verso cui uno è portato, è molto più difficile. Soprattutto è difficile registrare le aspettative delle madri nei confronti delle disposizioni individuali delle figlie. Il rapporto madre/figlia, talvolta, è fortemente influenzato da ciò che la madre ritiene sia buono per sé, da come la madre intende la vita, il lavoro, i rapporti interpersonali. 

Per una lunga serie di ragioni, tutte assolutamente legittime e comprensibili, alcune madri pensano che le figlie dovrebbero fare quello che farebbero loro. La distanza tra le scelte della figlia e quelle che farebbe la madre non è solo fonte di frizione, ma anche di forte malessere per entrambe. Ma anche alcune figlie faticano ad accettare che le madri possano avere posizioni diverse, perché la discrepanza tra aspettative e attitudini vale anche a parti invertite. 

Lasciare sbagliare

Quando il rapporto madre/figlia è eccessivamente conflittuale, le due parti devono trovare il modo di modulare le proprie rispettive aspettative sulle disposizioni dell’altra. E per fare questo il punto di partenza è accettare che l’altra non sia una protuberanza di sé, ma un individuo differenziato con vita autonoma in tutto e per tutto. Un individuo libero di decidere per sé, e che se lo crede, può decidere anche di sbagliare. 

Il tossicodipendente e la madre disfunzionale

Vorrei mettere in evidenza una delle dinamiche tipiche della tossicodipendenza: il rapporto espulsivo/aggressivo del soggetto tossicodipendente con la madre disfunzionale. 

In alcuni casi il rapporto con la madre, soprattutto se depressa o instabile emotivamente, può assumere la caratteristica di una battaglia per la sopravvivenza, non soltanto psichica. Alcune donne possono diventare minacciose o pericolose per i loro figli, e mettere in atto anche comportamenti al limite della legalità.

Può avvenire che il figlio venga identificato, inconsapevolmente, come il responsabile di qualcosa di negativo per la coppia o per la madre stessa. Poniamo la fine di un periodo di stabilità, o la perdita dell’indipendenza. L’ambivalenza vissuta dalla donna è altamente distruttiva: ama il figlio, ma allo stesso tempo lo vive come un peso, sente che egli le ha tolto qualcosa. Il figlio di conseguenza soffre, e cerca disperatamente il modo per accontentare la madre, per renderla soddisfatta. Per esempio si adegua alle sue richieste, o si dedica alle cose che lei ama. Oppure, al contrario, entra nella dinamica aggressiva di rigetto reciproco e scatena contro la donna attacchi sempre più violenti.

Nel caso che vorrei descrivere, il figlio individua anche una terza strada: la tossicodipendenza.

L’uso smodato di droghe ha delle conseguenze molto significative. Da un lato spegne i dolori del giovane: egli ipersocializza con i coetanei, sentendosi (finalmente) amato e rispettato. In questo caso le droghe fungono letteralmente da farmaco auto somministrato, e il soggetto realmente sta meglio quando le assume. Perché al contempo seda le ansie e migliora la performance e la visibilità tra gli amici. Inoltre nel rapporto con il gruppo dei pari può comparire la dipendenza affettiva: le istanze di contenimento, che un individuo dovrebbe trovare nel nucleo famigliare, vengono trovate al suo esterno, creando così un precedente pericoloso: la separazione dai nuovi punti di riferimento potrebbe diventare problematica. 

Dall’altro lato l’uso di droghe ha un significato relazionale: il messaggio alla madre. L’attacco frontale alla madre, (sempre come reazione alla sua ambivalenza) è sia nei termini di una violenza cieca che il soggetto esprime su di sé, (iniettare droghe in vena è gesto furiosamente violento) ma anche nei termini di una (ennesima?) drammatica richiesta di attenzione che il figlio avanza. 

In questi casi l’obiettivo del trattamento è la cura della ferita narcisistica originaria. Ovvero quella sensazione di essere stati espulsi e successivamente aggrediti, mai abbastanza apprezzati, talvolta addirittura detestati.

Dico che questo è l’obiettivo della cura perché, e torno all’inizio di questo articolo, l’ambivalenza materna (il rapporto espulsivo/aggressivo) è originata dal fatto che la madre abbia visto nel figlio (magari molto inconsapevolmente) un ostacolo al proprio percorso di vita. Questa ipotesi, qualora risultasse vera, dovrebbe però passare attraverso un’analisi e una attribuzione di significati da parte del figlio. Perché la madre ha avuto quella sensazione in quel particolare momento della sua vita? È stata aiutata da qualcuno, oppure ha affrontato da sola quella fase critica? Qual è stato il ruolo del padre nella vicenda? 

Rispondere a queste domande, e ad altre di questo tipo, significa uscire da una sensazione vaga e pre consapevole di malessere, quella del bambino male accolto, per entrare in una fase di pensiero critico e adulto, quella della responsabilità: in cui l’individuo è in grado comprendere le ragioni della sofferenza altrui, di uscire dalla relazione di dipendenza e di entrare in una relazione di aiuto reciproco

Padri divorziati. La vita sotto la minaccia di non vedere i figli.

Nell’ambito dei rapporti di coppia violenti vorrei ricordare brevemente la situazione limite di molti padri. E’ assolutamente prioritario parlare della violenza di genere e del femminicidio, sia chiaro, ma si deve altresì tenere conto di altre condizioni.

Quando qualcuno ha un potere troppo grande, ovvero quando gli altri non sono in grado di ostacolare, arginare, il suo potere, si corre il rischio che questo venga utilizzato in maniera impropria. 

E’ il caso dei padri divorziati i cui figli vengono usati come armi. I rapporti estremamente tesi con le ex mogli, uniti al potere relativo che talune arrivano ad avere, crea a volte un corto circuito: la donna approfitta della debolezza dell’ex marito per punirlo. (Forse dovrei dire per restituire parte del male che lei ritiene di avere ricevuto). La minaccia è quella di impedire gli incontri padre/figli, con la conseguenza dello scollamento del loro rapporto. 

Anzitutto va messo in evidenza come questi padri diventino delle vittime di violenza domestica in tutto e per tutto. Ma poi va sottolineato che utilizzare i figli come armi è un gravissimo torto ai figli stessi. 

Da un lato essi vedono allontanarsi il padre, all’aumentare della tensione tra i due genitori. Dall’altro percepiscono la perfidia materna, e per quanto alleati della madre (cosa potrebbero fare se non firmare un’alleanza a scatola chiusa?) soffrono per la spietata ritorsione.

Credo sia quindi importantissimo sottolineare due cose a queste donne: Il male che hanno ricevuto non potrà mai essere restituito. Esse stanno ripagando il disprezzo (o l’indifferenza) dei loro ex, con l’odio, e questa non è una formula equa. 

Inoltre i figli patiscono questa dinamica in maniera dilaniante. Perché vedono le loro madri incattivite, e percepiscono di essere essi stessi strumento di offesa ai loro padri. 

Cos’è il baby blues?

La nascita di un bambino può portare diverse forme di scombussolamento emotivo per i genitori. Si va da sindromi più invalidanti come la depressione post partum, ad altre più passeggere come il cosiddetto baby blues, oppure a forme di somatizzazione dello stress, ansia, problemi del sonno ecc… . 

Tutte queste reazioni hanno in comune l’aspetto di non essere ben comprese e accolte da chi circonda i neo genitori, che anzi tende a dire cose del tipo: ma non sei contento/contenta, è una così bella cosa?

In questo modo il genitore con baby blues, con depressione post partum o con altre reazioni emotive alla nascita, sente al contempo di essere anche irriconoscente ed egoista. 

Come aiutare i genitori in difficoltà? 

La cosa più importante in questi casi è non generalizzare. Se i fattori scatenanti la crisi sono diversi e molteplici, non potrà esserci una soluzione semplice e univoca. Il malessere, anche passeggero, derivante da una nascita dipende dal senso che i genitori danno a quella nascita, da ciò che significa per loro come individui, come coppia, e quale equilibrio la nascita è andata a minare. 

Il baby blues, la depressione post partum e le altre forme di reazione emotiva alla nascita possono essere ben superate: nei tempi e con le modalità di ciascuno, ma a patto che vengano prese con la dovuta cautela e soprattutto con il dovuto rispetto.   

‘Nonno mi prendi in braccio?’ Le istanze educative dei nonni (troppo spesso negate).

I nonni hanno una funzione educativa che troppo spesso viene negata. 

La pretesa di molti genitori è che i nonni siano di aiuto, ma non invadenti, che sostengano senza intralciare, che facciano molto, ma che parlino poco. 

In breve che forniscano fondi ed energie, ma che non pretendano niente in cambio. 

La dinamica educativa, tuttavia, non è sempre asettica, e questo schema non può essere attuato a comando. Tutti concordano sul fatto che debbano essere i genitori a definire le linee educative dei bambini, ma questa asserzione di massima si scontra con la realtà dei fatti. Se un bambino trascorre più tempo con i nonni che con i genitori, va da sé che le istanze educative si trasferiscano sui nonni. Ovvero che i bambini ne acquisiscano aspetti culturali, morali, comportamentali.

Quando in tv inquadrano un politico, per esempio, e il nonno impreca in dialetto, il nipote ne viene colpito, anche se quel politico è molto amato da suo padre. Allo stesso modo se i nonni hanno verso gli immigrati per strada atteggiamenti diversi da quello dei genitori, i bambini ne restano incuriositi, toccati. Vale anche per il rapporto con le tasse, o con le multe, ecc… quando i bambini trascorrono molto tempo con i nonni, acquisiscono da loro molto più di quanto i genitori vorrebbero, perché le istanze educative non si limitano alle regole, riguardano atteggiamenti verso la morale, verso le altre persone, verso la società. 

La funzione educativa dei nonni, in altre parole, è più estesa e pervasiva di quanto si pensi. Da un punto di vista relazionale, inoltre, aspetti educativi possono passare attraverso l’imitazione, o se vogliamo l’identificazione.

Tutti abbiamo visto nipoti camminare come i nonni, o sbattere gli occhi, o fare movimenti con le spalle. Una parte importante dell’apprendimento si fa per imitazione, identificandosi nell’altra persona. 

Quando in una classe di danza arriva una ragazza più brava molte allieve ne acquisiscono le movenze; Quando in una redazione giornalistica arriva un nuovo direttore molti prendono a usare il suo stesso tono di voce: per alcuni può essere piaggeria, ma per altri è una forma di identificazione inconsapevole.

Un tempo, ricordo, la gente diceva ‘mi consenta’ o ‘consentitemi’ alle assemblee di condomino o nelle discussioni al bar. Era quando andava di moda un uomo politico che usava espressioni di questo tipo. Quelle persone non volevano rendersi ridicole, volevano essere autorevoli o eleganti, e imitavano senza accorgersene quel politico.  

Così i nipoti che stanno a lungo a contatto con i nonni possono acquisire loro aspetti morali o culturali attraverso questo meccanismo. Significa che le istanze educative dei nonni si estendono ben oltre il previsto (e voluto) da parte dei genitori. 

Body shaming: come aiutare le vittime?

Il body shaming è un fatto di bassa autostima. Di chi lo fa, e, semplificando enormemente, anche di chi ne resta ferito più del dovuto. 

Valutare le persone sulla base del loro aspetto fisico non è solo una mancanza di tatto. Non tutte le persone istruite denigrano chi ha studiato meno di loro, non tutti i ricchi  deridono i meno ricchi, non tutti i dotati di charme irridono chi ne è privo. La differenza tra le due posizioni non sta unicamente in una generica ‘mancanza di tatto’. 

Combattere battaglie impari non è segno di cavalleria, ma combattere battaglie impari deridendo l’avversario è persino peggio. Invidia, cinismo e viltà sono gli ingredienti fondamentali della personalità di chi si muove in questo modo.

Essere eccessivamente vulnerabili ai loro attacchi, di contro, evidenzia qualche nervo scoperto. Se chi appartiene alla classe media dovesse sentirsi offeso ogni volta che vede sfrecciare un’auto di lusso, potrebbe viaggiare bendato. Fate voi altri esempi. 

Avere un’immagine sicura di sé significa essere inattaccabili dall’esterno. Significa saper assorbire gli attacchi più duri, diciamo pure i più vili, senza esserne scalfiti. 

Come aiutare la vittima di body shaming? Questo comportamento sadico e vile ferisce, purtroppo, maggiormente dove trova più terreno fertile. Di conseguenza quando siamo difronte ad un soggetto che tende a sentirsi fortemente offeso dal body shaming, il modo migliore è aiutarlo a strutturarsi di più. L’obiettivo non è che non venga più attaccato, ma che impari a respingere gli attacchi, ovvero che non ne venga ferito. 

Si possono immaginare percorsi di psicoterapia ad hoc, oppure percorsi brevi finalizzati. Una forma di psicoterapia eccezionale è quella orientata al transfert: secondo me in questi casi potrebbe essere molto utile in breve tempo. 

Se per togliere un uomo dalla povertà, si diceva un tempo, si debba regalargli una canna da pesca e insegnargli a pescare, allo stesso modo per fronteggiare efficacemente e nel lungo periodo il body shaming si deve insegnare alle vittime a respingerlo al mittente. Anzitutto non lasciandosene ferire. 

Cyberbullismo: un fenomeno tra ragazzi impauriti e adulti ignari.

Molti fenomeni sociali si sono spostati sul web: così è nato anche il cyberbullismo

Non significa che il bullismo classico non esista più, tutt’altro, ma che ad esso vada aggiunto anche quell’universo di dinamiche online, che per l’appunto prende il nome di cyberbullismo

Storicamente il bullismo aveva luogo per lo più a scuola o nel tragitto tra casa e scuola. Infatti è quello il contesto in cui bambini e adolescenti sono indotti a stare insieme anche in assenza di motivazioni intrinseche, come potrebbe essere un corso pomeridiano di musica, di arti marziali o di danza.

Il cyberbullismo può attuarsi in diversi modi, tra cui l’uso di programmi di messaggeria e i commenti ai post sui social networks. 

Maschi e femmine usano modalità diverse di relazione, e quindi anche diversi modi per attaccarsi a vicenda. Ne consegue che anche il cyberbullismo assuma connotati diversi se fatto da maschi o da femmine. Mi occuperò di questo in un altro spunto. 

Vorrei qui soffermarmi su un aspetto molto importante del bullismo, che vale anche per il cyberbullismo. Nella maggior parte dei casi di prevaricazione o vittimizzazione gli adulti interessati (genitori di vittima e bullo, e insegnanti) asseriscono di non essere a conoscenza del fenomeno, mentre i ragazzi sostengono di aver segnalato poco o per nulla il loro problema. 

Quindi bullismo e cyberbullismo avvengono nel silenzio, direi quasi nell’ombra. Significa che ogni genitore fiero che il propio figlio sia spigliato e sicuro di sé potrebbe ignorare che egli perpetri atti di questo tipo, così come ogni genitore che sa di avere un figlio tranquillo e pacifico potrebbe non sapere che talvolta egli è vittima di qualcuno. 

Il mio compito qui non è allarmare, ci mancherebbe altro, ma evidenziare. E voglio mettere in evidenza come non sapere dell’esistenza di un problema non corrisponda necessariamente all’assenza del problema. 

Bullismo e cyberbullismo creano disagio e sofferenza. Ogni anno in Italia circa 200 ragazzi sotto i 25 anni si tolgono la vita, e in molti casi uno dei fattori scatenanti è il bullismo. Per questo è molto importante cercare e affrontare il fenomeno. 

Esorto pertanto a considerare questa dinamica vigliacca tra adolescenti come una delle componenti della loro vita, come gli innamoramenti, le fughe da scuola, le prime sigarette. E se questa dinamica assorbirà poca o molta parte della loro energia (o per nulla) sarà effetto dell’interesse e dell’intervento degli adulti. 

Adolescenti in rete. Quando il numero di likes è scambiato per valore individuale.

Molti adolescenti confondono il numero di likes con il valore di una persona. 

La competizione tra pari sui social networks è più pericolosa e subdola di quella che avveniva nel buio delle discoteche, perché è impietosamente pubblica. 

Se un adolescente diffonde una sua foto, e riceve, poniamo, 1000 mi piace, gli amici saranno costretti a fare i conti con questo dato. Se la loro foto non sarà apprezzata altrettanto si creerà inevitabilmente una gerarchia. 

Le gerarchie c’erano anche quando i ragazzi socializzavano in discoteca, ma lì era buio, ognuno era impegnato a fare per sé, e all’uscita realtà e finzione si mescolavano nei racconti, nell’assenza di reali controprove. 

Sui social networks invece non si può mentire: le controprove sono sempre lì, davanti a tutti. 

Molti giovani finiscono così con l’equiparare il valore individuale al numero di mi piace, dove ricevere pochi apprezzamenti significa sentirsi sminuiti nel gruppo di pari. 

La sfida che hanno davanti a loro questi ragazzi, e quindi i loro genitori, è quella di scindere l’apprezzamento pubblico dalla consapevolezza di sé. Il valore di un individuo non può essere valutato dal numero dei likes che riceve, soprattutto se essi sono giudizi vuoti, non spiegati, non motivati da altre valutazioni. 

Mamme sotto stress. Il sovraccarico mentale come fattore di rischio.

Il sovraccarico di molte mamme odierne è un fattore di rischio per il loro equilibrio mentale

La distribuzione degli impegni dei figli nell’arco dei sette giorni, diversamente da quanto avveniva un tempo, è parte integrante di questa condizione. Oggi il sistema famiglia deve adeguarsi in modo diverso, e non sempre purtroppo le mamme trovano l’adeguato sostegno. 

Le ricadute sulla salute mentale vanno dai problemi del sonno, in genere i primi a comparire, ad ansia generalizzata, a umore altalenante, fino alle caratteropatie. 

Le mamme sotto stress sentono di essere meno lucide, risolvono i problemi più lentamente di prima, e hanno la sensazione che senza il loro contributo tutto può fermarsi. E’ importante sottolineare che queste mamme non sono più stanche fisicamente, il loro sovraccarico è mentale. 

L’aiuto che dovrebbero sollecitare è nel funzionamento del sistema famiglia, del resto lo stesso che le ha condotte a questa condizione perché incapace di sostenerle adeguatamente. Se il sistema è assente, queste mamme devono trovare il modo di scegliere quali impegni dei figli continuare a gestire, e quali invece rimandare al futuro. 

Per la loro salute mentale, e naturalmente per quella dei loro figli.  

Gravidanze (in)desiderate: normalizzare i pensieri ambivalenti.

Nulla è accolto con più ambivalenza di una gravidanza: rompe gli equilibri e cambia la vita in maniera definitiva.

La maggior parte delle coppie afferma razionalmente di accettare la gravidanza con gioia. Io credo che sia sano e opportuno, invece, poter esprimere le proprie riserve, e diciamolo pure, le proprie paure in merito.

Lo sforzo di adattamento che molti fanno a livello razionale è notevole, e a compierlo sono aiutati anche da parenti e amici. ‘Vedrai, ti piacerà per questo e quest’altro motivo’, oppure ‘Non è poi così difficile, l’hanno fatto tutti’, frasi di questo tipo possono aiutare la coppia a metabolizzare l’evento.

Vi è però una parte di angosce e terrore irrazionali, provenienti dal profondo, che mette la coppia, ma soprattutto la futura madre, davanti ai suoi peggiori fantasmi.

Le paure riguardano, come ben si sa, la salute del neonato, ma molto spesso hanno a che fare con la condizione lavorativa e con gli equilibri di coppia, che come detto sono i primi ad essere scompaginati.

Per questo va detto che sentire sensazioni forti anche negative nei confronti della gravidanza non è disumano né patologico, ma una normale reazione che anzi andrebbe comunicata ed elaborata. Se queste paure non vengono espresse, e vengono spinte in angoli nascosti della mente, possono crescere, e saltare fuori dopo molto tempo con sembianze di vecchie ruggini, malintesi, o altro.